Droni

Droni e predatori, le nuove armi

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Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Lo Straniero.

Quali sono le conseguenze morali dell’uso dei droni? Quale trasformazione della nostra riflessione morale esige il loro utilizzo? È una questione enorme, quella sollevata di recente da Michael Walzer in un articolo apparso sul sito della rivista “Dissent” (Target Killing and Drone Warfare).

Probabilmente fino a quindici anni fa non avremmo neanche lontanamente immaginato che questo tipo di domande fuoriuscisse dalla fantascienza o dalla casistica ipotetica (benché altamente improbabile). Invece i droni sono il nostro presente, sono la nostra quotidianità. Diamo ormai per scontato il fatto che nei nuovi conflitti bellici, in particolare nell’ultima evoluzione della “guerra al terrore” contro le nuove cellule di al Qaeda e i loro “compagni di strada”, si utilizzino aerei privi di pilota ma governati a migliaia di chilometri di distanza sullo schermo di un computer.

Il miglior racconto di come un burocrate da droni stipendiato dalla difesa americana svolga il suo lavoro quotidiano – passando otto ore in un abitacolo che ricostruisce l’aereo in volo con cui è direttamente collegato all’altro capo del globo, e sparando con un joystick contro i proprio obiettivi, come se stesse giocando alla playstation – è stato scritto da William Langewiesche. Ha come titolo Predatori (Predator è il nome degli ultimi droni armati, quelli più comuni) ed è contenuto in un piccolo libro pubblicato da Adelphi lo scorso anno: Esecuzioni a distanza (traduzione di Matteo Codignola). Alla fine del suo lungo reportage Langewiesche scrive: “La nostra polizia di frontiera usa già i Reaper (altro tipo di droni, ndr) nel tentativo di individuare i trafficanti di droga al confine con il Messico. Fin qui, senza risultati, ma non importa. I militari invece guardano avanti. Più che un sistema d’arma di oggi, il Predator è, per loro, un’anticipazione del futuro. Come il biplano dei fratelli Wright, o la Ford T. Ci avviciniamo rapidamente a un futuro di guerra robotizzata, in cui saranno le macchine a scegliere di uccidere. Ed è un futuro prossimo. Quando arriverà, dovremo però chiederci che specie siamo diventati. E cosa ci facciamo, sulla Terra.”

Durante il primo mandato dell’amministrazione Obama sono stati portati a termine 310 attacchi con droni in Pakistan, fra 54 e 64 in Yemen, e fra 10 e 23 in Somalia – tutti attacchi diretti, insomma, nelle aree calde del terrorismo jihadista. Nel solo Pakistan il numero delle vittime oscilla fra i 2.629 e 3.461, con una stima di civili uccisi che va da 476 a 891. Più 176 bambini… Recupero questi dati impressionanti da un articolo di Mattia Ferraresi apparso su “Il Foglio”. Il paradosso dell’amministrazione Obama è evidente: al ritiro delle truppe dal fronte iracheno e afghano ha fatto seguito l’aumento costante dell’utilizzo dei droni. Ritiro e droni, soft power e droni, rifiuto della “vecchia” guerra e droni, sono direttamente proporzionali.

Obama allontana da sé l’immagine e la realtà del conflitto con bombe, sangue e truppe d’occupazione, riporta a casa “i propri ragazzi” evitando l’incancrenirsi della presenza americana nelle aree calde, dà degli Usa una immagine più “debole”, non imperiale… ma tutto ciò ha un prezzo, benché la Casa Bianca abbia cercato di separare la lotta al terrorismo dalla guerra convenzionale. In realtà la guerra continua, solo con altri mezzi. Riduce praticamente a zero le perdite statunitensi, annichilisce la stessa percezione del fatto bellico, ma persegue ugualmente i suoi obiettivi. Tra l’altro nelle statistiche dei morti, il numero dei civili potrebbe essere molto più alto, dal momento che – proprio per legittimare come “proporzionale allo scopo” l’uso dei droni – vengono considerati “combattenti” tutti i maschi in età di leva presenti sul terreno delle operazioni… Se un presunto leader terrorista – poniamo – è circondato da un gruppo di uomini tra i 16 e i 70 anni che si trova lì per caso, l’attacco è consentito, e l’omicidio mirato è eseguito.

È giusto tutto questo?, si chiede Michael Walzer. Quali sono i criteri morali che possono legittimare tale azioni, e quali invece possono criticarle? A porsi questa domanda è colui il quale una trentina d’anni fa, subito dopo la guerra del Vietnam, scrisse un libro fondamentale sulle basi morali degli interventi militari: Guerre giuste e ingiuste (edizione italiana, Liguori 1990).

Esistono due piani della discussione, sosteneva Walzer in un testo che a sua volta riprendeva molti temi e molte argomentazioni della dottrina cristiana sull’argomento, di fatto secolarizzandoli. Il primo: in base a quali criteri stabiliamo che una guerra sia giusta o meno? Il secondo: in base a quali criteri stabiliamo se un mezzo adottato in una determinata guerra (un’arma, una strategia, un’azione…) sia giusto o meno? La guerra in Vietnam, ad esempio, era ingiusta sotto entrambi i punti di vista. Ingiusta perché era, a tutti gli effetti, un’aggressione malamente giustificata; e ingiusta perché le forze armate Usa hanno usato, ordinariamente o episodicamente, mezzi assolutamente ingiusti nel corso delle operazioni. Dai bombardamenti al napalm al massacro di My Lai…

Tuttavia, in Guerre giuste e ingiuste, Walzer non assume una posizione da pacifista assoluto. La guerra antifascista – sostiene nel libro – era moralmente giustificata. L’uccisione mirata di Hitler sarebbe stata moralmente giustificata. Non è giustificabile però l’uso di armi di sterminio di massa anche all’interno di una guerra “giusta”. Adottandoli, essa diventerebbe subito “ingiusta”.

La riflessione di Walzer ovviamente è molto più complessa. Basti qui ricordare che, sulla scia della giustificazione di ogni guerra antitotalitaria, il filosofo americano ritiene legittimi anche alcuni interventi (seppure unilaterali) che violano la sovranità nazionale per porre fine a un genocidio. Ad esempio: l’intervento indiano nell’allora Pakistan orientale (oggi Bangladesh) per fermare la marea di profughi originata dalle violenze dell’esercito, o quello vietnamita in Cambogia per arginare lo sterminio totalitario dei khmer rossi.

E oggi? L’impressione di Walzer è che l’utilizzo dei droni, proprio perché azzera l’esperienza della guerra (e quindi l’indignazione che essa inevitabilmente suscita), azzeri anche lo spazio della critica morale. Anche in una guerra che possiamo ritenere giusta, anche nel più asettico degli omicidi mirati (per quanto, come visto, essi possano essere asettici), la dimensione post-umana dei droni (e la quotidianità di questa dimensione post-umana cui ormai siamo indotti) fa letteralmente saltare il banco della riflessione morale.

The easiness should make uneasy”, scrive Walzer. La facilità dell’uccisione da drone (spingi un pulsante ma non vedrai mai nessuno morire realmente, benché qualcuno realmente – in quel preciso momento – stia morendo) dovrebbe metterci a disagio. Invece questo mezzo incredibilmente potente, ma adottato ormai ordinariamente, genera assuefazione. Il caso dell’amministrazione Obama è eclatante: quella che viene percepita come l’amministrazione Usa più “pacifista” degli ultimi cinquant’anni ha generato – probabilmente non comprendendo fino in fondo le possibili conseguenze delle proprie decisioni – una escalation impressionante nel numero dei civili uccisi da droni. E tutto questo è avvenuto in silenzio. Ci si indigna perché il campo di Guantanamo è ancora aperto. Ci si indigna per tutte le extraordinary rendition che ci sono state. Ma non per i droni. Almeno non ancora a sufficienza.

Invece essi costituiscono un buco nero. Non è un caso – dice Walzer – che si adotti quel singolare conteggio circa i combattenti (tutti i maschi in età di leva presenti sul teatro delle operazioni… quasi fossimo durante un saccheggio dell’antichità o durante un rastrellamento nazista). Si cerca di rendere “proporzionale allo scopo”, aumentando il numero degli “obiettivi legittimi”, ciò che proporzionale non lo è affatto. Ma anche qualora i droni, e i burocrati da droni alle loro spalle, sbagliassero di meno, anche qualora si uccidessero meno innocenti, la critica morale circa la loro easiness non verrebbe meno. L’uomo è quanto mai antiquato rispetto all’evoluzione delle macchine da guerra di cui dispone. Il paradosso è che proprio l’uomo che rifiuta la guerra convenzionalmente intesa come mezzo di risoluzione dei conflitti ha più possibilità di entrare in una dimensione radicalmente post-umana.

I droni non possono essere considerati un’arma come tutte le altre, questo è il punto. Finora il loro utilizzo non ha subito alcuna analisi critica di rilievo (almeno prima dei testi di Langewiesche e di Walzer) perché c’è una assoluta sproporzione nel loro utilizzo. Al momento a utilizzarli sono solo gli Usa, e in maniera minore Israele e Regno Unito. Ma qualora venissero utilizzati anche dagli “altri” – poniamo, da uno stato dittatoriale o da un gruppo terrorista o dai narcos – cosa succederebbe? E qualora venissero utilizzati – più “semplicemente”, mettiamo – all’interno di una legittima guerra di liberazione nazionale? Andando avanti di questo passo, un mondo in cui le guerre tra stati (o ancor di più le guerre asimmetriche) si combattono con droni lanciati contro qualsiasi obiettivo non è più altamente improbabile. Anzi, è straordinariamente verosimile.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
3 Commenti a “Droni e predatori, le nuove armi”
  1. Detrito Borg scrive:

    il miglior racconto che io conosca sui piloti di droni è questo,
    nella sua desolante quotidianità.

    l’automatizzazione della guerra è effettivamente preoccupante anche da un altro lato: consentendo concentrazioni di forza inaudita in capo a centri decisionali sempre più ristretti è suscettibile di minare assai più di qualsiasi altra cosa ogni forma di democrazia. la tendenza alla diminuzione degli organici negli eserciti più avanzati è un fatto comune, vuol dire anche concentrazione della capacità di offesa in meno mani, con tutto ciò che ne consegue, i droni possono volgersi contro il nemico interno con la stessa facilità con cui si rivolgono a quello esterno, e il famigerato rapporto NATO 2020 non esclude le città europee come scenario di conflitto.

  2. girolamo scrive:

    In un libro illuminante, ma poco noto in Italia – Homo Necans. Antropologia del sacrificio cruento -, Walter Burkert avanza l’ipotesi che ad abbattere l’inibizione biologica alla violenza intraspecifica per l’essere umano sia stata l’invenzione della telearma. La questione nasce all’interno dell’etologia, che nell’indagare i comportamenti animali scopre che l’essere umano è l’unico essere vivente che non sembra avere il vincolo dell’uccisione del membro della specie senza scopo (ad es. uccidere l’animale ferito perché rallenta la fuga del branco), e non sembra in grado di sostituire la violenza fisica, o di arrestarne l’escalation, con la violenza mimata o simbolica (ad es. i combattimenti tra i cervi maschi per l’accoppiamento, dove il cervo che sta perdendo il duello mostr ail fianco, e e l’altro lo sfiora appena con le corna, concludendo la contesa). Secondo Burkert – che con un complesso percorso di studi parte dall’antichistica, e incrocia lo studio dell’antica Grecia con l’etologia e la paleontologia – l’uso dei manufatti come protesi per supplire l’insufficiente dotazione naturale (armi in luogo di artigli mancanti), e in particolare l’arma da lancio (freccia, lancia, fionda, ecc.), mediando il contatto fisico con la vittima, affievolisce fino ad annullarla l’inibizione morale. Il libro di Burkert è stato scritto prima delle guerre postmoderne, condotte a distanza, di fatto senza battaglie reali (dalla prima guerra del Golfo in poi): ma è evidente come le sue riflessioni andrebbero riprese alla luce di artefatti sofisticati come i droni, e di strategie come i target killing, che nell’immediato sembrano la (ilusoria, peraltro) soluzione del “problema”, ma che mettono in atto un’anestetizzazione della facoltà di giudizio – quella che discrimina tra bene e male – sostituendola con il semplice intraccio dell'”utile” (col correlato di “utili idioti” o apologeti embedded che plaudono).

  3. girolamo scrive:

    Ops: “rintraccio”, non “intraccio”.

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