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Il dubbio e la certezza. Interrogando musica e poesia

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Photo by Valentino Funghi on Unsplash

Dal 9 giugno al via la diciannovesima edizione della Milanesiana – Letteratura Musica Cinema Scienza Arte Filosofia Teatro e Diritto, Festival ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi e quest’anno dedicato al tema “dubbio/certezza”. Il pianista e compositore Michele Sganga sarà come di consueto ospite per la sezione Il respiro della musica e della poesia, con due concerti il 28 e il 29 giugno. Accanto a pagine classiche di Claude Debussy e Robert Schumann, suonerà due opere per pianoforte di sua composizione: La voce degli alberi, e – in prima esecuzione assoluta il 28 giugno – Variazioni irregolari.

di Michele Sganga

A rigor di logica si dovrebbe tutti concordare su un punto: se da un lato parole e note musicali si fanno facilmente strumenti adatti all’espressione delle nostre, pur vaghe, certezze, dall’altro il silenzio assurge ben più docilmente a simbolo dell’umano dubitare, innervato tra le une e le altre sotto forma di cesure o di pause, e mostrandosi in maniera ineluttabile –  subdola, a volte – quale perfetto archetipo dell’insicurezza e della paura dell’uomo di fronte alle grandi domande sull’esistenza e sull’origine del cosmo. (Con quel vuoto di parole e suoni a disegnare in fin dei conti i contorni di un più grande silenzio, che è simulacro spettrale e irrisolto di ogni altro, perché irrisolvibile: quello della nostra ignoranza).

Ma se non ora, quando provare a sostenere piuttosto il contrario? Quando dubitare fino alle estreme conseguenze di ciò che appare ovvio e rassicurante, se non  proprio nel momento in cui è di dubbio e certezza che si vuole ragionare? Tra l’altro, a mio avviso – e detto non per inciso – musica e poesia sono tra i “luoghi” più potenti per farlo, più della stessa filosofia. Anche questo a dispetto di ciò che il senso comune suggerisce… Ma vediamo perché. O meglio, diciamo che io, da musicista, preferirei metterla nei termini seguenti.

E’ come se la poesia ambisse a divenire puro suono, mentre la musica con movimento opposto volesse farsi parola comprensibile. Ciascuna delle due però preservando le proprie specifiche caratteristiche, rivelandosi secondo le proprie, peculiari e materiche, ancorché immateriali vibrazioni. La dualità in atto è lampante. Per questo i silenzi dell’una e dell’altra appaiono, e sono, identici, mentre le espressioni attraverso cui si manifestano appaiono, e sono, solamente speculari. Quando poi musica e poesia, come nel canto ad esempio, sono fuse assieme, la forza delle cesure e delle pause raddoppia. Anzi, si eleva al quadrato.

Così ora, ribaltando il concetto espresso inizialmente, posso esporre il dubbio (e l’istintiva, musicale certezza al contempo) che sia proprio questo tipo di silenzio, elevato a potenza, ciò che andrebbe meglio ascoltato. Infatti, se da un lato parole e suoni ben rappresentano, di fatto incarnandolo, anche ciò che ci interroga, e che quindi in fin dei conti ci mette in crisi e ci fa vivere nel dubbio continuo, dall’altro è solo nel silenzio che occorre riconoscere la certezza cui aggrapparsi. Non a caso è quel vuoto intessuto di cesure e di pause, il luogo in cui si attua e prende vita il respiro della musica e della poesia, proprio come dal vuoto pare scaturisca il “respiro” del cosmo attraverso il big bang, o quello delle particelle cosiddette “virtuali”, di cui pure pare quel vuoto a livello subatomico sia permeato, secondo le teorie quantistiche odierne.

Quest’ultimo parallelismo appena accennato tra cosmologia e fisica da una parte, e poesia e musica dall’altra, può fare forse da degna conclusione a questa breve divagazione, perché circolarmente illustra un’altra lampante dualità, utile da riconoscere ed esplorare a detta di molti, non foss’altro perché capace di entusiasmare soggetti appartenenti a branche di saperi e discipline solo in apparenza distanti. Sono donne e uomini che amano dubitare e interrogarsi per mestiere, e che più spesso non tacciono, non restano in silenzio ancorati alle loro “virtuali” certezze – e per fortuna! –, bensì parlano (o scrivono) troppo, come me. Persone che non a caso da anni vanno incontrandosi e confrontandosi, come – fra altri luoghi al tempo stesso utopici e reali – capita alla Milanesiana, sede di salvifici dubbi e di concrete certezze creative, occasione sicura di inaspettate e magiche intersezioni culturali e artistiche.

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