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Dubitare contro la guerra

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(Immagine: Guernica, Picasso)

di Francesco D’Isa

Si dice che coloro che non conoscono la guerra sono per metà fanciulli, e forse è vero. Anche chi scrive queste parole, come probabilmente la maggior parte di chi le leggerà, non ha mai affrontato questo rito d’iniziazione grazie al quale da preda (bimbo) si diventa predatore (adulto) e ha dunque la fortuna di essere per metà fanciullo. È pur vero che sport, lavoro, arti, giochi, amore e altre catarsi sono dei buoni candidati per sostituire una così rischiosa cerimonia; se non dovessero sembrare alternative convincenti basti pensare agli effetti collaterali di una guerra: morte, pestilenza, rapina, stupro, sopruso, malattia, follia e quant’altro; come amplificatore del dolore la guerra non ha rivali e può tranquillamente fregiarsi della corona di male maggiore. Detto questo, è noto da tempo innumerevole che le sue principali cause non sono rituali; nel sanscrito del 1200 a.C. il termine che la designa (yuddha) significa “desiderio di possedere più mucche” — e sebbene in guerra muoiano parecchie mucche, alcuni riescono effettivamente a ottenerne di più.

Oggi, dopo millenni di interminabili ammazzamenti e davanti al ritorno di situazioni degne della Guerra Fredda, è lecito chiedersi non solo se sia possibile evitare l’ennesimo scontro, ma anche se si possa scongiurare qualunque guerra. A guardare la storia non ci sono speranze: gli stati, che Hegel chiamava “poderosi animali”, cercano di evitare il ricorso alle armi tessendo rapporti diplomatici, ma si azzuffano immancabilmente quando non riescono a raggiungere un accordo. “Ciò che gli uomini pensano della guerra non ha importanza”, scrive Cormac MacCarthy, “la guerra perdura nel tempo. Tanto varrebbe chiedere agli uomini cosa pensano della pietra. La guerra c’è sempre stata. Prima che nascesse l’uomo, la guerra lo aspettava. Il mestiere per eccellenza attendeva il suo professionista per eccellenza. Così era e così sarà.”. Difficile dargli torto: la violenza si annida in ogni figlio della natura, nell’uomo, negli animali, finanche negli insetti e nelle piante — dove inizia una vita ne finisce un’altra, ogni identità è una guerra eterna, e la pace, meta dei santi e dei morti, è l’unico gesto contronatura.

Eppure, anche se la violenza è inestirpabile, non ne consegue che la sua manifestazione su larga scala lo sia altrettanto. Le masse, infatti, non sono né persone né “poderosi animali” (sebbene gli somiglino) e laddove è impossibile sperare che una mano si ribelli al cervello e non schiacci il grilletto di un fucile, non vale lo stesso per gli individui appartenenti a uno stato. Non è un caso che le caratteristiche di un buon soldato lo rendano simile a una mano: obbedienza incondizionata e ripudio del libero arbitrio — le stesse doti del cattivo cittadino. Resistere alle retoriche, ai nazionalismi o alla potenza mitologica della chiamata alle armi non è facile, ma è possibile, se si riconosce le caratteristiche di questi mali e non ci si rinchiude con troppa accondiscendenza nel poderoso (e spesso stupido) animale della società. Chi non ha mai toccato il fuoco sarà tentato di allungare una mano per farlo, e proprio per questo è indispensabile sapere che brucia; se non si conosce, anzi, se non ci si è calati nel passato, non si potrà combattere gli errori del futuro.

Per quanto sia semplicistico affermare che investire in istruzione e cultura sia la strada che porta alla pace, bisogna riconoscere che proprio la pigrizia mentale è tra le premesse necessarie alla guerra: chi mette in discussione ordini, abitudini, preconcetti e differenze non sceglie la violenza di massa, ma preferisce combattere i pochi oppressori. È dunque soprattutto in periodi di crisi, quando si ha più bisogno di sicurezze, che è necessario mettere in dubbio le idee, perché dubitare non coincide con l’avere dei dubbi, anzi, consolida alcune certezze, tra tutte che solo una cosa sia peggiore di una guerra: una guerra più grande.

Commenti
Un commento a “Dubitare contro la guerra”
  1. Simone Ghelli scrive:

    In ogni caso rimarrebbe il problema del possesso delle mucche (o del controllo dei mezzi di produzione, se vuoi vederla da un altro punto di vista).

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