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I due Capote: “Incontro d’estate” e “Altre voci, altre stanze”

Pubblichiamo un estratto da Holden & company – Peripezie di letteratura americana da JD Salinger a Kent Haruf di Luca Pantarotto, uscito il 22 maggio per Aguaplano Libri, ringraziando autore e editore. (Fonte foto)

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Quando muore uno scrittore, di solito, poco dopo aver chiuso la bara si aprono i cassetti. Tra i molti fardelli che la morte si porta via, i primi ad andarsene sono quei fastidiosi scrupoli estetici che inducono un autore a destinare alcune delle proprie opere non alla stampa, ma all’oblio: insoddisfazioni di vario tipo che in genere hanno a che fare piu spesso con i problemi personali dello scrittore nei confronti di una specifica opera che non con effettivi difetti intrinseci all’opera stessa. Scrupoli tanto effimeri è perfettamente logico che muoiano insieme al loro proprietario, e che gli eredi, da soli o riuniti in trust, mostrino piu soggezione per il tavolino con le bollette da pagare che per trascurabili questioni di estetica.

Certo, è un terno al lotto: non si può mai sapere cosa uscirà da quei cassetti. A volte un’opera matura ingiustamente condannata al macero, che sarebbe semmai un crimine non pubblicare; altre volte un abominio a cui bisogna porre mano anche solo per avvicinarlo a un livello minimamente accettabile di decenza. E non sempre ci si riesce: quando gli eredi di Hemingway decisero di pubblicare Il giardino dell’Eden, un romanzo a cui Ernest aveva lavorato per decenni senza mai riuscire a venirne a capo, si resero necessari tanti di quegli aggiustamenti che il risultato finale, più che un romanzo rieditato, è un mostro di Frankenstein che urla ai quattro venti l’agonia insanabile della sua blasfema origine. Spesso il risultato è piu felice, come nel caso de I venerdì da Enrico’s, romanzo incompiuto di Don Carpenter riscoperto e ultimato da Jonathan Lethem, che proprio nell’unione delle due voci trova la più perfetta realizzazione del significato della storia che racconta: una storia di scrittura, di miti letterari che si formano tramite il loro stesso racconto, nel più autentico spirito della letteratura americana.

A volte, poi, la riscoperta si tinge di impreviste ironie: come nel caso di Incontro d’estate, il primo romanzo in assoluto di Truman Capote. Un testo dalla gestazione più che complessa: iniziato nel 1943, quando Capote lavorava al New Yorker (“Non era granché come impiego, dato che in realtà si trattava di scegliere vignette e ritagliare articoli”), rimaneggiato con sempre minor convinzione per un paio d’anni, accantonato per dedicarsi del tutto alla scrittura di Altre voci, altre stanze, ripreso e rielaborato almeno fino al 1949 e infine chiuso in uno scatolone in un appartamento seminterrato di Brooklyn Heights nel 1950 e destinato alla spazzatura. Spazzatura in cui non finì mai grazie all’intervento del custode dell’appartamento, che ritirò il materiale abbandonato da Capote e lo tenne con se fino alla morte. Così, per cinquant’anni, del manoscritto restarono solo i pochi accenni sparsi da Capote qua e là, in lettere e pezzi autobiografici.

Finché un bel giorno il nipote del custode, sistemando la roba dello zio, si trova per le mani una serie di scatoloni di documenti, fotografie e manoscritti appartenuti a Truman Capote. Ve la immaginate la faccia di uno che si trova in cantina scatoloni e scatoloni di autografi di uno dei più grandi scrittori d’America? Oh. My God. Truman Capote, fuck yeah! Più o meno così, credo. Non sapendo come regolarsi, nel 2004 il nipote passa tutto a Sotheby’s, che a sua volta contatta Alan Schwartz, vecchio amico di Truman e fiduciario della Truman Capote Literary Trust. Il quale, guarda caso, aveva da poco abbandonato le speranze di ritrovare un giorno il resto di Preghiere esaudite, il romanzo a cui Capote aveva lavorato nei suoi ultimi anni di vita, pubblicandone solo tre capitoli e lasciando intendere che gli altri stavano ben nascosti da qualche parte: quando invece no, non esistevano, come dovette concludere Schwartz, deluso e affranto dopo anni di ricerche. Ed ecco l’ironia, sottolineata dallo stesso Schwartz nel resoconto dell’intera vicenda aggiunto a mo’ di postfazione alla prima edizione di Incontro d’estate, quando finalmente il romanzo vede la luce nel 2005:

Nel dare alle stampe questo libro sono consapevole delle buffe contorsioni del caso, che ci ha a lungo trattenuto dal pubblicare un romanzo che Truman pensava di aver finito (“Preghiere esaudite”) portandoci invece a pubblicare questo, che probabilmente lui non avrebbe autorizzato.

Ma perché Capote non avrebbe mai autorizzato la pubblicazione di Incontro d’estate? Perche l’aveva rinnegato senza appello, arrivando anzi addirittura a buttarlo via? Al contrario di quanto si è sempre pensato, non è nemmeno un romanzo incompiuto. Racconta la storia di Grady O’Neil, rampolla di un’importante famiglia di New York che decide di passare l’estate da sola in città mentre i suoi sono in vacanza a Parigi, per poter cosi trascorrerla insieme a Clyde Manzer, il suo ragazzo: un parcheggiatore con il quale Grady ha una storia travolgente, problematica e un po’ morbosa. E un romanzo breve che fila via perfettamente fino alla conclusione, liscio e fluido senza gli impacci o gli eccessivi orpelli che in genere si accompagnano a un esordio giovanile mai rifinito. Curiosamente, nello stile (soprattutto nella costruzione della protagonista femminile) si avvicina di più a un romanzo posteriore come Colazione da Tiffany che non al più vicino Altre voci, altre stanze: rivelando non solo che Capote sarebbe diventato un grande scrittore, ma che alcune delle sue tipiche strutture tematiche e stilistiche erano già lì quando aveva diciannove anni.

Quindi, perché?

La risposta la fornisce lo stesso Capote in Una voce da una nube, un pezzo autobiografico scritto nel 1969 proprio per descrivere la genesi di Altre voci, altre stanze dalle ceneri apparentemente senza speranza di Incontro d’estate. Nel pezzo, Capote lega saldamente la nascita del suo romanzo di New Orleans alla crescente consapevolezza che il linguaggio, il tema, le stesse istanze narrative di Incontro d’estate non riuscivano in alcun modo a soddisfare l’esigenza di “esorcizzare i suoi demoni”:

“Altre voci, altre stanze”… non era il mio primo romanzo, ma il secondo. Il primo, un manoscritto mai presentato a un editore e ormai smarrito, era intitolato Incontro d’estate: una storia scarna, obiettiva, ambientata a New York. Non male, per quanto posso ricordare: ben strutturata, con una vicenda abbastanza interessante, ma priva di intensità o di sofferenza, senza le sfumature di una visione personale, le ansie che allora dominavano in me emozioni e immaginazione. Altre voci, altre stanze era un tentativo di esorcizzare i demoni: un tentativo inconsapevole, assolutamente intuitivo.

Alla lentezza con cui Capote prosegue nella stesura del romanzo subentra il disinteresse:

“Incontro d’estate” mi appariva ogni giorno più fiacco, ingegnoso, frigido. Un altro linguaggio, una segreta geografia spirituale, stava germogliando dentro di me e si impossessava dei miei sogni notturni cosi come delle fantasticherie della veglia.

A questo punto, non sapendo che fare, Truman racconta di aver cominciato a passeggiare nei boschi dell’Alabama, lungo il fiume in cui da piccolo andava a pescare e nuotare con i suoi cugini. Il ricordo di un morso ricevuto da un mocassino acquatico durante una di queste escursioni gli serve all’improvviso da risveglio epifanico, riportandogli alla mente altri ricordi che, come in “una specie di coma creativo”, gli disegnano davanti agli occhi tutta la storia di un nuovo romanzo. Rincasato a sera inoltrata, Truman dà la buonanotte a tutti, si chiude nella sua stanza, butta nell’ultimo cassetto il manoscritto di Incontro d’estate e comincia a scrivere, partendo senza esitazioni dal titolo, un nuovo libro: Altre voci, altre stanze. Il secondo romanzo aveva improvvisamente scalzato il primo, di cui infatti Capote non parla più.

Ora, di solito è buona norma non prendere troppo alla lettera gli aneddoti degli scrittori relativi alla gestazione delle proprie opere: soprattutto quando sono “apocalittici” come questo e tendono ad attribuire alla nascita di un romanzo tutti i crismi della fatalità predestinata. Tanto più che, mentre nel suo racconto Capote dice addio a Incontro d’estate buttandolo nell’ultimo cassetto e lasciando la casa degli zii poco tempo dopo, in realtà sappiamo che ci stava ancora lavorando nel 1949, in vacanza in Nord Africa; e l’aveva ancora con se nel 1950, quando lo lasciò nell’appartamento di Brooklyn Heights. Senza contare che nel 1946 ne aveva travasato alcuni paragrafi (quelli dedicati all’arrivo di una sconvolgente ondata di afa estiva) in un pezzo descrittivo dedicato proprio a New York.

Eppure, se la materia concreta del racconto sembra trasfigurata a tutto vantaggio di una entusiastica “iniziazione poetica”, al di sotto degli aspetti fattuali si puo forse rintracciare la reale spiegazione del perché Capote non sia mai stato sufficientemente soddisfatto di quel primo romanzo: mai abbastanza, perlomeno, da concedergli la grazia della pubblicazione. Ed è una ragione che, probabilmente, ha proprio a che fare con l’irruzione di Altre voci, altre stanze sulla scena della vita di Truman: anche se cose come il “linguaggio” e la “segreta geografia spirituale” potrebbero essere meno importanti del previsto.

Incontro d’estate è il racconto emotivamente claustrofobico della disgregazione della sua protagonista. Grady O’Neil conduce una vita di ribellione in cui sta sempre bene attenta a fare tutte le mosse più sbagliate: dalla scelta del fidanzato alle modalità con cui la loro relazione si evolve, troppo in fretta e senza logica, tra l’ansia di libertà di lei (a cui non corrisponde la necessaria maturità) e l’incapacità di lui di gestire una relazione in modo adulto. In mezzo sesso, droga, risse. Fino a una folle corsa in macchina che detta alla storia la sua ultima battuta.

Altre voci, altre stanze invece è la storia di una rinascita: non solo di una riscoperta di se da parte di Joel, ma anche del recupero di un passato familiare che gli era sempre stato precluso. La creazione di una nuova personalità che, alimentata dagli effluvi spirituali dello scenario sciamanico di New Orleans, esce dal bozzolo dicendo addio per sempre a ciò che era stato prima, per abbracciare ciò che da quel momento, finalmente, ricominciava:

[…] lui seppe di dover andare via: senza timore, senza esitazioni, sostò solo al limite del giardino, dove, quasi avesse dimenticato qualcosa, si fermò e guardò indietro al crepuscolo calante, sfiorito, al ragazzo che si era lasciato alle spalle.

Difficile immaginare due posizioni cosi differenti, e per di più simultanee, riguardo al compito da assegnare a un’opera di narrativa, se non alla narrativa in sé. È come se Capote, lavorando quasi contemporaneamente alla conclusione di Incontro d’estate e all’avvio di Altre voci, altre stanze, si sia trovato al bivio sul significato da dare non solo alla propria opera, ma alla sua intera concezione dell’esistenza. Cosa doveva essere? Qual era il modo giusto di esorcizzare quei demoni? La dissoluzione di sé provocata dal proprio stesso comportamento di fronte a problemi come la crescita, le relazioni familiari, l’amore? O la rinnovazione di sé, un processo di palingenesi che, passando dalla comprensione, arrivasse all’accettazione e alla creazione di qualcosa di nuovo?

Come dimostra la sua scelta, la risposta, per Capote, fu una sola. Ma l’influenza di quel primo romanzo abortito pulsa ancora, tra le righe, anche in Altre voci, altre stanze. Tanto che anni dopo, riprendendo in mano la storia del giovane Joel, Capote si stupì di quanto simbolismo ci avesse messo dentro, fino al punto di leggerlo come se nemmeno l’avesse scritto lui:

È stato come leggere il manoscritto appena vergato di uno sconosciuto. E mi ha colpito perché nella sua opera vi è il bagliore enigmatico di un prisma che si colora stancamente alla luce. Questo, e una certa angosciosa, supplichevole intensità, come il messaggio di un naufrago chiuso in una bottiglia e affidato al mare.

[Le traduzioni dei passi citati sono di Stefania Cherchi per Incontro d’estate, Mariapaola Dèttore per Una voce da una nube (contenuto in Ritratti e osservazioni) e Bruno Tasso per Altre voci, altre stanze, tutti editi da Garzanti.]

Luca Pantarotto (1980) è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Scrive di letteratura americana su vari blog e magazine; cura inoltre un blog personale, La lista di Holden, dedicato alla storia del Grande Romanzo Americano.
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