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Due generazioni allo streaming

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Pubblichiamo un articolo di Massimo Recalcati uscito su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata.

La diretta streaming Renzi-Grillo è materia ghiotta per l’analisi non solo politica ma anche psicopatologica. Per il M5S è stata un’altra occasione persa per fare pesare la propria forza elettorale. Ma, nel tradimento da parte di Grillo del mandato popolare che aveva ricevuto dal suo popolo, dobbiamo leggere qualcosa di più sottile che ci consente di introdurre la lente di ingrandimento della psicoanalisi. Si tratta ancora una volta del rapporto tra le generazioni che è divenuto un tema politico e antropologico centrale del nostro paese.

Rispetto alla prima diretta streaming Bersani-M5S la rappresentanza generazionale appare in questo caso invertita: ora è il figlio ad essere presidente incaricato ed è il padre a rappresentare le ragioni dell’opposizione. Anche i turni conversazionali appaiono totalmente invertiti: al monologo disperato e paterno di Bersani si è sostituito quello iracondo e provocatorio di Grillo. Ma in un caso e nell’altro i figli tacciono o sono costretti, come in quest’ultimo caso, a tacere. Sono solo i padri che parlano. Ma con una differenza sostanziale. Nel caso di Bersani si poteva apprezzare tutto lo sforzo di un buon padre di famiglia per convincere i figli adolescenti e oppositivi per principio che la crisi obbligava a ragionare insieme e a congiungere le forze. Avevo a suo tempo paragonato questo tentativo a quello dello Svedese, mitico protagonista di Pastorale americana di Philip Roth di fronte al fondamentalismo adolescente della figlia ex terrorista e membro fanatico di una setta religiosa. Con Grillo invece la paternità assume tutt’altra connotazione. La sua voce non cerca dialogo, non riconosce alcuna dignità al suo interlocutore, non parla, ma accusa. Non intende ragionare sui contenuti ma definisce con sdegno l’impurità dell’avversario di cui si dichiara un “nemico fisico”.

In questo contesto di ribaltamento dei ruoli generazionali (il figlio fa la parte del padre, mentre il padre fa la parte del figlio), l’attimo che costituisce il focus di tutta la scena è quando Grillo dà del “ragazzo” al Presidente incaricato. Soffermiamoci un momento su questo passaggio ai miei occhi decisivo. «Sei solo un ragazzo, certe cose non le sai, lascia fare a me che ho quarant’anni di esperienza». Questo, più che la dichiarazione di non essere democratico, che non ha stupito nessuno, deve davvero colpire. Ma come? Un leader che ha saputo mobilitare con forza i giovani restituendo a loro il sogno del cambiamento, si rivolge al Presidente incaricato definendolo con tono chiaramente paternalistico e, insieme, come spesso accade a chi assume toni paternalistici, dispregiativo. Questo è un punto di grande interesse clinico nel dialogo tra i due, o, meglio, nel monologo soverchiante di Grillo.

Chi viene chiamato ragazzo è un uomo di 39 anni, padre di tre figli, capace di assumersi responsabilità istituzionali enormi, di guidare una grande città e un grande partito. Chiamarlo “ragazzo” non svela solo una megalomania di fondo del leader del M5S, ma manifesta inconsciamente il fantasma padronale che lo anima profondamente. Questo padre dichiara che non ha tempo da perdere per discutere coi figli. Non solo coi figli d’altri — tale è Matteo Renzi —, il che potrebbe anche essere plausibile, ma nemmeno con i propri. Per questo usa il mandato ricevuto democraticamente dal suo popolo per fare uno show che sarebbe semplicemente fuori luogo se non avesse una ricaduta politica che coinvolge fatalmente le sorti del nostro paese. «Sei solo un ragazzo!», urla il padre orco a chi immagina non sia degno di interloquire con lui. «Sei solo un ragazzo, taci! Lascia che parli Io!».

Quante volte abbiamo ascoltato dai nostri pazienti questa rappresentazione sadicamente autoritaria della paternità. “Sei solo un ragazzo!” è sempre il pensiero inconscio (o conscio?) del padre-padrone che nutre nel profondo di se stesso un odio radicale della giovinezza e che mostra con orgoglio di fronte all’entusiasmo di chi comincia una nuova avventura («ti spiego cosa vorremmo fare» prova a dire Matteo Renzi) le medaglie che gli danno il diritto di oscurare la parola del suo giovane interlocutore («Taci! Ho quarant’anni di esperienza più di te!»).

Non è questo lo schema che la Scuola di Francoforte ha reperito come fondamento di ogni famiglia autoritaria? Quante volte ci siamo trovati nella nostra vita privata e pubblica di fronte a padri così? Quante volte la forza e l’entusiasmo della giovinezza deve subire l’ostracismo di chi vuole metterli a tacere. Lo ha mostrato bene Michele Serra nel suo ultimo libro Gli sdraiati: il dono più grande che un padre possa dare ai suoi figli è non odiare la giovinezza, è avere fede nella sua forza generativa. Nel caso dell’incontro Renzi-Grillo le parti si invertono bruscamente come accade sempre più frequentemente anche nella nostra società: il figlio si mostra più responsabile del padre che, come ha commentato un simpatizzante del M5S, gioca a fare il bambino in un momento istituzionale che avrebbe richiesto la massima serietà.

Da buon padre-padrone travestito da adolescente rivoltoso, Grillo ha rivelato pubblicamente non solo la sua estraneità nei confronti delle consuetudini e delle regole democratiche, ma il fatto che può fare quello che vuole della volontà del suo stesso popolo costituito, in gran parte, di “ragazzi”. Vogliono che vada a discutere di politica e di programmi con Renzi per provare a dare una mano per salvare il nostro paese? Sono solo dei ragazzi, non hanno quarant’anni di esperienza. Lasciate fare a me. Lasciate che sia io a mostrarvi come me ne fotto della democrazia. La pazienza dolce e frustrata dello Svedese-Bersani lascia qui bruscamente il testimone al padre freudiano dell’orda che nel nome della sua propria Legge si arroga il diritto di fare quello che vuole al di là della Legge. Abbiamo già visto in diverse occasioni questo genere di padri prendere il potere. È allora che la maschera del giustiziere cade rivelando la smorfia orrida del tiranno che paternalisticamente considera i suoi sudditi solo dei ragazzi da disciplinare e da rieducare.

Massimo Recalcati (1959) è uno psicoanalista lacaniano. Da anni affianca alla pratica clinica la scrittura: oltre a collaborare regolarmente con Il manifesto e la Repubblica, ha pubblicato numerosi saggi, fra cui Il complesso di Telemaco (Feltrinelli), Cosa resta del padre?, L’uomo senza inconscio e Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione (Raffaello Cortina). A maggio 2013 è uscito per minimum fax il libro-intervista Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana a cura di Christian Raimo.
Commenti
9 Commenti a “Due generazioni allo streaming”
  1. scrive:

    Sottoscrivo e apprezzo.
    Lo Svedese è tra i miei personaggi preferiti in assoluto. La sua smorfia tragica rappresenta al meglio l’impotenza di questo periodo storico.

  2. Antonio Coda scrive:

    La psicopatologia prestata allo streaming è un colpaccio: magari da oggi i dottoroni potranno scartabellare le perizie buttando un occhio alle webcam lasciate accese dei loro pazienti. Grillo politicamente s’è dimostrato, anche questa volta, del tutto inadatto, ma se per rendercene conto occorre un Recalcati by Repubblica che deve dare del padre-orco all’oppositore sgradito, il più divertente di tutti diventa lo psicopatologo. Avrei qualche rettifica da fare sull’andamento del dialogo (basta vedersi lo streaming, e non è che Grillo entra incazzato dalla porta, è Renzi che dopo le prime difficoltà chiede a Grillo se abbia bisogno di aiuto per vendere i biglietti del suo prossimo spettacolo, al che Grillo gli ribatte che, se si doveva ricorrere al gioco della provocazione, lui c’ha quaranta anni di mestiere dalla sua per cappottare l’avversario: e poi si fa prendere dalla sua inutile e squalificata irascibilità; ma a questo punto o quello visto da me o quello visto da Recalcati era uno streaming taroccato.) I riflessi da padre-autoritario Grillo ce li ha eccome, però incasellare Renzi nel ruolino del povero giovane figlio è fare troppo il suo gioco. Lo scrive Recalcati stesso: “Chi viene chiamato ragazzo è un uomo di 39 anni, padre di tre figli, capace di assumersi responsabilità istituzionali enormi, di guidare una grande città e un grande partito.” Un povero figlio certe cose non le sa fare. Recalcati richiama Bersani come figura del padre-buono, ma sarebbe interessante psicoanaliticamente sapere quale figura associa a Enrico Letta: Renzi è del ’75, Enrico Letta del ’66: Letta chi è? Il fratello maggiore un po’ secchione spodestato dal birbante fratello minore? C’è un qualche archetipo che si potrebbe associare al comportamento di Renzi, a rischio di suggerire un pizzico di psicopatologia politicamente scomoda nel trentanovenne  che vuol passare per un giovane allo sbaraglio mentre adotta strategie politiche di scalata al potere grigie grigie grigie? Ai poster de L’Espresso & Co. la risaputissima risposta. In una recente copertina hanno ritoccato un dipinto di Napoleone con la sua faccia. Pensa te. Qui o si rimane interdetti da soli o trovano loro un modo per farti interdire.

  3. behemoth scrive:

    Sì, ok. Recalcati ha ragione sulla dinamica emotiva.
    E Grillo ha dei modalità comunicative autoritarie smussate e acuminate (dipende dai casi) dall’ironia,
    il che non lo rende rassicurante a chi crede in certi principi Democratici.

    Ma la piccola borghesia e borghesia chicsenzaradical che vota Pd (a parte qualche dolce vecchietto che ancora riesce a collegarlo al Pci), istruita, più o meno intellettuale, riesce a ragionare criticamente sulle volgarità altrui (berlusconiane e grilline e centrosocialiste, a seconda della “plebe”: cafona arricchita, frustrata anti casta, veteroradicale).

    Riesce a puntare il dito solo su “io non sono democratico con te” di Grillo.
    Poi però si gira dall’altra parte quando c’è un’imprenditore che decide i ministri o si fanno passare decreti che regalano miliardi alle banche o si fanno grandi opere completamente Inutili (giustificate con motivazioni psyco: tipo dobbiamo “aprirci” all’Europa).

    Però è bello usare Reich Adorno e Marcuse per criticare Grillo, non c’è dubbio.
    A me Renzi sta anche un po’ simpatico. Però non confondiamo le maschere comunicative con la realtà.

    La realtà oggi in Italia purtroppo è il ministero dell’economia.
    La realtà è che si parla di Democrazia veramente a sproposito.
    Si grida al Fascismo per ogni stronzata tanto che è quasi depotenziata questa accusa (e ce ne vuole!),
    la realtà l decide chi è democraticamente eletto ma organismi non eletti (bce, fmi).

    Poi certo il governo può essere più liberale di sinistra o più mafioso imprenditoriale,
    ma non parlate di regole democratiche, non tirate fuori Philip Roth o l’inconscio o la desublimazione repressiva o boh per fornire stampelle accademiche a una Bugia.

  4. Francesca Giannoccari scrive:

    sì, però se Grillo è così scemo da prendere tutti quei voti e non farci niente, o peggio fare come i bambini dell’asilo, o peggio fare proprio una cazzata dietro l’altra, significherà che la bce è cattiva ma ragiona meglio dei bimbominkia del M5S?
    Rivolterei la frittata. Non è che la democrazia è fritta perché c’è l’FMI. E’ fritta perché quelli che dovrebbero sostenerla sono fessi come i grillini e i loro capi.
    E i radical, saranno radical chic ma sono abbastanza intelligenti da farsi i loro giornali, le loro case editrici, le loro aziende di vestiti, di sciarpe, di cibi biologici. Ma almeno le fanno funzionare. Creano lavoro. Muovono soldi. Addirittura fanno cultura ogni tanto.
    Quegli altri che fanno? Fanno clic sul computer e pensano di avere fatto la rivoluzione. E’ purtroppo darwininanamente giusto che una sia la classe dominante e l’altra subalterna se fa la figura di merda in cui Grillo e co. stanno cadendo miseramente in queste ore. Rabbiosi per sempre. Subalterni per sempre.

  5. Lorena Melis scrive:

    Nella storia del nostro paese, da un ventennio e forse più, è tutto un triste “déjà vu”. Figli e donne valgono sempre di meno

  6. Hop-Frog scrive:

    Si potrebbe anche dire che in quella scenetta non c’erano affatto figli ma solo due padri: uno piu’ dominante e sguaiato, l’altro piu’ sottile e strategico.

  7. Giorgio scrive:

    che tristezza, per la difesa di renzi si vanno a scomodare la psicoanalisi e roth. direi che lo scontro è basato non solo su questo ma su ben altro, un uomo che si rende conto dell’altro che è giovane ma vecchio dentro, usato come un burattino per la sua estetica da boy scout parrocchiano, mentre gente di 50-60 anni assiste allo sfacelo del paese. si badi, quei 50-60 enni che non avevano potere. mica i radical chic tanto menzionati. quelli sì che scomodano la cultura per additare la rabbia come volgare, padronale, inutile.
    già, quando ce l’avevano loro nel 77 ed erano giovani borghesi travestiti da proletari allora andava tutto bene…

  8. vittoria scrive:

    Apprezzo Recalcati, analisi apprezzabile e motivata, attendo la stessa attenzione, spirito critico e analisi per quanto riguarda Matteo Renzi, gli spunti non mancano!

  9. vorrei replicare con le parole dello stesso Recalcati (del quale praticamente mi nutro da qualche tempo) nel suo intervento europaquotidiano.it, 27 luglio 2013 http://www.europaquotidiano.it/2013/07/27/rottamare-luci-e-ombre-del-conflitto/?fb_action_ids=461843097279873&fb_action_types=og.recommends

    “Ecco, nell’ideologia della rottamazione, io vedo due cose, se vuoi diverse tra loro: una luce e un’ombra. L’ombra ai miei occhi è evidente, ed è il rischio di riprodurre una conflittualità di tipo edipico, sebbene rovesciata di segno. La vecchia generazione non molla il posto, non vuole tramontare, non vuole uscire di scena, non vuole passare il testimone e uccide i figli, secondo un’inversione traumatica e paradossale del legame edipico: per cui non sono i figli che esprimono un voto di morte per il padre, ma sono i padri che occupano tutti i posti di potere e non sanno tramontare, sono i padri che uccidono i figli.
    L’ideologia della rottamazione reagisce però solo specularmente a questo problema, ponendo il rinnovamento in termini anagrafici, il che è una sciocchezza. Non è che essere giovani anagraficamente qualifica ed essere vecchio anagraficamente squalifica. Questa idea è un’idea ingenua e propagandistica. E, soprattutto, la parola rottamazione rischia di misconoscere il senso del debito e dell’eredità. Quando si dice che bisogna rottamare i padri, si rifiuta l’eredità, si rifiuta la continuità storica, si rifiuta la propria provenienza. E quando qualcuno rifiuta il debito s’incammina su un terreno assai scivoloso che non porta niente di buono, almeno dal punto di vista della psicoanalisi. È solo la soggettivazione del debito che rende possibile la separazion”

    Infatti Telemaco si muove per cercare il padre non per rottamarlo. E’ assieme al padre ritrovato/ritornato che libera la città dai proci . Renzi , assieme a tutta la retorica generazionalista, fa breccia sul rancore del figlio il quale non può ripercorrere il sentiero della restaurazione del padre padrone edipico.. Un percorso che l’attento Recalcati scongiura nella sua riformulazione lacaniana del desiderio intrecciato alla legge che per rimanere vivo ha bisogno del reciproco riconoscimento . Il padre è un testimone fragile . Senza il riconoscimento da parte del figlio di questa fragilità tutto rischia di irrigidirsi nel padre padrone edipico retrocedendo la stessa storia della psicnalisi ai primordi del freudismo più immaturo.

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