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Due giorni all’Expo: un reportage di Gianni Mura

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Pubblichiamo un reportage di Gianni Mura apparso sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autore e la testata. Vi segnaliamo due incontri con Gianni Mura dedicati a Non c’è gusto, edito da minimum fax: oggi, mercoledì 3 giugno, alle 18 alla libreria Feltrinelli Appia di Roma con Serena Dandini; domani, giovedì 4, alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna con Jenner Meletti.

Milano. Cuando Cubango suona bene, ci scriverei una canzone. È una provincia dell’Angola, capoluogo Menongue. Cuando e Cubango sono due fiumi. Quasi tutti i fiumi angolani cominciano per k: Kuatato, Kuelei, Kujambo, Kueve, Kuzumbia, Kapembe, Kueio, Kuito Kanavale. In minoranza Cuchi, Lomba, Longa, Matunga e Muhondo. Non fossi venuto due giorni di fila all’Expo, non l’avrei mai saputo. Oltre a saperlo faccio fuori una caldeirada, una zuppa di pesce e verdure su base di riso in bianco. dalla terrazza al quarto piano, tra le piante esotiche, ottima vista sulle carceri di Bollate. C’è di tutto, all’Expo. Ci sono andato un po’ prevenuto, come molti che vivono a Milano. Quelli duri e puri, stile Caparbio, ci hanno già fatto una croce sopra. «Coca-cola e Mc Donald’s tra gli sponsor contro la fame nel mondo? Non mi avrete».

Me, mi hanno. Perché da bambino andavo alla Fiera di Milano. Era in città, la sentivamo nostra, altroché una costosa escrescenza dalle parti di Rho, di Baranzate, tra svincoli autostradali e superstrade, dove spesso si perdono anche i tassisti. Alla Fiera davano un sacco di assaggi e nel dubbio arraffavo tutta la documentazione possibile, pieghevoli o semplici volantini, un paio di borsoni che poi avrei vuotato un po’ alla volta, leggendo tutto, dalla réclame del ferro da stiro a quella del Filamar Groppi. All’Expo di assaggi gratis non c’è l’ombra. A parte l’acqua, si paga tutto. E nemmeno si può fare scorta di volantini, l’argomento è troppo serio. Ho deciso di raccontare un viaggio, senza essere Alice nel paese delle Meraviglie né Chatwin né Gulliver. Ho deciso di non chiedermi mai «che ci faccio qui». Effetto-spugna, come al Tour. Full immersion, e vi andare. Andare, all’Expo, significa camminare parecchio e salire una quantità infinita di scale. Il mio viaggio di due giorni dura 21 ore, calcolando solo quelle all’interno dell’Expo, e se uno mi chiedesse la sensazione più forte gli direi che mi fanno male i piedi, ma anche la produzione di acido lattico degli arti inferiori non è disprezzabile. Bello il padiglione dell’Italia, ma quattro piani a piedi non ispirano simpatia. Gli ascensori ci sarebbero, ma riservati non ho capito a chi.

Accento brianzolo, una coppia. Lei: «Gino, stavolta non mi puoi dire no, voglio vedere la cerimonia del tè». Lui: «Ma dài, è una menata che durerà due ore. Fa’ come vuoi, io mi cerco una degustazione di vini italiani». Probabile ci sia andata anche lei. Nel padiglione giapponese, in giornata, non è in programma la cerimonia del tè. E un carrello avverte che la visita dura 50 minuti. Ripassare. Spagna, colori allegri, un patio ricreato all’interno, con gli aranci e il bar a tapas. Ora, non è che io pretenda un sottofondo di Segovia, ma questa musica da discoteca, a palla, cosa c’entra? Ah, guarda, in quell’angolo affettano, ovviamente a mano, il jamòn de bellota. Buono, sarebbe meglio il pane invece di questi stupidi similgrissini. Buono, ma anche il costo si fa ricorda. Un etto, 40 euro. E 8 due bicchieri di Tempranillo, alla giusta temperatura. Vuoi cavartela più a buon mercato? Una bella salsiccia dell’angolo slovacco, 8 euro, con la canonica salsa al rafano che fa lacrimare gli occhi. E un boccale di birra chiara da mezzo litro, 8 euro.

Le impressioni (impressioni, non certezze) si sovrappongono. Dopo due giorni ne restano tre. La prima è che ci sia un largo spazio in cui si sfrenano le idee degli architetti. Un raduno di archistar. Ci sono padiglioni davvero belli. Altri così così. più il Paese è famoso, più c’è coda. In quello degli Usa ho molto apprezzato le scale mobili, in quello dell’Estonia, tutto legno, le altalene che producono energie: gli estoni hanno ricreato un minibosco di betulle e garantiscono che da loro il wifi funziona anche nei boschi. Fuori dal padiglione del Brasile c’è la coda, ma per accedere a una rete di corda su cui tutti si sentono Indiana Jones. Un cocktail di frutta, niente alcol, 7 euro. L’acqua gratis è una bella idea: il decumano è lungo 1500 metri, il cardo 350. bella idea anche gli 80 mila metri quadri di teli che coprono il decumano. Proteggono dalla pioggia e forse eviteranno di stramazzare sotto il sole d’agosto, di cadere come corpo morto cade. Il richiamo dantesco m’è arrivato davanti al padiglione della Polonia. Molto legno anche qui, e una scritta accanto all’ingresso: «Abbiate una speranza, voi che entrate».

Un’altra impressione, che chiamerò 1/bis. È che nell’Expo convivono almeno due anime: una classica e una ultra-moderna. La prima è nei rimandi culturali. Prendiamo il famoso Albero della vita, che svetta su vegetali magrolini e vagamente malinconici e fa pensare alla vita degli alberi. La sua sommità è una stella a 12 punte che riproduce il disegno di Michelangelo quando ideò la piazza del Campidoglio. Visto di giorno, la prima volta, sembra il palo della cuccagna alla sagra di Cuernavaca. Ma col buio si mette l’abito di gala, si anima di luci, di scoppi, di brividi: seduta in cerchio la gente assiste come fosse a teatro, applaude le mutazioni più spiazzanti e veloci, insomma si gode lo spettacolo. Realizzato nel Bresciano, destinato al mondo (Dubai, si dice, ma non è sicuro). L’emozione più forte è stata l’ingresso nel padiglione Zero, Divinus Halitus Terrae c’è scritto sulla facciata. Ripercorre la nostra storia, nostra di esseri umani, partendo dalle caverne.

L’archivio della memoria, l’insieme delle conoscenze si può definire una stupenda cattedrale lignea, con centinaia di cassetti aperti e chiusi. Vien da pensare a una biblioteca borgesiana. E sulla parte di fronte senza sosta vengono proiettati filmati di lavoratori della terra e del mare, pastori, pescatori e contadini, può essere Salento come Uzbekistan, cambiano i volti, ma non la sacralità e la fatica dei gesti. Dovessi indicare una cosa da non perdere, direi questa. Ma anche il documentario breve (12 minuti) girato da Ermanno Olmi, che ogni giorno è mostrato nella zona di Slow Food. Nessuna parola, solo un accompagnamento musicale su immagini che solo un regista-poeta (quanto tempo è passato dall’Albero degli zoccoli?) dal grande senso civile poteva assemblare. Vedere l’effetto che fa una goccia di petrolio in un contenitore pieno d’acqua crea più coscienza ecologica in due secondi di cinque conferenze di due ore. Non a caso il titolo di Olmi è Il Pianeta che ci ospita. Per dire che non è nostra e possiamo fare quello che ci pare, ma l’abbiamo ricevuta e la dobbiamo trasmettere.

La seconda impressione mi riporta a scuola, quando la maestra scriveva fuori tema. Giudizio meno pesante di un’insufficienza, ma negativo per la sua parte. Tema di Expo: Nutrire il Pianeta. Energia per la vita. Qualcuno l’ha centrato. Per esempio Oman, uno dei posti dove piove di meno, illustra come non sciupare, anzi tesaurizzare, le riserve d’acqua. E Israele, con una serie di filmati molto coinvolgenti. E l’Angola, con una realizzazione ultramoderna che paragona la forza delle donne al baobab. Qu mi danno un depliant ma è scritto in tedesco, poi ne rimedio uno che mi fa scoprire Cuanda Cubango. Per il resto, parlano di biodiversità. Paesi seminati a ogm, ma insomma, come si dice a Milano, se la va la g’ha i gamb. Quasi tutti puntano sui vegetali: alberelli, fiori di tutti i tipi, veri orti. Come la Francia, al termine della prima sera li ho maledetti in lingua originale perché dal decumano all’ingresso ci saranno stati 30 metri, ma diventavano circa 200 con il passaggio obbligato, come nei labirinti, tra pomodori e melanzane, rosmarino e peperoncino. Un orto didattico anche a Slow Food. Già che c’ero, degustazione di quattro formaggi 8 euro, con bicchiere di vino 10. formaggi: Bitto, Castelmegno, Vastedda del Belice e, mai essere sciovinisti, Bleau d’Auvergne. Ora, in questi mesi di Expo so che ci saranno cose (eventi) più mirati. Ma, più che nutrire il Pianeta, Expo mostra come ci nutriamo in Italia, in Russia, in Uruguay, in Giappone.

Finita sui giornali la ricevuta di una signora che, bevendo acqua, per una cena giapponese ha speso 115 euro. Allo stand iraniano, assai piacevole, si spende molto di più comprando caviale, e al chiosco Franciacorta il caviale targato bs (Calvisano, per la precisione). La parte del Pianeta che Expo nutre è quella che va ad Expo e decide, secondo curiosità e abitudini, cosa vuol mangiare. Il ristorante più affollato è Mc Donald’s. Preciso di non aver provato la linea Eataly, un po’ perché le cucine regionali le conosco tutte, un po’ perché mi ero deciso per la Basilicata, regione lontana da dove vivo, ma non dal mio cuore. Vedo che è accoppiata alla Calabria, la giudico operazione arbitraria e rinuncio. Mi avevano detto: prova l’Iran. Lo provo. M’informo sulla presenza di teste d’aglio sottaceto. La spedizione è partita, ma deve arrivare. Colazione Milano-Teheran: riso Basmati allo zafferano con ossobuco (ma d’agnello), gelato allo zafferano. Servizio in guanti bianchi, piatti di porcellana. Una quarantina d’euro in due.

La fame nel mondo all’Expo è fuori dai cancelli. La si può trovare, ma bisogna cercarla. Nel padiglione del Vaticano, all’esterno coperto da scritte sul pane quotidiano, filmati sulla difficoltà di vivere. Visto uno, molto bello, su una famiglia di Guayaquil. Commento all’esterno, di un tipo sulla quarantina: «È costato tre milioni di euro, era meglio se li davano ai poveri». So già per chi vota. Ogni tanto mi ricordo di essere un giornalista e chiedo a una signora cinese: «È venuta dalla Cina?». «No, abito a Milano in via Nicolini». I giorno dopo chiedo a un signore cinese: «È di Milano?». «No, di Pechino». Mi riprometto di non fare più domande ai cinesi.
Ci sono molti stranieri, e molti non abitano a Milano. Due anziane inglesi si scattano selfie davanti a un enorme barattolo di Nutella. Davanti all’Albero della vita ci sono poltroncine rosse a forma di trottola. Un gruppo di ragazzi ondeggia come i dervisci danzanti e rotea sempre più in basso e sempre scattando selfie. Spero che cadano senza farsi male, ma non cadono.

L’Olanda va sulla sagra: l’ingresso pare quello di un sex shop, all’esterno furgoncini folcloristici vendono patatine fritte (4,50 al cartoccio), salsicce, birra. In questo ramo, direbbero a Genova, abbiamo già dato. L’Austria è una boccata d’aria fresca: un bosco vero. Anche qui c’è la coda. Il padiglione cinese ha un bel tetto e una bella mostra di sculture in terracotta. Purtroppo non sono in vendita: mi piaceva un bambino grasso con un’oca in braccio. Invece le solite cineserie, come le matrioske nel padiglione russo. Si consuma, qui dentro. La lotta contro la fame si trova dove la fanno sul serio, e tutti i giorni: alla Don Bosco, alla Caritas, a Save the Children, nel suo villaggetto di legno, tante idee in poco spazio. Un bambino, mettiamo, di 8 anni gioca al computer che gli chiede età, famiglia, scuola, insomma vita, e poi gli chiede: vuoi vedere come vive un bambino della tua età che non è nato in Italia? C’è da scegliere: Etiopia, Siria, Liberia, India, altre ancora. Il gioco di scambio, che non è un gioco, continua: ora che ti sei scambiato con lui, cosa faresti se scoppiasse una guerra? E se morissero la capra e le due galline che assicuravano un minimo di cibo? Ogni giorno muoiono di fame e malnutrizione 17 mila bambini sotto i cinque anni. Nella classifica dei Paesi in cui è più facile essere mamme è in testa la Norvegia, segue in blocco la Scandinavia, l’Italia ben piazzata (gradino 12), davanti a Francia (23) e Usa (33). In coda Haiti e Sierra Leone.

Come nelle antologie, viene spontaneo per l’Expo guardare chi c’è e chi non c’è. Non c’è la Norvegia, e con lei tutti i Paesi scandinavi. Ci sono Paesi minuscoli e non il Canada, l’Australia, l’India, le Filippine, la Nuova Zelanda. Sagarianamente attratto dai Paesi minuscoli o poco frequentati, vado alla ricerca di Sao Tomé e Principe, Vanuatu, Benin, Gambia, Zambia, Isole Salomone. Non ci sono ancora, sono inseriti nei cluster (chiedo scusa, ma l’inglese è la lingua ufficiale all’Expo: il decumano si chiama World Avenue). Sono raggruppamenti tematici (il cacao, i tuberi, il riso), che raccolgono rappresentanze non in grado di andare da sole. Povere, diciamolo. Lo spazio di un monolocale con due o tre poster turistici, un filmato ben che vada, qualche oggettino d’artigianato in vendita: questo ho visto nei pochi già aperti. I ritardo non è colpa loro, sarebbe il caso di dargli una mano perché possano raccontarsi.

Ho visto una copia della Madonnina esposta ad altezza d’uomo. Meglio ad altezza Duomo. Ho visto l’uccello portafortuna fuori dal padiglione ceco. Creatura inquietante, perché la parte posteriore è un cofano d’auto e un’ala si prolunga come quella di un aereo e spande acqua. È la sintesi di natura e tecnologia, ha spiegato il suo ideatore, Lukàs Rittstein. Ci guardiamo per un po’, con la creatura (Kafka passeggia sullo sfondo) e dico al cortese accompagnatore: non credo che tutti gli uccelli portino buono. Cos’è questo, di preciso? Serie di telefonate, temo di essere scambiato per un pazzo, un ornitologo o un ornitologo pazzo. Vado a festeggiare in Inghiterra, bel giardino fiorito e l’alveare come idea ispiratrice: un enorme gomitolo metallico dove si sente i ronzìo, anzi il rombo, delle api. Nel padiglione turco ho chiesto un caffè turco. Ma avevano solo tè. Mi è andata meglio da Illy, e vorrei vedere: un euro, come al bar sotto casa, a dimostrare che non tutti ci marciano.

Terza impressione: ero preparato al peggio e non l’ho trovato. Un paragone con Gardaland, o Disneyland, in parte ci sta. Ma da questa megaesposizione organizzata dall’Italia esco meno pessimista di quando ci sono entrato. Ho trovato: buone maniere, tanti sorrisi, servizi igienici più che dignitosi. E moltissime possibilità di sedersi a riposare senza dover consumare. Questo si è stupefacente, per Milano e per il resto dell’Italia. Ho immaginato: i lavoro massacrante per costruire, dopo i ritardi e le ruberie che sappiamo a memoria. E quello di ogni notte, per le pulizie, i rifornimenti, la sorveglianza. Ho visto: gente che aveva voglia di mangiare, ma anche di sapere. Tantissime le scolaresche, dalle elementari ai licei, tutti dotati di telefonino e contenti di confrontarsi con tecnologie avanzatissime che Guido Fuà, il fotografo, ha cercato di spiegarmi, specialmente nei padiglioni di Giappone e Corea del Sud. Qui, se tu scarichi l’app dell’Expo e infili il cellulare lì, puoi catturare le immagini di cibo che vedi su quel cono di luce e inserirle nel cellulare. Gli ho detto che non era il caso. Prima di uscire, un cocktail allo zenzero (5 euro) nello spazio amanita. E una certezza: Expo non è il raccolto, è la semina. Qualcuno si ricorderà qualcosa: un flash, un filmato, una percentuale, un colore, un sapore, una faccia, una goccia di petrolio. E si documenterà, studierà, penserà a cosa può fare. Qualcuno o molti.

Gianni Mura (Milano, 1945), è uno dei maestri del giornalismo sportivo italiano, erede della grande tradizione inaugurata da Gianni Brera. Dal 1976 scrive sulle pagine sportive di Repubblica. Dal 1991 firma con la moglie Paola una rubrica di enogastronomia sul Venerdì di Repubblica. È autore dei romanzi Giallo su giallo (Feltrinelli, 2007) e Ischia (Feltrinelli, 2012). Nel 2008 minimum fax ha pubblicato La fiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour. Nel 2011 gli è stato conferito il premio Coni alla carriera.
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