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E allora com’è l’ultimo romanzo di Houellebecq?

Questo pezzo è uscito su Ultimo Uomo.

di Carlo Mazza Galanti

Il rapimento di Michel Houellebecq

L’enlèvement de Michel Houellebecq (Il rapimento di Michel Houellebecq) è un lungometraggio di Guillaume Nicloux trasmesso su Arté qualche mese fa con protagonista lo scrittore francese rapito da un trio di simpatici e corpulenti personaggi. Questi segregano “Michel” all’interno di una casa frugale in una sorta di comune periferico, nell’attesa di istruzioni. Al momento del rilascio, un uomo dalla fisionomia medio-orientale si presenta dentro una macchina nera per consegnare ai rapitori il compenso per il lavoro eseguito: “Mi sembra di averla già vista, forse a un processo per terrorismo, è possibile?” domanda placidamente lo scrittore, “È possibile” risponde l’uomo. Al di là del riferimento al potenziale retroscena jihadista, la nota saliente del film è senz’altro il clima di distensione, il calore da focolare domestico e l’immediata confidenza che il rapito trova e riflette intorno a sé: nessuna tensione, nessun timore, nessuna vera preoccupazione (se non quella di avere un accendino per le molte sigarette da lui fumate), perfino il prodursi di una vera e propria solidarietà, se non amicizia, tra i protagonisti del rapimento. È come se l’obiettivo della sceneggiatura fosse articolare una specie di commento allegorico intorno alla poetica e alla personalità di Houellebecq: una soffice sindrome di Stoccolma, l’uomo immerso negli eventi catastrofici, rapito dal mondo, e allo stesso tempo dotato di un imperturbabile distacco che nulla ha di eroico, semmai il profilo di un disincanto fatalistico quieto e totale, di una connivenza spontanea, e in fondo di un bisogno inconfessato di fraternità e di amore. Tutto ciò inibisce il dramma, vanifica il giudizio morale, lo sfogo della denuncia, esclude qualsiasi iniziativa da parte del protagonista e in qualche modo (in questo mi sembra risieda la genialità del film) riflette l’orizzonte etico e psicologico incarnato dai molti narratori e protagonisti dei romanzi di Houellebecq, compreso l’ultimo, bellissimo, Sottomissione.

2022, l’islam s’impone in Francia
François, il protagonista, si presenta subito come un riconoscibile narratore houellebechiano: estremamente solitario, sessualmente predace, piuttosto passivo e disilluso rispetto al suo mondo e al suo futuro, dotato di un’intelligenza raffinata e sottilmente cinica. François è un professore universitario specialista di Joris Karl Huysmans, autore di Controcorrente (À rebours), capolavoro narrativo del decadentismo francese, esteta trasgressivo convertito al cristianesimo all’età di quarantaquattro anni. Esattamente alla stessa età il protagonista di Sottomissione si convertirà all’Islam. Il lavoro letterario di François ha una parte molto importante nel romanzo, la riflessione su Huysmans e la sua parabola esistenziale incrocia quella del protagonista ed entra in forte risonanza con gli eventi politici descritti nel libro. Quali sono questi eventi, almeno a grandi linee, è ormai abbastanza noto: siamo nel 2022 e Mohammed Ben Abbes, fondatore e leader carismatico di “Fraternité Musulmane”, primo (in verità primo significativo) partito islamico dell’esagono, ottiene l’incarico alla presidenza della repubblica e intraprende un’opera di islamizzazione della società e delle istituzioni francesi. Come si arriva a un simile rivolgimento degli orizzonti politici è spiegato dal narratore con una certa precisione. In sintesi, gli opposti estremismi montati alla ribalta negli anni precedenti – integralismo islamico e cattolico – si elidono a vicenda, anche il tradizionale bipolarismo parlamentare moderato scompare per effetto di una crisi tanto culturale quanto economica. L’unico soggetto forte rimasto, accanto a un Fronte Nationale guidato da Marine Le Pen e sempre più presentabile, in forte crescita ma abbastanza slegato dalla base, è appunto questo Islam moderato e molto plastico capace di andare incontro a un presunto inespresso bisogno di “patriarcato” e di “sottomissione” (sottomissione è il primo significato della parola “Islam”) diffuso nell’esausto Occidente laico liberale. In mancanza di una strategia migliore, sia il centro-destra che il centro-sinistra si alleano a Ben Abbes sostenendo la sua candidatura, e il gioco e fatto.

Con altrettanta visionaria precisione è descritta la trasformazione sociale ed economica del paese. La tenuta di questo scenario, almeno dal punto di vista di un lettore mediamente inesperto di faccende economiche, è abbastanza solida da reggere senza intoppi la finzione fantapolitica e stimolare la riflessione. Se c’è un aspetto che davvero stupisce è l’abilità con cui Houellebecq riesce ed amalgamare una profonda cultura letteraria (l’ambientazione accademica, le speculazioni sempre coinvolgenti intorno ad autori otto e novecenteschi, spesso convertiti al cattolicesimo come Bloy, Claudel, Peguy o lo stesso Huysmans) a una fervida immaginazione sociologica e politica, certamente frutto di un lungo lavoro di osservazione e lettura quanto di un’intelligenza fantastica di rara potenza e precisione.

Un profeta, un capro espiatorio
Perché di fatto d’ipotesi fantastica si tratta, e come tale, in un senso precisamente artistico e letterario, va trattata. Non è una questione di poco conto, vista l’entità del momento e del contesto in cui esce il libro. Quello che sta succedendo in Francia, ciò che è successo mercoledì 7 gennaio, col sovraccarico della copertina di Charlie Hebdo dedicata proprio quel giorno (perché giorno dell’uscita in libreria del romanzo) a Michel Houellebecq, per quanto drammatico e urgente, appartiene all’orizzonte fattuale della cronaca, ed è forte il rischio che una coincidenza così clamorosa renda alquanto difficile a questo libro districarsi da questioni che non gli competono, dalle vischiosità di un reale che neppure l’autore avrebbe potuto immaginare così insidioso.

I fatti occorsi saranno certamente utili a esaurire le successive ristampe del libro in giro per il mondo e a produrre come già è accaduto, una messe d’ipotesi e svisati proclami intorno alle profezie houellebechiane, se non addirittura condanne alla responsabilità di quest’autore che in passato non ha lesinato (dentro e fuori dai libri, basti pensare al finale massacro terroristico di Piattaforma) parole urticanti sulla religione di Maometto. “Sfortunatamente, alcuni cosiddetti intellettuali hanno buttato benzina sul fuoco, come lo scrittore Michel Houellebecq” sentenzia ad esempio, intervistata all’indomani della strage da The Times of India, la collega e giornalista Françoise Noiville, senza rendersi conto non soltanto della propria miopia letteraria, ma anche del pericolo, per l’autore di Sottomissione, costituito da simili incaute esternazioni. Sempre si cercano profeti o capri espiatori, e gli artisti sono da sempre ottimi candidati a entrambi i ruoli.

Verità della cronaca e verità romanzesca
Sottomissione si muove in uno spazio di pensiero parecchio distante da quello che fisiologicamente attraversa i media in questi giorni. Comunque si voglia intendere l’ascesa al potere di Ben Abbes e la conversione all’Islam del protagonista del romanzo, non soltanto Houellebecq porta sulla religione del Corano e sulla religione in generale (le ultime pagine del libro postulano un’equivalenza sostanziale tra cristianesimo e islamismo: perciò il secondo potrà impiantarsi così facilmente sul terreno del primo) uno sguardo molto più clemente e interessato che nelle opere precedenti (e di certo, non credo sia indelicato affermarlo, uno sguardo molto più rispettoso di numerose vignette pubblicate da Charlie Hebdo). Non soltanto il contesto fantapolitico immaginato ci allontana decisamente da quanto sta realmente accadendo e verosimilmente accadrà (pochissimo spazio dedicato al terrorismo islamico per esempio, un partito mussulmano moderato e riformista che in meno di dieci anni arriva a imporre un presidente nella laicissima Francia, a legalizzare la poligamia e l’esclusione delle donne dai posto di lavoro, per dire alcune delle cose più evidentemente impossibili): tutto ciò sembra molto meno un tentativo dire vedere come andrà il futuro (o almeno il futuro prossimo) che un modo di piegare il reale a precise ossessioni individuali. Ossessioni incarnate in uno straordinario oggetto letterario, e capaci di spiazzare, infastidire, dislocare lo sguardo dell’analista politico, del giornalista, del commentatore da social network.

D’altronde questo non è l’ultimo dei compiti storici del romanzo, da Don Chisciotte in giù: spaesare, sgretolare le credenze calcificate in ideologie, scompigliare le carte, muoversi nell’ambiguità. Il rapporto che Sottomissione intrattiene con la realtà, al di là delle apparenze, non è molto diverso da quello che celebri ucronie come Roma senza papa di Morselli o La svastica sul sole di Dick intrattenevano con la loro contemporaneità, e con il presente: soprattutto il primo, e l’Islam politico integrato e irenista di Houellebecq assomiglia più al cattolicesimo postconciliare di Morselli che a quello di cui parlano continuamente i mezzi di comunicazione. Probabilmente questo libro finirà con l’essere considerato degno compagno, negli anni a venire, di queste grandi opere complesse ed elusive, dove al lettore attento e paziente spetta l’arduo compito di decrittare, sviscerare, identificare gli ingranaggi nascosti e comunque sempre fragili e soggettivi che le tengono agganciate alla realtà. Le osservazioni più stupide che si possono rivolgere a questo libro sono dunque senz’altro quelle di chi, in un modo o nell’altro, pretende di assimilarlo un saggio o a un pamphlet politico: “l’autore de Le particelle elementari si mette improvvisamente e atrocemente a somigliare a quegli editorialisti politici di serie B che nei loro bestseller preelettorali hanno agitato lo spauracchio dell’invasione dell’islam” ha affermato il critico Sylvain Bourmeau in un articolo tradotto da l’Espresso, mancando completamente il bersaglio e inscenando uno sdegno dal sapore fortemente perbenista.

Houellebecq è Houellebecq è Houellebecq
Più utile sarebbe leggere Sottomissione (in uscita in Italia per Bompiani il 15 gennaio, nell’ottima traduzione di Vincenzo Vega) all’interno del corpus di opere prodotto fino ad oggi da Houellebecq e dei suoi temi: la solitudine e la sofferenza endemica nelle società occidentali, la sessualità come estremo tentativo di salvezza e “comunione”, una sessualità ostentamente eterosessuale e fallocentrica (che certamente, come già in passato, darà fastidio a molte donne), che H. riconduce adesso all’alveo profondo di un patriarcato mai completamente rimosso dalla nostra coscienza culturale e a un bisogno represso di trascendenza, di fede. In questo modo Houellebecq compie in qualche modo il percorso dei suoi personaggi, da Estensione del dominio della lotta in poi, entro un orizzonte religioso, ambiguamente e abbastanza disperatamente religioso, ma più lucido e penetrante e forse effettivamente “reale” del grottesco new-age ritratto ne La possibilità di un isola. La fede come ultimo gesto della libertà occidentale, la quale sceglie liberamente di rinunciare a se stessa. Nessun attacco all’islam dunque, semmai la profonda disaffezione dello scrittore per il sistema di valori nel quale è nato e cresciuto, la stessa che attraversa e sostanzia la sua intera opera narrativa e poetica. Ciò che resta nella testa del lettore di quel complesso paesaggio politico, delle avvincenti discussioni filosofiche, sociologiche, letterarie intraprese dai personaggi, è anzitutto la presenza quasi carnale del libro, la sua asprezza e il suo calore, l’odore pesante di umano che ne emana, il dialogo serratissimo con un autore e le sue idiosincrasie. Idiosincrasie che modellano prepotentemente il mondo (politico, culturale, antropologico, storico) per renderlo in qualche modo loro conforme e che, certo, si offrirono al lettore come uno specchio, come reagenti capaci di agitare qualcosa in noi, di riferirlo al nostro ambiente e modo di vivere, sentire, interagire con i nostri simili. E quindi alla nostra storia. Emmanuel Carrère, nella sua entusiastica recensione del libro, ha parlato di una “enorme mutazione che tutti noi sentiamo essere in corso senza avere i mezzi di analizzarla, e che non concerne soltanto la civiltà occidentale ma lo status dell’umanità”, una mutazione che Houellebecq, al centro dei suoi libri, sa testimoniare come forse nessun altro. “Un autore è innanzitutto un essere umano, presente nei suoi libri… pertanto un libro che amiamo è soprattutto un libro di cui amiamo l’autore, che abbiamo voglia di ritrovare, col quale abbiamo voglia di passare le nostre giornate”, dice François pensando a Huysmans.

Un futuro al condizionale
Sottomissione è insomma un notevolissimo romanzo, un romanzo al cento per cento houellebechiano, denso, corposo, disturbante, tra i migliori da lui mai scritti. Un libro che non può lasciare indifferenti, e che torna in qualche modo all’asciuttezza dei primi lavori, al nocciolo amabile e scandaloso della poetica dell’autore, ai motivi e all’audacia intellettuale che l’hanno reso famoso e interessante agli occhi del mondo. Chi si affaccerà su queste pagine cercando la soluzione al disorientamento di fronte alla “questione islamica” probabilmente troverà soltanto le risposte che altri – il pensiero comune – hanno già elaborato al posto suo, e forse lo disdegnerà, o comunque non saprà davvero apprezzarlo. Chi vorrà riconoscervi uno stupefacente esperimento di pensiero, sfuggente e affascinante come quell’individuo disincantato e preoccupato per il suo accendino nel bel film di Nicloux, l’autore di alcuni tra i romanzi più significativi degli ultimi decenni, potrà forse trovarvi anche rudimenti di risposte, lontani e sfocati, indeterminati e ipotetici come il condizionale che coniuga e chiude, in una strana reminiscenza di Georges Perec, le ultime pagine del libro.

Commenti
17 Commenti a “E allora com’è l’ultimo romanzo di Houellebecq?”
  1. Giorgio scrive:

    scusate ma il libro non è ancora uscito. non potete aspettare che intanto lo leggiamo?

  2. Stefano Trucco scrive:

    Beh, dai, in fondo il nome dell’assassino non l’hanno detto.

  3. Luca P scrive:

    Esce una recensione in anteprima, due giorni prima che esca il libro recensito. Un lettore (Giorgio) teme che la lettura della recensione possa condizionare o rovinare la lettura del libro. Anziché realizzare (e Stefano Trucco con lui) che basta non leggere la recensione per evitare il pericolo, è convinto (anzi, sono convinti) che la recensione abbia poteri telepatici.

    Altri lettori, pensano che dare un’occhiata a una recensione un paio di giorni prima che il libro (di cui stanno parlando in tanti) esca, possa aiutarli a capire se comprarlo o no.

    Però, davvero, questo pezzo dal titolo così poco ingannevole (è una recensione all’ultimo libro di M.Houellebecq) non ha poteri telepatici. Se non lo leggete, non dominerà la vostra mente come qualcuno teme. Non abbiate paura.

  4. RobySan scrive:

    O Trucco; lo dici tu che il nome dell’assassino non c’è. E’ crittografato nel paragrafo “Houellebecq è Houellebecq è Houellebecq”.

  5. Giorgio scrive:

    scusate credevo che questo fosse il blog di una comunità di lettori non l’ufficio stampa di bompiani e che qui non si convincesse la gente a comprare un libro ma si condividessero delle analisi. se un libro ancora non c’è e tu mi scrivi una recensione di tre pagine non è più condivisione ma un qualcos’altro che non serve a nessuno. certo che posso aspettare una settimana e rileggermela ma lo stesso rimane la questione di metodo. eh ma capisco che c’è la gara a chi ha detto prima cosa.

    p.s. ma poi chi è che per comprare un libro deve conoscere tutta la trama e farselo analizzare preventivamente?

  6. Stefano Trucco scrive:

    In effetti volevo fare dell’ironia sulla fobia degli spoiler, diventata particolarmente isterica con la chiacchiera letteraria online. Per parlare seriamente di un libro o film o serie tv devi discuterne anche il finale; se aspetti che l’abbiano letto/visto tutti non ne parlerai mai seriamente e ti limiterai a fare del marketing o dello snobismo.
    Mi sa però che la battuta ‘didn’t came off’.

  7. Carlo Mazza Galanti scrive:

    @Giorgio hai ragione sulla gara a chi arriva per primo, ma una delle funzioni delle recensioni è anche orientare la lettura, perciò leggere la descrizione di un libro prima di comprarlo può essere utile.

  8. Carlo Mazza Galanti scrive:

    Il libro esce dopodomani.

  9. Luca P scrive:

    Trucco: chiedo scusa. La battuta non l’avevo capita ma rileggendo non era difficile capirla. Son stato fesso, lo ammetto. Scusami ancora.

    Giorgio: mamma mia come sei melodrammatico. L’ufficio stampa di Bompiani! Che brutte battute. Sempre così aggressive e piene di insinuazioni. Ma è la vita che vi spinge a essere sempre acidi e a insinuare cose assurde quanto brutte o l’atmosfera della rete (la stessa che forse non mi ha fatto capire la battuta di Trucco?)

  10. Simone Nebbia scrive:

    Buongiorno Carlo e redazione,
    grazie di questo scritto, apprezzato come quello di Carrère di pochi giorni fa. Houellebecq è un autore in grado di diventare nei suoi libri il proprio stesso bersaglio, non mi stupisce trovarlo ora di fronte all’ossessione di una civiltà. Lo fanno tutti i grandi scrittori, sentono di poter sfidare l’umanità e ne tracciano con la penna un’altra, di fianco, speculare. Terribile. Lo leggerò, l’avrei fatto anche svelando l’assassino. Sarebbe, tra l’altro, il primo degli assassini svelati stando alle indagini di questi ultimi giorni.

    Simone

  11. Carmine Spadaro scrive:

    Ringrazio la redazione di M&M per aver sottoposto alla nostra attenzione questo bellissimo pezzo di Carlo Mazza Galanti. Sarebbe auspicabile che il livello critico degli articoli che sottoponete all’attenzione dei lettori fosse sempre di tale temore. Grazie ancora.

  12. matteoZ scrive:

    “. In sintesi, gli opposti estremismi montati alla ribalta negli anni precedenti – integralismo islamico e cattolico –”

    l’integralismo cattolico non esiste nel libro, esiste l’estremismo della destra ultra-nazionalista ( i cosidetti “identitari” )

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