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E Cuba aspetta Godot

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

L’AVANA. A un certo punto, dopo più di due settimane a cercare il volto di quella che chiamano “la nuova Cuba”, tutto mi appare improvvisamente chiaro. Sono a Miramar, il quartiere delle ambasciate, a casa della scrittrice che ovunque in Europa chiamano per capire qualcosa di quest’isola caraibica che esattamente da un anno ha ricominciato a parlare con gli Stati Uniti dopo oltre mezzo secolo di gelo.

Wendy Guerra si definisce “uno dei tre Moschettieri di Cuba”. Molto spesso infatti si ritrova assieme agli altri due scrittori simbolo – Gutiérrez e Padura – per raccontare all’estero una patria che ama e odia, un governo in cui non ha mai creduto, e un sogno che, a suo dire, era una semplice utopia di cui però molti occidentali mantengono un’idea romantica. Ma non è questo a colpirmi nell’attico in cui Wendy Guerra passa le sue giornate a lavorare. È che improvvisamente, quando alludo a un confronto fra l’estrema povertà dei cubani e l’estrema povertà degli europei (un dato inconfutabilmente favorevole ai cubani), lei salta su e con durezza mi dice: “Pretendo che non mi si chieda di fare alcun confronto con l’Europa. Non ha senso. E del resto: voi cercate di capire Cuba, ma questo è un paese senza capo né coda e siamo noi i primi a non capirlo”.

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Taccio. E penso che in una sola frase, mi sono finalmente trovato davanti a due idee che man mano, in questi giorni, si stavano facendo largo attraverso il caos dei paradossi che contraddistingue Cuba. Da una parte, la complessità immane che segna questa realtà, a tal punto intrisa di contraddizione da risultare sostanzialmente incomprensibile. E dall’altra, il disinteresse quasi completo dei cubani verso l’Europa, come se, a parte quel mondo opulento dove alcuni sono fuggiti, il resto fosse avvolto in una nube che a pochi interessa davvero dissolvere. Come capirci qualcosa allora? Se la misura è la contraddizione tanto che gli stessi cubani si arrendono di fronte al bisogno di capire se stessi, e se qualsiasi confronto è impossibile e nessuna unità di misura esterna è accettata, dove trovare un filo?

Ma vie imponderabili si aprono all’improvviso proprio quando sembra che tutto sia perduto. E così, per caso, mentre Wendy si alza per preparare un caffè e io mi guardo attorno tra fotografie d’autore e pezzi d’arte, a un tratto faccio il nome di un uomo con cui ho pranzato giorni prima, un cubano molto interessato all’Europa, un personaggio unico e dalle mille vite: Pepe Horta. Allora, di nuovo, Wendy salta su, scrolla le spalle e mi fa: “Ti sei trovato bene con questo Pepe qui. Ma Pepe non è uno. Pepe è mille. C’è un Pepe per ogni sua età e ogni mondo in cui ha vissuto. Chissà. Forse la prossima volta che tornerai, troverai un nuovo Pepe. Perché vedi: Pepe è contraddittorio e multiforme come Cuba. Pepe è Cuba”.

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(Pepe Horta)

Chi è Pepe Horta allora? E perché ci può spiegare Cuba meglio di qualsiasi altro dei mille personaggi che affollano le strade dell’Avana? Quando mi ha invitato a pranzo a casa sua, diluviava. Non lo avevo mai visto prima. Avevamo soltanto amici comuni che mi avevano consigliato di non lasciare l’isola senza averlo conosciuto. Ma lui che interesse poteva avere a invitarmi addirittura a pranzo? “Un ospite qui che vuole capire Cuba?” mi ha detto al telefono “Non si può che partire dalla cucina e io cucinerò per te”.

Poi ha cambiato discorso. Ha ripetuto che in un diluvio del genere non potevo muovermi. Dunque con la vecchia auto russa è venuto a prendermi. Pochi isolati tra le vie a scacchiera del Vedado e eccoci a casa sua, una specie di galleria d’arte. “I miei amici artisti mi lasciano qualcosa in cambio di ospitalità” ha detto “E molti poi sono regali del cosiddetto “gruppo degli anni Ottanta”, artisti che io in quel periodo contribuii a lanciare. Adesso però sono interessato soprattutto alla gastronomia come forma d’arte. Tornando a Cuba due anni fa ho deciso di riscoprire l’isola e questo è uno dei passi decisivi”. Sì perché per quasi vent’anni Horta ha vissuto tra gli esuli di Miami, benché prima fosse stato un pilastro della cultura di stato.

Ma andiamo con ordine. Se per capire Cuba dobbiamo capire Pepe, è bene prima scandire le tappe della sua biografia. Nato nel 1952, il giovane Pepe è un ottimo studente di chimica quando nel ‘69 lo Stato lo invia a specializzarsi in Ungheria. Lì vive quattro anni. Abbastanza per capire che la sua strada è un’altra, tornare all’Avana e votarsi all’arte. Inizia a lavorare all’Istituto del Cinema di Cuba, collabora con Alfredo Guevara, grande personalità del cinema cubano fin dal trionfo della rivoluzione nel 59, entra nell’organizzazione del Festival del cinema latinoamericano finché, nell’85, segue Guevara a Parigi in qualità di promotore culturale per l’Unesco.

Tra l’85 e l’89 organizza esposizioni ovunque, gira il mondo, in Italia diventa amico di Gillo Pontecorvo e Inge e Carlo Feltrinelli, e quando torna all’Avana, assume la direzione del Festival del Cinema. Sono anni trionfali che culminano con il successo straordinario di Fragola e Cioccolato, storia di amore omossessuale ai tempi del socialismo. Il film segna una tappa decisiva nella storia di Cuba e di Pepe. Lui infatti, nel gennaio del 94, a Berlino non esita a vendere la pellicola alla Miramax, senza parlarne con gli esponenti del governo. Pochi mesi dopo, partendo per il Messico, viene fermato troppo a lungo dalla polizia, così quando sale in aereo, decide di non tornare più indietro. Iniziano gli anni di Miami dove con l’unica cosa che ha in mano – pellicole per un documentario su Cuba – realizza una sua idea di locale notturno dove la musica e il cinema vadano di pari passo. Si chiama Cafè Nostalgia. I migliori musicisti suonano lì, il jet set lo frequenta, i cubani più violentemente anticastristi lo contestano. Diventa il club per antonomasia delle notti di Miami. Finché la nostalgia smette di essere soltanto un nome.

È il 2013. L’anno del ritorno all’Avana, della riscoperta di Cuba e dei nuovi progetti. “Vorrei aprire una specie di polo artistico a Viñales (ovest dell’Avana). Vorrei fare serate di cucina nelle notti di luna piena sul terrazzo di casa. Vorrei fare altre cose. Ho mille idee. L’iniziativa privata sta trasformando l’isola”.

 

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Quello a cui allude Horta è la vera grande novità di Cuba – che nulla ha a che vedere con la svolta nei rapporti con gli Stati Uniti, una svolta per ora solo diplomatica e mediatica. La parola decisiva è cuentapropismo: la dimensione dei lavori “per conto proprio” che da cinque anni il castrismo raulista ha liberalizzato assieme a compravendita di automobili e case. Il mio tour nell’apice di questo mondo, ossia tra i locali che stanno cambiando il volto dell’Avana, l’ho fatto con un giovane giornalista della nuova fonte di informazione cubana, il giornale online OnCuba: Abraham Jiménez Enoa.

Eravamo in coda (una delle eterne code cubane, dove nessuno ha fretta, nessuno si lamenta, perché soprattutto si socializza) al locale del momento: FAC, la Fabrica de Arte Cubano, un labirinto postindustriale di spazi per musica, teatro, architettura, fotografia, pittura. Un locale molto global, insomma. Abraham mi raccontava di non aver fatto esperienza di censura come uno se la immagina, ma semmai dell’idea che di certe cose si parla e di altre no. Anche questo molto global – gli dicevo io. Quel che mi interessava però era il locale notturno. Abraham mi spiegava che fino a pochi anni fa per le loro serate c’era solo il Malecón (il celebre lungomare) e le scale di casa su cui sedersi a prendere una birra. Oppure i locali turistici affollati di jineteras (le ragazze cubane in cerca di uomini ricchi).

Adesso che il cuentapropismo  ha preso il largo, gli spazi dove mangiare, bere, incontrarsi, ascoltare musica si sono reduplicati e la vita è cambiata completamente. Ma non di soli locali si tratta. Pepe Horta me lo avrebbe spiegato infilando uno stuzzicadenti nella carne morbida del pollo speziato. “Ci sono cose che lo Stato non può produrre. Gli stuzzicadenti per esempio. Non c’erano. E i bottoni? Può, lo Stato, occuparsi della produzione di bottoni?” Bottoni no, ma il minimo indispensabile per vivere sì. Questo me lo hanno ripetuto in molti, spiegandomi ogni dettaglio di uno dei più discussi simboli della rivoluzione: la libreta, la tessera annonaria, un mezzo che ancora consente a tutti indistintamente di procurarsi ogni mese una certa quantità di beni fondamentali alla sussistenza.

Le contraddizioni di Cuba vengono a galla immediatamente, quando si parla di libreta, perché, per quanto criticata e ridicolizzata, e benché fosse prevista già la sua abolizione da un anno, essa è ancora un mezzo di cui moltissimi non potrebbero fare a meno. A due passi da FAC, per esempio, c’è la baraccopoli più centrale dell’Avana. Si chiama Fanguito perché il fango la invade di notte quando le maree del fiume Almendares salgono. Il censimento di dieci anni fa enumerava centonovantanove abitazioni di cui una sola legale. Baracche in legno e lamiera, sentieri, saliscendi e al centro la baracca di Tomás, un cieco nativo di Santiago che sarà il protagonista del primo numero di una rivista di giornalismo narrativo che alcuni giovani cubani stanno preparando per accettare la sfida del tipo di narrazione che è la vague latina da qualche anno (riviste come il Malpensante colombiano e il Gatopardo messicano insegnano). Tomás senza libreta non potrebbe vivere. Negli spazi oscuri in cui si aggira da padrone difendendosi dalle piogge, impreca contro quelli che gli saltano sul tetto per cogliere i frutti dell’albero di mango ma impreca ancora di più se uno osa contestare la libreta.

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(Tomás, il cieco di Fanguito)

Tra i viottoli di Fanguito all’ora di pranzo potreste anche osseravare un altro straordinario paradigma dell’unicità cubana. Quando le scuole chiudono infatti decine di ragazzini compaiono con i libri sotto al braccio, perfettamente vestiti nella divisa che unisce tutti gli studenti di Cuba: pantaloncini o gonna giallo ocra, camicia bianca. È il famoso vanto della rivoluzione assieme alla sanità. E io vado a studiarlo nel posto più incredibile che abbia mai visto. Lontano da Fanguito, oltre anche Miramar, all’estremità di Playa, si aprono spazi di bellezza stupefacente.

Qui, “all’epoca del capitalismo” (l’intercalare temporale più usato da una certa generazione), c’era il Country Club, il golf più esclusivo dell’Avana, a tal punto esclusivo che, seguendo alla lettera i dettami della razzistissima Cuba, non fu ammesso all’ingresso neppure il presidente dittatore Fulgencio Batista. Preso il potere, Fidel Castro si fece un giro su quei campi e disse: “Tanta bellezza potrebbe ospitare solo l’eccellenza artistica del Paese. Progettiamo e costruiamo”. Quel che ne è venuto fuori nel 1962 è il CNEArt, il Centro Nacional Escuelas de Arte – gratuito ovviamente –, che mette assieme i più meritevoli dai quindici anni in su.

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Mi racconta ogni cosa Luisa Maria Olivares, direttrice della scuola di danza, una delle cinque assieme a balletto, musica,  teatro e arte plastica. Ragazze e ragazzi che escono dalla mensa la salutano come una madre, nelle grandi sale ci si allena e si balla, musiche di ogni genere si confondono tra i viali e lei mi mostra come un’utopia possa diventare realtà. “Non ho sfere di cristallo per osservare il futuro ma tutto questo non può certo finire”. Io domando: secondo qualsiasi trattato di politica dall’antichità a oggi, il dittatore taglia l’istruzione. Perché in occidente si taglia innanzitutto in istruzione (e sanità) mentre a Cuba, anche durante gli anni durissimi del “periodo speciale” (dopo il crollo dell’URSS e la fine dei rapporti economici con l’est), non si è mai tagliato in istruzione (né sanità)? “Perché Cuba non ha risorse naturali. L’unica sua risorsa è la conoscenza” mi dice lapidario un settantacinquenne che partecipò alla prima campagna di alfabetizzazione, sfidando i controrivoluzionari sulle montagne dell’interno pur di insegnare a leggere e scrivere a chi era più lontano dalle città.

La politica cubana da questo punto di vista è sempre rimasta la stessa. Non esiste paesino in cui non ci sia una scuola. Anche se non c’è angolo di Cuba dove non sia possibile trovare maestri e medici che in questi ultimi anni hanno abbandonato, fuggendo stipendi bassissimi, per affrontare la sfida del cuentapropismo. Maestri e medici devono essere pagati di più – lo ripete chiunque. Uno scrittore molto prolifico e amato, José Miguel Sánchez Gómez, in arte Yoss, si lascia prendere dall’entusiasmo quando parla di quello che era il vanto del Paese e che rischia di essere spazzato via dalla necessità. “Siccome scrivo di fantascienza, ti dirò il mio incubo. È una distopia: un futuro in cui, dopo l’apertura agli Stati Uniti e la perdita di maestri veri e competenti, Cuba diventa come Porto Rico, una specie di colonia, senza più storia né cultura. Máximo Gómez (patriota delle guerre d’indipendenza cubane di fine 800) diceva che Cuba o non arriva o supera se stessa. Ho il terrore che oltrepassi, si superi, e si disintegri. In fondo sarebbe bello se si potesse trovare un compromesso. Non il capitalismo sfrenato. Né questo socialismo. Ma il socialismo scandinavo del Novecento. Però ci vorrebbero le teste scandinave. Nonché i loro soldi”.

Che ne pensa Pepe Horta? Quando gli spiego che da più parti e non solo da Yoss ho visto l’immenso orgoglio cubano incarnarsi nel terrore di fare la fine di Porto Rico, siamo al Cocinero, il ristorante del momento, proprio accanto a FAC. “Ti dirò quel che penso ancora una volta attraverso l’arte della gastronomia” dice lui “Nei miei anni a Parigi, partecipai a riunioni che mi hanno insegnato molto. Ministro della cultura, al tempo, era Jack Lang. Dominava il terrore che Mc Donald’s potesse travolgere Parigi. Cosa fece Lang? Invitò a una riunione i principali esponenti fra i proprietari di bistrot e bar. Li rassicurò. Mc Donald’s non avrebbe avuto il diritto di usare insegne giganti. Ma non gli avrebbero chiuso le porte. L’importante era invece difendere la gastronomia francese. Chiese a tutti di abbassare i prezzi e rilanciare il panino francese in grande stile. Ecco. Non serve a nulla vietare. Non si può che andare avanti. Vietando ci si pesta i piedi da soli. Lo sai che il panino cubano si è conservato a Miami e non a Cuba? Le politiche culturali passano anche attraverso queste scelte”.

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(Pepe Horta)

Ma allora quale pensa che sia il futuro di Cuba, Pepe? Se Pepe è Cuba come dice Wendy Guerra, nessuno meglio di lui dovrebbe rispondere. Ma stavolta quel che dice è duplice. E soprattutto perché da una parte passa attraverso la parola, dall’altra attraverso un gesto. “Raul Castro vuole lasciare. E ho l’impressione che stia lavorando molto bene per una Cuba forte e capace di affrontare le sue sfide. Io sono ottimista. Bisogna essere ottimisti. Se non si è ottimisti non si cambia mai nulla”. Poi guarda l’ora e mi mostra il suo iWatch. Gli chiedo spiegazioni. Gli dico che parte del fascino di Cuba per noi vecchi europei sta in quel progresso che ancora non l’ha dilaniata. Per esempio internet. La difficoltà di connettersi ci risparmia lo spettacolo di esseri umani che girano per le città chiusi su uno smartphone. E intanto i luoghi dove invece ci si connette comprando una tessera per il wifi sono immense piazze molto giovanili dove la gente s’incontra. Internet ha ancora un potere aggregante qui. Lui dice di sì, che è d’accordo. Ma anche questo cambierà. È inevitabile. Mi spiega che del suo orologio non gli importa nulla. Però lui vuole conoscere la tecnologia e dominarla. E solo avendo al polso un iWatch può conoscerlo e dominarlo. Ma poi? Poi quando ne saprà tutto… “Ho una nipote”. Si sfila l’orologio e lo posa in tavola. “Un regalo per lei. Così finalmente potrò rimettermi quello di mio padre. Che è molto più bello”. Cuba o non arriva o si supera. Forse quel che ci dice Pepe Horta è che Cuba si lascerà alle spalle anche Porto Rico. Ma poi, in qualche imprevedibile modo, saprà tornare indietro.

Excursus: Cosa succede a Cuba dopo l’accordo con gli Stati Uniti

Cosa è cambiato a Cuba da un anno a questa parte, da quando Raul Castro e Barack Obama hanno annunciato, nel giorno del “viejito”, San Lazzaro, che le relazioni fra Cuba e Stati Uniti sarebbero riprese dopo oltre cinquant’anni di implacabile odio? A considerare con attenzione le mosse ufficiali verrebbe da dire: quasi nulla. Hanno riaperto le ambasciate. Il limite delle rimesse dei cubano americani è stato alzato. È di poco più semplice procurarsi un visto dagli Stati Uniti a Cuba.

Per il resto, l’embargo è ancora in piedi, monolitico come sempre, il “bloqueo” che i cubani definiscono colpevole di genocidio. E ancora in piedi è la legge che permette a ogni cubano che metta piede sul suolo americano di prendere la cittadinanza statunitense. E ancora in piedi è il Cuban Medical Professional Parole, il provvedimento stabilito sotto Bush Jr. con cui si spingono i medici cubani impegnati in missioni nei paesi del Terzo Mondo, ad abbandonare il campo e ricevere cittadinanza USA.

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Le mosse in effetti sono state soprattutto mediatiche. Scambi di prigionieri eccellenti. E soprattutto il lavoro di apertura sullo sport nazionale cubano, il baseball, per concretizzare la prospettiva che i migliori giocatori cubani possano giocare nella MLB (Major League Baseball) senza dover fuggire e cambiare cittadinanza. Proprio questo è stato l’atto simbolico a un anno dal disgelo. Lo sbarco all’Avana di giocatori amatissimi (come Yasiel Puig e Brayan Peña), accolti con tutti gli onori nonostante fossero fuggiti rocambolescamente per mai più tornare. Spettacolo, insomma, e poco altro. O forse molto altro, dipende dai punti di vista. Un enorme numero di cubani, infatti, nell’ultimo anno, temendo che Obama possa cambiare la legge sull’immigrazione, ha deciso di lasciare l’isola per inseguire il sogno americano. Il numero degli addii è spaventoso. Oltre 40.000: la fuga più massiccia negli ultimi dieci anni. I problemi si sono riverberati sul Centro America. Da novembre, oltre 8000 cubani sono bloccati in Costarica, vista la fermezza con cui il Nicaragua ha deciso di vietare ogni passaggio sul suo territorio.

Un piano per risolvere la situazione è stato messo a punto in questi giorni. Ma la prospettiva di un arrivo in massa preoccupa Miami che ha chiesto l’aiuto del governo centrale. I numeri parlano di un’ondata di arrivi seconda solo all’immenso esodo del 1980 quando Fidel Castro spinse quelli che ribattezzò gusanos, ossia vermi, a lasciar pure la patria, e riversò sugli Stati Uniti, dal porto di Mariel, una massa di criminali comuni che erano chiusi nelle carceri sovraffollate di Cuba.

Commenti
Un commento a “E Cuba aspetta Godot”
  1. francesca scrive:

    Che bel pezzo! Zaino in spalla, Cuba torno a trovarti 😉

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