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È finito il Valle?

Il Teatro Valle ha convocato per oggi alle ore 12.00 una conferenza stampa e per le ore 17.00 un’assemblea pubblica per discutere sul destino molto molto complicato del teatro.

Dicono che sgomberano il Valle. Dicono fra tre giorni. Dicono che invece no, è in atto una mediazione e si arriverà a un risultato. Comunque vada l’esperienza del Teatro Valle occupato – per ciò che è stata in questi tre anni – è finita qui: sta finendo, dolorosamente, qui. Ieri c’è stato un incontro tra i rappresentanti della Fondazione Valle Bene Comune che in parte poi sono anche gli occupanti del Valle e quattro persone che erano lì in veste istituzionale: Giovanna Marinelli, assessore alla cultura del Comune di Roma; Michela De Biase, presidente della Commissione cultura del Comune di Roma; Marino Sinibaldi e Antonio Calbi, rispettivamente presidente e direttore del Teatro di Roma, che nel caso è l’entità a cui è stato demandato il ruolo di mediazione del caso Valle. L’incontro è stato molto chiaro. Si è partiti con due posizioni, e su quelle posizioni dopo due ore di discussione si è rimasti. Il Teatro e il Comune di Roma dicono: riconosciamo il vostro percorso, ma ora l’occupazione non ha più senso, ve ne dovete andare entro pochi giorni. Gli occupanti dicono: forse non avete ben capito il valore di questo percorso, ce ne andiamo, ma non entro tre giorni. Insomma c’è uno stallo, e la mediazione non è raggiunta, vedremo che succederà in queste ore.

Il comunicato del Teatro Valle è qui. Quello del Comune di Roma è qui.

È strana questa lotta tra due teatri, no?, mi dicevo ieri – ero presente all’incontro – e sembrava veramente che le due parti fossero le persone di un dramma il cui conflitto era da un’altra parte. La scena di un conflitto politico, che per certi versi Valle e Argentina erano obbligati a combattere in un gioco delle parti, o in una specie di arena del Colossero: sembra l’ultima chance, forse una mezza vittoria per i contendenti ed è invece un po’ più di una mezza sconfitta per entrambi.

La rappresentazione, la messa in scena, di questo conflitto è lo sgombero (immediato? procrastinato? violento? dolce?). Il significato simbolico dello sgombero è la distanza tra due modi di vedere i rapporti di governo.

Sinibaldi, De Biase, Calbi e Marinelli sono persone intelligenti, e hanno dalla loro un paio di vantaggi in questa trattativa che trattativa lo è poco: conoscono il Valle, non sono dei politici caduti dal pero, e trattano per la prima volta, sono vergini. Sono persone che conoscono il teatro, hanno la stima degli occupanti, e non possono essere accusati di aver fatto già manovre a favore o contro. In questo senso il loro intervento di fatto squalifica e contraddice tutto quello che ha fatto il Comune di Roma finora. Alemanno e Marino, Gasperini e Barca (i precedenti assessori alla cultura): il tentativo della Barca, soprattutto, e fra un attimo vediamo perché.
L’altro vantaggio se lo sono rivendicato ed è l’unico terreno di vicinanza. A leggere il comunicato del Comune di Roma, a sentire ieri le loro parole, a fidarsi (e perché non si dovrebbe?) c’è una parte della battaglia del Valle che viene riconosciuta. Una parte molto ampia e insufficiente al tempo stesso.

Si riconosce agli occupanti che 1. hanno fatto bene a occupare tre anni fa – dopo la dismissione dell’Eti (Marinelli ha lavorato all’Eti per molto tempo) evitando la minaccia del degrado o della privatizzazione; 2. sono stati un modello dal punto di vista culturale e artistico: un teatro sempre aperto, i laboratori tecnici e artistici, l’attenzione alla formazione, quella per il contemporaneo e quella per la multidisciplinarietà…; 3. devono essere parte attiva di questa eventuale – auspicata da parte loro – trasformazione da occupazione in un teatro partecipato (attraverso una convenzione tra Teatro di Roma e Fondazione Teatro Valle Bene Comune?). Questa dichiarazione, nel suo significato minimo, liquida di fatto tutti quei soloni che in questi tre anni hanno sproloquiato insultando il valore artistico e culturale di questo progetto. Quelli da Pierluigi Battista in giù per capirci, quelli che ogni tanto scrivevano degli editoriali che dipingevano gli occupanti come peones, e provocavano dicendo: fatemela fare a me la programmazione, sono tanto esperto di teatro io.

Ieri Sinibaldi sintetizzava questa posizione dicendo: avete vinto, abbiamo riconosciuto il valore della vostra lotta, non c’è più bisogno di occupare il Valle.

Qual è allora l’oggetto del contendere che rimane fuori? È una questione sostanziale o di orgoglio?

Il duello si gioca su un principio, e perciò questa storia – in qualunque caso, a parte i proclami e a parte le sincere intenzioni di chi si è impegnato a portare fino in fondo questo dramma – non finirà bene; foss’anche solo perché – l’abbiamo detto – il vero conflitto qui è solo rappresentato.

La distanza incolmabile, lo strappo irricucibile, la vera tragedia uno potrebbe dire facendo propri i termini di Peter Szondi, è quella di un dramma borghese. Siamo dalle parti di Pirandello, di Ibsen, di Cechov, e capite bene che se è così non può finire bene.
Come per Casa di bambola o per Il gabbiano è una questione di soldi e di governo.

Se leggete il comunicato del Valle, in fondo tutto potrebbe essere firmato a quattro mani anche dal Comune di Roma. Tutto, tranne le righe in cui si ricordano i principi economici e gestionali:

Principi di natura gestionale-economica: tutela dei diritti dei lavoratori; rapporti di lavoro basati su un equilibrio tra paghe minime e massime e ispirati a un principio di equità; una politica dei prezzi che garantisca l’accesso a tutti. Principi di governo del teatro: cariche esecutive turnarie; partecipazione democratica nei processi decisionali.

La lotta degli occupanti e della Fondazione Valle Bene Comune (5600 soci, mica pochi) è stata di due tipi: una battaglia di resistenza e una battaglia di proposta. Quella di resistenza è chiara a tutti – non fate che questo posto venga lasciato al degrado, alla insignificanza, alla privatizzazione, alla disperazione che nutre chiunque oggi abbia deciso di fare cultura in Italia. Ma l’imprudenza che veniva rivendicata è stata anche un’altra: si è voluto pensare, provandolo a praticare prima di tutto e poi stilando dispositivi giuridici ad hoc, un diverso modello di governo della cosa pubblica. È possibile una gestione senza un cda? È possibile dare cariche turnarie a chi deve amministrare? E, domande ancora più scabrose: è possibile contrastare il governo insensato della Siae? è possibile livellare gli stipendi dei vari lavoratori? è possibile rendere popolari i prezzi dei biglietti?

Su questi punti qui non c’è stato riconoscimento ieri. Questi sono i motivi principali per cui il teatro ha continuato a essere occupato in questi tre anni. Il Valle è stato un modello di educazione politica, studiato, promosso, premiato anche all’estero. Non solo, ovviamente, per la simbolicità della lotta. Ma anche semplicemente perché altrove provano a muoversi lungo la stessa linea. Provano a rispondere alla crisi politica e economica del settore culturale, coinvolgendo le persone in un processo partecipativo, inventandoselo con tutti. Sinibaldi sembrava forse almeno sulla carta più aperto al confronto, Marinelli sicuramente no.

Ma comunque questo è il senso di quello striscione che campeggia ora davanti al teatro, ora in platea, ora in galleria, dal giugno del 2011, Com’è triste la prudenza. La frase è del drammaturgo Rafael Spregelburd, e la sfida era simile: una battaglia di una nuova classe – quella degli artisti, dei lavoratori della cultura – nel trasformare un desiderio artistico in un modo diverso di vedere il mondo. La sensibilità di una narrazione del contemporaneo che si lancia a immaginare nuovi modelli gestionali. Il nostro mondo non ci piace così, ma vorremmo che cambiarlo fosse una parentesi, un rovesciamento rabelesiano. Ci piacerebbe strutturarli i cambiamenti. E del resto, insomma, non è un caso che tutto questo si sia sviluppato nella debacle sociale dell’Argentina post-Menem.

In una delle ultime assemblee, meravigliosamente inutili verrebbe da dire, che si sono svolte al Valle, erano stati convocati alcuni giuristi, proprio per continuare questo tipo di percorso politico. E sicuramente l’esperienza più innovativa che era venuta fuori era quella del Labsus, il laboratorio per la sussidarietà che in questi anni, in tutta Italia, sta cercando di organizzare le esperienze di governo dal basso attraverso strumenti legali specifici. Flavia Barca, con tutti i limiti suoi (la procrastinazione e la dispersione dell’interlocuzione) e non suoi (la sfiducia di Marino e del PD), aveva provato a far propria l’esperienza di Labsus, si era cominciata a studiare il regolamento per l’amministrazione condivisa che era stato presentato a Bologna lo scorso febbraio. Sembrava una decisione complicata e lunga, ma soprattutto era necessaria una conoscenza e una volontà politica che, in tempi di vere e false emergenze, nessuno vuole spendersi. Mentre al Valle si discuteva su nuovi modelli gestionale, da altre parti politiche si capiva come far arrivare tutto al cul-de-sac che oggi è simboleggiato da una Corte dei Conti che mette il fiato sul collo al Comune, minacciandolo di denunce per danni all’erario – ed è questo uno dei motivi di questa fretta. Non siamo distanti anni luce?

L’altro nodo del contrasto è il luogo. Quella del Valle è (cavolo, mi viene da dire è stata) un’occupazione anomala. Diversa da quella degli anni ’70 o ’90 o anche ’10. Non si è occupato un luogo dismesso e lo si è riqualificato. Si è scelto un luogo storico e lo si è si è tutelato. Si è scelto, per certi versi, di sostituire una legalità formale (non rispettata) con una iperlegalità (la responsabilità nei confronti del bene). Il Valle non si è trasformato in un centro sociale, ma è stato più teatro. Chi dice che il Valle ha buttato, rubato, sprecato soldi, mettendo in mezzo la questione delle bollette, dice il falso. Il Valle, a costi ridottissimi, ha prodotto un indotto incredibile. Soltanto per la preservazione del luogo, quanti soldi si sono risparmiate? Ve lo ricordate Alemanno che pagò 400.000 euro l’anno solo di guardiania per il dismesso Teatro del Lido. Ma non ricominciamo con l’elenco. Queste cose, chi le ha seguite in questi anni con un minimo di curiosità e di onestà intellettuale, le sa. Nelle occupazioni delle case, in genere si chiede cento (si occupano cento case a San Basilio) e poi si media e si ottiene cinquanta (cinquanta case a Tor Marancia). In questo caso questo tipo di mediazione non è traducibile: non c’è un mezzo Valle a Porta Maggiore. Ma soprattutto non c’è un mezzo modello di teatro amministrato in modo condiviso. E va dato atto che Sinibaldi ci ha provato o ci sta provando a offrire una soluzione del genere con una sua proposta di teatro partecipato o teatro dei diritti (sono proposte nel comunicato); ma le distanze tra le due visioni gestionali forse sono più grandi di quelle che sembrano.

C’è un ultima cosa da dire, ed è un’impressione forte che si ha sulla questione Valle in questi giorni. Che tutte le parti i causa siano deboli. Il sistema culturale a Roma, e non solo a Roma, è al tracollo. Questa data simbolica del 31 luglio sembra quella di un film catastrofista. I giornali che chiudono (qui il comunicato ieri dell’Unità, qui l’articolo sulla probabile chiusura proprio del giornale del Teatro di Roma), davanti al teatro Eliseo (ieri ci sono passato davanti mentre tornavo dall’incontro) campeggiano degli striscioni che invocano la salvezza dalla chiusura, al Teatro Quarticciolo che tutti indicano sempre come un modello di gestione hanno tolto 40000 euro dei già magrissimi fondi e quindi avrà una programmazione decurtata il prossimo anno, e quest’estate romana ha tutto fuorché l’allegria dell’effimero… È una crisi sistemica, come si dice, data dalla mancanza di investimenti economici, e dalla mancanza di immaginazione. I soldi non arriveranno e un bel pezzo d’immaginazione con lo sgombero del Valle se ne andrà.

I quattro rappresentanti delle istituzioni si stanno spendendo in questa iniziativa per non far passare una linea politica che è sicuramente peggiore. Questa però non è una buona notizia, ma solo la consapevolezza che la loro offerta è un boccone avvelenato di cui però loro stessi non possono che nutrirsi. Investire sulla cultura non frega quasi a nessuno, e il confronto di ieri è quello tra due attori marginali. La questione Valle forse nelle prossime ore diventerà, come paventato o sperato da molti, una questione di ordine pubblico. Il conflitto reale è tra queste due parti: chi ha la capacità di riconoscerlo sa che si tratta di una lunga lotta e che in questo momento – con una vulgata neoliberista ormai introiettata e un’indifferenza totale rispetto alle sorti della cultura – si parte comunque sconflitti; e chi ha l’occhio allenato scorge anche in filigrana un regolamento di conti interno a quel partito della nazione che è il Pd.

E quindi? E quindi c’è questa assemblea oggi appunto, alle 17 al teatro. Si deciderà di mediare (leggi: arrendersi) o di rimanere nel teatro (aspettare lo sgombero). È una decisione che ha senso prendano le persone che in questi anni il teatro l’anno vissuto, animato, ne hanno fruito. Quei 5600 soci, per primi. Ma anche le famiglie che si sono andati a vedere uno spettacolo per bambini una domenica pomeriggio, quelli che hanno fatto un’ora di fila per il concerto di Jovanotti, quelli che hanno frequentato gratis i laboratori… Sono loro che sono di fatto coinvolti. Se l’occupazione è stata illegale, loro hanno partecipato a quell’illegalità. Ognuno ha voce in capitolo, è giusto che sia così. Spero veramente che oggi ci sia un sacco di gente.

Ecco, questa, anche nei toni, sembra l’ennesima chiamata all’emergenza. Ma su questo punto il comunicato del Valle, come dire, mente in buona fede. Non è un’emergenza. Anche domani ci sarà la stessa battaglia, anche il mese prossimo, anche fra un anno. Si tratta di capire non cosa accadrà al Valle, ma cosa accadrà a noi. E questa invece è sempre un’emergenza vera. Si tratta di capire quando cominceremmo a pensare a un modo diverso di fare politica. Si tratta di capire quando penseremo che questa crisi economica e sociale non ci vede solo come vittime. Si tratta di capire quando vorremo smettere di delegare, ma studiare, agire, intervenire. Se continuo a ringraziare i compagni del Valle è perché in questi tre anni mi hanno insegnato molte di queste cose. E sono convinto che continueranno a farlo.

Commenti
14 Commenti a “È finito il Valle?”
  1. alceste il Soggettivo scrive:

    tra i 5600 soci figurano il mio nome e quello della mia compagna
    nessuno dei due ha mai firmato niente n’è fatto proclami a favore:
    questa del Valle è una buffonata e voi, parlandone in termini meritori,
    siete complici di un reato.

  2. rosario scrive:

    l’anno vissuto ma anche l’hanno vissuto.

  3. Lalò scrive:

    Alceste il soggettivo commenta, testuale, “nessuno dei due ha mai firmato niente n’è fatto proclami”, il che fa sorgere qualche domanda. Mi limito a due.
    1) forse non hanno firmato perché non sanno nemmeno scrivere?
    2) Forse Alceste ritiene soggettivo anche l’uso di ortografia e grammatica?

  4. Lucia De Santis scrive:

    Secondo me il problema è proprio quell'”un sacco di gente”. A parte Jovanotti (luglio 2011) e le partite dei mondiali e i balli in maschera, a parte Gifuni o la Gallerano o altre vette, c’è andata un sacco di gente al Valle in questi tre anni? Io sono stata di tanto in tanto alle assemblee, e a parte gli occupanti, a parte i giornalisti e gli addetti ai lavori o aspiranti tali, non mi pare che ci fosse un sacco di gente – ma può darsi che sia capitata nei giorni sbagliati. E a parte le tanto sbandierate approvazioni dall’Estero, se si fosse fatto un referendum ValleOccupato SI – ValleOccupato NO (lo dico in teoria, è ovvio che non era praticabile), sarebbe stato approvato, qui e ora (hic Rhodus…) il ValleOccupato? da Un Sacco Di Gente? Non voglio ridurre tutto all’audience. Ma forse non si dovrebbero nemmeno ridurre tutti i commenti negativi che inevitabilmente accompagnano i post nei blog sul Valle (o sui giornali che chiudono) all’invidia di chi sta a casa a digitare tasti, e non gioca al gioco.
    Al Valle si sono succeduti molti spettacoli, di artisti in tournée in teatri normali, che nei teatri normali venivano pagati normalmente, e che poi facevano l’apparizione al teatro occupato a prezzo popolare, anzi, che dico prezzo? – a libera offerta di almeno tot. Il che mi può pure stare bene (in teoria, anche questo), ma dubito che possa essere un modo nuovo, alternativo, esemplare, di creare spettacoli… Ecco, appunto: a parte le ospitate-passerelle per guardagnarsi la medaglietta da artista movimentato, cosa ha prodotto il ValleOccupato in tre lunghi anni? Il Macello di Giobbe e Paravidino, che si vedrà a settembre. Più laboratori, prove aperte, “sindacali” – una bella esperienza, d’accordo: ma per “un sacco di gente”?

  5. Giorgio scrive:

    Giusto Lucia, non è “per un sacco di gente”. Il Valle è un circolo ristretto, se la cantano e se la suonano, anche se animato per metà di buone intenzioni di aprire il teatro al pubblico più ampio, per l’altra di gestirlo senza impicci e con logiche da kollettivo.
    Non è stata un’esperienza esecrabile ma neanche memorabile, visto il livello culturale medio-basso. E non è neanche colpa loro, sono i tempi. In ogni caso, la legalizzazione urge.
    Basta okkupazioni da scuola media, sorvegliassero bene chi subentra se veramente hanno a cuore gli interessi pubblici e non privati.

  6. Giulia scrive:

    Giorgio: ma perché scrivi “basta okkupazioni da scuola media”?

    Il tuo discorso lo seguo e in parte lo condivido, poi quella caduta: “basta okkupazioni da scuola media”.

    Perché questo sarcasmo? Pensi ti nobiliti? Io sono molto lontana dalle logiche del Valle, ma questi del Valle hanno in effetti fatto qualcosa di molto tangibile, credo con una grande spesa di energia e molto senso di responsabilità. E con i loro difetti, anche. Ma perché “da scuola media”?

    Uno ti potrebbe rispondere: tu sei diplomato? Sei laureato? Se sì: perché loro con una “okkupazione da scuola media” hanno ottenuto tutti questi risultati e tu, col diploma o con la laurea, hai combinato eventualmente molto poco? Allora non sarai tu uno che usa un sarcasmo da asilo nido?

    A meno che, diciamo, Giorgio non sia un nickname dietro il quale si nasconde Romeo Castellucci. Ma tu non sei Romeo Castellucci, vero?

  7. Giorgio scrive:

    Cara Giulia, evidentemente la battuta non t’è piaciuta, forse è troppo romana e non so se condividi il “sarcasmo” di questa città – o almeno dei quartieri non centrali dei fighetti del Valle che giocano alle occupazioni. Non mi devo certo nobilitare né sono un frustrato, ho utilizzato la metafora della scuola media perché diverse volte in cui sono andato al Valle l’atmosfera era quella, quella dell’okkupazione.
    Forse ho sbagliato, dovevo dire liceo? Scuola media perché lo spirito ancora è non del tutto consapevole, quello di chi vorrebbe ben fare ma poi s’arena nel proprio infantilismo. Questo rimprovero agli occupanti, in buona fede per la maggior parte (e non tutti, vedi i sudetti fighetti) ma che con un atteggiamento poco realistico hanno trascinato una situazione che già un anno fa poteva prendere una svolta.
    Dammi pure del sarcastico da asilo nido, ti sarai piccata perché ne fai parte del suddetto collettivo, ognuno si prenda le proprie responsabilità.

    Non sono Castellucci, ma un cittadino che vuole che il bene comune sia veramente comune e non nelle mani dei soliti intellettuali borghesi.
    Certo è utopia, al borgataro di Valle Aurelia non gliene frega una cippa del Valle, è la realtà ma questo non autorizza i soliti figli e nipoti di ad occuparlo quando è pagato da tutti, a quanto pare. O almeno, io sono d’accordo al riutilizzo degli stabili comuni, finché la corda non si tira e poi si spezza. C’è da crescere.

  8. alceste il soggettivo scrive:

    Forse una soluzione per il teatro Valle ci potrebbe essere.
    Una soluzione che non riguarda il Valle ma tutti gli altri teatri. Fino ad oggi si è parlato di sgombero, di asta, di bandi, ecc. Si potrebbe invece agire su tutti gli altri teatri lasciando il Valle così com’è.
    In poche parole basterebbe che il Comune di Roma pagasse a tutti i teatri romani ogni tipo di utenza, luce, gas, riscaldamenti, immondizia ecc. Bisognerebbe evitare il pagamento di IVA, Empals, Siae e di tutti gli obblighi che hanno i teatri.
    Si dovrebbero mandare a casa maschere, cassiere, non pagare i tecnici e far fare le pulizie gratis a qualche giovane volentoroso.
    Poi è necessario applicare un prezzo politico dei biglietti e pagare il poco che rimane in nero.
    Si potrebbe al limite dividere gli incassi tra gli artisti. Le compagnie e gli artisti ospiti ovviamente dovrebbero dormire in teatro, la cosa si risolverebbe con qualche branda nei camerini.
    Applicando queste regole ai teatri romani ben presto questa nuova consuetudine si diffonderebbe ai teatri di tutta Italia e avverrebbe una democratizzazione generale del teatro. Un’immensa liberazione.
    Ogni teatro occupato dovrebbe dotarsi di un artista-regista-drammaturgo di riferimento in grado di essere il capo indiscusso del progetto artistico.
    Gli attori lavorerebbero gratis sotto gli ordini del neo-dittatore ma avrebbero una branda gratis nei camerini e risparmierebbero sull’affitto.
    I teatri in difficoltà e indebitati potrebbero annullare i loro debiti e dichiararsi occupati.
    Si raggiungerebbe una democratizzazione diffusa e un superamento delle “vecchie” logico assistenzialiste e spartitorie.
    Non si dirà più “vado a teatro” ma vado al “bene comune”.
    Non si capisce infatti perchè un solo teatro debba definirsi “bene comune” e gli altri no.
    Tutti saranno “bene comune”.
    Vado al “bene comune” Argentina o al “bene comune” Argot o al “bene comune” Eliseo.
    In questo modo finalmente la cultura in Italia sarà democratica e diffusa, diretta dal basso e libera da lacci e lacciuoli burocratici.
    L’operazione non è difficile e potrà essere facilmente realizzabile.
    I gestori dei teatri dovranno solo appendere un cartello sulla strada con scritto “OCCUPATO” e smettere di sottostare a tutte quelle insopportabili regole vessatorie che li mettono in crisi.
    Poi dovranno chiamare un po’ di amici, meglio se ricchi di famiglia, e invitarli a gettarsi in questa nuova e meravigliosa avventura.
    BENE COMUNE NAZIONALE

    intervallo:
    deficente di un Lalò: è un errore di ortografia da correttore automatico!
    impara a capire i concetti e non farti altre domande

    PERCHE’ OCCUPARE UN TEATRO
    è una domanda che mi sto ponendo con coerenza, e con una certa insistenza:
    perché, nonostante il mondo della cultura e quello della politica sianno avversi ad un prolungamento così brutale e distruttivo di quello che doveva essere un esempio dimostrativo di tre giorni, gli occupanti persistono nel loro bivaccare all’interno di un teatro del 600, facendolo diventare qualsiasi cosa tranne che teatro?
    perché proiettare film e partite, smerciare birra e pasta fredda, ballare il tango (santoddio il tango), allestire comizi pseudopolitici e allestire prove di cose che non vedrà nessuno, in un posto che ha visto nascere, nel secolo scorso, capolavori indiscussi della drammaturgia italiana?
    perché arrogarsi il diritto di gestire, con conseguenze nefaste, e senza alcun titolo nè esperienza per farlo, uno spazio che avrebbe continuato a lavorare, garantendo alla città di Roma un guadagno utile di molto superiore allo sperpero di cui si vantano i blog degli occupanti?
    tralasciando le responsabilità pesanti di una gestione comunale, che ha visto avvicendarsi e rimanere immobili sindaci di entrambe le fazioni ed opinionisti avulsi da qualsiasi competenza in merito, perchè si rimanda lo sgombero e si legalizza, con la complicità della poca carta stampata faziosamente coinvolta, una situazione che attinge le sue energie dal sottobosco dopolavoristico romano, senza ormai alcun appoggio dalla frangia professionista?
    perchè una conventicola di inadatti ha occupato in maniera permanente il teatro Valle di Roma?

    io una risposta l’ho trovata.
    semplicemente perché nel territorio romano l’abulia e l’ignoranza hanno, ora come non mai, la meglio;
    non si disconoscono le leggi, ma le si infrange consapevolmente, adducendo la scusa che comunque c’è qualcuno che le sta infrangendo in modo peggiore.
    ci si giustifica indicando chi fa peggio e, facendolo, si tende al peggio.
    consci che il sistema teatrale italiano, nelle sue bellezze e contraddizioni, non potesse essere scardinato nè compreso, lo si umilia entrando nel suo meccanismo peggiore:
    per assicurarsi una carriera non serve essere bravi ed avere talento, ma bisogna detenere il potere.
    anche a costo di negare se stessi e quello per cui si dice di combattere.
    senza vergogna.

  9. Enrico Marsili scrive:

    Marino ha osato toccare gli intoccabili, e addirittura pretendere che rifondano un danno erariale. Ovvove!

  10. Tenero Usbergo scrive:

    Ho frequentato uno dei laboratori di drammaturgia del Valle per un periodo. Ero stato selezionato dopo aver spedito dei racconti. Il primo incontro è stato interessante e partecipato. A partire dal secondo, gli occupanti-partecipanti hanno fatto “irruzione” nel corso, di fatto monopolizzando l’attenzione con la loro presenza scenica (erano tutti attori), interrompendo il flusso prestabilito della lezione con i loro piccoli e innumerevoli protagonismi (divertenti, anche, le prime quindici volte); una sorta di occupazione nell’occupazione che ha reso inservibile il momento didattico. Dal terzo in poi, senza che gli altri partecipanti fossero avvisati, si è cominciato a non rispettare gli orari, semplicemente perché la quota occupante dei partecipanti si era spostata sul più ghiotto seminario di Paravadino, che si svolgeva in orari contigui a quello che seguivo io; arrivavo, e non trovavo nessuno, se non (a volte) l’insegnante stesso del laboratorio, pacatamente rassegnato al suo ruolo subalterno, da stella di secondaria grandezza. Ci guardavamo, mi guardava domandandosi: che ci fa ancora qui, costui? Un vero successo.
    Non sarei troppo preoccupato per il destino del progetto-Valle, comunque. Sono certo che si sta già pensando di accomodare il nutrito direttorio al teatro India, certificando un nuovo percorso per arrivare ad appropriarsi in maniera definitiva di un teatro.

  11. vit scrive:

    leggo una serie di commenti sprezzanti e fintolegalitari contro l’occupazione del valle e l’idea stessa di bene comune. Sarei grato a costoro se mi aiutassero a metabolizzare una emozione pessima vissuta al teatro india. Peccato averla provata prima dell’inizio dello spettacolo “La ballata del carcere di Reading” di martedì 14 aprile.
    Acquistati dei biglietti in prevendita, peraltro a prezzi scontatissimi quasi da valle occupato, a causa defezione di un partecipante mi ritrovo con un biglietto di troppo.
    Arrivo con 30 minuti di anticipo alla cassa dove mi assicurano che proprio non hanno modo di prendere il biglietto indietro. Chiedo alla cassiera se posso rivenderlo al prossimo della fila e ricevo un cenno di assenso scettico che mi lascia con i dubbio di non essermi spiegato. Non mi perdo d’animo e rimango presso la cassa dove chiedo ai molti che si recano alla cassa se fossero interessati ad un biglietto. La risposta è invariabilmente un no sia pure con accenti diversi. Il tempo passa, gli spettatori si avvicendano numerosi e, Meraviglia delle meraviglie la cassa distribuisce biglietti dietro semplice richiesta senza scambio di denaro. In circa trenta minuti fino alle 19.30 inizio spettacolo, la cassa(?) del teatro india ha distribuito bigliettti di ingresso senza in cassa(?)re neppure un euro.
    E’ stata un esperienza di socialismo reale realizzato.
    E’ vero al Valle occupato in fondo erano solo ragazzi che chiedevano una quota di complicità. La fintolegalità conviene agli spettatori peccato siano sempre gli stessi.

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