è giusto obbedire alla notte matteo nucci

“È giusto obbedire alla notte” di Matteo Nucci: un estratto

è giusto obbedire alla notte matteo nucci

Esce oggi È giusto obbedire alla notte, il nuovo romanzo di Matteo Nucci. Ne pubblichiamo un estratto ringraziando l’editore Ponte alle Grazie e vi segnaliamo due appuntamenti con l’autore: oggi, giovedì 2 marzo, alle 19 all’ESC di Roma con Gabriele Pedullà e Emanuele Trevi, letture di Valentina Carnelutti; il 18 marzo alle 18 all’interno di Libri Come all’Auditoium Parco della Musica di Roma con Stefano Gallerani e Antonella Lattanzi.
(La foto è di Lorenzo Pesce, che ringraziamo)

29 novembre 2015

«Meglio cagna che apertura. Meglio cagna che apertura. Meglio cagna che apertura». Il vecchio lo ripeteva sottovoce, come un ritornello. Teneva il remo sotto il braccio. Il lieve angusto ronzio della fabbrica ormai lontana era un rumore di sottofondo dimenticato. Rimase immobile a guardare di fronte a sé in silenzio. Poi, le mani chiuse tra le ginocchia si liberarono come ali mentre si alzava in piedi, afferrava il pezzo di legno e sputava.

«Meglio cagna che apertura. Cagna, cagna, ecco, meglio che apertura. No? Non pensate? Zitti, loro. Manco sanno niente, ’sti due. So’ venuti solo a pescà. Eh? Ah, sì sì. Zitti e buoni. Ma meglio cagna, al limite. Al limite cagna, ecco». Il vecchio ripeteva le parole spingendo sul remo. Nessuno gli rispondeva più.

Si era aperto il cielo all’improvviso. All’inizio una massa di luce azzurra aveva rotto l’uniformità buia dell’orizzonte, lingue argentate opalescenti si erano mosse sulla superficie nera del fiume, e il fruscio del vento leggero costante ritmico si era materializzato nei canneti smossi a ondate sulle rive. Per una decina di minuti avevano visto scoprirsi file di pini lontani, macchie di rovi indistinti, macchie scure attorno a canne solitarie mentre pennacchi smorti e penzolanti, a tratti spinti da un soffio o uno sbuffo di brezza rimbalzata sul letto del fiume, prendevano vita, s’innalzavano, s’irrobustivano e parevano scintillare nel cielo torbido.

Avevano smesso di parlare da un pezzo, da quando il vecchio aveva spento il motore. «Mo’ fa giorno». La voce roca era diventata un sibilo: «Là, guarda la luce, appena appena». Si erano voltati tutti verso la riva meridionale cercando il bagliore. «Zitti. Ora niente più rumore. Zitti».

Per minuti lunghissimi si era sentito solo il lento risveglio della natura. Qualche schiocco, battiti d’ali, fughe tra i cespugli e il tintinnio dell’acqua che si arrampicava sul bordo dello scafo e ricadeva giù, mentre la barca seguiva la corrente. Ma non si vedeva nulla, non si vedeva ancora nulla e i due clienti a prua scrutavano davanti a sé rinsaccati dentro le palandrane ammuffite che avevano raccolto nella cassapanca sul molo. Poi la luce aveva come ispessito il cielo. Il nero notturno grondante del giallo innaturale e moribondo delle luci elettriche che la città spargeva massivamente dal suo centro per chilometri e chilometri si era trasformato. Ogni cosa aveva preso consistenza. Gocce di freddo si erano materializzate sulle giacche impermeabili, sui mantelli in cui si erano avvolti, accucciati sulle assi di legno, le mani protette da guanti che stringevano le protezioni di una cordicella umida, dalla consistenza legnosa.

Allora a poppa, il vecchio si era rivoltato e aveva preso a dire: «Non è mio fratello, non può essere mio fratello. Uno che dice apertura. Cazzo sei? Un filosofo? Apertura, apertura? Chiamala col nome suo, no? Stronzo».
«Sss, Cesare» gli aveva risposto il fratello, ritto accanto a lui sulla spalletta di legno, le braccia lungo i fianchi in una posa dura, innaturale.
«Mio fratello tu? No. No. E no».
«Sss, Cesare, parla piano se devi parlare».
«E perché, sor Giulio? Spiegami perché».
«L’hai detto tu che dobbiamo stare zitti, no? Direi che è giusto. Proprio così. Giusto. È il momento del silenzio».
«Uh! Il momento del silenzio. Il momento delle chiacchiere. Sa tutto lui. Uh! Apertura. Ma vedi che stronzo. Apertura» disse sottovoce. «Ah, sì sì, la donna è un’apertura. Ma che cazzo. Ma come parli?» Si era voltato, guardandolo. «Una volta me lo ricordo io com’eri. Una volta. E che fai ora? Ridi?»
«Come puoi pensarlo?»
«Ride lui. Sor Giulietto ride. Un’apertura. Ma va’. Al limite è una cagna, una cagna, la donna, solo una cagna».
«Ma è il dottore, mica io. È il dottore che la chiama apertura. Apertura lo dice lui».
«Ah sì? Il dottore lo dice? Lo dice il dottore? Sicuro?» gridò il vecchio.
«Sssss, Cesare, parla piano» gli aveva detto ancora il fratello.
«Piano un cazzo, piano un cazzo».
«Non c’è nessun bisogno».
«Il bisogno lo so io».
I due ospiti a prua si voltavano e tentavano sorrisi. Il vecchio aveva rallentato ulteriormente la barca. «Vuoi davvero scendere adesso, Giulio? Vai via?»
«Certo, non avrai bisogno di me, oggi, no? I signori qui hanno superato i quaranta mi pare. Imparano in fretta».
«E certo, perché di solito portamo i bambini a pescà? Questo è matto».

Il remo aveva rotto l’uniformità del fiume. I due clienti a prua guardavano davanti a sé. Seguivano lo scintillio dell’acqua nerastra dai risvolti marroni che si frangeva sotto il remo mentre il traliccio di legni cominciava a definirsi sul fianco destro del fiume.

«Lì è buio. Ancora buio. E lì è luce. L’apertura è nel buio o nella luce?»
«Giulio hai rotto il cazzo. Mica ce so’ abituati loro. Stanno qua a imparà, a pescà, a vedé le anguille. Mica a sentì le cazzate tue» ringhiava il vecchio.
«Non vi abituerete?» disse lui. I due uomini a prua fecero un cenno sospeso senza dire nulla e Cesare spinse il remo a fondo ripetendo: «Meglio cagna che apertura. Al limite cagna. Ma anche apertura? Così dice il dottore? Bah! Il dottore. Lo vedrete chi è, il dottore».

Il cielo si schiarì. Il nero della notte divenne un duro dorso plumbeo e il molo si intravide come offuscato nella nebbiolina, dove il canneto si apriva in una breve radura. C’erano pali infilati giù sulla riva, le tavole di legno strette da legacci e due boe galleggianti sui lati, due palloni rossi ormai scoloriti eppoi anneriti dal petrolio invisibile galleggiante sul filo dell’acqua. Cime sbrindellate calavano giù nell’acqua in abbandono.

Si sentì un rumore improvviso. Tra il molo e la rientranza della riva che formava un minuscolo golfo sul fiume si vide l’acqua rigata da una traiettoria rettilinea eppoi un muso nero che apparve e scomparve.

«Che cos’è? Cesare, guardi» disse uno dei due uomini a prua ritraendosi in un movimento secco, sbalordito.
«Nutria» disse il vecchio.
«E basta co’ sto lei, lei, lei, io so’ tu, capito?»
«D’accordo, Cesare, scusi, cioè scusa. È l’abitudine».
«Una nutria? Cioè?» chiese l’altro uomo.
«Una nutria» disse Cesare.
«Di che si tratta?»
«Un animale buono, ve lo spiega Giulio».
«Non vi spiega nulla, Giulio. Giulio scende» disse l’altro appoggiandosi sulla spalla del fratello.
«Giulio è offeso, mo’. S’è offeso per la cagna».
«Giulio scende e basta. Le nutrie sono quel che sono e non c’è nulla di più da dire. Esistono da che tempo è tempo. Sono gentili, intelligenti, ci capiscono, ci capiscono molto più di quanto io capisca voi e di quanto Cesare capisca me. Sono eleganti e dignitose. Meglio delle lontre. Sono intelligenti. Hanno consapevolezza del loro destino».
«Aridaje. Sentilo. Uh!» fece il vecchio stringendosi il cappello sulle tempie mentre teneva stretto il timone sotto l’ascella. «Sanno il nostro destino, oggi. Un destino funereo. Pioverà, pioverà moltissimo. Verso mezzogiorno, se vedo bene. Ma loro, le nutrie, lo sanno sicuramente. La natura ha un battito uniforme che noi non cogliamo».
«Sentilo» ringhiò il vecchio. «Ehi tu, prendi quella cima lì» disse all’uomo sulla destra della prua, «me so’ già dimenticato i nomi vostri».
«Lorenzo e Marco» fece l’uomo a destra indicando se stesso e l’amico.
«Lorenzo e Marco» ripeté Cesare. I due sorrisero, alzarono la testa verso Giulio che si muoveva come un gatto sul barchino: passò tra di loro, ne sfiorò le spalle, bloccandoli. «La prendo io».

Si chinò leggero, con la punta delle dita afferrò l’estremità sbrindellata della cima, la passò fra le mani come fosse uno strumento da far suonare, la trasse a sé, lasciò che nell’aria rimbalzasse e si scrollasse l’acqua di cui era zuppa da un’eternità. Fece un movimento duro e inaspettato, la cima si tese, la barchetta fece resistenza sull’acqua, le filagne immerse nel nero si avvicinarono impetuosamente, con una gamba Giulio fissò il punto quasi dovesse indicarlo con le dita del piede. Per qualche attimo assomigliò a un fenicottero, poi ritornò felino. La gamba toccò la filagna nera e ammortizzò il colpo e quasi agguantò la presa, mentre le braccia tendevano la cima. La barchetta ondeggiò eppoi si fermò subito, Giulio raccolse la corda, la tenne attorno al gomito, si abbassò, si slanciò, saltò sul molo senza che lo scafo risentisse del balzo, si voltò, alzò la mano.

«La donna è un’apertura. Come tutto. Tutto questo è un’apertura». Fece un segno verso il viottolo che si allontanava dal molo. «Un’apertura nella luce o nel buio? Luce o buio? Questo è il dilemma». Indicò di nuovo la radura che si apriva e si restringeva tra macchie secche e nere di rovi, sorrise, fece un gesto aprendo le braccia, scomparve.

«Maledetto» disse Cesare, spingendo di nuovo sul remo.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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