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E il muro è la soluzione

Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

ORESTIADA (Grecia). Sono in cinque e avranno vent’anni. Camminano sul ciglio dell’asfaltata, passano davanti a un caffè dove uomini seduti li guardano senza sorpresa. “Quanto manca alla città?” chiede uno di loro, il volto scavato dalla stanchezza “Un chilometro? Ancora uno?” Sbarra gli occhi. “Forse meno” provo a correggermi. Tirano dritto. Quello che colpisce di questa piccola manciata di migranti fra i 250 che in media attraversano il confine greco-turco ogni giorno, in maggioranza provenienti dall’Afghanistan, non è la fatica. Semmai è una specie di nudità. Non portano nulla con sé. Qualcosa in tasca e nient’altro. Per fermarli la Grecia sta per costruire un muro. “Sarà lungo dodici chilometri e mezzo” indica una mappa, Giorgos Salamangas, capo della polizia di Orestiada “Proteggerà l’unico tratto del confine che non segua il fiume e che è come un’autostrada per l’immigrazione clandestina”.

La storia di questi dodici chilometri su cui passa quasi il novanta per cento degli immigrati che entrano in Europa è terribilmente complessa. Nel 1923, al termine della guerra greco-turca, il Trattato di Losanna stabilì i nuovi confini tra i due Paesi seguendo il fiume tranne che per l’ansa con cui si avvicina a Edirne, l’antica Adrianopoli, pur di assegnare alla Turchia una piccola ma nevralgica stazione ferroviaria. Mentre, poco lontano, i Greci costruivano ex novo Orestiada per assicurare una capitale ai propri connazionali espulsi dalle città d’origine, pochi pensavano alla debolezza di quel confine. Fu più di cinquant’anni dopo che la questione venne alla ribalta. Era il 1974 quando Cipro si dichiarò greca e i Turchi la invasero. La recrudescenza dell’antico odio non divise soltanto l’isola in due, con un muro che ancora oggi attraversa Nicosia, ma spinse anche a nuova attenzione militare lungo i confini e innanzitutto lungo quei dodici chilometri e mezzo dove il fiume non scorre. Furono 25.000 le mine antiuomo e anticarro che i Greci vi sparsero. Decine i morti e feriti negli oltre trent’anni che seguirono. Ultimi, secondo i dati ufficiali, quattro georgiani che tentarono di entrare in Europa nel 2008. L’anno dopo, la Grecia ha dichiarato definitivamente sminato il campo.

Sono passati solo due anni ma si stenta a crederlo passeggiando oggi nei dintorni della cittadina di Kastaniès attraversata da una stradina tortuosa che sbuca sul piazzale della dogana. Le alte torrette per controllare i confini sono sguarnite e sulla sterrata che s’inoltra fra i campi tre signore sono sedute al sole. “C’è pace qui” dicono sorprese “Nessun problema”. Poco più in là, però, cartelli rossi avvertono che scattare fotografie è vietato e che la zona è interdetta. È qui che si possono incontrare gli uomini di Frontex, l’agenzia europea per il controllo dei confini. In 175 sono arrivati da oltre un anno ad aiutare la polizia greca per fronteggiare l’immigrazione clandestina. L’hanno ridotta del 40 per cento.

“Ma Frontex non può restare per sempre” dice Christos Papoutsis, Ministro dell’Ordine Pubblico “Proteggere questi chilometri è vitale. E il muro è la soluzione. Non un muro contro l’Islam, certo. E poi si tratterà piuttosto di una recinzione. Con sensori termici e telecamere, simile a quella spagnola a Ceuta. Nessun intento discriminatorio. Ma un Paese in crisi come il nostro che chiede austerity ai propri cittadini non può permettersi di accogliere ancora lavoratori in nero. L’altr’anno, sono entrati in 128.000: la dimensione di una delle più grandi città greche. Non abbiamo gli strumenti per accoglierli. Costruiremo nuovi centri per sostituire le strutture che oggi sono inadeguate. Ma dobbiamo affrontare il problema alla base. La recinzione permetterà ai poliziotti impegnati al confine di distribuirsi lungo il fiume, e irrobustirà la nostra collaborazione con la Turchia.”

Le parole del Ministro alludono, con la delicatezza della retorica politica, alle due questioni maggiori. Gli accordi con la Turchia sono fragili. I migranti sanno che è quasi impossibile essere rispediti in Turchia una volta che si è superato il confine greco, diversamente da quel che accadrebbe in Bulgaria, una manciata di chilometri a nord. Per questo, non è solo l’“autostrada” dei dodici chilometri a rappresentare l’accesso privilegiato all’Europa. Anche il fiume è ormai preso d’assalto. Chiamato Evros dai Greci e Meriç dai Turchi, il corso d’acqua del resto non è un ostacolo insormontabile. “Ecco come li prendiamo” fa Salamangas aprendo un video girato di notte sul fiume. I nemici di questo poliziotto, però, non sono i migranti, ma chi sui migranti si arricchisce. “Guardate come rema. Ha sentito la nostra vedetta in arrivo” mormora indicando il trafficante turco che tenta di tornare sulla propria sponda dopo aver sbarcato un gruppo di migranti dal suo canotto. Le immagini in bianco e nero mostrano la polizia greca che si getta sull’uomo come in un film d’azione e Salamangas spegne il computer, soddisfatto. “143 nel 2008, 93 nel 2009, 73 nel 2010. Sono sempre di meno quelli che arrestiamo. Ma il fatto è che hanno raffinato le tecniche. Rischiano solo sul fiume”.

Chi rischia di più sul fiume però sono i migranti. Salamangas mostra i corpi recuperati nelle acque e ripete che questo è il vero dramma. La maggior parte dei corpi senza nome finisce al cimitero aperto a Siderò, un paesino musulmano nell’entroterra tra Orestiada e Alexandroupoli. Tra colline giallo-verdi di girasoli, il minareto sbuca all’improvviso ma attorno alla moschea pochi hanno voglia di parlare. Un uomo mi indica la via. Si esce dal paese, si percorre una salita, poi la recinzione gela il sangue. Dietro le grate, i corpi riposano sotto cumuli di terra in un silenzio spettrale percorso solo dal ronzio degli insetti. Sono uomini, donne, bambini senza nome, perlopiù incapaci di nuotare, abbandonati dai trafficanti alla corrente dell’Evros come un tempo venivano lasciati camminare sulle mine greche.

La sera, a Orestiada, c’è pace e i caffè sono pieni. Nella piazza centrale, sulla scacchiera geometrica formata dalle strade disegnate nel 1923, incontro di nuovo gli uomini che al mattino camminavano stravolti verso la città. Fingono tranquillità seduti su una panchina. Si sono rinfrescati. Fumano. Mi invitano a sedere. Raccontano di essere stati aiutati. Dicono che qualcuno ha dato loro da mangiare e da bere e che ora fumano, ma non per piacere. Piuttosto per nascondersi, per mimetizzarsi. Perché un uomo che ha percorso chilometri e chilometri per entrare in Europa, senza nulla, solo con il desiderio di cambiare vita a costo di sfidare la morte, difficilmente lo troveresti in piazza a fumare.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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