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“E la chiamano estate”: l’educazione sentimentale di Rose

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di Emilia Zazza 

Quando ero adolescente aspettavo l’estate con un’attesa carica solo di potenzialità positive. Andavo nello stesso posto di mare da quando ero piccola, conoscevo tutti eppure avevo l’impressione di non conoscere nessuno. Facevamo sempre le stesse cose: giornata in spiaggia e le sere a tirare tardi sulla piazza del paese di fronte all’unica gelateria del posto. I più audaci di noi avevano un motorino e scarrozzavano gli altri a prendere una crêpes nel paese a fianco (dove volendo arrivavi anche a piedi, ma poi nessuno ci andava mai a piedi: era da sfigati), eppure avevamo la sensazione che ci sarebbe sempre stato qualcosa di nuovo da fare. Questo perché, finita l’estate, salutavi gli amici  (che pure se andavano alla scuola accanto, d’inverno diventavano degli sconosciuti da evitare) un po’ più cresciuto, leggermente diverso, cambiato.

Questo lo capisci  quando guardi all’adolescenza e a quelle estati con la consapevolezza di un adulto, ma è proprio quella sensazione di movimento in avanti impalpabile, quell’impercettibile scatto verso l’età adulta che racconta “E la chiamano estate”, una graphic novel di Jillian Tamaki e Mariko Tamaki (Bao Publishing; tradotto da Caterina Marietti). È la storia di Rose che arriva bambina (la prima immagine ritrae il padre che la porta, addormentata, in braccio verso casa) nella solita località di mare, lì c’è una sola amica Windy, disegnata e descritta ancora più fanciulla di Rose, è una sola amica ma condivide con la protagonista una di quei rapporti assoluti e totali per i quali un’intera giornata insieme non è sufficiente per esaurire giochi, chiacchiere e scoperte.

Sono la Rose e la Windy di sempre, ma il mondo intorno a loro è (sembra) diverso. C’è un ragazzo, ad esempio, nel negozio  dove le ragazze affittano i film (c’è sempre stato?), e intorno a lui ci sono amici, ragazze e il sesso. Si parla, o non si parla, di sesso per tutta l’estate (e per tutto il racconto). E cos’ha improvvisamente la madre di Rose, sembra non volere più stare lì al cottage, in quel posto che aveva sempre amato, in cui aveva sempre condiviso momenti preziosi con la figlia (c’è una commovente tavola che racconta il rapporto di fiducia e complicità che c’era tra madre e figlia), Rose si sente rifiutata e non capisce, non sa, forse non può sapere e non può capire, anche se alla fine saprà, e capirà, perché appunto ha salito un altro di quei piccoli e faticosissimi gradini verso l’età adulta. Si salutano, Rose e Windy, e si danno appuntamento alla prossima estate. E ce le immaginiamo ancora unite, anche se cresciute, a raccontarsi di libri e ragazzi.

Un’ultima cosa. Tutto il racconto è puntellato da momenti di pausa, il lettore ha la possibilità di indugiare nel momento che è appena passato, vedere madre e figlia che nuotano, respirare l’aria di mare, fermarsi un attimo per concedersi di sentirsi terribilmente arrabbiato o rapito dalla storia che  sta leggendo Rose. O provare, profondamente, quel primo batticuore. Ricordare. Sono i disegni e il ritmo calmo che permettono a questo libro una profondità che riporta il lettore a quelle stati lì, quel conflitto lì, quel battito di cuore lì.

Commenti
2 Commenti a ““E la chiamano estate”: l’educazione sentimentale di Rose”
  1. Salvatore scrive:

    Vabbè mo a piedi fino a Nettuno!

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