Gaza

La carneficina di Gaza e il tempo immobile degli intellettuali

di Lorenzo Galbiati

Il 14 luglio su questo blog culturale Christian Raimo scrive, citando Vonnegut, che “Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase presa da Mattatoio n° 5 viene in soccorso a Raimo, che non sa quale narrazione sviluppare sull’attuale carneficina di Gaza. Raimo sceglie il silenzio, che considera l’unica soluzione intelligente: “Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito.”

È difficile capire come un intellettuale possa concepire qualcosa di più infelice del proclamare il silenzio l’unica cosa intelligente di fronte a una strage (termine più appropriato di “guerra”). E certo Vonnegut non può fare velo a Raimo: la sua frase parla del narrare un massacro, non del prender posizione in proposito. Come narrazione, dice Vonnegut, c’è ben poco da dire: son tutti morti. Certo, perché Vonnegut parla di un massacro già finito, passato alla storia. Noi invece stiamo vedendo con i nostri occhi la storia, stiamo assistendo al massacro in diretta, e anche alla sua mastodontica copertura e giustificazione mediatica. L’intellettuale, se è tale, in questi casi alza la voce per denunciare il crimine o sta zitto?

I massacri possono essere noiosi da narrare quando sono già finiti, ciò non toglie che la letteratura possa farli rivivere in modo artisticamente significativo. Ma quale intellettuale può credere di potersi esimere dal denunciare un massacro in corso? Com’è possibile che Raimo abbia scelto di parlare per annunciare il suo silenzio?

Raimo si ispira a uno “status di Ida Dominijanni su facebook che diceva: “Ho letto vari post e relativi dibattiti su quello che sta succedendo a Gaza. Posso dire una cosa che non piacerà a nessuno? Io la ripetitività del conflitto israelo-palestinese non la reggo più. E nemmeno quella dei relativi dibattiti”. Di fronte a una carneficina in corso, Ida Dominijanni dichiara che non regge più “la ripetitività del conflitto israelo-palestinese”. Se questa frase è infelice per uno scrittore, un intellettuale, risulta un assurdo per una giornalista, tanto che diventa lecito per un lettore considerarla organica con la propaganda sionista. E Michele Serra, riprendendo l’articolo di Raimo che cita Dominijanni, non trova di meglio, sdraiato sulla sua Amaca, che accodarsi al silenzio connivente che l’intellighenzia di sinistra coltiva verso la carneficina di Gaza.

Il silenzio è infatti oggettivamente connivente. Se poi ci si chiede: “ma perché proprio per questa carneficina certi intellettuali scelgono il silenzio? Perché tutte le altre volte si condannava il silenzio?” Le uniche risposte sensate sono che gli intellettuali hanno abdicato al loro ruolo; o hanno una sudditanza psicologica verso le parole d’ordine di una precisa propaganda di potere (“l’antisionismo è un travestimento dell’antisemitismo”) che li costringe a mille faticosi distinguo e specificazioni che alla fine perdono il senso di quel che vogliono dire; o hanno perso in lucidità e coraggio (sono forse ottusi?); o… sono organici alla propaganda sionista, cioè sono in malafede.

Poichè evito i processi alle intenzioni, preferisco escludere la malafede e concentrarmi sul perchè gli intellettuali hanno abdicato al loro ruolo. La risposta qual è?

Rileggo Dominijanni e Raimo, e quel che mi stupisce è la loro insistenza sulla parola “ripetitività”, riferita al supposto “conflitto” israelo-palestinese (è una colonizzazione, una pulizia etnica, non un conflitto). Ripetitività suggerisce concetti quali “è sempre tutto uguale”, “la storia si ripete ciclicamente”, “il tempo si è fermato”. È Raimo a scrivere: “Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale”.

Se la storia è ripetitiva, tutta uguale, ciclica, ferma, allora fermiamoci anche noi dal narrarla: non vorremmo essere noiosi.

Ed ecco che gli intellettuali si fanno strumenti organici della normalizzazione in atto, a ogni livello della vita pubblica occidentale, nell’accettare il crimine dell’embargo su Gaza, così come della colonizzazione di Gerusalemme est e della West Bank.

Del resto, sta forse succedendo qualcosa in Palestina? No, è sempre tutto uguale.

A Gaza l’embargo, che prosegue dal 2007, ha forse ridotto la popolazione al limite della catastrofe umanitaria, a prigionieri di un lager a cielo aperto, cui arrivano a piccole razioni, decise da Israele, alimenti, acqua, materiali, luce? No, è tutto uguale.

A Gerusalemme est continuano forse più numerose le demolizioni delle case palestinesi, al fine di pulirla etnicamente, renderla a stragrande maggioranza ebraica ed integrarla in Israele come capitale unica? No, è tutto uguale.

Nella West Bank prosegue forse a spron battuto la costruzione di nuove colonie, in modo da sottrarre ancora più terra ai palestinesi e rinchiuderli in sempre più piccoli bantustan accerchiati da coloni come i tre adolescenti rapiti e uccisi circa un mese fa? No, è tutto uguale.

È forse vicino il momento in cui lo “stato ebraico” si impossesserà di tutta la terra fino al Giordano e diventerà definitivamente uno stato di apartheid, nel quale i palestinesi vivranno autonomi nelle loro gabbie, amministrate da loro ma in tutto e per tutto controllate dall’esercito e dall’amministrazione sionista? No, è tutto uguale.

È forse vicina la fine della possibilità di uno stato palestinese vero, autonomo? No, è tutto uguale.

È forse vicina la distruzione del popolo palestinese? No, è tutto uguale.

Nella storia si è sempre assistito al genocidio di intere culture o popoli, o parti di essi, come conseguenza della colonizzazione di un invasore. Tutti lo sanno. Ma nel caso della Palestina nessuno lo vede, nessuno lo dice, la storia si ferma e il genocidio diventa per gli intellettuali (Raimo) “una figura retorica” che indica qualcosa di “ricorsivo”.

Ripetitività, figura retorica ricorsiva.

L’intellettuale abdica al suo ruolo perché vede una realtà sempre uguale, crede non ci siano novità da narrare, come se non considerasse suo compito confrontarsi o incidere nella realtà bensì fare narrazioni della realtà, agire su un piano ad essa parallelo e del tutto autoreferenziale. La realtà è fuori, al di là da tutto questo. E quando chi vive nella realtà, e si confronta ponendo la realtà, e non le sue narrazioni possibili, come base di una partecipazione etica al presente, fa notare all’intellettuale che il suo atteggiamento si qualifica come connivenza – se non complicità – l’intellettuale rifiuta sdegnato la critica, di fatto non la capisce nemmeno, perché si pone su un altro piano, quello nel quale, insieme agli altri eletti, si confrontano narrazioni sempre più intelligenti, originali, e soprattutto fini a se stesse – o si tace.

I problemi di cui soffre l’intellettuale hanno quindi due cause. La prima è la miopia, che causa il congelamento del suo sguardo, tanto che vede il tempo fermo in Medio Oriente, se non ciclico. La seconda è la dislessia/disgrafia, che lo porta a credere di dover parlare solo quando può fornire una narrazione originale, altrimenti meglio il silenzio, perciò se un crimine si ripete meglio non denunciarlo (o questo vale solo per la Palestina?).

Parlo dell’intellettuale, dello scrittore, e non solo di Christian Raimo, perché quanto ho descritto è ciò che vedo nel web, nei siti o blog di letteratura e politica.

Un post dal titolo e dall’introduzione in cui l’estrema sintesi coincide con l’estrema ottusità è il pezzo “No” del 15 luglio su Il primo amore, a firma Baratto e Moresco, in cui si legge: “Razzi di Hamas su Israele e bombe israeliane su Gaza: era il gennaio 2009 e l’operazione si chiamava “Piombo fuso”. Di getto, sull’onda dell’emozione e della disperazione, scrivemmo a due mani questo pezzo. Lo ripropongo qui oggi, mentre di nuovo cadono razzi di Hamas su Israele e bombe israeliane su Gaza.”. Sembra che si stia assistendo non a una carneficina criminale ma a uno spettacolo balistico perfettamente simmetrico (razzi da una parte e bombe dall’altra) e uguale al 2009, anno nel quale si direbbe che gli autori abbiano scritto una narrazione definitiva, pronta per essere riciclata in ogni momento, della realtà descritta come “razzi di Hamas – bombe di Israele”. Nessun cenno alle persone, nessuna presa di posizione. Nell’articolo del 2009, che si potrebbe considerare moderatamente filosionista, gli autori sentono il dovere di esplicitare all’inizio il loro debito verso la cultura ebraica e la loro preoccupazione per un presunto antisemitismo di sinistra, per il quale scrivono, parafrasando un discorso del Presidente della Repubblica Napolitano (e della propaganda filosionista): “poiché tale antisemitismo non può essere ammesso col suo vero nome, lo si traveste lessicalmente da antisionismo”.

Andrea Inglese su Nazione Indiana il 21 luglio posta “Il tempo congelato della politica israeliana”, nel quale ricicla un suo articolo del 2006 che “riguardava la politica di “rappresaglia” scelta da Israele in Libano contro Hezbollah. Basterebbe cambiare alcuni nomi e alcune date, per rendere queste riflessioni sinistramente attuali. Hamas al posto di Hezbollah, Gaza al posto di Libano, 2014 (o 2009) al posto di 2006. Come se nulla fosse accaduto. Tempo congelato. Coazione a ripetere.”

Le uniche cose che Inglese modificherebbe, per attualizzare il suo pezzo del 2006, sono che ora “le proporzioni sono più macabre”, e che l’antisemitismo – che Inglese continua a considerare esistente anche quando prende “come alibi” l’occupazione israeliana – non deve diventare a sua volta “un’alibi per legittimare una politica d’occupazione”.

Come si vede, anche in questo caso, la storia non dà adito a una nuova narrazione in quanto la si concepisce come ciclica, come “se nulla fosse accaduto”. Nuovamente non ci si accorge che questa storia supposta immutabile (congelata) in quanto vittima di coazioni a ripetere, è la proiezione della propria visione dell’oppressione israeliana in atto nei territori occupati (considerati pezzi di Giudea e Samaria, per l’ideologia colonialista sempre più diffusa tra gli ebrei israeliani e della diaspora).

Va detto, quanto meno, a merito di Inglese, di non aver messo sullo stesso piano israeliani e palestinesi sia dal punto di vista delle rispettive posizioni morali (il primo è l’oppressore, il secondo è l’oppresso) sia dal punto di vista storico-politico. Inglese, infatti, a differenza degli autori già citati, attribuisce ad Israele la “coazione a ripetere” una politica di rappresaglia, riconoscendo implicitamente alle sue vittime, Hezbollah e Hamas, vale a dire libanesi e palestinesi, la volontà e la legittimità di filarsi la loro storia. Insomma, il congelamento della storia del popolo palestinese oppresso è causato dalla politica di rappresaglia – criminale, aggiungo io – israeliana, non dal “botta e risposta” tra Hamas e il governo israeliano (razzi di Hamas, bombe di Israele).

Su Carmilla non esce nulla sulla nuova carneficina di palestinesi fino al 24 luglio, quando si ricicla un articolo di Moni Ovadia, “Perché Israele non vuole la pace”, scritto appositamente per altre testate per denunciare il massacro in corso. Il sito di “letteratura, immaginario e cultura di opposizione” si affida quindi a un esterno per prendere posizione sui fatti di Gaza.

Su Le parole e le cose, il 14 luglio esce un saggio del 2004 (a firma Daniele Balicco) su Edward Said, riciclato dalla rivista Allegoria, che discute con grande tempismo il problema di quale soluzione adottare per la Palestina: due popoli-due stati o uno stato binazionale? Discutiamone mentre è in atto una carneficina. Poi nulla fino al 27 agosto, quando esce un breve articolo “Fobie contrapposte”, riciclato dalla rivista “il Ponte”, di Rino Genovese, molto politicamente corretto ed equidistante tra le parti in causa. Recita l’incipit: “Il nodo è inestricabile. Islamofobia e giudeofobia si tengono a vicenda.” Ma Genovese sembra più preoccupato della giudeofobia che si starebbe diffondendo in Francia che della carneficina in corso a Gaza.

Solo il 1 agosto compare, su Carmilla, un articolo contro l’attuale carneficina di Gaza. È un articolo di taglio marxista-antimperialista, che prende chiaramente posizione, chiama Israele “stato fascista” e dichiara che “non vincerà mai questa guerra” nemmeno se radesse al suolo Gaza. Motivo? Non perché vincerà Hamas, ma perché vinceranno le petromonarchie del Golfo, a cui Israele diventa sempre più legato.

Come si vede, manca in questo articolo qualsiasi discorso sulla situazione nella quale si inscrive la carneficina di Gaza, che non è una “guerra”, ma uno dei tanti massacri che si verificano nel corso della colonizzazione della Palestina, con annessa pulizia etnica. Israele sta perdendo sul piano dell’immagine mondiale? E forse anche sul piano geopolitico? No, non sta perdendo. Semmai si sta indebolendo. Ma Israele sta riuscendo nel suo scopo, la colonizzazione della Palestina, che comporta inevitabilmente la distruzione della nazione (intesa come popolo che vive sulla sua terra) palestinese.

L’autore, Sandro Moiso attacca, in modo confuso e generico, i pacifisti e i cattolici (uniti da un “umanitarismo becero”), gli occidentalisti e dei non meglio precisati “filistei” (parola fuori luogo, visto il contesto: la carneficina di palestinesi), “soprattutto di sinistra, [che piangono] sugli orrori della guerra. Lasciamoli scoprire che ad ogni tornata di guerra l’antisionismo si trasforma, troppo spesso, nel più bieco e volgare antisemitismo. Lasciamoli credere che il sionismo sia divenuta l’unica espressione possibile dell’ebraismo. Tutti uniti nel dire che non è più possibile schierarsi in questo conflitto, ma lasciateli perdere perché sono già politicamente e socialmente morti.”

Come si vede, anche in questo pezzo si mette in guardia da un presunto antisemitismo di sinistra, ma stavolta l’antisemitismo deriverebbe dall’antisionismo (ne riparlerò). A confondere i piani, arrivano altre affermazioni dell’autore che, contraddicendosi, dopo aver sostenuto che il sionismo non è l’unica espressione possibile dell’ebraismo, arriva a scrivere che “[a Gaza] non vince l’ebraismo che, sempre di più, viene accomunato alla responsabilità dei massacri perpetrati in Palestina, nonostante le voci critiche nei confronti del sionismo armato israeliano che provengono, sempre più numerose, dall’ambito della comunità ebraica internazionale e anche, seppure in maniera minore, dall’interno della stessa Israele. Nel corso degli anni il governo sionista ha spinto il paese tra le braccia dei peggiori avversari e dei più acerrimi nemici dell’ebraismo: le destre di governo occidentali (dal Partito Repubblicano negli USA a Forza Italia qui da noi)” Se il governo sionista ha spinto il paese, cioé Israele, tra le braccia dei più acerrimi nemici dell’ebraismo, allora non si capisce più come si possa distinguere Israele dall’ebraismo. L’autore in pratica ritorce contro di sè le accuse verso i filistei che vedono in Israele l’espressione mondiale dell’ebraismo.

Questo corto circuito è emblematico di una serie di questioni intorno a due temi tra essi collegati: il rapporto tra Israele ed ebrei (israeliani o delle comunità della diaspora), e tra Israele ed ebraismo. Di questi temi, che Moiso ha il merito di sollevare, non vedo tracce di narrazioni da parte dei nostri scrittori o intellettuali.

Il primo tema. Moiso mette il dito nella piaga quando afferma che l’ebraismo è sempre più accomunato alla responsabilità dei massacri in Palestina. Perché basta ascoltare la tv, leggere i giornali e informarsi sul web per capire quanto le comunità ebraiche della diaspora europee, e in parte americane, appaiano come una propaggine di Israele, un suo ufficio di propaganda. Le voci critiche nei confronti del sionismo, che secondo Moiso sono sempre più numerose (forse perché prima si contavano sulle dita delle mani?), sono in realtà pochissime, e del tutto isolate, osteggiate da Israele e da quasi tutti gli ebrei della diaspora.

Tanto per fare alcuni esempi: Gideon Levy, l’unico giornalista di una importante testata israeliana ad aver detto chiaramente che Israele con questa operazione su Gaza ha lo scopo di uccidere arabi, è stato minacciato di morte e ora vive sotto scorta; Ilan Pappé, lo storico autore de La pulizia etnica della Palestina, è migrato in Gran Bretagna perché gli impedivano di lavorare in Israele; gli attivisti nonviolenti Jeff Halper (che si occupa della ricostruzione delle case palestinesi demolite) e Michel Warschawski (che si occupa di informare e manifestare contro l’occupazione della Palestina) sono voci del tutto isolate nel contesto israeliano. Nel mondo, Richard Goldstone dell’ONU, reo di aver redatto un rapporto realistico sulla prima carneficina di Gaza, è stato isolato dalla sua comunità, chiamato “ebreo-che-odia- se-stesso”, cioè ebreo antisemita, fino a quando non ha parzialmente ritrattato; Richard Falk, dell’ONU, e Noam Chomsky, rei di criticare le politiche genocide di Israele, sono stati espulsi da Israele l’ultima volta che ci sono andati, e vengono sistematicamente insultati (come ebrei antisemiti o altro); Norman Finkelstein, l’autore dell’Industria dell’Olocausto, viene sempre contestato, è stato espulso da Israele, e di recente arrestato a New York mentre manifestava contro il massacro di Gaza. Passiamo all’Italia: gli Ebrei contro l’occupazione (che sono pochissimi), che appartengono alla Jewish Voice For Peace, vengono spesso scherniti dagli esponenti delle comunità ebraiche su vari siti web; Gad Lerner e Moni Ovadia sono usciti dalla comunità ebraica milanese per i continui insulti (riconducibili sempre allo stesso: ebreo-che-odia-se-stesso) che ricevevano (Moni Ovadia ha detto di ricevere anche minacce, e del resto basta leggere i commenti alla sua pagina facebook per rendersi conto della quantità e della qualità degli insulti e delle minacce che riceve; di recente, un commentatore, con il nome scritto in ebraico, lo chiamava “goy Ovadia”).

È la stragrande maggioranza degli ebrei, israeliani e della diaspora, con le loro istituzioni, associazioni, che stanno creando l’equivalenza tra Israele e popolo ebraico, e quindi tra l’agire di Israele e l’ebraismo. Ogni ebreo critico delle politiche di Israele viene di fatto estromesso dall’appartenenza al popolo ebraico (e figuriamoci come viene considerato se critica la natura ebraica di Israele!), considerato un traditore, un ebreo che odia se stesso, un antisemita, un goy. Un intellettuale dovrebbe rendersi conto di questa degenerazione in atto nell’ebraismo internazionale, e denunciarla, invece di affaticarsi a ripetere che Israele ed ebrei sono due cose distinte. A sinistra, non è vero che ci sono antisemiti travestiti da antisionisti (come succede invece a destra in alcune formazioni neofasciste o neonaziste, o rossobrune: nazimaoiste?): semmai ci sono degli antisionisti convinti che rischiano di diventare antisemiti perché la propaganda filosionista di molte comunità ebraiche della diaspora è talmente forte e diffusa, talmente capillare e specchiata in quella israeliana (nelle università israeliane ci sono studenti volontari che lavorano nelle “war rooms”, stanze apposite per la propaganda nel web, e alcuni docenti israeliani sostengono che anche all’estero gli ebrei militanti si organizzano per fare propaganda nel web, distribuendosi per aree di azione e target) che la complicità nei crimini di Israele è sempre più distribuita tra gli israeliani e la comunità ebraica internazionale. È infatti difficile distinguere le dichiarazioni di un politico israeliano da quelle di molti esponenti delle comunità ebraiche: entrambi sostengono i crimini di Israele, spesso negando ogni evidenza – di recente un esponente di spicco di una comunità italiana ha proposto il Nobel per l’esercito israeliano, poiché avrebbe il merito di evitare l’uccisione di molte vite; non molti mesi fa, aveva dichiarato che gli ebrei italiani dovevano prepararsi a migrare in Israele a seguito di alcune dichiarazioni di Beppe Grillo.

Sempre meno persone potranno resistere all’incessante propaganda internazionale filosionista che stanno facendo instancabilmente molte comunità ebraiche: sono loro a diffondere l’equazione “Israele uguale ebrei”, vale a dire “criticare Israele uguale essere antisemiti”; perciò è responsabilità degli ebrei filosionisti la trasformazione dell’antisionismo in antisemitismo. Sarà sempre più difficile, per tutti, rimanere su posizioni intermedie, non schierarsi apertamente pro o contro Israele, e di conseguenza non essere considerati amici degli ebrei o antisemiti. Solo chi rimarrà aggrappato alle voci ebraiche – o traditrici dell’ebraismo? – del dissenso potrà evitare di cadere in questi opposti estremi.

Se quindi prosegue questa identificazione tra popolo ebraico ed Israele, e se Israele continuerà a commettere crimini contro l’umanità, con l’aggravante di considerarsi lo stato più morale del mondo, diventerà sempre più insensato distinguere l’antisionismo dall’antisemitismo, il che significa che l’antisemitismo storico, ossia l’odio e la discriminazione degli ebrei in quanto ebrei, è virtualmente finito. Se gli intellettuali si rendessero conto di questo, la finirebbero di fare discorsi intorno a una parola oggi svuotata di ogni significato come ”antisemitismo” e inizierebbero a preoccuparsi dell’antiarabismo di matrice europea e di un altro razzismo oggi sempre più diffuso e pernicioso in Occidente: quello presente in Israele, e in molte comunità ebraiche, verso chiunque si opponga all’ideologia sionista, sia esso ebreo o goy. È infatti questo razzismo che permette di uccidere senza alcun senso di colpa, anzi facendosene vanto, circa 2000 palestinesi, quasi tutti civili, pensando pure che sono loro, i palestinesi, a cercarsela, perché vogliono fare i martiri.

Infine, il secondo tema. Come è cambiato l’ebraismo da quando si è diffuso il sionismo? E, in particolare, da quando si è formato l’autoproclamatosi “stato ebraico”? Chi sostiene la legittimità dell’esistenza di Israele (sarebbe bello capire entro quali confini!), si pone la questione dell’ebraicità dello stato o lo considera, come vuole la propaganda sionista, né più né meno uno stato nazionale come tanti altri?

Perché, se è normale che vi sia uno stato ebraico, dove ogni ebreo può farvi ritorno, significa che le sorti dell’ebraismo sono strettamente collegate a quello stato. Non si può essere indifferenti, se si è ebrei, a quel che fa uno stato che si dichiara ebraico, perché l’identità dello stato richiama l’appartenenza al popolo ebraico. È “ebraica” la carneficina che Israele sta compiendo a Gaza? È connaturata con l’ebraismo? È, cioè, ebraico l’agire politico di Israele?

Mi chiedo se qualche intellettuale, tra quelli che parlano sempre di antisemitismo, si sia mai fatto queste domande. E soprattutto, mi chiedo se c’è qualcuno che si sia mai preso la briga di tentare di rispondervi.

Le domande che ho posto non sono da indirizzare solo a Israele: anche un musulmano non può non interrogarsi sull’agire politico di una repubblica islamica. E un italiano su quel che fa l’Italia, o meglio, su quali siano le peculiarità di uno stato italiano. Nel caso di Israele, però, la situazione è più complessa poiché essendo l’ebraismo una religione, oltre che l’identità storica di un popolo, essere ebraico significa contemporaneamente appartenere a un popolo e a una religione (un ebreo che cambia religione perde il diritto al ritorno in Israele, un goy che si converte all’ebraismo diventa ebreo e lo acquista). Quindi, il carattere ebraico di Israele interroga tutta la tradizione ebraica, dall’appartenenza per sangue alla cultura, dalle idee politiche alla religione. E la natura ebraica di Israele poteva NON portare alla pulizia etnica della Palestina, terra abitata da non-ebrei, alla colonizzazione della West Bank e di Gerusalemme est, all’embargo di Gaza, alle croniche, ripetitive carneficine di Gaza che tanto annoiano i nostri intellettuali? È ebraico tutto questo, è questo che è diventato l’ebraismo? O tutto questo è un tradimento dell’ebraismo, una sua degenerazione? È ebraico che uno stato sia “ebraico”?

Le risposte a queste domande non potranno essere eluse ancora per molto tempo, e non potranno che essere nette, perché la storia, per quanto annoi i nostri intellettuali, non è ferma, anzi in Medio Oriente sta andando avanti e si approssima a soluzioni sempre più radicali.

Commenti
36 Commenti a “La carneficina di Gaza e il tempo immobile degli intellettuali”
  1. Marco scrive:

    Finalmente un articolo intelligente su quello che sta avvenendo a Gaza e sulla miseria degli intellettuali che dovrebbero denunciarlo! Non solo intelligente, ma anche scritto col cuore. Quello che manca alla maggior parte dei commentatori (anche di sinistra) ormai insensibili a tutto. Stanno compiendo un massacro, una strage di civili, un genocidio e tutto questo viene accettato come inevitabile, persino noioso! L’idea che, tutto sommato, non stiamo assistendo a nulla di nuovo sotto il sole, alla fine serve solo a consolarci, così che finiamo col digerire qualunque sopruso, infamia, porcata senza ormai neanche più lamentarci. Forse intimoriti da un futuro che si preannuncia ben peggiore (anche per noi).

  2. Umberto Equo scrive:

    Ho smesso di leggere ad “organica con la propaganda sionista”.

  3. anna scrive:

    Ho smesso di leggere ad “organica con la propaganda sionista”.

  4. Paolo scrive:

    “Le domande che ho posto non sono da indirizzare solo a Israele: anche un musulmano non può non interrogarsi sull’agire politico di una repubblica islamica.”

    sa, il problema è che un gideon levy iraniano o saudita verrebbe molto probabilmente incarcerato e ucciso dal suo stesso governo e i suoi scritti sarebbero proibiti mentre mi risulta (mi corregga se sbaglio) che i libri degli antisionisti Pappe, Chomsky e persino Edward Said siano liberamente acquistabili in Israele.pur nella degenerazione di cui parla l’articolo.
    Questo dato non assolve il governo israeliano (e neanche Hamas che mi rifiuto di considerare una oganizzazione di eroici combattenti per la libertà), ma è un dato su cui riflettere

  5. pietro gori scrive:

    @ Umberto Equo

    …E hai fatto male: visto che, se continuavi, forse imparavi qualcosa anche tu

  6. Paolo scrive:

    quanto poi allo Stato di Israele all’ideologia nazionale su cui si basa, considero l’idea di far coincidere la cittadinanza con l’appartenenza ad una religione, ad una etnia o ad una specifica tradizione cultural-religiosa una idea in sè foriera di disastri che si tratti di ebraismo, islam o cristianesimo

  7. Emanuele scrive:

    L’articolo mi sembra molto equilibrato e pone numerose domande intelligenti.
    Sottoscrivo senza esitazioni la critica alla incomprensibile pubblicazione di C. Raimo di qualche giorno fa su M&M, che ha lasciato me, e credo molti altri lettori di questo sito, a dir poco basito.

    Anche le sottolineature che Galbiati fa rispetto a certi vocaboli (conflitto israelo-palestinese? Ma non è forse chiaro il rapporto di forze?) mi sembrano assolutamente necessarie.

    Grazie per questa utile pubblicazione

    E.

  8. spago scrive:

    Praticamente un comma 22:

    Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo

    Il libero intellettuale può riflettere sulla realtà e con senso critico, cultura, indipendenza di giudizio e consapevolezza del suo ruolo esprimere il suo giudizio, ma se il suo giudizio non di incondizionata condanna a Israeele allora non è un libero intellettuale, ma servo, succube, venduto, propagandista, sionista, collaborazionista, e gli puzza l’alito.

    Mi tornano in mente certi discorsi che fanno i papi che suonano un po’ così: “La vera libertà non è essere liberi, ma fare come vi diciamo noi, solo così saree veramente liberi (!?!?)”.

    Questo modo di fare ha una sua comodità per chi lo pratica permette di fare finta di accettare il confronto con tutti gli altri liberi intellettuali, ma solo dopo aver espulso dal novero dei liberi tutti quelli che la pensano troppo diversamente. Nel caso di Raimo addirittura si è beccato sto pippone solo per aver esitato un po’ troppo. Poverino.

  9. spago scrive:

    Aggiungo che la maggior parte degli intellettuali di sinisra andrebbe esentata dalle missioni di volo

  10. Lalo Cura scrive:

    “L’intellettuale abdica al suo ruolo perché vede una realtà sempre uguale, crede non ci siano novità da narrare, come se non considerasse suo compito confrontarsi o incidere nella realtà bensì fare narrazioni della realtà, agire su un piano ad essa parallelo e del tutto autoreferenziale. La realtà è fuori, al di là da tutto questo. E quando chi vive nella realtà, e si confronta ponendo la realtà, e non le sue narrazioni possibili, come base di una partecipazione etica al presente, fa notare all’intellettuale che il suo atteggiamento si qualifica come connivenza – se non complicità – l’intellettuale rifiuta sdegnato la critica, di fatto non la capisce nemmeno, perché si pone su un altro piano, quello nel quale, insieme agli altri eletti, si confrontano narrazioni sempre più intelligenti, originali, e soprattutto fini a se stesse – o si tace.”

    grazie lorenzo

    lc

  11. Daniele scrive:

    Gli intellettuali dovrebbero pensare e scrivere cose originali e stimolanti su più argomenti possibili. Dovrebbero insomma promuovere curiositá e varietá di argomentazione. Tutto ciò non si sposa per nulla col conflitto di cui sopra. Io posso capire che ci si senta in obbligo di trattare l’argomento ‘(oddio se non ne parlo cosa diranno di me?’), da parte loro. Ma da parte di me lettore, che senso ha informarmi sull’opinione di chiunque ben sapendo che tanto le cose scritte saranno le stesse da decenni? Nessuno.

  12. Paolo:
    G. Levy è tollerato in Israele anche perché è l’unico, che io sappia, a dire certe verità ogni settimana. E non a caso è minacciato di morte, e Haaretz ha ricevuto molti reclami per quel che scrive. Ci sono altri giornalisti importanti, come Amira Hass, che osano fare certe critiche a Israele, ma stiamo parlando di rare eccezioni. Poi certo, ci sono alcuni intellettuali israeliani, sempre pochi, che ogni tanto si espongono. Non credo che in Israele tutti i libri trovino facilmente un editore, lo stesso Primo Levi non lo ha trovato per un suo libro-intervista. Gli scrittori stranieri che criticano apertamente Israele, comunque, anche se vengono pubblicati, subiscono l’espulsione come persona non grata, se ci vanno. Infine, nel mio discorso non paragono la libertà di parola in Israele con quella presente negli stati islamici; sostengo che così come un ebreo, per esempio un ebreo europeo, non è – o non dovrebbe essere – indifferente all’agire di Israele, un musulmano europeo non dovrebbe sentirsi indifferente a quel che fa uno “stato musulmano”, specie se è il suo stato d’origine.

    Daniele:
    Le cose che si scrivono sulla questione palestinese NON sono le stesse da decenni. La storia è andata avanti, e molti se ne sono accorti. Nel caso della presente carneficina, pare che alcuni intellettuali se ne siano dimenticati ma se cerchi, trovi letture che descrivono l’evoluzione della situazione. La distruzione della nazione palestinese si sta avvicinando a un punto di non-ritorno. Molti analisti, compresi ebrei israeliani, ormai affermano chiaramente che le colonie sioniste sono talmente diffuse e numerose che Israele ha reso impossibile la soluzione due-popoli due-stati. Gerusalemme est decenni fa era a maggioranza palestinese, ora è a maggioranza ebraica e la demolizione delle case a Gerusalemme e nella sua aerea è estremamente avanzata nell’ultimo decennio. Vedi qui: http://www.icahd.org/the-facts . Stiamo assistendo all’estinzione della Palestina come terra, nazione, cultura, a un genocidio (non in senso di sterminio di massa ma di fine di un popolo con una terra). Questa carneficina NON è il segno di una storia immobile, al contrario, è possibile oggi nel consenso della comunità internazionale e dei media mondiali (cui si oppongono solo le proteste della gente per strada e nel web) perché Israele è arrivato a un punto molto avanzato della pulizia etnica della Palestina grazie a tutto quello che ha fatto (e che gli è stato permesso di fare) dagli anni Duemila a oggi.

  13. Enrico Marsili scrive:

    Perche`non lasciamo che a schierarsi siano le parti in causa o perlomeno chi ha delle cononscenze reali della situazione? Un cosiddetto “intellettuale” deve essere costretto a dire la sua anche quando la sua opinione none`supportata da una conoscenza specifica?

    Per fortuna non sono un intellettuale, quindi posso solo augurarmi la pace senza il dovere di prendere una posizione.

  14. maria scrive:

    Le regole di ingaggio di Hamas prevedevano esplicitamente il coinvolgimento di civili e delle loro proprietà al fine di speculare sull’immagine di vittima e sulla sofferenza dei gazawi: https://tinyurl.com/n9s5kd8 ; inoltre hamas ha sistematicamente intimidito i giornalisti attivi nella striscia: https://tinyurl.com/po3ou4s & https://tinyurl.com/qxfnkouhttps://tinyurl.com/mh4gtb7 Mi scuso per il materiale tutto in inglese, ma in italiano c’è pochissimo. Possiamo dire che spesso gli intellettuali (e i giornalisti) in italia hanno la tendenza ad abdicare dall’aprire gli occhi?

  15. maria scrive:

    certi intellettuali*

    (naturalmente non mi riferisco al sig. Raimo).

  16. franzecke scrive:

    Grazie mille per quest’articolo.

    La cosa più assurda e triste, secondo me, è il fatto che mentre Raimo rivendica la sua sospensione del giudizio in merito a ciò che sta accadendo a Gaza, allo stesso tempo non fa altro che pubblicare articoli su articoli il cui unico scopo è quello di perorare a tutti costi la causa degli occupanti del Teatro Valle di Roma.
    Se le priorità degli intellettuali della sinistra europea sono davvero queste, non stupisce affatto che il dibattito su Israele si sia arenato sulla stupida questione dell’antisemitismo di sinistra, argomento che ha ridotto il livello della discussione ad un muro contro muro senza possibilità di soluzione.

    p.s. l’articolo di Sandro Moiso su Carmilla era semplicemente agghiacciante e sono contento di aver trovato finalmente un luogo dove poterlo affermare – ad un certo punto, se non sbaglio, si parlava dell’eroica resistenza del braccio militare di Hamas, come se non stessimo parlando di un’associazione di fanatici mafiosi, disposta a far massacrare il proprio popolo pur di mantenere saldamente il proprio controllo politico su Gaza, ma di un’intrepida brigata di salvatori della patria.
    Ecco, io direi che se l’inerzia di certi intellettuali di fronte a simili questioni merita tutto il nostro biasimo, questo tipo di entusiasmo rivoluzionario, perpetrato sempre e comunque sulla pelle degli altri, è una vergogna vera e propria.
    Non smetterò mai di domandarmi come mai gente come Moiso non imbracci il kalashnikov a sostegno delle proprie opinioni deliranti.

    Un saluto.

  17. Lello Voce scrive:

    sarà che i poeti non sono intellettuali, ma noi del World Poetry Movement la pensiamo così, altro che sospendere il giudizio…
    [Come se dell’orrore ci si potesse annoiare…)
    http://www.wpm2011.org/node/506

  18. maria scrive:

    Ora ho un po’ più di tempo, vorrei poter completare il filo dei miei pensieri.

    Il senso dell’articolo è tra gli altri che israele commette crimini inenarrabili ed è volta a porre in essere la schiavizzazione e il genocidio del popolo palestinese, spalleggiata dalle comunità ebraiche nel mondo che danno dell’antisemita a chi dissente. Ci sono molti ebrei buoni che hanno subito tale onta. L’antisemitismo è solo una scusa in effetti non esiste o non è davvero così brutto.

    Vorrei per l’appunto sottolineare come non solo gli israeliani abbiano a disposizione una macchina della propaganda, ma anche la parte palestinese. Non viene mai in mente che queste teorie complottarde in cui gli ebrei concorrono “in atti e omissioni” al male del mondo sono propaganda e forse rassomigliano a cose già viste e sentite? Lì c’è una guerra tra due parti, non la volontà di genocidio e pulizia etnica di una parte sull’altra sin dalla guerra dopo l’indipendenza o addirittura dagli albori del sionismo.

    L’odio piuttosto che il desiderio di capire, che traspare certe volte dai testi disponibili su internet, deriva spesso da un’abile disinformazione operata dalla propaganda, che fa presa sulla disponibilità di alcuni a credere alle semplificazioni e dalla vergogna di doversi poi smentire. Hamas ha dato ordini ai propri militanti di far rimanere coinvolti i propri civili e ha intimidito i giornalisti attivi a Gaza impedendo loro di raccontare cosa vedevano davvero. Qualunque interpretazione della carneficina, del genocidio palestinese operato da israele spalleggiata dagli ebrei non dovrebbe tenere conto anche di ciò? E se questa volta è stato fatta strage di verità dalle milizie di Hamas, non sarà avvenuta la stessa cosa anche in passato? Chi mente una volta (non bugie bianche, ma bugie sostanziali) per me perde credito per sempre.

    Vi ricordate quando si accusava Israele di voler impedire l’accesso di cemento a Gaza? Hamas il cemento per i propri bunker e tunnel li ha trovati. E la popolazione in condizioni disperate? Tra razzi lanciati e distrutti nel complesso si contano più di 6.000 ordigni. I soldi per quelli c’erano. E non i vecchio qassam “artigianali”, ma Fajr5 iraniani e altri ad ancor maggiore gittata. Lì la roba che ad Hamas serviva arrivava, e se la gente stava male meglio, tutta propaganda, altro che “Lager a cielo aperto”; e capisco che un nazista possa desiderare di equiparare Israele a sé stesso, a mo di scarico di coscienza; ma da un intellettuale di sinistra (l’autore è di sinistra, ritengo) questo linguaggio non mi sembra accettabile. Israele non è uno stato nazista e genocida, su questo ci siamo, vero?

  19. Marzia scrive:

    Ciao Lorenzo. Intanto complimenti per la lunga analisi.
    Ti rispondo da Archeologa e da, indegna, orientalista.
    Per quanto attiene alla ciclicità del tempo e alla ripetitività della storia in medio Oriente, tale visione è parzialmente frutto di un concetto dell’oriente ancora molto molto ottocentesco.
    Come già ebbe modo di scrivere Said nel suo capolavoro “Orientalismo”, la cultura europea continua a vedere tutta la storia vicino orientale, come un susseguirsi di fatti sempre uguali a se stessi. L’immutabilità dell’Oriente contro il dinamismo dell’Occidente. L’Italia, paese sempre attardato nelle questioni di metodo storiografico, sembra ancora leggere Erodoto come se fosse cronaca dell’altro ieri. Per chi, come me, si è preso la briga di approfondire la questione, la storia dei paesi del vicino Oriente è complessissima, soprattutto nell’ultimo secolo e mezzo, e direi affatto noiosa.
    Per quanto riguarda la sensazione di immutabilità della situazione in Palestina: ci sono ragazzi come me nati dopo lo scoppio della prima intifada, che non conoscono altre realtà se non quelle dell’occupazione. Si usa dire che a Gerusalemme non succede mai niente fino a che non succede qualcosa. Vivendo in Palestina, specialmente a Gerusalemme, la sensazione di uno status quo immutabile che separa israeliani e palestinesi ma allo stesso tempo permette un qualche tipo di convivenza che non comporta visibili combattimenti, effettivamente si ha, passeggiando per le strade. Questa sensazione è ben spiegata dai Palestinesi che la vivono e che, spesso, non possono fare altro che piegare la testa alle vessazioni quotidiane dell’esercito, perchè in qualche modo bisogna pur vivere. Chi non piega la testa viene trattato con il metodo usato a Gaza. L’occupazione è una forza silenziosa che entra nella testa della gente, occupanti e occupati. E questo è il pericolo più grande. La quotidiana umiliazione dei check point e delle perquisizioni viene superata spesso con un malinconico sorriso alla turista occidentale più vicina e con l’esclamazione ” Welcome to the Holy Land”. Ma per molti palestinesi, il solo fatto di condurre una vita il più normale e dignitosa possibile è già una forma di resistenza.
    Detto ciò, quando leggo i commenti di cosiddetti intellettuali, mi accorgo che spesso non sanno davvero di cosa parlano. Non conoscono le cause pregresse del conflitto, non ne conoscono la realtà attuale. Dalla mia esperienza in Palestina ho imparato molto, perchè anche io, devo ammetterlo, molte cose le ho scoperte sulla mia pelle e su quella dei miei amici. Davvero vorrei che un bel po’ di nostri connazionali raccogliessero l’invito del medico norvegese a passare 24 ore in un ospedale di Gaza. Poi ne riparliamo.
    In questi giorni penso spesso a quello che scrisse il buon Tucidide nella introduzione alle sue Storie. Tra le fonti usate per scrivere di storia recente è sempre meglio privilegiare quelle dirette, privilegiare i racconti di persone che hanno visto i fatti di cui si vuole scrivere. Invito tutti gli scrittori e farsi una chiacchierata con un’ottantenne palestinese. Poi ne riparliamo.
    Sionismo, antisionismo e antisemitismo. Scrivo due concetti sull’etimologia. Antisemita vuol dire qualcuno che è contro i semiti. Ora, forse sono troppo letterale, ma i semiti sono coloro che parlano lingue semitiche, ovvero ebrei ma anche arabi, siriaci, aramei ecc. Per cui la vedo difficile definire degli arabi antisemiti.
    Quello che mi fa ben sperare è che moltissimi Ebrei nel mondo stanno alzando la loro voce contro le politiche razziste e guerrafondaie di Israele, le tante associazioni di Ebrei per la pace ne sono la prova. Secondo alcuni rabbini infatti Israele, per volere stesso di Dio, deve convivere in Palestina con altre genti, secondo quanto è scritto nel libro di Giosuè. Convivere non significa sterminare, ma accogliere dentro la stessa tenda e dividere il pane.
    Il discorso di tanti sionisti è anche molto moderato, ma fallace, del tipo “io non sono razzista, sono loro che sono Palestinesi”. Ebbene, io conosco tanti palestinesi, di destra e di sinistra, che vogliono l pace e che fanno autocritica sulle posizioni di Hamas e della Jihad. Purtroppo l’autocritica è un po’ meno diffusa tra gli Israeliani (volutamente non uso la parola Ebrei). Ma, anche se meno diffusa, esiste, ed è importante che in questi giorni si alzi il volume per sentirla.

  20. maria scrive:

    “un ebreo che cambia religione perde il diritto al ritorno in Israele” anche un italiano che rinuncia volontariamente alla propria identità per acquisire un’altra cittadinanza perde il diritto alla cittadinanza italiana automatica per tutta la propria discendenza. Si tratta di un’espressione giuridica dell’identità molto comune negli stati nazionali, che adottano la cittadinanza per discendenza (non “per sangue” quello è solo un calco sul latino jus sanguinis, il criterio adottato dall’italia).

    Se legge la legge del ritorno, si accorge che la questa garantisce la cittadinanza anche ai non ebrei. E comunque per ottenere la cittadinanza in primo luogo esiste la “legge sulla naturalizzazione” che ne assicura il conseguimento a chiunque, dopo una permanenza di cinque anni con permesso di residenza permanente (il permesso permanente è invero difficile da ottenere)

  21. Caterina scrive:

    Tra guerra e guerra
    Doloroso guerreggiare per chi ama la pace:
    ogni stoccata lascia una ferita.
    La pace pare che stia a guardare, incuriosita.
    La guerra, d’altro canto, è sempre in sfida.
    A mezza via, negozia la sopravvivenza.
    La guerra, arrogante si arrovella:
    ha idee che nulla hanno a che fare con la vita.
    E’ stupida la guerra
    Ma la pace è forte:
    ha compassione della guerra.
    Grida pace, pace, pace
    una cristiana – pecora al macello
    E pace, pace ripete il coro della folla
    ma scorre il sangue rosso del fratello
    Dicono pace, le madri dei bambini,
    – non fu la guerra giocare a nascondino –
    vedono fra le macerie armi giocattolino.
    Pace salata, le polverose lacrime
    di chi ha perso tutto, anche se stesso.
    Ma tanto, i potenti parlano di pace, nei simposi
    che la guerra oscurata, s’ ingrassa e se la ride.
    Tra guerra e guerra e guerra non c’è scampo,
    anche le penne scalciano all’inciampo.
    Ma non so – fra color che la pace è vanto –
    quanti sanno, il significato profondo del perdono.

  22. Un saluto e un grazie a minima et moralia e ai commentatori.

    http://cevengur.wordpress.com/2014/08/05/527/#respond

  23. DonDiegoRivera scrive:

    La cosa più triste è trovare nei commenti chi non riesce proprio a tirare fuori la testa dalla sabbia e urla «e allora hamas?», come se la cosa fosse minimamente attinente.
    E allora le foibe?

  24. sandro moiso scrive:

    Mi chiedo come mai, tra tutti i commenti al mio articolo, nessuno abbia tenuto conto di quello che ne costituiva il centro : l’azione dei sauditi al fine di controllare il petrolio medio orientale che significa oggi prendere possesso di alcune aree medio orientali e nord africane e domani spingere ad una guerra con l’Iran (vero avversario in quanto detentore di una cospicua parte delle risorse petrolifere mondiali). In questo contesto Palestinesi ed israeliani (intendo comunque i civili) diventano le vittime di uno scontro che, affermavo chiaramente, è da ritenersi mondiale e non soltanto locale. Questa analisi certamente richiederebbe una più approfondita definizione del ruolo di Israele e del sionismo così come anche del nazionalismo islamico e di quello integralista che hanno sostituito, grazie agli assassini mirati durati per anni e alla corruzione della dirigenza di Arafat prima e di Abu Mazen dopo, quello laico dell’OLP. L’articolo costituiva una risposta immediata al bisogno di inquadrare gli avvenimenti e non solo di piangerci sopra o di dichiarare il proprio “vergognoso” silenzio, quindi non poteva nell’immediato rispondere a tutto.
    In quanto a prendere il kalashnikov è evidente che chi interpreta in tal modo il mio scritto non ha capito nulla. Sottolineare la resistenza “eroica” dei militanti di Hamas non significa abbracciarne metodi ed ideologia, ma solamente dimostrare ancora una volta come il potenziale distruttivo di una macchina bellica e tecnologica come quella messa in campo da Israele possa sempre essere fermata da una guerriglia condivisa…perché se non fosse così le cose sarebbero andate diversamente sul piano militare sia in Libano nel 2006 che oggi a Gaza. Torneròcomunque ancora sull’argomento sulle pagine di Carmilla.

  25. qualcuno spieghi alla signora Maria che
    1) acquisire la cittadinanza di un altro paese non fa perdere il diritto ad acquisire la cittadinanza italiana
    2) il paragone giusto sarebbe qualcosa tipo “tutto i cattolici del mondo hanno il diritto ad acquisire la cittadinanza italiana ma lo perdono se diventano di un’altra religione”.

  26. maria scrive:

    Simpatico pinguino obbediente agli ordini, se uno chiede la cittadinanza di uno stato che accetta il doppio passaporto e non costringe a rinunciare ad altre cittadinanze, le cose sono come dici tu

    Però se quel paese per concedere la cittadinanza richiede la rinuncia formale a quella precedente e per averla uno rinuncia espressamente alla cittadinanza italiana, i suoi figli perdono il diritto al riconoscimento di cittadini per discendenza (e devono eventualmente fare domanda per riacquistarlo). https://tinyurl.com/or9j42l

    Ad esempio, per ottenere la cittadinanza olandese occorre una permanenza di cinque anni e la rinuncia alla cittadinanza italiana: https://tinyurl.com/mj5hhz8

    Se io chiedo la cittadinanza olandese e per ottenerla accetto in ossequio alle leggi olandesi di rinunciare alla cittadinanza italiana interrompo la linea dell’italianità per i miei discendenti che non saranno più italiani.

    Il secondo punto non è esattamente come la dici tu, ma mettermi qui a scrivere un post di storia delle mentalità mi sembrerebbe eccessivo.

  27. maria scrive:

    E ancora una precisazione (mi accorgo di essere troppo chiacchierona) poiché le parole “anche Hamas” le ho scritte io, vorrei sottolineare che non intendevo dire che siccome israele fa certe cose… però anche Hamas. Quel che volevo dire è che come uno di solito non compra la propaganda israeliana, non dovrebbe manco comprare quella araba che pure esiste; e dovrebbe piuttosto imparare a guardare al quadro d’insieme con i propri occhi. Molte delle interpretazioni anti arabe che girano sono inaccettabili. Anche molte delle interpretazioni anti israeliane che girano sono inaccettabili. Non bisogna abbracciare una “narrazione” quale che sia ma cercare di capire le due parti con empatia. Il discorso che facevo era insomma più ampio e mi sorprende che non sia stato capito, come anche quello sulla cittadinanza, che non puntava al dato tecnico minuto (che pure esiste, e l’ho mostrato), ma cercava di inquadrare quella legge nel un contesto culturale che l’ha prodotta (lo stato nazionale). Questioni molto ampie per dei commenti, ma che non di meno credevo valesse la pena accennare.

  28. franzecke scrive:

    @ sandro moiso

    salve, il motivo per cui ho trovato agghiacciante il suo articolo risiede in parte nelle motivazioni stesse che lei ha addotto qui sopra per giustificare l’utilizzo da parte sua dell’aggettivo “eroico” in riferimento alla “guerriglia condivisa” che, secondo lei, Hamas sta portando avanti a Gaza in questi drammatici giorni.
    Ora, non mi soffermerò tanto sulle questioni tecniche – l’utilizzo di scudi umani e le provocazioni insensate, totalmente controproducenti dal punto di vista della difesa della popolazione civile rientrano forse nel suo concetto di guerriglia? – piuttosto ci terrei a sottolineare che è stato il tono del suo articolo ad avermi fatto tanto incazzare.
    Con un certo compiacimento lei ci ha infatti informato che Israele sta perdendo. Ma davvero? E quante migliaia di civili palestinesi ammazzati ci vorranno ancora, prima della sua disfatta definitiva?
    Discorsi come il suo a mio parere non fanno che giustificare la strategia criminale di Hamas, che per un bieco calcolo politico è ben disposta a far pagare il prezzo delle sue scellerate decisioni agli abitanti di Gaza.
    Tra l’altro, paragonare la situazione attuale con la guerra in Libano del 2006 dimostra da parte sua una miopia in merito alla questione trattata che, se non fosse per le motivazioni ideologiche che traspaiono dal suo ragionamento, si potrebbe tranquillamente imputare ad una ingenuità sostanziale.
    Hamas non è Hezbollah, non dispone, come quest’ultimo, di un esercito regolare di uomini addestrati e ben dotato di armamenti da guerra.
    Hezbollah nel 2006 ha saputo dimostrare di essere perfettamente in grado di sostenere un conflitto militare – portato avanti anche con tecniche di guerriglia – contro le forze israeliane, senza bisogno di trincerarsi vigliaccamente dietro la popolazione civile come sta facendo Hamas in questo preciso momento.
    Capisco il fatto che lei è marxista, e che tutta la sua analisi è per forza di cose orientata secondo i canoni della sua visione politica, ma da qui ad arruolare Hamas nell’internazionale antimperialista ce ne corre.

    Un saluto

  29. Umberto Equo scrive:

    @Paolo Gori, lei invece dovrebbe impare ad essere meno grottescamente supponente :)

    1. bella la, per usare i termini dell’autore, la propaganda anti-israeliana, ma ad esempio il valico con l’Egitto chi lo chiude, Israele? Non direi. Qua https://www.youtube.com/watch?v=e3zcIY6koRY&list=UUZaT_X_mc0BI-djXOlfhqWQ ad esempio, dal minuto 2:44 potete vedere un cittadino egiziano impossibilitato ad uscire da Gaza da Hamas, curioso eh?

    2. “Nella storia si è sempre assistito al genocidio di intere culture o popoli, o parti di essi, come conseguenza della colonizzazione di un invasore. Tutti lo sanno. Ma nel caso della Palestina nessuno lo vede, nessuno lo dice” nessuno lo dice né lo vede perché è una panzana colossale e nonostante questo è tutto un fiorire da anni e anni di gente che grida al genocidio. L’autore deve vivere in una caverna per non esserne stato raggiunto.

    3. “Va detto, quanto meno, a merito di Inglese, di non aver messo sullo stesso piano israeliani e palestinesi sia dal punto di vista delle rispettive posizioni morali (il primo è l’oppressore, il secondo è l’oppresso) sia dal punto di vista storico-politico. Inglese, infatti, a differenza degli autori già citati, attribuisce ad Israele la “coazione a ripetere” una politica di rappresaglia, riconoscendo implicitamente alle sue vittime, Hezbollah e Hamas, vale a dire libanesi e palestinesi, la volontà e la legittimità di filarsi la loro storia. Insomma, il congelamento della storia del popolo palestinese oppresso è causato dalla politica di rappresaglia – criminale, aggiungo io – israeliana, non dal “botta e risposta” tra Hamas e il governo israeliano (razzi di Hamas, bombe di Israele).” Allucinante, completamente avulso da qualsiasi accordo con la realtà. Ancora “intellettuali” che non informano sui fatti ma li informano, siamo ancora lì.

    4.”Ma Genovese sembra più preoccupato della giudeofobia che si starebbe diffondendo in Francia che della carneficina in corso a Gaza.” un condizionale che puzza d’odio e che non fa che confermare quanto desunto in prima battuta, l’autore fa parte dell’enorme schiera dei “closet antisemite”.

    5.” un commentatore, con il nome scritto in ebraico, lo chiamava “goy Ovadia” addirittura con il nome scritto in ebraico, aiuto!!! Ahahahah.

    6.”semmai ci sono degli antisionisti convinti che rischiano di diventare antisemiti perché la propaganda filosionista di molte comunità ebraiche della diaspora è talmente forte e diffusa, talmente capillare e specchiata in quella israeliana (nelle università israeliane ci sono studenti volontari che lavorano nelle “war rooms”, stanze apposite per la propaganda nel web, e alcuni docenti israeliani sostengono che anche all’estero gli ebrei militanti si organizzano per fare propaganda nel web, distribuendosi per aree di azione e target) che la complicità nei crimini di Israele è sempre più distribuita tra gli israeliani e la comunità ebraica internazionale. È infatti difficile distinguere le dichiarazioni di un politico israeliano da quelle di molti esponenti delle comunità ebraiche: entrambi sostengono i crimini di Israele, spesso negando ogni evidenza – di recente un esponente di spicco di una comunità italiana ha proposto il Nobel per l’esercito israeliano, poiché avrebbe il merito di evitare l’uccisione di molte vite; non molti mesi fa, aveva dichiarato che gli ebrei italiani dovevano prepararsi a migrare in Israele a seguito di alcune dichiarazioni di Beppe Grillo.” Del tutto speculare a ciò che fanno i “militanti anti-sionisti” incapaci di riconoscere i crimini e la natura profondamente antidemocratica di Hamas, Hezbollah ecc. sempre pronti a mistificare e difendere l’indifendibile per proteggere, in ultima analisi, il proprio sé, la propria identità.

    6.” inizierebbero a preoccuparsi dell’antiarabismo di matrice europea e di un altro razzismo oggi sempre più diffuso e pernicioso in Occidente: quello presente in Israele, e in molte comunità ebraiche, verso chiunque si opponga all’ideologia sionista, sia esso ebreo o goy. È infatti questo razzismo che permette di uccidere senza alcun senso di colpa, anzi facendosene vanto, circa 2000 palestinesi, quasi tutti civili, pensando pure che sono loro, i palestinesi, a cercarsela, perché vogliono fare i martiri.” Siamo alle farneticazioni più allucinate. Mentre nel Medio Oriente spadroneggiano milizie come ISIS (così come più in generale il radicalismo islamico e l’odio settario sempre più diffusi in vastissime zone dall’Africa al Medio Oriente, all’Asia) capaci di fare centinaia di migliaia di profughi, migliaia e migliaia di morti, ci si preoccupa del pericolosissimo (quanto chiaramente fantasmatico) odio ebraico pronto a fare strage di goym!

    7.”Perché, se è normale che vi sia uno stato ebraico, dove ogni ebreo può farvi ritorno, significa che le sorti dell’ebraismo sono strettamente collegate a quello stato. Non si può essere indifferenti, se si è ebrei, a quel che fa uno stato che si dichiara ebraico, perché l’identità dello stato richiama l’appartenenza al popolo ebraico.” Forse l’autore non conosce, o finge di non conoscere, le motivazioni alla base del sionismo, il perché d’Israele. Eppure non è così difficile. Millenni di violenze hanno fatto comprendere ad alcuni ebrei l’inevitabilità di dotarsi di uno stato-nazione pena l’estinzione e fecero bene! Nessun ebreo dovrà più preoccuparsi di non avere un rifugio al mondo, di dover vagare perennemente scacciato ed offeso come il medievale “ebreo errante”, ecco perché Israele era è e sempre dovrà essere ebraica, perché questo popolo possa avere un porto sicuro, né più né meno come tutte (o purtroppo quasi) le altre nazioni/etnie della terra.

    Da utimo l’autore non pare aver ben chiaro in cosa consista l’essere ebrei. E’ ebreo chi nasce da madre ebrea, ovvero si è ebrei per nascita, ergo, come dimostrato dalla scienza (http://en.wikipedia.org/wiki/Genetic_studies_on_Jews), si è ebrei per gene, al di là di ogni credo e religione. La religione ebraica essendo stata A. un collante fondamentale per tenere viva nella diaspora l’identità di questo popolo B. a differenza di altre fedi eminentemente legata alla vita immanente ha un ruolo rilevante nella vita dell’ebreo, ma non si smette di essere ebrei se si diventa atei mentre, ad es. facendo ciò si smette di essere musulmani.

    @Paolo Gori spero abbia imparato qualcosa adesso 😉

  30. Riposto per la seconda volta il mio commento di ieri che è andato in moderazione, suppongo per i link di Lancet e Amnesty che ora ho tolto.

    Enrico Marsili:
    Un intellettuale non è tenuto a parlare sempre prendendo posizione su tutto. Anche volendo non è possibile farlo. E sul web ci sono sempre i commentatori, gli spammer, funzionali a una certa propaganda che intervengono nei blog scrivendo: “lei parla di questo, e allora perché non dice nulla di quello?”. Un siffatto commentatore è presente anche in questa pagina. Però, quando un fatto è eclatante, e occupa le prime pagine dei giornali e telegiornali, il silenzio è rumoroso. E diventa un frastuono se l’intellettuale prende la parola per invocare il silenzio su quel fatto.
    Marzia:
    sono d’accordo con te. La parola “antisemitismo” è sbagliata in sé: motivo in più per non usarla a sproposito, specialmente oggi che, come ho scritto, se si eccettuano certe formazioni di estrema destra, si può considerare scomparso l’antisemitismo storico. Occorre parlare del vero razzismo che dilaga in Occidente: quello antiarabo.
    Franzeke: personalmente sono per la resistenza nonviolenta. I palestinesi se digiunassero pubblicamente forse farebbero più effetto che lanciando razzi. Dico forse perché la nonviolenza ha bisogno della diffusione mediatica e di alleanze politico-commerciali per funzionare, e finché Israele stringe accordi militari e commerciali con l’Europa (i suoi caccia voleranno sul cielo della Sardegna a settembre) a farla padrone è la propaganda israeliana. Noi possiamo sostenere la campagna Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni (BDS) promossa dalla società civile palestinese e da varie associazioni pacifiste israeliane, l’unica che fa veramente paura a Israele. In ogni caso, Hamas è una formazione politica palestinese eletta con elezioni democratiche, non un gruppo di fanatici mafiosi. Una formazione che pratica anche la resistenza armata. Usa dei metodi che sono considerati terrorismo, dato che colpisce i civili israeliani. Io non appoggio la resistenza violenta, anzi la ritengo sbagliata – ma la considero legittima quando avviene contro militari o coloni: ogni popolo ha diritto di difendersi dall’espropriazione della sua terra. Ma nell’ottica di una resistenza nonviolenta, Hamas ha altre possibilità? Dispone di aerei o carri armati? No, può solo sparare razzi da punti nascosti, non avendo centri militari (se li avesse Israele glieli distruggerebbe all’istante: e poi ci si stupisce che Hamas nasconde le armi dove può!). Quando Israele invade Gaza, Hamas combatte contro i soldati israeliani, sebbene sempre in modo asimmetrico. Sono dei partigiani, che ci piaccia o no: in ogni lotta di liberazione i partigiani hanno praticato il terrorismo. In questo caso, essendo totalmente asimmetrici i due schieramenti quanto ad armamenti, Hamas pratica l’unica cosa che Israele non è riuscito a togliergli. Sta di fatto che solo in questi giorni si sente parlare delle comprensibilissime (come ha scritto anche Gideon Levy una decina di giorni fa) richieste di Hamas per avere una tregua di 10 anni, a partire dalla rimozione del criminale embargo di Gaza.
    Infine
    Ringrazio Maria per aver mostrato come avviene la propaganda filosionista. Ritengo difficile o forse impossibile dialogare con chi non sa distinguere religione da cittadinanza come te, che scrivi: ““un ebreo che cambia religione perde il diritto al ritorno in Israele” anche un italiano che rinuncia volontariamente alla propria identità per acquisire un’altra cittadinanza perde il diritto alla cittadinanza italiana”. Ma del resto questo, CVD, fa parte della propaganda israeliana, che come ho scritto nell’articolo, cerca disperatamente, contro ogni logica elementare, di far passare Israele per uno stato nazionale come tutti gli altri. I filosionisti sono, a tutti gli effetti dei negazionisti. Negano i crimini di Gaza allo stesso modo in cui negano la Nakba.
    Mi limito solo a fare alcuni appunti prendendo spunto dai soliti argomenti della propaganda filosionista che ha qui postato:
    – E’ un dato di fatto che Israele gestisce l’entrata di materiali e viveri nella Striscia di Gaza. Israele razionalizza quel che serve alla vita dei palestinesi: come in un lager, appunto. La malnutrizione dei bambini palestinesi, oltre che i loro innumerevoli disturbi psichici sono documentati da molte associazioni mediche, con studi comparsi anche su Lancet, una delle più prestigiose riviste scientifiche mondiali. Non a caso Lancet è ora sotto l’attacco dei filosionisti: una campagna che supera ogni immaginazione.
    Chi è interessato legga sul mio blog
    – Amnesty International già al tempo della prima carneficina di Gaza nel suo rapporto ha verificato che erano gli israeliani a prendersi come scudi umani dei civili palestinesi, mentre andavano di porta in porta. Non c’era nessuna prova lo facesse Hamas, invece, e anche nel rapporto di quest’anno Amnesty ribadisce che non c’è alcuna prova e che resta un crimine di guerra bombardare case con civili, che ci siano o meno combattenti (io non li chiamo terroristi) di Hamas. Ci sono invece tristi prove: i cadaveri, che Israele bombarda scuole dell’ONU, Ospedali e relative ambulanze, Case di Onlus, Hotel con i giornalisti e chi più ne ha ne metta, secondo tutte le fonti possibili, e con armi anche non convenzionali. Ma ovviamente per la delirante, psicotica propaganda filosionista son tutti scudi umani. Il dubbio che viene è: e se per Israele, stato con bombe atomiche, tutto il mondo fosse uno scudo umano di Hamas?

    – Per quanto riguarda la balla che è Hamas a intimidire i giornalisti, basta ascoltar i giornalisti (quelli che Israele lascia passare e poi non uccide), come l’inviato del Manifesto qualche giorno fa:
    “Poche ore prima che iniziassero gli scontri a Sajaya il GPO (ufficio stampa del governo israeliano) aveva mandato una email a tutti i giornalisti stranieri accreditati in Israele. “Il GPO –si legge nel comunicato- sta facendo tutto quanto in suo potere per dare alla stampa straniera informazioni tempestive (sull’Operazione Margine Protettivo) e per facilitare l’accesso” alla Striscia. Infatti per entrare a Gaza i giornalisti si devono accreditare presso l’ufficio israeliano. Più avanti nella email l’ufficio stampa ricorda che “Gaza è un campo di battaglia. Coprire le ostilità espone i giornalisti al rischio di morte”. Pure questo non fa una piega, chi corre in mezzo agli spari sa bene cosa rischia. La lista di inviati, fotografi e cameraman morti sui campi di battaglia è lunga, forse troppo. Ma è la parte finale dalla email che ha lasciato tanti a bocca aperta. “Essendo parte della strategia di Hamas quella di nascondersi dietro la popolazione civile è successo sovente che i giornalisti fossero usati come scudi umani, mettendoli deliberatamente a rischio di essere feriti o della loro stessa vita”. Scudi umani? Quale giornalista o fotografo farebbe interposizione in un confronto armato? La mail, poi, si chiude così: “Israele non è in nessun modo responsabile per ferite o danni che potrebbero accadere come risultato di giornalismo sul campo”.
    Gli attacchi dell’Idf (Israel Defence Force) nei confronti della stampa durante le operazioni militari nella Striscia di Gaza, sono stati frequenti. Pochi giorni fa la torre al-Jawhara è stata colpita da tre missili. Nell’edificio si trovano diverse redazioni tra cui quella della televisione iraniana Press Tv e dell’agenzia di stampa al-Watanya. Nel bombardamento un giornalista è rimasto ferito. Sempre in questi giorni una seconda torre di Gaza, dove si trovano gli uffici di PMP, uno dei più grandi provider di servizi satellitari per le dirette televisive, è stata evacuata per timore di un attacco israeliano. Ora le connessioni in diretta, che avvenivano nei loro studi, sono state spostate in varie location per tutta la città. La stessa PMP era stata bombardata nella guerra del novembre 2012. In quella occasione il provider spostò l’ufficio presso uno dei grandi alberghi sulla costa, dove alloggiavano decine di giornalisti. Due giorni dopo un missile israeliano colpì uno spazio vuoto a pochi metri dall’hotel. Nel 2008 durante l’operazione Piombo Fuso il governo israeliano impedì completamente l’accesso ai media nella Striscia di Gaza. L’attacco fu coperto solo da cronisti che erano già dentro la Striscia quando iniziò l’escalation militare. Furono sei i giornalisti uccisi in quei giorni. L’unica corrispondenza italiana di quella guerra fu quella di Vittorio Arrigoni per Il Manifesto.”
    Approfitto per un saluto a te, caro Vik.

  31. sandro moiso scrive:

    Ancora su Hamas per Franzecke:
    1) Qualcuno oggi si sentirebbe di dire che a Leningrado, Stalingrado, Varsavia e via dicendo i difensori usarono come scudi umani i civili assediati nella stessa città?
    2) Leningrado durante un assedio durato 900 giorni consecutivi perse la metà dei suoi abitanti (da 2 milioni a un milione). Possiamo forse per questo dire che i tedeschi vinsero la battaglia o la guerra?
    3) Sto facendo ragionamenti basati sulla storia e non sull’ideologia e sono contrario alle guerre e tanto meno ho mai simpatizzato per lo stalinismo e il marxismo-leninismo.
    4) La sconfitta di Israele l’ho detto, ma forse nel tuo computer quelle frasi non compaiono, sta soprattutto negli alleati che si è scelta.
    5) Ma che lo dico a fare, quando chi legge ha comunque gli occhi velati dai pregiudizi?

  32. maria scrive:

    A proposito della nazionalità un mio commento è in moderazione; non che sia essenziale leggerlo, ho anche spiegato quel che volevo dire successivamente. Temo che sia poi inutile comunque discutere con uno che scrive “la giudeofobia che si starebbe diffondendo” e che i negazionisti sono gli israeliani. I negazionisti sono vari scrittori europei che certo non conosci; invece negare la guerra in MO e le sue vittime nessuno lo ha mai fatto. Ripeto, questi continui ammiccamenti nel senso di una nazistificazione di Israele uno se la può aspettare da una destra che persegue la sua sterile ripicchetta dopo quel che hanno fatto, non da un “intellettuale di sinistra”. Per il futuro evitali e godrai di maggiore credito.

    Giacché ci sono spiego anche perché la questione MO non è colonialismo, da un punto di vista giuridico. Il colonialismo e le colonie l’Inghilterra le aveva in India, negli USa fino alla Guerra di Indipendenza, a Hong Kong ecc. Nel caso del Mandato Britannico questo deriva non da colonialismo, ma da accordi internazionali legittimi che fanno seguito alla dissoluzione dell’Impero Ottomano dopo la prima guerra mondiale. Chi vince la guerra prende e decide; le potenze vincitrici decisero di sciogliere l’Impero Ottomano e l’Impero Austroungarico, e gli inglesi decisero di dare un pezzetto di Palestina ottomana per la costituzione di un focolare ebraico, decisione ratificata dalla Società delle Nazioni prima della WWII e dall’ONU poi. Tutto regolare e a norma di diritto internazionale. Poi le considerazioni fantastoriche sull’opportunità di altre decisioni sono eventualità che lasciano il tempo che trovano.

  33. maria scrive:

    Ora il mio post è comparso. Grazie.

    “I negazionisti sono vari scrittori europei che certo non conosci;” o invece magari li conosci e non lo dici? Faurisson, Garaudy, Irving, Leuchter… ecc. ecc. O magari crederai pure che la Shoah l’hanno organizzata i sionisti? Se davvero non li conosci, non puoi renderti conto quanto le loro farneticazioni hanno permeato la lettura del conflitto MO.

    nizkor.org
    holocaust-history.org

  34. maria scrive:

    “Il termine “antisemitismo” venne coniato nel settembre 1879, a Berlino, in Germania, da parte del nazionalista Wilhelm Marr, nello scritto La strada verso la vittoria del Germanismo sul Giudaismo, da una prospettiva aconfessionale, come eufemismo di Judenhass («odio per gli ebrei»): nonostante l’etimologia, esso non si riferisce all’odio nei confronti dei “popoli semiti” (cioè quelli che parlano lingue appartenenti al gruppo semitico, quali l’arabo, l’ebraico, l’aramaico e l’amarico), ma unicamente all’odio e alla discriminazione nei confronti degli ebrei.”

    Wikipedia, voce “Antisemitismo”. Tanto per dire anche una fonte di non eccelsa qualità fa notare che “antisemitismo” non si riferisce se non agli ebrei. Eventualmente prendersela con Marr.

  35. Enrico Marsili scrive:

    @Lorenzo Galbiati: mi scusi, ma per quali persone il fatto e` eclatante? Per quelli che vivono a Gaza? Forse, ma bisogna vedere cosa e`cambiato rispetto a ieri, l`altroieri o 5 anni fa. Per chi vive in Iran? Forse. Magari ci saranno delle ripercussioni, visto che la guerra e`un fenomeno nonlineare, e i commerci della zona potrebbero cambiare. Magari a Teheran l` olio di oliva aumentera`di qualche cent. E in Italia? Fatti salvi attentati di Hamas per ripicca verso la mancata presa di posizione degli intellettuali italiani (possibilita`remota e che puo`essere evitata con una buona opera di intelligence), non vedo grossi cambiamenti. E nel posto dove vivo, o piu`in generale, nel posto dove vive il 98% dell`umanita` (a casa sua, lontano dal MO)? Importa cippa, direi. Qui conta piu`il temporale di oggi che gli avvenimenti di Gaza.

    Non sto dicendo che non mi importa niente, mi farebbe piacere che smettessero le ammazzatine reciproche, o che (almeno) uno dei due popoli andasse fino in fondo. Sto dicendo solo che il fatto e`eclatante solo per chi decide che lo sia, cioe`gli stessi intellettuali che magari poi non prendono posizione sul fatto. E allora? Per quale motivo l`umanita`dovrebbe preoccuparsi di un posticino cosi`piccolo e remoto?

    Certo, dal punto di vista teorico cè`la possibilita`che gli eventi nel MO operino come un catalizzatore. In un sistema chimico ideale, magari puo`succedere, ma in un mondo fatto di confini, intelligence, e duraturi rapporti commerciali, penso che la fiammella in MO non si veda gia`al di la`della Turchia.

    Allora, continuate pure a scrivere da intellettuali. Nel tempo libero spiegate a chi intellettuale non e`, ma conosce un minimo i sistemi complessi e la propagazione dei fenomeni a distanza, PERCHE` dovrebbe fregarcene qualcosa (a parte l`umana pieta`) di quello che succede in MO.

    Saluti

  36. Lalo Cura scrive:

    che pena

    lc

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