E se Lolita l’avesse scritta Groucho Marx?

di Fabio Stassi

In un saggio intitolato Groucho e il sigaro, Italo Calvino si inchina alla memoria di Groucho Marx, e aggiunge:

lo associo nel mio rimpianto a un altro grande cinico che se n’è andato questa estate, un altro spietato osservatore del genere umano come spettacolo comico e sgradevole, un altro manipolatore dell’elasticità della lingua (dell’inglese come la più elastica delle lingue) per rendere le smorfie e i passi falsi dell’esistenza: il romanziere Vladimir Nabokov.

Da quando ho letto questa osservazione, non ho potuto fare a meno di andarmi a rileggere Lolita come se fosse stata scritta da Groucho Marx in persona. Improvvisamente, quello che è stato uno scandalo letterario e morale per decenni mi si è manifestato come una geniale impostura e ogni cosa mi è parsa andare a suo posto. Ho iniziato a registrare su un quaderno gli episodi della trama e mi sono accorto che Lolita procede davvero per scene comiche. Per capriole e volteggi, con un’aria da circo. Comica è la scena in cui è Lolita a violentare Humbert Humbert, e non viceversa. Comica e grottesca la scena in cui viene investita Charlotte, la madre di Lolita, con Humbert al telefono: “il braccio peloso della coincidenza”, dice Nabokov, indicando i tranelli del signor McFatum, come chiama lui il destino, il vero regista delle nostre caotiche vicende. Comica la scena del ritrovamento di Lolita, dopo tre anni di ricerche: una Venere incinta e in pantofole, e con le gambe muscolose. Comicissima la scena dell’omicidio finale di Clare Quilty, seduto prima al piano e poi in fuga, una scena, questa, che sembra essere stata pensata con un ritmo da slapstick, alla Chaplin o alla Stan Laurel, con una sedia a dondolo, un inseguimento ridicolo, e una confessione… Curiosamente, per quella parte, Stanley Kubrick nel suo film scelse Peter Sellers: un attore comico, appunto. In questa luce, tutto il libro si trasforma progressivamente in un divertimento scatenato. È un romanzo cruciverba, un grande e sfolgorante gioco, soprattutto linguistico, ma non solo. La sua soluzione è nascosta, va indovinata.

Man mano che mi convincevo sempre più di questa interpretazione, ho letto da qualche parte che Nabokov sosteneva che anche Freud era un grande scrittore comico. Come Borges, credeva insultante ricondurre il geroglifico di una vita ad alcuni fatti spiacevoli avvenuti nell’infanzia e legati alla sfera del sesso. Se si prova a seguire la pista di una polemica antifreudiana, diventa così verosimile che Nabokov, per demolire questa impostazione, abbia deciso di smontarla dall’interno, mettendola in scena ed esasperandola. Il suo meccanismo è velenoso e funambolico. Una impressionante camera degli specchi. Scrivere Lolita come polemica personale contro l’arroganza e la presunzione della psicanalisi di ridurre la varietà a sistema. Polemica che si può estendere anche al  marxismo o a ogni altro tentativo di strutturare il disordine. Nabokov ama il dettaglio, ne ha l’ossessione, da entomologo qual è. Cataloga l’infinita complessità del mondo, ma senza pretendere di costruirci sopra un’impalcatura. La sua è una cattedrale a rovescio, un’architettura dissacrante, che vuole scomporre, smantellare, irridere. Si diverte alle spalle di qualsiasi cosa si mostri “seria”. La sua sfida è tutta linguistica. Il libro è già nelle prime righe. Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta. Un’allitterazione continua, una catena di rimandi. Una gigantesca parodia. Lolita si inserisce a buon diritto nella tradizione rabelaisiana e babelica, nel vasto filone del romanzo comico.

Il grande equivoco è qui: Lolita fece scandalo perché fu rubricato sotto la voce realismo, quando lo si doveva invece collocare all’opposto. Anche se il romanzo finisce per preannunciare il processo di lolitizzazione del pianeta e gli esiti finali e spettacolari del capitalismo pedofilo che ci governa, i nomi dei personaggi e dei luoghi non hanno nulla di realista. Non ce l’hanno le date (Lolita nasce il 1 gennaio e muore a Natale). Non ce l’hanno le situazioni, né la ossatura, né la lingua. “Se tu non immagini, lettore – dice Nabokov, in una scena decisiva – io non esisterò”. È un affidarsi alla capacità fantastica di chi lo legge, non al suo senso della realtà. Nabokov era stato, inoltre, il primo traduttore in russo di Alice nel paese delle meraviglie di Carroll: Anja v strane chudes. Un personaggio e un libro immersi in una sorta di visionarietà matematica. Lolita è la sorella minore di Alice, è modellata su di lei, ha il suo volto, così come Mattia Pascal ha il naso del colonnello Chabert e il giovane Holden il cappello di Huckleberry Finn.

Anche le interviste che Nabokov rilasciava si possono sottoscrivere al genere comico. In una di queste, dichiarò di essere sicuro che il reverendo Carroll aveva interessi sessuali per le ragazzine, sospetto che gravò anche sulla sua testa. In un’altra che l’idea di Lolita gli venne quando lesse che una scimmia aveva fatto il primo disegno di un animale: uno schizzo che rappresentava le sbarre della gabbia. Freud è l’idolo polemico. Nelle prime pagine viene dichiarato il tema della lacerazione attraverso un accenno ai fulmini. Humbert trattiene in sé un trauma adolescenziale: un amore di tredici anni, Annabel, morta di tifo. Ventiquattro anni dopo la reincarna in Lolita. Sembra di vederlo ridere sotto i baffi, Nabokov, mentre descrive il fascino mutevole, elusivo ed insidioso delle ninfette. L’incontro tra Humbert e Lolita è un capolavoro. Lei è in veranda, su una stuoia, in un laghetto di sole, seminuda, inginocchiata, con un paio di occhiali scuri. Ha le spalle color miele, un neo marrone scuro su un fianco. Humbert sente subito l’”urto del riconoscimento”. L’espressione è molto bella ed efficace, ma anche questa è parodistica. È come se Nabokov rappresentasse l’aspetto infantile dei sentimenti umani e si dilettasse a prendersi gioco dell’amore e del desiderio.

Il discorso comico sul desiderio è il vero centro della sua opera. Il desiderio che origina la stupidità, la volgarità, la crudeltà, la demenza, l’infantilismo. A parte l’inizio, i suoi personaggi sono immersi in un presente assoluto. Nabokov li osserva con la stessa attenzione di un lepidotterologo (di sé diceva di essere uno scrittore dilettante, ma un entomologo professionista). Lolita ha la voce aspra e acuta, gli occhi grigi, gli zigomi accesi. È scorbutica e allegra, goffa e volubile. Possiede una grazia agra. Comico è anche il suo vocabolario, le parolacce che usa, lo “scemone e fesso” con cui si rivolge a Humbert. Comici sono i tremiti di Humbert e i suoi aggettivi: il bel-tenebroso-con-un-che-di-celtico. L’aspetto della lussuria in Nabokov non si fa mai tetro, come invece nel nostro Brancati, scrittore tra i più grandi e dimenticati, il solo che non spostò mai il dito dalla vera piaga infantile degli italiani, causa del loro eterno fascismo: il culto della virilità. In Lolita si ride molto. Grottesco è il viaggio per gli Usa, le 27000 miglia in un anno, i musical e western che piacciono a Lolita, il suo farsi pagare addirittura. Ridicola la sua metamorfosi: la sciatteria che subentra alla malizia, le gambe che le si ingrossano, il grigio degli occhi che le si appanna.

L’ultima immagine di Lolita fa male: ha un vestito di cotone marrone senza maniche e ciabatte di feltro, è occhialuta, di cinque centimetri più alta, una bellezza sfiorita. Somiglia ancora alla Venere di Botticelli, lo stesso naso delicato, la stessa grazia evanescente, ma è una Venere con la pancia, gravida. L’amore a prima vista diventa a ultima vista, a vista eterna. Nabokov si fa beffe anche della bellezza. Sono passati tre anni, e la Dolores disparue (siamo lontani mille miglia dall’ombra delle ragazze in fiore di Proust) non vive neppure con il tipo con cui era scappata. Quando Humbert raggiunge finalmente Quilty, l’uomo dal nome ambiguo (Clare), lo scrittore di sceneggiature dai titoli ancora più ambigui come La Verga trionfante, colui che gli ha scippato Lolita e che Humbert ha eletto a suo rivale, Quilty gli confessa d’essere impotente e d’avere salvato Dolly da un pervertito. Non ci poteva essere finale più improbabile. Un salto mortale triplo. Tra le righe, a pensarci bene, in tanta ambiguità, Nabokov insinua addirittura l’assurdo sospetto che Quilty sia una donna, che Lolita abbia lasciato quindi Humbert per una donna, con buona pace dei freudiani o a beneficio delle loro congetture (verrebbe da sostenere che, dopo Kubrick, solo Pedro Almodovar potrebbe darci un remake originale di questa storia). Humbert muore d’infarto 56 giorni dopo il suo arresto; Lolita muore di parto 39 giorni dopo Humbert, il Natale del 1952, una settimana prima di compiere diciotto anni. Non diverrà mai maggiorenne. La comicissima e crudele parabola sull’inguaribile infantilismo degli esseri umani è finita.

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
Commenti
9 Commenti a “E se Lolita l’avesse scritta Groucho Marx?”
  1. Costanza De Restà scrive:

    Sublime. Arguto. Sottilissima ed enantiomerica chiave di lettura.
    Complimenti vivissimi.

  2. Mariantonietta Carta scrive:

    E’ stata una folgorazione, una rivelazione che era là, presente e che non si riusciva a cogliere. Geniale.

  3. picaro scrive:

    interessantissimo. urge una seconda lettura di lolita… sotto una luce groucesca. adesso, per passare da un salto mortale a un carpiato apocalittico, sarebbe quasi d’obbligo analizzare una Lolita scritta da Karl Marx.

    bravo, bravissimo Stassi

  4. picaro scrive:

    @ Costanza De Restà

    ma è una polirematica dialettale contro l’angoscia di morte?

  5. paolopatch scrive:

    Molto bello e interessante. “Il discorso comico sul desiderio” è un tema centrale in Lolita, che ha anche una storia nella storia: l’oggetto del desiderio è una ragazzina, che suscita l’immaginario di H.H. e al tempo stesso ne rompe le trame. Dietro l’infantilismo e il feticismo c’è forse un tragico e fallimentare desiderio di palingenesi del narratore, che diviene schiavo delle proprie fantasie, e quasi per contaminazione impedisce alla nuova Alice di diventare adulta e, come l’originale, ella stessa narratrice. Anche Woody Allen ne avrebbe potuto tirar fuori qualcosa di bello. grazie

  6. Luca Alvino scrive:

    Mi rimane solo un dubbio: l’incipit del romanzo, più che parodistico, mi appare terribilmente sensuale. La paronomasia scavalca le barriere analitiche del super-io più agguerrito per aggredire direttamente al cuore della sensazione. La parodia, viceversa, passa per il vaglio pedante della comparazione, rimane più intellettualistica, più astratta. Il desiderio può essere oggetto di derisione, sottile strumento di ironia, potente arma di dissacrazione, ma non bisogna mai dimenticare che è quanto di più vicino possa esistere all’io nudo e crudo, e dunque rimane qualcosa di terribilmente serio.

  7. maria (v) scrive:

    Molto bello. Però…
    Stavo pensando che io, piuttosto, vorrei leggere una Lolita scritta da una Lolita, soprattutto il capitolo “dopo aver chiuso definitivamente con Lolita”. ecco, m’incuriosisce il giorno dopo, la vita dopo…stavo pensando che non mi viene in mente niente, in questo momento, qualche suggerimento?

  8. renata franceschi scrive:

    un grazie enorme a Fabio Stassi, mente rara….

  9. sebastiano lisi scrive:

    Mi verebbe da dire che, purtroppo per Nabokov, di Lolita Kubrick ne ha fatto un film. Qualche anno fa l’ho riletto sulla base di alcune suggestioni di “La letteratura e gli dei” di Calasso, dove si parla di “letteratura assoluta”, “possessione divina”, “leggi misteriose”, “poesia, linguaggio – rivelazione – evento”. A me è rimasta l’impressione che Kubrick – il suo Lolita è altro dal romanzo di Nabokov – faccia cosa più assoluta, forma compiuta. Si legge il libro avendo come riferimento il film, non per causa di cronologia, il prima e dopo di visione e lettura, ma nonostante questa successione di visione e lettura; perché il film, la sua opera, è di più, essenzialmente più – forma – di racconto, di “leggi misteriose”, di possessione divina/demoniaca che regge l’arte e l’espressione dell’autore, di poesia e compimento poetico. Stupisce come sia stato possibile e quale “legge misteriosa” ha fatto sì che dalla Lolita di Nabokov Kubrick abbia formato la sua Lolita; nel senso che se la storia è la stessa, nella forma di Kubrick c’è una compiutezza assoluta, non del racconto, ma del raccontare, che forse Nabokov deliberatamente rifugge o rifiuta. Sembra che rispetto alla stessa materia narrativa – la vicenda di Lolita – agisca in Nabokov e in Kubrick una diversa Kunstwollen, un diverso “intento figurativo”, una diversa “intenzione poetica”, una diversa forma.

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