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ebraicità e lesbicità: conversazione con Anna Segre

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Ecco due volumetti agili solo come aspetto, o come mole fisica, ma in realtà felicemente densi di riflessioni; tutt’altro che due cataloghi o due prontuari sulle questioni che affrontano. In 100 punti di lesbicità e 100 punti di ebraicità (Elliot Edizioni), Anna Segre, poetessa, scrittrice e psicoterapeuta, affronta le sue appartenenze condividendole, senza nessuna categoria obbligata, ma con una costante ricerca di senso e di parola.

Molti potranno riconoscere punti e tensioni che sono anche di chi scrive, senza essere magari né ebreo né lesbica: è il pregio principale di un progetto fra l’aforisma privato e la riflessione a cielo aperto di cui l’autrice ci ha raccontato qualche dettaglio illuminante.

Nell’ideazione di questi due libri, arriva prima l’ebraicità o la lesbicità?

È arrivata prima l’ebraicità. Per me stava diventando molto difficile pronunciare la parola “ebrea”, parlando con gli altri. Ho voluto fare un esperimento, vedere se riuscivo a pronunciarla cento volte argomentandola in maniera talmente vasta e umana da provocare una specie di condivisione, del tipo “se questo significa essere ebreo, allora lo sono anch’io”. “Ebrea” è una parola scabra, che prima temevo di pronunciare. Anche adesso è scabra, per la verità.

Anche lesbicità non è una parola facile.

“Lesbica” sembra quasi una diagnosi, è usata sia come insulto sia come catalogazione scientifica. Il titolo infatti contiene il neologismo “lesbicità”, che è stato pensato in questa direzione.

Quindi non ha una valenza neutra.

No. “Lei è lesbica” è una diagnosi. Credo che dovremmo inventare delle nuove parole per dire “omosessualità femminile”. Non che l’omosessualità maschile sia ben vista, anzi, è più malvista dell’omosessualità femminile. Però, in una serata tra amici, abbiamo tirato fuori una marea di parole per nominarla. L’omosessualità maschile è più divertente, c’è più spazio per l’ironia.

Che l’omosessualità maschile sia più nominata e più dileggiata di quella femminile ti dice che sono giochi tra maschi?

Mi dice che è centrale, mentre l’omosessualità femminile è periferica, se non inesistente.

Non è così per ebraicità. Secondo te anche “ebrea” ha questo brutto rumore di fondo?

Sulla parole “ebreo” c’è grande confusione tra la parola “ebreo” che caratterizzerebbe una religione,
la parola “sionista” che caratterizzerebbe una idea storico-politica,
la parola “israeliano” che caratterizzerebbe una cittadinanza,
la parola “israeliano di destra” che caratterizzerebbe una posizione politica,
la parola “israeliano di destra che fa parte del governo” che caratterizzerebbe ancora un’altra cosa.

Tutto questo viene piazzato nella parola “ebreo”. Di qualsiasi cittadinanza sia quella persona, di qualsiasi idea politica, eccetera. Così, si crea una sorta di persecuzione sociale rispetto all’appartenere a una comunità religiosa.

Quanta ricchezza, però, che vastità in una sola parola. Prima hai parlato del tentativo di abbracciare, non di distinguere. C’è un po’ di ebreo in tutti noi, quindi?

L’idea è quella dell’abbraccio. Questi due libri sono contro l’appartenenza.

Allora, siamo tutti un po’ lesbici?

Siamo tutti lesbiche, siamo tutti froci, siamo tutti ebrei, per citare il ‘68, siamo tutti indesiderabili. È un fatto di esclusione: l’appartenenza esclude, l’identità esclude. Malgrado sembri accogliere, in realtà esclude tutti quelli-che-non.

Questi 100 punti non sono fissi. Oltre al complemento di limitazione del titolo, non è un manuale. Si tratta dei tuoi 100 punti.

I 100 punti  sono inclassificabili in libreria. Sono una bilogia di frammenti. Io uso me stessa e la mia storia per esprimere delle idee.

Ti fermi al centesimo perché stai per arrivare al centunesimo, oppure ne hai tolti in corsa?

Io procedo, uno alla volta. E arrivo a cento. Uno alla volta, potrei inventarne altre centinaia.

I tuoi due libri fanno esercizio poetico. Fin dalla ricerca del titolo si vede l’importanza delle parole. Le parole sono verità, sostanza, vanno trattate col rispetto che si meritano e vanno trovate, soprattutto.

Le parole sono state importantissime per un lavoro del genere. Il mio intento è stato quello di eliminare ogni connettivo di troppo, ogni fronzolo, per raccontare un esempio personale che esprimesse al massimo l’idea di fondo. Le parole possono anche essere usate come “zuccheri”, sostanze facilitanti che permettono di raggiungere quante più persone possibile. Volevo farmi comprendere il più possibile. L’obiettivo, lo ripeto, è l’abbraccio.

Si parte da te, comunque, dalla tua testimonianza della fatica di definirsi, o anche semplicemente di stare bene.

Lo faccio anche quando lavoro (Anna è psicoterapeuta, NdI). Per permettere all’altro di esistere, io gli faccio vedere che si può esistere. Per far vedere all’altro che si può ammettere, io ammetto. È un invito al dialogo, come appare lampante nelle presentazioni al pubblico dei 100 punti.

Proprio in occasioni del genere, ti è mai capitato di trovare qualcuno su un’idea di condivisione opposta, differente, antitetica rispetto alla tua, qualcuno che trovasse questi libri non sbagliati ma diversi da quello che si può pensare sia un punto sull’ebraicità o sulla lesbicità? Hai trovato dialettica, o l’abbraccio è generale?

Ho trovato sempre molta dialettica, ma più che obiezioni ci sono stati contributi. L’invito al dialogo con il pubblico si concretizza. Anche se parlo sempre delle stesse due cose, ogni volta le cose che dico cambiano. Per ora non è ancora successo ciò che io temo di più, ossia che qualcuno arrivi e mi dica “Brutta lesbica”, oppure “Sporca ebrea”. So che è possibile che accada: titoli del genere, d’altronde, possono suonare anche come un invito alla stigmatizzazione. È accaduto, invece, che alcuni rimangano attaccati solo al titolo e cerchino di ricondurre tutto ciò che dico solo all’ebraismo o solo all’omosessualità.

Ci sono altre brutte parole che affronterai?

Mi piacerebbe scrivere i 100 punti dell’essere femmina o i 100 punti dell’essere psicoterapeuta. Non diamoci limiti.

John Vignola (Spotorno, 1966) è un giornalista, critico musicale e conduttore radiofonico italiano. Ha recensito dischi su Audioreview, curato la rubrica letteraria de Il Mucchio Selvaggio, suoi articoli appaiono su Vanity Fair e Rockerilla. Ha condotto per Radio Rai diversi programmi, tra cui Twlight e Radio 1 music club.
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