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Eco illimitato

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di Paolo Bonari

Questo pezzo è uscito in forma leggermente diversa sull’ultimo numero di Sofà. Quadrimestrale dei sensi nell’arte: ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

Il destino di ogni progressista è beffardo: se, alla sua morte, si darà il via al rimpianto, ciò testimonierà la superiorità umana del nostro passato e se, invece, le ciglia resteranno asciutte, dello scomparso era poco il valore e non avvertiremo mancanze – possibile, dunque, che il progressista tutto d’un pezzo tifi per la propria irrilevanza e confidi nelle bontà di ogni moto perpetuo?

C’è da credere che Umberto Eco si sia avvicinato più di ogni altro a tale titanico sforzo della speranza: sembrava non aspettare altro, attendere da una vita qualcuno disposto a sfidarlo, uno che fosse all’altezza di rispondere e contrattaccare, che sapesse stargli accanto e che, infine, con uno scapaccione gli facesse volar via dal capo l’alloro, ma avrà imparato a rassegnarsi alla propria sopravvivenza, perché questo non era più il tempo delle uccisioni dei propri padri culturali. Senza tenzone, il divertimento era poco, e non gli restava che giocare da solo, allora, mettersi in scena nell’atto più umano, mentre ride alle sue stesse trovate.

Il riso, la qualità più nostra di tutte: pietra d’angolo della costruzione antropologica, nel caso di Eco diventava risata che ne provocava altre, contatto psico-organico dell’intelletto e della simpatia reciproca. Il riso, peccato ultimo del Nome della rosa: era il 1980 e quella mossa del cavallo, quello scartare di lato, deragliando dal binario accademico del Trattato di semiotica generale, gli consentì una via di fuga, la salvezza, proprio quando si stava esaurendo la spinta propulsiva dalla quale la semiotica, come altre scienze nuove durante la loro istituzione, aveva tratto la propria tentazione imperialistica. Se la cultura umana era fatta di segni, da ciò non conseguiva che ogni altra scienza fosse derivata da quella semiologica e che, un giorno, da questa potesse essere riassorbita?

Quando qualcuno cominciò a sparlare della nudità del re, a sussurrare che le ultimissime analisi semiologiche, condotte sul filo di chirurgiche formalizzazioni, altro non producevano che il segno ridondante della propria inutilità, il re non si trovava più, nella realtà, era sparito: aveva affidato il proprio lascito scientifico alle mani degli allievi, che avrebbero proseguito e perfezionato le raffinatezze analitiche, al prezzo di una costante perdita di humour, di affabilità, di quella passione curiosa che era propria di certi bambini e di tutte le manifestazioni di Umberto Eco cui abbiamo assistito.

Allora, laddove fallisca o si faccia pleonasmo lo studio dei segni, meglio dedicarsi alla loro creazione, all’arte narrativa, facendo finta di nulla, appendere i guanti da laboratorio al chiodo e partecipare al gioco, a patto che un’ultima promessa non venga scordata: a qualcuno toccherà mettere mano a quel relativismo interpretativo alla propagazione del quale lo stesso Eco aveva dato impulso, e sarà lui, allora, a sentirsi in dovere di rimediare.

I limiti dell’interpretazione: esistono eccome, a meno che uno non voglia cedere ai richiami del solipsismo più auto-comunicativo; tracciarli, però, fa sì che la semiosfera si rimpicciolisca e che i segni si sentano un po’ più soli, abbandonati a sé stessi. Poco male, perché l’altro rischio era più grosso: era che non ci si divertisse più, che gli sproloqui interpretativi innescassero processi semiotici il cui fondo era tetro o tetragono, a dispetto dell’apparenza ciarliera.In anticipo di una ventina d’anni sul New Realism, Eco riconosceva quella “durezza” della realtà che fa da argine al delirio nichilistico, ma il suo era un riconoscimento che, come spesso accade, non poteva non reggersi su qualcosa di più intimo, sulla volontà, il “così è” essendo il compimento di un “così sia”: la speranza di una resistenza, a fronte dell’avanzare dei barbari.

Pensare che l’ispirazione che mirava all’indebolimento delle strutture tradizionali, che aveva animato l’emergere e l’affermarsi dei relativismi locali, lungo tutti i decenni precedenti, era stata sì epistemologica, ma soprattutto politica, ovvero ideologica: era sembrato che il progressismo post-marxista dovesse definirsi in virtù della propria opposizione ai capisaldi maiuscoli di questo Occidente: Realtà, innanzitutto. Però, un conto è ragionarne in compagnia di Nietzsche, un altro avere a che fare con le schiere degli epigoni: Eco se ne accorge e corre ai ripari.

Senza limiti, niente più risate: quando uno esagera, gli altri se ne vanno a casa, o restano, sì, ma unicamente per mezzo dell’istituirsi di un potere, nemesi dell’humour, e della soggezione che i più deboli provano per gli arroganti. I limiti sono le strisce di gesso che vanno tracciate per terra, quelle senza le quali i giochi più divertenti sono impossibili.

Insomma,la scoperta degli “imbecilli” avviene presto, molto prima che quelli realizzassero l’“invasione” social che Eco, poi, avrebbe denunciato: l’incubo che la deriva delle interpretazioni finisse per essere sottoposta al loro dominio, all’arbitrio delle loro “legioni”, lo coglie subito, così come il sospetto che la cultura di massa sia una gran cosa, ma che siano proprio gli individui a fare spavento, spesso.

Quando la parola passa a chi non la rispetta, fa una brutta fine anche l’utopia che sembrava frustrare ogni velleità interventistica nostra, di noi che non saremmo altro che rotelle, nel meccanismo astrale degli iper-testi che, loro sì, dialogano e dialogheranno… Finché critica non li separi: sarà bene, infatti, nell’ipotesi di governo degli imbecilli, che qualche buon gendarme dia una controllata a quello che succede, che la semiosi illimitata venga sorvegliata.

Autori che si sottraggono, che dichiarano il proprio desiderio di sparire, di lasciare che le opere si sentano libere e non si facciano contaminare dalle biografie: se una linea novecentesca è stata egemone, è stata questa, seguita da chi ne ha fatto un vessillo, ma anche da quegli altri che, per timidezza e pudore, avrebbero voluto disperdere le tracce, non essere d’ingombro.

Ha fallito, Eco? Se uno ce la mette tutta, infine, per rassicurare i presenti sulla bonomia degli elaboratori di calcolo, trascurando quella loro alterigia elettronica, e finisce che è proprio lui, invece, a mancare a tutti noi, bè, ciò significa che ci saremmo potuti risparmiare del tempo, dirci tutto subito, ma è vero anche che il giro che abbiamo fatto, con Umberto Eco a guidarci, per tornare al punto di partenza, a farci una risata insieme, è stato spettacolare, un ottovolante, bello.

 

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
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