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Editori che non pagano, ovvero della solidarietà tra i lavoratori dell’editoria

Federica Aceto è una delle migliori traduttrici italiane dall’inglese. Ha tradotto molti autori, tra cui Martin Amis, J.G. Ballard, Don DeLillo, Stanley Elkin, A.L. Kennedy, Ali Smith (e qui trovate anche una sua bella intervista a Ali Smith). Da pochi giorni c’è in libreria la sua splendida versione di End Zone di Don DeLillo, uscita per Einaudi, e qui potete trovare un piccolo interessantissimo saggio a riguardo. Da un bel po’ di anni si occupa anche dei dei traduttori e dei lavoratori dell’editoria in genere. Qualche mese fa è stata fra i promotori del blog Editori che pagano, uno strumento di delazione al contrario per quanto le buone e le cattive pratiche del mondo culturale. Questo post è uscito sul suo blog personale. Lo ripubblichiamo, ringraziando l’autrice (Ps. Chi è interessato alla traduzione, può andarsi a vedere gli incontri della serie “Amati e traditi”, promossi dalla Regione Lazio attraverso il Progetto ABC Arte Bellezza Cultura. Qui tutti gli appuntamenti) .

di Federica Aceto

Era da tempo che pensavo di cominciare a curare un blog sulla traduzione. Sì, proprio ora che i blog stanno tramontando, ma vabbè.

Quando si traduce capita di fare ragionamenti complessi, a volte anche preziosi perché tornerebbero utili in futuro e ci eviterebbero sprechi di tempo quando ci capiterà di nuovo di affrontare problemi simili. Ma spesso sono cose non verbalizzate, che  scivolano via, si perdono. Vorrei fermare qui, in questo luogo pubblico, quei pensieri, per la mia riflessione futura e per coloro i quali capiteranno qui per caso.

Il primo post di questo blog però non parlerà di questioni traduttologiche, ma di soldi e di editori che non pagano. Tempo fa, io e alcune colleghe lanciammo l’iniziativa “Editori che pagano”. Ora l’iniziativa è ferma, perché per come l’avevamo concepita era complessa da portare avanti. Non escludiamo che possa risvegliarsi e proseguire in una forma più snella. Ma quello che continua è l’impegno dei singoli traduttori nel mettere in guardia i colleghi, gli studenti che frequentano in tanti corsi di formazione e i tanti seminari.

Ricordo che tra le critiche che abbiamo ricevuto all’epoca di “Editori che pagano” (e a proposito, ringrazio tutti coloro che ci hanno dato fiducia e ci hanno contattato per condividere con noi informazioni molto delicate) c’era questa: “Credete davvero che ai lettori importi sapere che una casa editrice non paga i traduttori/redattori/illustratori o che li paga in ritardo? Pensate davvero che i lettori boicotterebbero gli editori insolventi?”
Non a tutti importerebbe e non tutti boicotterebbero una casa editrice per questo motivo. Ma non è un motivo sufficiente per non agire. Chi vuole sapere oggi ha i mezzi per informarsi.

Noi lavoratori dell’editoria, noi che non siamo imprenditori e che non vogliamo e non dobbiamo partecipare al rischio d’impresa, noi che siamo professionisti seri e passiamo notti insonni tra i sensi di colpa e e-mail di scuse quando siamo in ritardo sulla consegna non abbiamo scelta:

– dobbiamo divulgare tra i nostri colleghi i nomi di chi non paga, per evitare ad altri le nostre disavventure;
– se ne abbiamo la possibilità, è giusto informare anche gli autori e i loro gli agenti, nonché eventuali enti che erogano fondi per la traduzione;
– dobbiamo rivolgerci a un avvocato (anche se la cosa ci sembra economicamente svantaggiosa) e pretendere quello che ci spetta;
– non dobbiamo accettare di lavorare per editori che devono soldi ad altri nostri colleghi da mesi se non da anni;
– non dobbiamo giocare al ribasso accettando per pochi euro lavori che altri colleghi hanno rifiutato.

È una questione di dignità nonché di senso pratico.

Chi accetta di lavorare per un editore che ha la fama di pagare poco, in ritardo, o di non pagare proprio non lo fa perché ha bisogno di lavorare, non lo fa perché ha bisogno di soldi. Lo fa proprio perché evidentemente non ne ha bisogno.

Lavorare per chi non paga non aiuta i principianti a entrare nel mondo dell’editoria, non porta visibilità, non porta altro lavoro. Porta solo male.  Porta danno a chi accetta di farlo e a tutta la categoria. È ora di smetterla.

Commenti
5 Commenti a “Editori che non pagano, ovvero della solidarietà tra i lavoratori dell’editoria”
  1. Alemanetz scrive:

    Se ad un professionale o lavoratore X mi accomuna un’ingiustizia, io faccio tutto il possibile per mostrargli che non è solo. Si chiama solidarietà e per me resta fra le poche cose che contano in questa vita da generazione perduta. Forza e coraggio, Francesca, ci sarebbe da scoprire chi è che paga in Italia, ma proprio per questo devi essere sicura che non sei sola y que junt@s podemos!

  2. La scribacchina scrive:

    Mi sembra sacrosanto quanto scrivi Federica.
    Il ragionamento andrebbe esteso a tanti altri campi…

  3. Elisa C. scrive:

    Ottimo articolo, Federica!

    In particolare ripeterò ai colleghi che mi chiedono consiglio queste due osservazioni finali:

    “Chi accetta di lavorare per un editore che ha la fama di pagare poco, in ritardo, o di non pagare proprio non lo fa perché ha bisogno di lavorare, non lo fa perché ha bisogno di soldi. Lo fa proprio perché evidentemente non ne ha bisogno.

    Lavorare per chi non paga non aiuta i principianti a entrare nel mondo dell’editoria, non porta visibilità, non porta altro lavoro. Porta solo male. Porta danno a chi accetta di farlo e a tutta la categoria”

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  1. […] completezza, segnalo che questo suo esordio è stato accolto con favore anche su Minima et moralia, corredato tra l’altro di qualche link in più che alletta e allieta il lettore digitale (una […]

  2. […] Non è prassi consolidata ovunque, non si deve generalizzare (anzi, per cambiare l’andazzo è giusto diversificare sempre e illuminare chi rispetta l’etica del lavoro) ma di certo chiunque bazzica il settore […]



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