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Edizioni di Comunità e Piccola biblioteca morale: vademecum per il nostro presente

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Photo by Kimberly Farmer on Unsplash

Ci sono collane che si prefiggono compiti importanti, come quello di tramandare la memoria di personaggi decisivi, spesso minoritari, della nostra epoca o di quella appena passata, con l’augurio che le loro esperienze e le loro opere siano in grado, ancora oggi, di parlare ai lettori. Nel presente panorama editoriale, ce ne sono almeno due di cui vale la pena seguire gli svolgimenti e le uscite, una delle Edizioni di Comunità, fondate da Adriano Olivetti, l’altra della casa editrice e/o. Tra le loro ultime uscite ci sono testi interessanti che si presentano come possibili bussole per muoversi nel nostro presente, nonostante siano opera di autori che, come vedremo, appartengono tutti al secolo scorso.

La collana delle Edizioni di Comunità si chiama “Humana Civilitas” e raccoglie testi di «uomini e donne liberi animati da un ideale di convivenza umana fondato sulla dignità della persona, sulla responsabilità e sulla cultura del rispetto e dell’accoglienza». La nuova serie della collana, quella precedente accoglieva i discorsi di Adriano Olivetti, ha iniziato le sue pubblicazioni lo scorso anno spaziando tra grandi personalità del Novecento italiano, da tutti i campi, dalla politica in senso stretto, con Aldo Moro, Nilde Iotti e Giacomo Matteotti, alla psichiatria, Franco Basaglia, dall’imprenditoria, Enrico Mattei, all’urbanistica, Franco Quaroni.

Tra i libri più recenti ce ne sono due di particolare interesse anche per l’operazione di recupero dall’oblio: si tratta di Il dio che è fallito di Ignazio Silone e di La poetica della verità di Vittorio De Sica. Il testo dello scrittore abruzzese, dalla cui pubblicazione si spera possa trarre giovamento l’attenzione sulla sua opera, sempre troppo bassa, venne pubblicato originariamente sulla rivista “Comunità” di Adriano Olivetti ed è il racconto, duro e disincantato, della delusione di Silone sulla possibilità di un socialismo reale, insidiato, prima di tutto, dalle violenze e gli orrori staliniani. È questo il dio che fallisce del titolo, una visione della società che, scontrandosi con la realtà delle cose, esce miseramente sconfitta: a descriverne il fallimento è un ex-militante del PCI, ma soprattutto un grande scrittore che è in grado di raccontare questa storia con la sua solita abilità narrativa (si leggano per esempio le prime splendide pagine che raccontano il tentativo di fuga dai fascisti a Milano di un gruppo di comunisti tra cui lo scrittore).

Il testo di Silone è certo figlio del suo tempo e bloccato in paradigmi che oggi possono apparire lontani, ma ha senza dubbio la capacità di indagare in maniera critica la relazione tra ideologia e essere umano, mostrando, attraverso un andamento dimostrativo quasi analitico, come debba sempre essere il secondo a guidare la prima, pena il fallimento che Silone ha vissuto sulla sua pelle. Il libro di De Sica, La poetica della verità, raccoglie invece due scritti autobiografici di estremo interesse non solo per conoscere aspetti minori della vita del regista, ma anche per la capacità che queste pagine hanno di descrivere con precisione alcuni momenti del Novecento da un’angolatura certo originale.

La narrazione prende infatti avvio dal 1901, l’anno in cui nasce De Sica, e dai primi anni tra Sora, Napoli, Firenze e Roma, per poi ripercorrere alcuni importanti momenti della sua vita, dall’esperienza di attore teatrale a quella di regista di successo. Uno dei ricordi più dolorosi è certo quella della morte del padre, che avviene durante una tournée teatrale. De Sica scrive: «ero irritato con me stesso perché non avevo versato una lacrima», ma poi aggiunge, parlando dello spettacolo della sera seguente a Milano: «il pubblico si alzò in piedi e mi salutò con un lungo applauso. Io rimasi fermo a testa bassa in segno di ringraziamento. Si risiedettero e io per un buon minuto dovetti inventare lì per lì un’azione muta […] sempre rivolto verso il fondo della scena perché non riuscivo a frenare le lacrime e non volevo che il pubblico se ne accorgesse».

Oltre a un divertente ricordo della prima romana di Ladri di biciclette (De Sica sente apostrofare il direttore del teatro da uno spettatore così: «A diretto’, me fai ridà i sordi che ho speso. Ma so’ firme questi da dà al povero pubblico italiano? Ve dovreste vergogna’»), De Sica racconta anche di come nacque il neorealismo, da un incontro sui gradini di un portone tra lui e Rossellini, e dal desiderio di «raccontare la triste realtà della nostra povera Italia» e di «dire la verità».

La collana delle edizioni e/o si chiama invece “Piccola biblioteca morale” ed è anch’essa il proseguimento di una collana che già esisteva in passato, nata intorno alla metà degli anni Novanta, e che oggi come allora si prefigge di rappresentare una reazione al narcisismo culturale della nostra società e alla decadenza di figure intellettuali forti (i titoli passati sono tanto belli quanto rari, dal Cassola del profetico Conversazioni su una cultura compromessa a Dick, da Capitini a Gaeta, da Ramondino allo stesso Silone). La direzione è sempre di Goffredo Fofi e negli ultimi mesi sono usciti i primi quattro titoli, Sulla liberazione della donna di Simone de Beauvoir, Il teatro e la crudeltà di Antonin Artaud, il miscellaneo L’Italia secondo Fellini e Gesù il Cristo di Ernesto Bonaiuti. Il libro di Artaud raccoglie una serie di saggi da cui emerge il valore della provocazione, ma soprattutto, come sottolinea Rodolfo Sacchettini nella sua Introduzione, come «il teatro [abbia] a che fare con la vita, e come la vita [vada] preso sul serio»: la crudeltà che fa mostra di sé nel titolo deve essere allora un segno di rigore, del coraggio di andare fino in fondo, anche contro le convenzione solitamente date per acquisite e dunque immutabili.

Il libro su Fellini invece raccoglie i testi di Goffredo Fofi, Piergiorgio Giacché, Emiliano Morreale e Gianni Volpe nati da un convegno intitolato “Fellini antropologo”: questi vari scritti, oltre a costruire un’articolata e centrata indagine sull’opera di uno degli artisti più importanti del Novecento, sono uniti nello sforzo di mostrare come Fellini sia stato capace di raccontare l’Italia in maniera sincera e aderente al vero, mosso da quel «nodo morale», così lo definisce Fofi, che gli permetteva di rappresentare al cinema le cose nella loro natura più profonda.

Questo libro, assieme a quello delle Edizioni di Comunità di De Sica, è testimonianza fondamentale di quanto il cinema del passato sia stato in grado di raccontare e analizzare la società, aspetto che oggi certamente manca se non in casi minori, seppure importanti (per esempio, Rohrwacher, Costanzo, Bispuri, Garrone, Giovannesi). Il testo forse più raro è Gesù il Cristo di Ernesto Bonaiuti, teologo antifascista, scomunicato dalla Chiesa e avversato dal regime dopo il 1929, autore di una monumentale storia del cristianesimo e della imprescindibile autobiografia Pellegrino di Roma. La generazione dell’esodo.

Nel testo pubblicato dalle edizioni e/o, Bonaiuti racconta la vita pubblica di Gesù, arrivando, nelle ultime pagine, a narrarne anche la morte: ciò che rende prezioso questo testo è l’accurata analisi filologica e il serrato confronto tra i Vangeli operato dall’autore per giungere a questo risultato, oltre a una prosa preziosa ed evocativa (la morte che avviene «fra la commozione angosciata dell’universo», ovvero un Giovanni Battista che vede un uomo la cui «intelligenza profonda dei problemi della vita e della fede gli era derivata dalle profondità gelose della sua coscienza, opsitante, come nessun’altra, l’ntuizione e l’ispirazione dell’Assoluto»).

In questo libro, la vita rivoluzionaria di Gesù e il suo insegnamento assumono il ancor di più il valore dell’unico moto di protesta praticabile: «alla saturazione della iniquità politica non soccorre che un rimedio salutare: contrapporre al male che dilaga, la speranza inerme e la rinuncia consapevole».

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Il Riformista, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha curato per Quodlibet il romanzo di Giovanni Faldella “Madonna di fuoco e Madonna di neve” e pubblicato la monografia “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”.
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