ADecristofaro

Un racconto dal nuovo numero di effe

«Se raccogliessimo le storie e le intuizioni delle donne che scrivono oggi e in Italia, che cosa leggeremmo?».

Undici autrici italiane accompagnate da undici illustratrici della scena creativa internazionale hanno interpretato il quesito e dato la loro personale risposta con i propri racconti.

Susanna, di Costanza Masi, è uno di questi e lo trovate all’interno del quarto volume di effe – Periodico di Altre Narratività (da qualche giorno disponibile anche in eBook), il semestrale di narrativa inedita e illustrata ideato da Flanerí, in collaborazione con lo Studio editoriale 42Linee.

All’interno del volume anche Carla Vasio, Mari Accardi, Carolina Crespi, Francesca Romana D’Antuono, Margherita Ferrari, Maddalena Francavilla, Marzia Grillo, Alessandra Minervini, Giulia Orlando e Beatrice Serini.

Susanna

di Costanza Masi

illustrazione di Alessandra De Cristofaro 

Lo scorso luglio ho ricevuto una telefonata: «Ciao, ho avuto il tuo recapito da Giorgio V., ti andrebbe di venire a fare un colloquio domani?»

«Certo» rispondo io, anche se non ho la minima idea di che cosa si tratti.

Succede ormai da circa due anni a questa parte: qualcuno gira il mio numero a qualcun altro che a sua volta lo gira a qualcun altro ancora. Mi chiamano più o meno ogni sei mesi, il tempo di una sostituzione di maternità.

Così, sempre da circa due anni a questa parte, quando mi domandano di che cosa mi occupo, io rispondo sempre in inglese: «Event planner».

Allora la gente risponde «ah», facendo sì con la testa e non mi chiede più niente. E soprattutto non si preoccupa di guardarmi le scarpe quasi bucate o di capire se sono uomo o donna: «Fai pagare il ragazzo», mi hanno detto una volta che sono andata a comprare il pesce al mercato.

Al colloquio mi ero presentata con un paio di pantaloni neri di lino, una maglietta nera di cotone biologico e delle scarpe di cotone, mezze bucate appunto, che andavano a sostituire – ma non nel mio cuore – delle scarpe di cotone identiche, ma tutte bucate, che ero stata costretta a buttare via per decenza.

«Non ce li hai i soldi per ricomprarti le scarpe?» mi aveva chiesto mia madre.

E in effetti di quelle scarpe non rimaneva poi molto. Come di lei qualche anno dopo.

Il primo giorno di lavoro mi hanno fatto fare il giro dell’ufficio, all’interno di un basso fabbricato di mattoni rossi, luminoso come un campo da tennis a mezzogiorno.

Ho sempre trovato imbarazzanti questi giri di presentazione: vista la frequenza con cui cambio lavoro, non ricordo i nomi di chi mi presentano e ho sempre paura di incontrare l’ex collega del collega che mi chiede: «Ma te lo ricordi quello che parlava sempre al telefono passeggiando per l’ufficio e urlando di permessi comunali? È morto».

E tu devi dispiacerti e fare quella faccia che va in giù come ai cani quando vogliono ancora mangiare anche se hanno appena finito.

Mentre salutavo senza curarmi di chi avessi davanti, cercavo di capire che criterio avessero usato per dividere gli spazi: ogni team di lavoro è separato dagli altri con dei paraventi di bambù e carta di riso, che pare di stare in Cina, se non fosse per i mattoni rossi delle pareti portanti, in stile post-industriale. Iniziamo bene, ho pensato.

Tra le mie colleghe ce ne sono due che, ancora oggi, non ho capito bene che lavoro facciano. Una ha la scrivania che dà verso l’ingresso – ma guai a chiamarla receptionist – e una sta di fronte a me e si chiama Susanna.

Susanna è una signora con il corpo rotondo, due gambette sotto e le braccia penzoloni fini fini sopra, con i capelli neri sempre unti e sporchi, di quel colore che ti rimane sui denti quando mangi il risotto al nero di seppia e speri di non ridere mai più nella vita pur di non aprire bocca.

«Che lavoro fa esattamente Susanna?» chiedo dopo due giorni che la sento parlare al telefono solo dei cazzi suoi.

I colleghi rispondono tutti in modo confuso o evitano di parlarne come si fa quando a qualcuno diagnosticano un tumore: ringrazi solo il cielo che non sia toccato a te.

«Help desk» sento bisbigliare, senza capire chi abbia parlato.

«Assistenza clienti» puntualizza qualcun altro.

In realtà, Susanna passa tutto il giorno a parlare al telefono della salma dello zio, del materasso comprato in garanzia o della borsa di marca rubata alla madre anziana. Non l’ho mai vista né sentita lavorare, altro che help desk.

Una volta, avvicinandomi alla sua scrivania, ho visto dei fogli di carta su cui segna tutte le ore di straordinario che fa, contando i minuti. Si fa otto giorni di fila di malattia e torna con nemmeno un colpo di tosse; a pranzo mangia solo un panino grande come un piede tagliato a metà e dei fagiolini lessi, rovesciati su un piatto bianco da pizza.

Non saluta nessuno Susanna, tranne la receptionist non receptionist, e spinge la porta della sala riunioni con il ginocchio per aprirla, anche se è chiusa a chiave.

Ha lo sguardo amimico Susanna, come quello di mia madre dopo vent’anni di antidepressivi, che ormai sta solo in camicia da notte per il corridoio e quando prova a parlare o solo a pensare stringe gli occhi e si porta una mano al naso.

«Che fai mamma?» le chiedo.

«Eh?» risponde lei.

Mia madre quand’era giovane si vestiva tutta per benino, ora non riesce nemmeno a mettersi i calzini da sola e nasconde gli psicofarmaci – oltre a quelli che già prende, dico – nel cassetto insieme ai soldi e alle mutande.

L’ultima volta che sono scesa a casa da lei, ho trovato una pastiglia per terra: le deve essere cascata e non è nemmeno riuscita a ritrovarla. L’ho presa in mano, l’ho guardata bene e l’ho buttata nel cestino. Intorno al water il pavimento era così sporco che mi si appiccicavano le scarpe, era schizzato di merda, così come il muro. Allora mi sono chinata, non so se trattenendo più il vomito o le lacrime, e mi sono messa a pulire con tutta la forza che avevo. Strusciavo la spugnetta contro la parete, per terra e ancora contro la parete, spruzzandoci sopra il Cif al limone che non riusciva a coprire quell’odore di vecchio e di sporco. Mi faceva schifo tutto, ma soprattutto mi faceva schifo la mia famiglia, l’ho odiata tantissimo e la notte sono stata così male che non ho dormito. Mi dicevo: Basta, non torno più, si tengano la casa, i soldi, i debiti, gli psicofarmaci, i clisteri monouso, la merda incrostata nel bagno, i peli del cane sui tappeti persiani, le persiane chiuse alle quattro di pomeriggio, il pensare di non potercela mai fare, o non fare più e farti credere che anche per te è la stessa cosa.

Il giorno dopo, quando sono tornata a casa, ho chiamato mia sorella e le ho detto che non ce la facevo più, che non volevo più scendere da nostra madre.

«Pensa a tutte le cose che ha fatto la mamma per te» mi ha risposto lei.

Io allora ci ho pensato e mi sono messa a piangere in bagno, mi sono accasciata piano a terra con la schiena attaccata al termosifone, ho acceso il phon e ho aspettato che mi passasse.

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Quando non chiama con il telefono dell’ufficio – l’assistenza clienti della banca, il tecnico del computer, il tecnico del condizionatore, sua madre, l’ufficio oggetti smarriti o l’Asl per prenotare una visita per l’incontinenza – Susanna passa il tempo chiusa in bagno a parlare con il cellulare, raccontando che ha mal di stomaco o che nel fine settimana ha mangiato il guazzetto di cozze. Eppure avrà la tredicesima, la quattordicesima, la pensione, un appartamento di proprietà, una madre anziana con cui parlare. Ha la tastiera ergonomica e due sedie, una per lei e una per un cuscino che ci tiene appoggiato sopra, senza toccarlo, senza sedercisi.

Una mattina che la mia collega le ha chiesto la seconda sedia, quella col cuscino, per far sedere un collaboratore, Susanna si è spaventata così tanto che ha stampato a caratteri grandi come una mano il suo nome su dei fogli A4. Il giorno dopo entrambe le sedie avevano la scritta «Susanna» dietro lo schienale, attaccata con lo scotch.

Susanna non parla con nessuno tranne che con la receptionist non receptionist che ti apre la porta solo se ne ha voglia, e tu che eri fuori ad aspettare, con la bicicletta poggiata su un fianco e le mani viola dal freddo, le dici anche «grazie» e poi «buongiorno», ma lei si gira dall’altra parte a maledirti, te e la tua bicicletta di merda, le tue mani viola e la tua sostituzione di maternità.

La receptionist non receptionist tappezza di cartelli tutta l’area degli uffici, bagni compresi. Quando passi da una stanza all’altra, sotto gli interruttori della luce trovi un bel foglio A4 con scritto: «Ti sei ricordato di spegnere la luce? Se è accesa no, se è spenta sì». Genio.

Uno dei cartelli che preferisco è sulla porta più esterna, oltre tutti gli uffici, una di quelle grandi porte a vetri come le uscite di sicurezza dei supermercati: «Si spinge qui, dai che non è difficile» recita un foglio attaccato per orizzontale sul maniglione antipanico – che è sempre o rosso o verde. Cammino in punta di piedi e mi giro verso Susanna. Help desk. Ma vaffanculo vai.

Starei a guardare Susanna tutto il giorno, come si fa col mare, a domandarmi chissà cosa pensa, chissà cosa vede quando fissa dei punti a caso sulla sua scrivania, se prende dei medicinali o se è sempre stata così, che shampoo usa quando si lava i capelli e quanto le dura visto che i capelli non se li lava mai.

Ogni giorno carica il cellulare appoggiandolo alla scatolina elettrica di una presa al muro e quando lo controlla, che è ancora attaccato al caricabatterie, sta ferma immobile dando le spalle a tutto il resto, e me la immagino in un carcere femminile, come quando nei film colpiscono i detenuti con l’acqua gelida e i corpi si fanno lividi. Chissà quanto livido può farsi il corpo di Susanna.

Una mattina gli occhi mi si sono piantati in mezzo alle sue gambe. Quel giorno Susanna si era messa la gonna e le autoreggenti a rete e io ero finita, mio malgrado, lì in mezzo, anche se non c’era spazio nemmeno per uno sguardo, tanto la ciccia delle cosce era pigiata, nemmeno le mutande riuscivi a vedere, solo la carne bianca come quella del pollo prima di buttarlo sui ferri, flaccido e freddo. Eppure Susanna ha un fidanzato, pensavo. E io allora che cazzo me ne facevo delle mie di gambe, se non ci entrava più nessuno dentro?

La mia ex fidanzata l’avevo conosciuta una sera di novembre che nessuna delle due voleva uscire, ma un’amica in comune ci aveva trascinate fuori entrambe. Lei stava finendo di studiare, io lavoravo in un’agenzia di pubblicità che aveva tra i migliori clienti le macchine fatte male, gli assorbenti e i collutori.

La sera che ci siamo conosciute la mia ex fidanzata era vestita leggera per essere novembre, non ho mai capito come facesse a resistere al freddo e il suo corpo a essere così caldo la notte quando le stavo vicino. Aveva un giacchetto verde militare chiaro con il cappuccio bordato di finto pelo, un paio di pantaloni di lana che le cadevano larghi, e queste sue scarpette che parevano delle ciabatte, ma su di lei erano carine nonostante le nappine di pelle. Da quella sera l’ho soprannominata Pocahontas.

Il primo Natale che abbiamo passato insieme ci siamo fatte mille regali, di quelli che si fanno le persone fidanzate da poco, tante cose piccole, tutte con un significato preciso che dopo anni le ritrovi in casa – non le ho mai spostate – e piangi come una cretina. Fu quel Natale che le regalai, tra le altre cose, anche il Dvd di Pocahontas, chissà se l’ha mai guardato.

Pensavo che disperarsi per la mia ex fidanzata fosse la cosa più dolorosa del mondo, e invece mi sbagliavo. La cosa più dolorosa del mondo, prima che muoia il cane, è vedere mia madre ridotta in un modo che non so nemmeno descrivere a parole e allora mi immagino qualcosa in natura come il mare. E mi immagino che dove prima c’era il mare ora non c’è più niente. Ecco, mia madre è come il mare che non c’è più e io non riesco a dirle nemmeno ciao, e mi scanso quando cerca di abbracciarmi perché mi fa schifo e magari sbava e io sento montarmi dentro una rabbia che non so spiegare e le dico solo: «Ti prego mamma, smettila di prendere i farmaci».

E lei mi trafigge con due occhi che sembrano ancora vivi e che sembrano dirmi: Stronza che non sei altro, non ti credere che se per due volte pulisci il cesso dalla merda, io non l’abbia fatto con te per tutta la vita.

Stamattina sono entrata in bagno e, bussando alla porta, ho riconosciuto la voce di Susanna: «Occupato», mi ha risposto.

Me la sono immaginata seduta sul water che manco riusciva a toccare in terra con i piedi, con le sue gambette a penzoloni, come quando da piccola andavo sull’altalena, mia madre mi spingeva forte e da dietro le spalle urlava: «Reggiti forte», e io ridevo leggera.

 

 

Costanza Masi è nata a Firenze nel 1978. Vive e lavora a Torino come Web Editor e Social Media Manager. Un suo racconto è apparso su Abbiamo le prove.

Alessandra De Cristofaro è nata a Lecce nel 1982. Vive a Roma e lavora come illustratrice per riviste e case editrici. Tra i suoi clienti ci sono The New York Times, Vice, Granta, Lo straniero e Armando Curcio Editore.

Commenti
3 Commenti a “Un racconto dal nuovo numero di effe”
  1. donatella longo scrive:

    Un bel racconto dal registro ironico e realista con cui vengono trattati temi in cui molti si riconoscono. Sarà perché anche io ho il vizio (vagamente ossessivo?) di osservare le Susanna, sarà perché annovero tra le cose più dolorose del mondo la morte del cane? Non saprei ma quello che ho letto mi è piaciuto molto. Complimenti

    Donatella Longo

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  1. […] La seconda notizia riguarda Susanna, il racconto di Costanza Masi contenuto nell’antologia e illustrato da Alessandra De Cristoforo. Bene, da ieri il racconto può essere letto anche su il sito di minima&moralia, la rivista culturale online. Trovate tutto a questo link. […]

  2. […] piccole cose che accadono a tutti e che trasformano la quotidianità. Ad esempio, nel suo racconto Susanna dice: “Il primo Natale che abbiamo passato insieme ci siamo fatte mille regali, di quelli che si […]



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