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Ego Fuffaro: una conversazione

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Alessio Spataro non è certo uno che le manda a dire.
Nella sua ormai più che ventennale attività satirica ha collezionato una serie di medaglie per oltraggio, vilipendio e offesa alle istituzioni da farlo apparire come il Roger Federer dell’insulto politico. Lo scriviamo con una certa ammirazione. Dalla storica serie di fine anni ‘90 della Ministronza, che rappresentava Giorgia Meloni intenta in pratiche scato-masochistiche, alla tristemente profetica denuncia sulle fascinazioni neofasciste all’interno del movimento grillino di Heil Beppe !1! (con Carlo Gubitosa), Spataro ha sostanzialmente violato ogni tabù del politicamente corretto, rimanendo però sempre graniticamente fedele alla sua identità ideologica di estrema sinistra.
Non è da tutti, di questi tempi.

Eppure, come già scrivemmo, su di lui regna un illuminante paradosso tanto è violento, oltraggioso, spietato nelle sue vignette satiriche, quanto di persona è un galantuomo d’altri tempi, di rarissima cortesia e, soprattutto, in grado di ispirare una grande serenità, col suo eloquio calmo e forbito. Chi scrive si è innamorato del suo meraviglioso racconto Biliardino sulla straordinaria vita di Alejandro Finisterre fin da quando ce ne parlò una notte intera tra aneddoti su Camus e Sartre e retroscena sui doppiogiochisti nella Spagna franchista, un racconto che definire dotto e rocambolesco è riduttivo.

Ora Spataro ha scelto come obiettivo dei suoi strali una vittima che sembra nata apposta per questo destino: il proprietario del 90% della fuffa mondiale (copyright Lercio), il gramsciano che scrive per CasaPound, colui che parla come un documentario dell’Istituto Luce parodiato da Rocco Tanica… insomma, avete capito.

La compassione (sia cristana che schopenhaueriana) inviterebbe a non infierire: su uno che partì come promettente giovane studioso accanto a Cacciari e ora si ritrova accanto a Povia scalzo che canta canzoni contro gli immigrati, crediamo che Nemesis si sia già abbattuta implacabile, quasi come su d’un moderno Sisifo condannato a ripetere ogni giorno la stessa trita formula vuota per arrampicarsi idealmente sulla stessa montagna di letame dialettico.
Un Sisifo che ci immaginiamo perennemente infelice (e fetido).

Ma Spataro è alieno ai richiami dell’agape e della noluntas e, da gramsciano auentico, più la sua ragione vede nero, più la sua volontà lo induce a combattere. Nulla poteva essere più antitetico all’autore siciliano dell’eloquio ridicolmente impostato e dell’innaturale sintesi Gramsci/Evola tipici dell’opinionista spocchioso, ormai megafono televisivo del peggior populismo filoputiniano.

Ecco quindi il feroce Le avventure rossobrune di Ego Fuffaro, in cui Spataro mostra tutti i suoi più aguzzi artigili: dall’ormai immancabile Meloni ai sempre fustigati Gomez e Travaglio, dalla coppia Di Maio/Di Battista agli esponenti più ambigui del rossobrunismo, Spataro non risparmia a nessuno nomignoli deformanti e rapprentazioni crudeli, eccezion fatta per il collega Mario Natangelo, vignettista de Il Fatto Quotidiano abile nella provocazione a tutto raggio.

Tra citazioni di Stranger Things e riferimenti psicanalitici, Spataro mette a nudo con crudele aderenza al vero l’evidente psicodramma che è alla base del tristo fenomeno “intellettuale” del momento.

In omaggio al protagonista del libro, con l’autore abbiamo intavolato un’aulico simposio, in cui Spataro parrebbe però negare qualsiasi connessione con personaggi noti.
Insomma, nega la verità anche di fronte alle evidenze più clamorose.
Come un grillino qualsiasi.

In questo libercolo satireggiante non lesini giambi e invettive a un cognito meditatore teoretico le cui arzigogolate elucubrazioni possono cotidie essere oggetto di posteriore cogitazione attraverso gli ormai collaudati ritrovati della tecnica che si avvalgono dell’ausilio del tubo catodico. Perché tale invereconda acredine che indulge talvolta financo nel turpiloquio?

Sovente è d’uopo dar libero sfogo alle più recondite pulsioni d’ira, acciocché si possa indirizzare rabbia altrimenti sopita verso atteggiamenti violenti, ancorché limitati all’invettiva orale ed indirizzati contro obiettivi inesistenti, sebbene appaiano verosimili. È lo scopo principale del linguaggio satirico; disincentivare in modo consciamente reazionario e classista qualsivoglia sentimento di protesta ed incanalarlo verso i limiti bidimensionali e devirilizzanti della carta od anche del cinematografo, per il timore fondato che esso possa divenire in profondità terreno fertile di movimenti sociali che stravolgano il sistema vigente.

Essendo il meditatore sopra menzionato fieramente parteggiato contro il pensiero dominante della dittatura unica del turbocapitale genderista, dovremmo forse sospettare che con non virile maschera tale canzonatura plauda a – peggio venga surrettiziamente sovvenzionata da – gli sgherri dell’Europa del Capitale, fautori di un’atomizzazione pansessistica delle coscienze pari alla precarizzazione sistematica delle esistenze da essi barbaricamente perpetrata nei confronti del contemporaneo sottoproletariato ormai marxianamente alienato e gramsciamente scevro da qualsiasi coscienza di classe?

Per quanto concerne il cogitante di cui favelli, il quale in nulla è legato al protagonista del libello grafico sequenziale di cui mi fregio di essere l’autore, credo sia piuttosto egli a servire il pensiero unico dominante, oggi tendenzialmente xenofobo anziché mondialista e cosmopolita.
Compito precipuo di noi intellettuali radical chic è, nel mondo odierno, contrastare codesta fallace menzogna e battagliare alla bisogna affinché si comprenda che simili atteggiamenti infondati, beceri e nazionalpopolari siano in realtà prova evidente del servilismo euroinomane di tanti adoratori di bonifici delle odiate banche, nonché testimonianza evidente della mancanza di pelo che, realisticamente, sovente strugge il bardo twittatore compulsivo sovranista.

Puoi dimostrare di non essere in possesso di un aureo strumento atto al conteggio dello scorrere ineluttabile del Tempo come regalìa di un noto imprenditore ungherese naturalizzato americano presidente della “Fondazione della Società Aperta”?

Come l’attico del grattacielo più alto di Capalbio e il maglione di cachemire rosso, sappi che financo il Rolex è frutto di una legittima e meritata plutoeredità di un mio antenato socialista liberale di nobile lignaggio granducatico. Qualora, invece, volessi alludere al noto benefattore prepuziofobico, mi preme avvisarti di desistere poiché con Giorgio Sorella sono legato da una storica amicizia che travalica qualsivoglia muro.

Potresti rendere maggiormente perspicue le tue allusioni velate all’esistenza di un fronte ideale associabile alle variazioni cromatiche del rubro e del moro? Soprattutto perché associ arditamente tale appartenenza alla condizione di cilindro sodo galleggiante dal corpo umano esecreto?

Come ho testé imparato durante l’ultimo faticoso ventunesimo anno fuoricorso dell’Accademia di Belle Arti, qualora un rosso rubicondo desaturato poiché malconcepito dovesse mescolarsi con un colore nero spento (con punte di grigio ratto e verde militare), è insindacabilmente dimostrabile che ne verrebbe fuori una soluzione cromatica ibrida e meticcia verosimilmente paragonabile allo sterco di fogna.

Quali sono i tuoi convincimenti in relazione alla collaborazione intellettuale del previamente evocato meditatore col diario telematico di una nota forza tradizionalista ribattezzata CasaLibbra in omaggio a un grande Cantore proveniente dalla Nuova India scoperta da un celebrato nostrano navigatore che i propri fortunati natali trovò nella Superba?

Non comprendo di chi discetti. Il protagonista della mia novella grafica è, invero, un sedicente studioso di marxismo che sovente frequenta chiunque lo inviti a dar sfoggio del suo ego, bulimico di popolo, persino ambienti fascisti ove, all’opposto, il pensiero è, non tanto in dissenso, quanto inesistente.

Per tributare degno omaggio a cogitazioni già ospitate su queste ardite colonne telematiche, sono a porti il vetusto quesito: cosa abbiamo fatto per meritarci Diego Fusaro?

Son portato a pensare che i tuoi bizzarri riferimenti sian frutto di turbocasuale coincidenza poiché il suddetto è soltanto un triste novello Sgarbi pacato fortunosamente promosso da tanti piccoli format sguatatamente mauriziocostanzoshowfili, mentre il mio Ego è infinitamente più concreto e dignitoso. E credo che persino tu ne convenga, nevvero?

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
Commenti
2 Commenti a “Ego Fuffaro: una conversazione”
  1. Andrea Brantomio scrive:

    Faccio presente che un mio conoscente, presente su Facebook, si fa chiamare Costantino Fuffaro .
    Non sapevo avesse parenti…

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  1. […] Adriano Ercolani recensisce per Minima et Moralia il nuovo lavoro di Alessio Spataro, Le avventure rossobrune di Ego Fuffaro e intervista l’autore nello stile del suo personaggio. […]



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