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El especialista de Barcelona

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero. (Fonte immagine)

Sarà vero che “i grandi romanzi autobiografici… ‘oh, un’ultima didascalia, mia adorata foglia tra ancora un po’ di vita e il tempo che fu’… mica si fanno parlando di sé!”, ma l’io narrante che conversa con una foglia di platano sopra una sedia di ferro della Rambla con proprietà taumaturgiche (ti ci siedi, e alla chiarezza di pensiero aggiungi la temporanea soluzione dei tuoi problemi di vescica) è tanto simile all’autore di questo El especialista de Barcelona da far pensare che l’Aldo Busi che li contiene entrambi trascorra le 368 pagine del libro a domare contraddizioni dell’ego a lui ben note ma poi dimenticate ad arte per fronteggiarle nuovamente – giacché siamo in Spagna – nelle vesti di donchisciottesche apparizioni.

Mai contraddittorio, Busi, quanto lo è il giornalismo culturale italiano, che allo scrittore di Montichiari ha tributato attenzione dopo averlo trascurato dall’indomani di Sodomie in corpo 11, cioè circa venticinque anni fa, e questo non tanto perché l’autore perdesse troppi colpi sulla pagina (per quanto l’equilibrio di Seminario sulla gioventù e l’ambizione di Vita standard di un venditore provvisorio di collant nonché l’ardore civile e popolare e salottiero-per-capriccio delle Sodomie restino ineguagliati) ma perché ne aveva guadagnato la sua ascesa televisiva. Da qui il non expedit di una critica sempre in odor di autocirconvenzione e soprattutto incapace di discernere tra opere (comunque di livello anche dopo gli anni Ottanta) e apparizioni televisive dimenticabili per chiunque non s’accontenti della televisione italiana anche portata sul livello di decenza (sempre televisione resta, sempre italiana, e soprattutto se la retorica del Busi in telecamera spacciato per cavallo di Troia viene portata sui territori di una Ventura o De Filippi non si ottiene una città in fiamme ma un Gulliver tristemente in ceppi anche quando è sciolto).

Adesso però non tanto la critica italiana ma il giornalismo che si occupa di libri ha accolto Busi con benevolenza, e questo accade non perché El especialista de Barcelona le abbia dato la scossa a chi non fu toccato da Casanova di se stessi ma perché tra Busi e chi ha dimenticato l’abc necessario a entrare nelle sue pagine, fosse anche per capire se ciò che scrive gli piace oppure no, si è frapposto un mediatore. Vale a dire una casa editrice che (fino a sopravvenute difficoltà economiche) ha creduto in lui dopo che Mondadori aveva relegato i suoi libri alla routine di pagarli molto pur di farne parlare a caso oppure niente, essendo altri i rilegati da promuovere e trasformare in casi. Invece adesso il mediatore c’è, e con lui la cartina di tornasole in grado di dimostrare come il giornalista culturale medio sarebbe più sensibile all’istituzionalità di un comunicato stampa ben fatto con annesso incipit del Maestro e Margherita che se ne avesse ritrovato lui per primo negli anni Cinquanta l’intero manoscritto impubblicato (ci si fida cioè più del clima pompato dal mantice dei mezzi di comunicazione tra addetti ai lavori che dei propri stessi occhi), così adesso il riempitore di spazio sulle terze pagine dei quotidiani può rilassarsi e dire: “ma bravo, questo Busi. Ma lo sapete che scrive proprio bene?”

Grazie, noi che lo leggiamo da anni lo sapevamo che Busi scrive bene, e quando ancora gli riesce plasma tra i polpastrelli un italiano vivo, materico, ripescato dal flusso carsico nel quale ancora la nostra lingua scorre quando non è inquinata dalla padronalità curiale, leguleia, ministeriale, infine televisiva e plebea, insomma sempre controriformata e padronale con variazioni sul tema a seconda delle stagioni. Nel migliore dei casi, cioè, Busi attinge (vale a dire vorrebbe ispirarsene con tanto titanismo da riuscire invece nell’impresa quando i muscoli sono costretti per lo sforzo a rilassarsi oltre la volontà immediata) da Folengo e prima da Boccaccio e ancora prima dagli indovinelli veronesi che salutavano una lingua appena nata e già così complessa e popolare e potente ma senza tirannie. Così, è sempre con queste frecce all’arco che Busi torna al romanzo dopo una decina d’anni.

El especialista de Barcelona è la storia di un io autoesiliato sulla Rambla che discorre con la menzionata foglia di platano (un altro umano suonando troppo e troppo poco per l’autarchia della sua voce) a proposito dei suoi trascorsi con “el especialista”, un docente universitario i cui traffici di dubbio gusto (famigli e portatori d’acqua di interessi propri e altrui) e la cui benestante bisessualità servono solo a raddoppiare ipocrisie, meschinità e opportunismi della solita borghesia che, sprofondata a questi livelli di superficialità, risulterebbe made in Italy anche se fosse prodotta in Cina. Ovviamente l’io narrante si trova prima preso al laccio (e ovviamente per troppa generosità e bendisposizione) di queste sabbie mobili, per poi aprire gli occhi su miserie che inizio a sospettare avesse voluto non vedere in origine solo per poi divincolarsene a ragione, smascherarle, scioglierne qualche mistero inconfessato e allontanarsene andando a depositare le terga della propria fiera solitudine qualche metro o paese più in là (dall’Italia alla Spagna forse alla Polonia, si lascia presumere alla fine).

Ovviamente tutto questo è sostegno e trampolino per continue digressioni e invettive sopra lo stato presente dei costumi degli italiani di ogni nazionalità. Ed è proprio qui, nel furore civile in cui Busi dà il suo meglio, che risiedono anche le sue aperte, a volte stucchevoli ma forse persino leali (cioè non divine) contraddizioni. Come si fa da una parte ad autoelevarsi – proprio letterariamente, dunque non fuori dalla pagina – quale più grande moralista sulla piazza e inconscio più risolto e più grande scrittore vivente e più onesto contribuente e più civile e democratico di tutti i cittadini e più leale dei duellanti (ridotto il resto della gente a portata di una lingua a lungo raggio al rango di “umanotteri”) senza offrire la possibilità di una smentita a nessun altro che a se stessi? E come è possibile amare così tanto la propria delusione?

L’impressione è che ogni tanto la voce narrante di Busi si accompagni volutamente con mediocri che ha già capito essere tali ma il cui smascheramento l’autosuggestione d’autore fa sì che avvenga in differita, non solo per il gusto di deludersi ancora una volta e di sparare sul sicuro (non è difficile usare un apparato retorico della sua precisione per trivellare la croce rossa di un Emilio Riva, di un Berlusconi, di una Veronica Lario o Massimo D’Alema e di tutti i loro omologhi sparsi nella marea dei privati cittadini – per la cronaca con la Lario Busi ha da poco giustamente vinto la causa per diffamazione che questa gli aveva fatto, e spero che giustamente accada lo stesso anche al querelante Emilio Riva, cioè che mister Ilva perda), ma per evitare il trauma – la paura che sia impossibile e quella, infinitamente più grande, che invece possa accadere – di ritrovarsi al fianco di degni per quanto temporanei compagni di viaggio che non siano il saggio e inoffensivo sdoppiamento della foglia di platano, ma vere voci a cui tenere testa, da cui farsi magari ogni tanto sconfiggere o cambiare quel tanto o quel poco che sarebbe necessario a distaccarsene sul serio (da cosa ti distacchi, se non fai che cambiare solitudine e panchina?)

E quale autoesilio sarebbe quello che la voce di Busi autorivendica smentendolo non a causa dei ritorni sulla scena (uno può essere in esilio anche sul palco di uno stadio) ma perché la sua polemica non ha le stimmate di una reale estraneità essendo sin troppo di segno opposto rispetto alla matrice della patria giustamente ripudiata? Eppure, proprio da questa solitudine meritata a metà (l’altra essendo vanità), parte ogni tanto una furia da angelo sterminatore – avete presenti quel dispetto e quell’indignazione che, a furia di fomentarsi da sé, sono lanciate troppo in velocità per non dire anche il vero? – che trasforma le stampelle in ali.

E poi certo, l’apparato linguistico di Busi possiede meccanismi di controllo capaci di fargli fare centro anche attraverso i propri difetti, di disarmargli l’egocentrismo venti righe o pagine dopo che si è malauguratamente innescato ammorbando il lettore quando non lo delizia. Ad esempio, pur in tempi di recessione continentale, riesce a farlo scagliare a ragione contro le masse del ceto medio proletarizzato senza troppo commuoversi per la nuova indigenza (a Barcellona come a Roma) se a subirne le conseguenze è chi, appunto in massa, ha fatto poco o niente nei decenni precedenti per difendere una vera democrazia; per poi però, ecco il ‘sistema di sicurezza’, riuscire con un perfetto testacoda a scrivere: “E tuttavia una certezza si fa luce nella camera dove non ho acceso la lampadina: che è meglio restare dentro il popolo infelicemente bue che indefessamente aiuti e ti disprezza e non può capirti e ti punisce costantemente di essere assolutamente, totalmente, radicalmente suo e di non dargli ancora la benché minima prova del doppiogioco nemmeno sotto sotto che passare tra i ranghi eletti dell’Unta Razza e della politica e della finanza, del loro sistema tutto che, decidendo tu di farti capire da un clan qualsiasi, ti aiuta se in cambio lo aiuti a spremerlo e opprimerlo ancora di più grazie a te, quel popolo mai abbastanza infelicemente bue e non ancora perfettamente oppresso, quei non simili che tu… io… potresti gabbare alla grande se solo ti alleassi con noi”.

I momenti peggiori fanno parte dell’opera. Nei momenti migliori l’ego di Busi è così smagliante che gli si vorrebbe perdonare tutto. Tutto, eccetto la perenne mancanza di una guardia bassa. Anche per quella ci vuole coraggio. E se persino il Dio convocato verso la fine del romanzo per un regolamento di conti è stato così generoso da prestare la voce a entità come Giobbe e Lucifero (e uno dei suoi migliori traduttori a personaggi così diversi quale Amleto e Macbeth, Titania e Otello, Cordelia e le sorelle; qualunque ventriloquismo, pur di celebrare la terrificante varietà del mondo!), il sospetto è che quel dio ogni sera esca di casa anche meno corazzato dell’io di Busi.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
48 Commenti a “El especialista de Barcelona”
  1. roberto buffagni scrive:

    Dio che tristezza mi mette Busi…

  2. Sandro scrive:

    Pure a me, come uomo. Ma se lo devo giudicare da scrittore ho letto alcune sue pagine bellissime, potenti, in ogni suo libro, anche quelli meno riusciti.

    In un mondo popolato da Lucarelli e Carofigli, tutta la vita Busi.

  3. roberto buffagni scrive:

    Io ho letto, quando uscì, “Vita standard di un venditore di collant”, che mi colpì molto, non solo perché ben riuscito ma per il coraggio personale che ci era voluto a scriverlo. Subito dopo lessi “Seminario sulla gioventù”, che mi toccò di meno (buon libro, ma si sentiva come uno sforzo per impostare la voce che mi allontanava un poco). Commisi poi l’errore di leggere “La delfina bizantina”, libro terrificante, orrendo, farlocco da capo a fondo; e tra questa scottatura e le uscite pubbliche di Aldobusi 2.0, il personaggino raccapricciante che Busi ha confezionato e iniziato a spedire per il mondo, ho smesso completamente di leggerlo per ricordarmelo da vivo e non sfigurato.
    Da questa recensione evinco che non è il caso che ricominci a leggerlo per non starci male. Lilies that fester/Smell far worse than weeds. MI dispiace sinceramente, perché Busi è un uomo di valore.

  4. Franco Pancotto scrive:

    Mi astengo dal commentare la recensione – anche avendola molto apprezzata – piuttosto segnalo alcuni “refusi”:

    – paragrafo 4 ultima riga: freccie DIVENTA frecce;

    – paragrafo 6 penultima riga: nessun’altro DIVENTA nessun altro;

    – paragrafo p riga 2: disaramargli DIVENTA disarmargli;

    Cordiali saluti.

    Franco Pancotto

  5. La Redazione di minima&moralia scrive:

    Gentile Franco,
    molte grazie dei rilievi. Abbiamo corretto.

  6. Antonio Coda scrive:

    Giusto per evitare aspettative infondate agli eventuali lettori della recensione, volevo far notare che la voce affabulante de “El especialista de Barcelona” non ha affatto problemi di vescica. Viceversa, all’io-pensante del romanzo non scappa proprio niente, della contemporaneità, la attuale e quindi tanto più quella a venire, al punto da poter essere scambiato, quell’io, per il tempo (la t, volendo, potrebbe scriversi in maiuscolo) in persona, mentre si dimentica di sé parlando del sé che passa.

    Lo scompenso di A.B. – l’io che si deioizza di pagina in pagina nel romanzo – è ben altra e si presta a interpretazioni ben più inedite della liquidazione coatta generale di verbo baumaniano, e sottintende casomai – o così pare a me – lo stato autarchico e autistico in cui versa – vessando se stessa e contemporaneamente tutte le altre – la persona umana. Non so, può darsi che io abbia detto una cagata. Interpretare è una forma di prevaricazione e assimilazione, sempre.

    Nel romanzo, questo sì, qualche riferimento urico non manca: è su di una sua rimembranza olfattiva che la scena si apre. Che madeleine! Con tanto di barbona sullo sfondo, tra l’altro, che è il caso di non perdere d’occhio, se non si vuole finire fuori strada, per quanto piacevole sia smarrirsi all’interno de “El especialista de Barcelona”. Aldo Busi dice dei suoi romanzi che non si reggono mica grazie a una trama: infatti di trama non ce ne è mai una sola, sono molteplici e i bandoli ci sono tutti, per chi ha il dovuto senso dell’orrore e dell’umorismo per addentrarsi nelle volute grottesche del gomitolo, sapientemente ricamato in ogni suo punto.

    Di maestri, invece, nel romanzo proprio non ce n’è (sono tutti fuori, tra chi lo legge con la scoperta o meno volontà di padroneggiarlo e farlo suo a parole proprie) ma una Margherita sì: è la nonna dell’io-ricordante, esempio di contadinesca schiena dritta che non s’accovaccia manco per pisciare, e che pertanto lo fa in piedi.

    In un altro libro di Aldo Busi, “Manuale della perfetta Gentildonna”, fece la sua apparizione un’altra Margherita, anche lei nonna della voce narrante, ma di un io affabulatorio assai diverso, molto più candido nel suo dichiararsi diabolico. In “El especialista de Barcelona” ci sono altre spie linguistiche che lo intersecano per un istante a altri libri dell’opera di Busi, e creano un senso di estraniamento – una trappola per conigli aggressivi – in più, specie per quei lettori che si vogliono particolarmente volpini: queste schegge di altri specchi danno loro la convinzione di starsi avvicinando all’uva mentre non si stanno che avvicinando al suo, e al proprio, riflesso. L’uva, come lo scrittore, è sempre altrove.

    L’errore più volgare – perché il più banale – che può commettere una recensione consiste nell’appiattire il cosa del romanzo con il chi di chi l’ha scritto, tanto più se chi l’ha scritto ha seminato di falsi indizi il suo testo proprio per facilitare l’equivoco e così mantenere integra la sua identità da sconosciuto, difesa nel miglior modo e per assurdo proprio da chi, partendo dai suoi pregiudizi, pretende di aver indovinato qualcosa di nuovo mentre non ha fatto altro che ripetere le sue solite rassicuranti convinzioni.

    L’impressione è che Lagioia abbia affrontato il romanzo senza lasciarsi dietro i pregiudizi, le presunzioni, gli orgogli di un io che non ammetterebbe mai di non saperla già tutta e di aver lui per primo qualche altro velo invisibile da strapparsi di dosso. Non si è mai nudi abbastanza, eh. In pratica il libro non l’ha letto, ci ha passato gli occhi su riconoscendo lettera per lettera, parola per parola, ma il romanzo lui no, è restato invisibile agli occhi del miglior cieco, di colui che ha già deciso cosa vedrà e cosa no ben prima di aver aperto gli occhi, e la copertina.

    Insomma, “El especialista de Barcelona” è un libro così riuscito che parlare di Aldo Busi per parlare di lui è completamente inutile, oltre che fuorviante.

    Di Busi basta dire che la sua produzione letteraria ha di costante l’essere sottoposta a un continuo lavoro di rimodulazione, trasformazione, potenziamento e arricchimento, e se è vero che sarebbe infantile dire dell’ultimo romanzo che è il più-bello, di sicuro va riconosciuto che Busi non ha scritto mai niente due volte allo stesso modo, così come gli va riconosciuto di non aver mai scritto così. La sua scrittura e il suo stile sono cresciuti in grandezza e in leggerezza. Alla faccia della legge di gravità.

    I miei saluti,
    Antonio Coda

  7. Francesca D'Anna scrive:

    La cosa che mi chiedo è come la scrittura di Busi possa produrre, nei suoi ammiratori, come come nel caso del pur interessante Antonio Coda, anziché dibattiti (e perché no, corpo a corpo) da e tra uomini veramente liberati, i semplici osanna da fan a star – o, se si vuole, da fedele a santo. Eppure quella di Busi è una scrittura orgogliosamente laica! Evidentemente qualcosa non quadra.

    Sì, non si è mai abbastanza nudi… e mai abbastanza soli da non aver bisogno di un altare.

  8. Antonio Coda scrive:

    Francesca, non me ne voglia, ero ancora qui e l’ho letta, e le sono grato: ah, un corpo a corpo, che piacere!

    Io non so quanto sono vero e quanto sono libero, ma uomo, dai, uomo sì, e mi chiedo: dove ci sarebbe stato il mio reato di mancata lesa maestà?

    La recensione di Lagioia – la recensione, non Lagioia – mi è persa involuta, e credo il suo difetto consista nel parlare di Busi più che del romanzo. Se lei ha letto il romanzo converrà con me che in “El especialista de Barcelona” di problemi trattati ce ne è e quanti!, ma di vescica proprio no.

    Nel suo intervento, Francesca, c’è un refrain da riflesso condizionato: chi prova ammirazione per l’opera letterararia di Aldo Busi e critica, nel merito, chi critica lui trattando intanto e sempre come questione secondaria la sua opera, deve essere una sorta di fanatico privo di lucidità.

    Lucidissimo non mi reputo, per altre ragioni però! Per cui se mi aiuta a guadagnarmi un pezzettino di doverso ateismo, sconfessando uno degli atti di devozione che lei reputa tali, indicandomeli per esempio, ne sai molto felice .

    Intanto, altri saluti!
    Coda

  9. Antonio Coda scrive:

    Rimando il commento, corretto – spero – questa volta.

    “Francesca, non me ne voglia, ero ancora qui e l’ho letta, e le sono grato: ah, un corpo a corpo, che piacere!

    Io non so quanto sono vero e quanto sono libero, ma uomo, dai, uomo sì, e mi chiedo: dove ci sarebbe stato il mio reato di mancata lesa maestà?

    La recensione di Lagioia – la recensione, non Lagioia – mi è persa involuta, e credo il suo difetto consista nel parlare di Busi più che del romanzo. Se lei ha letto il romanzo converrà con me che in “El especialista de Barcelona” di problemi trattati ce ne è e quanti!, ma di vescica proprio no.

    Nel suo intervento, Francesca, c’è un refrain da riflesso condizionato: chi prova ammirazione per l’opera letteraria di Aldo Busi e critica, nel merito, chi critica lui trattando intanto e sempre come questione secondaria la sua opera, deve essere una sorta di fanatico privo di lucidità.

    Lucidissimo non mi reputo, per altre ragioni però! Per cui se mi aiuta a guadagnarmi un pezzettino di doveroso ateismo, sconfessando uno degli atti di devozione che lei reputa tali, indicandomeli per esempio, ne sarei molto felice .

    Intanto, altri saluti!
    Coda”

  10. Francesca D'Anna scrive:

    Niente da dire. Ma soprattutto da insegnare. Ce ne fossero di interventi come i suoi. Mi sembrava un po’ una difesa d’ufficio, però. Una difesa da fan che salta su al primo rilievo sull’autore idolatrato, seppure con belle armi retoriche (un po’ pesantucce a volte, mi pare).

    Ognuno, con i propri strumenti, e la sensibilità che gli è concessa, legge tra e righe e se vuole e crede riferisce ciò che ha visto, non le pare?

    Buon tutto, e grazie per lo scambio.

  11. Antonio Coda scrive:

    Uhm, niente corpo a corpo allora? Non posso nascondere la delusione.

    Naturalmente non ho potere alcuno sulle proiezioni altrui, e se le proiezioni altrui non vedono altro che fedeli di questa o di quella parrocchia non è neanche del tutto colpa loro. L’oscurantismo, in particolar modo in Italia, l’illuminismo l’ha a malapena diminuito di mezzotono.

    “El especialista de Barcelona” a me è piaciuto molto alla prima lettura, e alla seconda molto di più.
    Proverò a farmene una colpa.

    Buon tutto anche a lei Francesca!

    E ulteriori saluti per tutti.
    Coda

  12. Franco Pancotto scrive:

    Spett.le Redazione Minima & Moralia:

    Provo a mandarVi la mia recensione, sperando che possa servire a qualcosa, a qualcuno…

    L’incipit del nuovo romanzo di Aldo Busi “El especialista de Barcelona” (Dalai Editore, pp. 368, euro 19), invita il lettore a un’avventura straordinaria, incuriosendolo in prima battuta, perché pensa che sta accingendosi a leggere un libro che parla di sé, a ragione: “C’erano una volta gli altri…”
    Chi non si ritrova in questa frase, scagli la prima pietra, perché proviamo tutti la sensazione di essere soli, nonostante la folta schiera di persone che affollano le nostre esistenze, compresa quella dell’autore.
    James Joyce l’avrebbe apprezzata molto, perché solo anche lui, seppure nell’estenuante fatica di scrivere incessantemente per portare a termine opere magistrali come l’Ulisse e Finnegans Wake, che hanno sicuramente portato nella sua vita orde di persone nel suo ” viaggio al centro dell’inconscio umano”, cui ha attinto per creare i suoi memorabili personaggi – primo tra tutti Mr. Bloom.
    El especialista è il Mr. Bloom della situazione, anche se citato relativamente poco, ma proprio come nell’Ulisse, è onnipresente, filo conduttore del romanzo che ci rimanda, ci catapulta coinvolgendoci in riflessioni importanti sul senso dell’esistenza in cui ci aggiriamo tra falsi allarmi, piccoli e grandi inganni, nei massimi sistemi: politici, teologici, metafisici.

    Molly sta a Mr. Bloom, suo marito, come il promesso sposo sta a El especialista, come Penelope sta al suo Ulisse, come Busi sta a Ulisse: [..] viaggiavo su una tale scia di entusiasmo che potevo anche andare a incagliarmi tra le Vele di Scampia o sbattere la testa tra le rupi di Scilla e Cariddi e tante grazie (pag. 121).

    E ancora (dalla recensione di Marco Cavalli, pubblicata il giorno di Natale):

    “Dopo aver fatto di tutto per evitare di divinizzare la propria comprensione dell’umano, lo scrittore deve sottrarsi alla tentazione di finire schiavo, per comprensione fattasi routine, di un nano che si crede un dio e che alimenta il suo miraggio di innalzamento personale grazie al gioco al ribasso cui sottomette l’intelligenza altrui.”

    Mr. Bloom, Ulisse e Busi non finiscono, infatti, di essere schiavi, anzi. Pur patendo le pene dell’inferno, incedono ciascuno nella propria Odissea, che è anche quella dell’Umanità tutta. Ma El especialista Sancho Maria, sì: finisce schiavo di luoghi comuni di una vita comune, così come l’aveva incominciata, pensando di viverne una straordinaria, convinto di darla a bere prima a se stesso, poi a Melchor e infine al mondo intero. Ma non è così, ovviamente. Perché l’autore smaschera continuamente i propri personaggi, scavando nella propria long-term memory, per donare al lettore slanci di Letteratura di ineguagliabile bellezza, coinvolgendolo nella contemporaneità che neanche Internet è capace di fare se non lo sai usare. Qui, infatti, non si deve fare altro che leggere per guardare fuori dalla propria finestra e trovarvi quello che stavi cercando: la giostra della vita su cui saltare senza l’accompagnamento dei genitori.

    Vorrei chiudere con l’aforisma di Djuna Barnes:

    “Life is painful, nasty, and short . . . in my case it has only been painful and nasty.”

    Ovvero: La vita è dolorosa, oscena, e breve… nel mio caso è stata solo dolorosa e oscena.

    Franco Pancotto

    – See more at: http://www.alfabeta2.it/2013/02/14/el-especialista-de-barcelona/#wp-comments

  13. Francesca D'Anna scrive:

    Ve’ che bella (la recensione di Pancotto)

  14. Franco Pancotto scrive:

    Grazie a Francesca D’Anna per il complimento, di cuore.

    Franco Pancotto

  15. Dinamo scrive:

    Posso dire una cosa strong? Ma chissenefrega dell’ultimo di Busi. Lo dico non per denigrare Busi o il suo romanzo (che a me è parso molto molto modesto) ma perché Busi i suoi libri più importanti li ha scritti. Lagioia invece che mi sembra una buona promessa della nostra narrativa e della nostra critica letteraria un po’ mi delude con questa recensione da una parte un po’ a sismografo, tormentata e faticosa a leggere e dall’altra con delle uscite che a me mi sembrano esagerate, sia sul libro che sull’autore. Mettiamo per esempio questo paragrafo sulla lingua di Busi, un paragrafo che mi ha fatto sorgere il dubbio su che libro ho letto io, se il mio libraio m’ha voluto gabbare con uno scherzo dei suoi o è il libraio di Lagioia a giocargli alcuni scherzetti da bischero:

    “Grazie, noi che lo leggiamo da anni lo sapevamo che Busi scrive bene, e quando ancora gli riesce plasma tra i polpastrelli un italiano vivo, materico, ripescato dal flusso carsico nel quale ancora la nostra lingua scorre quando non è inquinata dalla padronalità curiale, leguleia, ministeriale, infine televisiva e plebea, insomma sempre controriformata e padronale con variazioni sul tema a seconda delle stagioni. Nel migliore dei casi, cioè, Busi attinge (vale a dire vorrebbe ispirarsene con tanto titanismo da riuscire invece nell’impresa quando i muscoli sono costretti per lo sforzo a rilassarsi oltre la volontà immediata) da Folengo e prima da Boccaccio e ancora prima dagli indovinelli veronesi che salutavano una lingua appena nata e già così complessa e popolare e potente ma senza tirannie. Così, è sempre con queste frecce all’arco che Busi torna al romanzo dopo una decina d’anni”.

    A me la lingua di Busi e la sua prosa sono sembrate spropositate, poco interessanti, con dentro quel monologare eccessivamente verboso, tutto aggettivi e torsioni inutili, un po’ bizantino un po’ D’Annunzio, con quel fare che accentra tutto sul solito io di su io di giù che francamente, in quest’ultimo Busi, produce poco o pochissimo anche da un punto di vista di pensiero…
    Dove le ha trovate Lagioia tutte queste perle non lo so ma delle volte vale la pena non solo di guardare nell’orto della nostra letteratura attuale (dove comunque Busi è di gran lunga sotto a Siti, Celati, Rugarli, Pincio ecc) ma anche di quella internazionale: vi pare che l’introspettivo El espercialista sia paragonabile a un romanzo introspettivo di Roth? o possa reggere al confronto con alcune punte del postmodernismo? Non mi riferisco alle specificità stilistiche ma alle qualità letterarie espresse, ai valori in campo…

    Ps: il mio giudizio non è viziato dalle partecipazioni di Busi ai programmi della De Filippi o dell’Isola dei famosi dove ho trovato spiritosa la sua presenza. Parlo esclusivamente di letteratura scritta.

  16. Gino Pane scrive:

    @Dinamo:
    più bravo di Roth assolutamente no. Un buon Roth Aldo Busi se lo mangia.

    Però (per esempio) Busi mi sembra – a voler fare questa gara – molto più bravo dei vari McEwan (per me di un falso…), Paul Auster (che mi sembra un bambino senile per l’elementarità a cui si riduce ormai), e a me pare anche meglio di Carrere il cui Limonov a me ad esempio non è piaciuto.

    Certo, prendi i vari McCarthy, o Alice Munro, Roth e questi Busi lo distruggono proprio.

    Però non credo sia giusto metterla su questo piano. Quelli sono tra i 5/10 scrittori più bravi al mondo.

    Mentre Busi è uno molto bravo anche a livello internazionale. Perché non riconoscerglielo? Cioè, perché se si elogia un nuovo brutto (palloso) libro di Pamuk, nessuno ha nulla da dire, mentre per Busi (che comunque fa libri secondo me ancora molto buoni) ci si stracciano le vesti in un senso o nell’altro?

    Non sarà la solita solfa italiana in base a cui se non sei il più bravo del mondo allora devi essere l’ultimo? Cioè il fatto che, non accontendandoci dell’assoluto (che pure va bene), finiamo per liquidare con un’alzata di spalle ciò che è solo molto buono. E non è questo alla lunga un po’ autodistruttivo per la nostra stima collettiva?

    L’ho detto troppo rozzamente, me ne rendo conto, scusate, però credo il concetto sia passato.

  17. AeZ scrive:

    Qualche annotazione a margine.

    1. Busi dice di voler fare letteratura coraggiosa, con pretese di universalità, ma nelle sue opere più note il protagonista è sempre lui (o un suo alter ego) e la struttura narrativa è sempre quella (garbuglio di eventi con colpo di scena finale).
    2. Busi dice di vivere per la letteratura, ma ha basato tutta la sua carriera sulla notorietà ottenuta sfruttando beceri meccanismi televisivi, giocando a fare l’intellettuale rissoso nei talk show.
    3. Busi dice di battersi per uno stato laico, ma lui è un dogma che non può essere messo in discussione; ha pure la sua comunità di adepti (il sito altriabusi, dove sono ammessi solo commenti che siano devoti ringraziamenti).

  18. Diego scrive:

    La faccenda di Altriabusi è tristemente vera.

    I commenti anche lievemente critici vengono censurati, o meglio non pubblicati.

    Una volta mi permisi di esprimere dubbi (pur nell’ammirazione) simili a quelli della recensione di Lagioia: commento mai pubblicato.

    Un’altra volta mi permisi di segnalare un refuso in uno scritto di Busi stesso (black block, in luogo di black bloc). Refuso corretto, ma commento mai pubblicato, nonsiamai si lasciasse una traccia di un errore della loro divinità.

    Busi per me è la più grande occasione sprecata della letteratura italiana degli ultimi 30 anni. Poteva essere un grandissimo scrittore e si è accontentato di tenere in esercizio nel modo peggiore i suoi notevolissimi strumenti espressivi. Narcisismo e autogratificazione fanno enormi danni, anche se ti alleni 20 ore al giorno al salto in alto e soprattutto se 18 di quelle 20 ore sono la disciplina al soldo del narcisismo di cui sopra.

  19. Antonio Coda scrive:

    La discussione potrebbe diventare improvvisamente più interessante se invece di parlare di scrittori e dei relativi caratteri e strategie promozionali – ognuno avrà le proprie, e che noia se così non fosse e gliele preconfezionassero invece i loro editori e/o agenti letterari – parlassimo di opere.

    Ho letto il nome di diversi scrittori americani e di qualcuno inglese. Li trovo confronti incongrui, e per un discorso di linguaggio (io, almeno, li leggo in traduzione, poi non so se gli altri li leggono in lingua madre) e per uno di provenienza culturale: sempre a me, dico, mancano gli strumenti per poter giudicare quale rapporti riescano a instaurare le opere degli scrittori ricordati con le società (prendete questa parola nella sua accezione più larga) all’interno della quale sono state elaborate. A parte ciò (e stupendomi per la mancanza, se di americani si deve parlare, di altri autori che vanno altrettanto per la maggiore ma con meriti superiori, secondo me, come Pynchon e il suo Arcobaleno della Gravità, DeLillo e il suo Underworld, , Vollmann e i suoi Sette Sogni) anche io me la sento di dire che “La macchia umana” di Roth è un libro che vale più de “L’amore è una budella gentile” di Busi, ma certo vale meno de “Vergogna” di Coetzee e molto, molto meno di “La delfina bizantina” di Busi stesso, ma per trovare qualcosa di meglio de “La macchia umana” basta l’ultimo Moresco e il suo “La lucina”.

    Per dire: anche io sarei rimasto a grattarmi la nuca se il Nobel Pamuk avesse scritto soltanto romanzi come “Neve”, ma a me basta il suo “Il mio nome è rosso” per voler stringere la mano alla giuria svedese che l’ha premiato, però poi alla giuria stessa chiederei di togliermi una curiosità: l’ha mai letto “Casanova di se stessi” di Busi? Poi mi ricordo che Kafka in vita sua non vinse forse neanche un concorso di grammatica a scuola e che non per questo è meno Kafka. Al contrario: lo è sempre di più.

    Ho letto il nome di altri scrittori di bei libri, come quello della Munro,che di romanzi però non ne ha mai scritti. Però c’è anche chi nomina Siti, e per me è evidente che a chi piace Siti può non piacere Busi e viceversa, ma pronunciarsi oltre non può essere occasionale: è come dover spiegare perché Eugene Sue non è Victor Hugo, ma a chi pensa che la vera letteratura sia farle il verso, come in “I misteri di Parigi”, forse è persino inutile consigliare anche solo “Una giornata di un condannato a morte”. Si legga Siti e ben gli sta.

    Sono stati fatti poi dei nomi giustamente epocali: Omero (chiunque egli/loro sia/siano mai stato/i), Joyce(che di romanzi, e che romanzi!, pure ne ha scritti pochini), che sono dei nomi spartiacque: la letteratura ha un prima e un dopo Omero, ha un prima e un dopo Joyce. Ecco, da parte mia, per ragioni argomentabili così come per Omero e per Joyce, credo che Aldo Busi abbia fatto lo stesso. Ci sarà una letteratura, dopo Busi, che non potrà non fare i conti con il fatto che Aldo Busi e i suoi romanzi ci sono e hanno fatto con la scrittura, con la lingua scritta, qualcosa che non era mai stato fatto prima.
    Chi ha dato un nobel a Pirandello non può non darlo a Busi, se è vero che chi inventa un nuovo umorismo merita la gratitudine eterna. O quanto meno si scusi per averlo dato a Pirandello: neanche uno bravo come lui meritava un Nobel: che spreco! Tanto Pirandello sarebbe stato Pirandello sempre di più comunque.

    Si fa prima a leggere i libri di Busi che a spiegare perché per ammirarlo non serve conoscere nient’altro di lui se non la sua opera, facendo del tutto a meno – per chi non apprezza il suo modo di fare che io trovo di impietosa scuola kinica – di collegarla all’Aldo Busi mediatico che si presume di sapere chi sia.

    Concludo consigliando – da appassionato del (contro)potere della letteratura – alcune letture “veloci” di Busi, per potersi fare una prima idea della sua levatura in pochi passi scelti: le lettere finali presenti in “Manuale del perfetto papà” e “Manuale della perfetta mamma”, il secondo racconto – se il primo lo trovate troppo lungo – di “Aaa!”, “La signorina Gentilin dell’omonima cartoleria” e – libro che ho riletto da poco e di una straziante bellezza sorridente – “La camicia di Hanta”.

    Letti questi, darsi ai suoi romanzi non sarà una decisione scontata: sarà una scelta obbligata.

    E ora: i miei saluti, e miei auguri di buone vacanze, a tutti!
    Antonio Coda

  20. Antonio Coda scrive:

    Mi scuso per gli errori di concordanza nel commento, che provo qui a correggere: (…)gli strumenti per poter giudicare quali rapporti riescano a instaurare le opere degli scrittori ricordati con le società (prendete questa parola nella sua accezione più larga) all’interno delle quali sono state elaborate.(…)

    Saluti,
    Antonio Coda

  21. AeZ scrive:

    “…nomi spartiacque: la letteratura ha un prima e un dopo Omero, ha un prima e un dopo Joyce. Ecco, da parte mia, per ragioni argomentabili così come per Omero e per Joyce, credo che Aldo Busi abbia fatto lo stesso.”
    See, vabbè, credici.
    Ecco un esempio degli invasati adepti di cui sopra.

  22. Francesca scrive:

    Gee…

  23. Dinamo scrive:

    Antonio, se parlo di Busi, intendo le opere di Busi (fosse stato un cuoco, avrei parlato dei suoi piatti – magari da un’altra parte).
    Nel qual caso specifico, intendevo (e c’è scritto) El especialista de Barcelona. Il mio paragone con i libri introspettivi di Roth prende come riferimento quest’ultimo romanzo in un campo narrativo per tantissimi aspetti condiviso.
    Inoltre, non è difficile scoprire leggendolo che la qualità letteraria di Busi non è ai livelli dei più grandi italiani contemporanei viventi né di quelli della generazione precedente. Lo dico questo, e lo dicevo nell’altro commento, perché dalle parole seminate da Lagioia nella sua presente recensione Busi esce fuori come un Prometeo della lingua letteraria moderna italiana. Avoia se ce ne passa… E’ solo un’enormità che mi fa dubitare degli strumenti critici del recensore.
    Busi ha scritto dei romanzi, alcuni più riusciti altri meno (El especialista sicuro meno), di cui due o tre di importanza primaria, ma di certo non a livello internazionale. Che questo sia importante (e mi rivolgo a Gino Pane) o non lo sia, è tutto un altro discorso, un discorso che può interessare il lettore oppure no, ma cheè una disamina che resta come un dato di fatto testuale, un dato oggettivo in letteratura. Busi è di molto un autore sopravvalutato ed evidentemente molto è stato sopravvalutata questa sua ultima prova.

    Concludo infine dicendo che credo, tornando al sacrosanto monito di Antonio Coda di parlare delle opere e non degli autori, che con questo artista bisogna addirittura raddoppiare la marcatura sui testi, perché sia attraverso i libri sia attraverso la tv e i giornali, Busi ha impastato la sua autorialità di vanitosa superiorità civile, artistica e umana, di umoristica superbia, plasmando un dandy teleletterario d’impronta popolare, che spesso finisce per alterare (verso l’alto) le reali quotazioni e il valore della sua opera.

  24. alvaro scrive:

    il bello della letteratura è che tutti possono dire tutto e il contrario di tutto. de gustibus. nella scienza, no.

  25. Mirco scrive:

    Come nella scienza no?

    A livello di questioni appurate ovviamente no (allo stesso modo, chi si sognerebbe di dire che Dante o Shakespeare o Flaubert erano dei brocchi?)

    Ma sulle questioni in fieri anche nella scienza si dice tutto e il contrario di tutto.

    L’universo è uno o sono tanti?

    Le teoria delle superstringhe è sensata?

    Cosa c’era prima del big bang?

    Esistono i varchi spaziotemporali?

    E’ proprio vero che 300mila chilometri al secondo è la velocità massima raggiungibile nell’universo? (e appunto: uno o tanti universi?)

    l’acquisito è acquisito. Il presente è una lotta. Dio non gioca a dadi. Anzi sì.

  26. Franco Pancotto scrive:

    A proposito di Omero / Joyce / Busi…

    Ho letto in questi ultimi giorni – con grande sorpresa – che il mio accostamento tra l’Ulisse di Joyce e
    El especialista de Barcelona, abbia suscitato interesse in più di un frequentatore / frequentatrice di minimaetmoralia.it.
    Questo, ovviamente non può che farmi piacere – anche se, leggendo tra le righe – ho rilevato qualche perplessità.

    Con l’Odissea, Omero ha scardinato tutto quello che era stato scritto fino ad allora; stesso dicasi per Joyce pubblicando il suo Capolavoro nel 1922, stesso dicasi per Busi pubblicando il Seminario nel 1984.

    Quindi, nella Letteratura vi sono dei punti di non ritorno – che condizionano e riflettono il comune sentire “anche” a livello internazionale: su Omero e Joyce non vi sono dubbi, ma io posso assicurarvi di conoscere centinaia di persone – da New York a Chicago a San Francisco a Los Angeles a Caracas – che hanno letto e molto apprezzato – per esempio – Sodomie in corpo 11 di Aldo Busi.

    E se tanto mi dà tanto…

    Cordialmente,

    Franco Pancotto

  27. bidé scrive:

    “Letto e molto apprezzato” è una cosa, “scardinato tutto quello che era stato scritto fino ad allora” (frase ambigua) o “spartiacque della letteratura” è ben altra.
    Siamo seri, per favore; qui i casi sono due: o si è veramente indottrinati in un dogma busiano (come dicevano AeZ e in parte diego) oppure si è in malafede. Di romanzieri che abbiano fatto da spartiacque nella letteratura di tutto il ‘900 ce ne sono tre o quattro in tutto (Proust, Joyce, forse Kafka, fatico a pensarne altri) e quel che è certo è che Busi non è neanche in coda per entrare nel club. Ma neanche da lontano proprio.

  28. fjodor dostoevskij scrive:

    A me Busi sembrava un Arbasino povero (nel senso di nato povero), che proprio grazie alla sua prospettiva dal basso vedeva meglio e più lontano e più a fondo di Arbasino. Poi ha avuto un meritato successo, e il suo io ideale si è ammutinato, ha rinchiuso in una segreta il precedente capitano, e ha usurpato il comando della nave. Risultato: un Arbasino dei poveri.

  29. Pietra scrive:

    dostoevskij: quanto hai ragione.

    E comunque congratulazioni, tu hai retto benissimo fino alla fine con i “Karamazov”, mortacci tua!

    comunque quanto hai ragione, davvero.

  30. roberto buffagni scrive:

    Cara Pietra,
    il nostro comune amico Fjodor mi incarica di ringraziarti. E’ lietissimo che tu abbia apprezzato i suoi Karamazov, anche il finale a cui tiene molto: “Un urrà per i Karamazov!”.
    Mi sono accorto solo adesso di aver firmato a nome di Fjodor il mio precedente commento su Busi.
    Spiego il perché: nella discussione sull’intervista a Siti di C. Rajmo, un commentatore piuttosto puntuto si firma “Stavrogin”.
    Fjodor, che ha problemi di collegamento internet, si è un po’ seccato e mi ha detto di farlo stare buono.
    Così sono intervenuto a suo nome avvisandolo che la ricreazione è finita. Aggiungo che Stavrogin, dispettoso com’è, non ha fatto una piega.
    Poi mi è rimasto il nome di Fjodor nella slot, e per sbaglio ho finito per commentare a nome suo qui. Quanto precede per dire che il parere su Busi è mio, e non di Fjodor, che non ha letto le opere di Busi e dunque non commenta.

  31. Pietra scrive:

    Ti prego (Roberto-Fjodor) dimmi però che tu NON eri anche Stavrogin. Nel caso, i complimenti per la stupefacente capacità di cambiare personalità non sarebbero sufficienti e colmare la sufficienza di Stavrogin, che mi sembrava veramente un poveretto, e al confronto del quale tu giganteggi. E’ pur vero che siamo fatti di continue miserie e giganteggiamenti, però rimarrei comunque delusa.

  32. roberto buffagni scrive:

    Cara Pietra,
    no, non ero Stavrogin. Poco immaginosamente, mi firmo sempre con nome e cognome miei e veri. L’eccezione Fjodor è un’eccezione, solo per scherzare un po’ con Stavrogin. Grazie del giganteggiamento, troppo buona.

  33. Dinamo scrive:

    Dopo aver saputo che Dostoevskij era Buffagni e che Stavrogin non era dello stesso interprete e dopo che Pietra ha intonato l'”Oh, Buffagni, perché sei tu Buffagni?”, e dopo che aver assistito ad Arbasino in versione Ricchi e poveri, cosa ci resta di questo thread? Ah, poveri noi… come fugge l’estate…

  34. roberto buffagni scrive:

    Ciao Dinamo, sempre di corsa lei.

  35. Dinamo scrive:

    Un po’ è vero, più che altro perché credo che sul web più di tutto valgono le sintesi… Ciononostante, questo commentario mi ha trattenuto parecchio, ci ho parcheggiato a fianco pure lo scuterino (non truccato).
    Ma, parlando seriamente, mi ha incuriosito il riferimento Busi-Arbasino. Io per Busi oltre a notare qualche somiglianza con D’Annunzio non mi ero spinto.

  36. roberto buffagni scrive:

    Mah, io d’Annunzio lo lascerei stare. A me pare che Arbasino sia, stilisticamente e non solo, il maestro diretto di Busi (e di Tondelli). Arbasino non è un narratore perché l’egocentrismo, il bisogno narcisistico di costruire il proprio personaggio fa aggio sul resto: così, ha inventato una voce inconfondibile e l’ha riempita di contenuti saggistici (in buona parte banali, se vuole il mio parere, al livello di “Repubblica” dove peraltro scrive).
    Busi narratore lo sarebbe, d’istinto, perché ha – o meglio aveva – un interesse autentico per il mondo e per gli altri, forse perché voleva a tutti i costi essere un altro, non essere più quel che gli era capitato di essere.
    Poi, come dicevo sopra, gli è passato, l’interesse per gli altri, perché il successo -meritato – lo ha persuaso che avrebbe potuto dare vita sul serio al suo io ideale, al personaggio infallibile sognato quando era un poveraccio.
    Per la sua opera è stata la fine. Si è messo a fare quello che fa Arbasino (chiacchiere culturali) solo peggio, perché ha meno senso della misura di Arba, e soprattutto “signori si nasce”, cioè bisogna stare attenti a non strafare. Busi signore non lo nacque: il che era il suo atout migliore (i grandi scrittori italiani, anche quando sono signori di nascita, si fanno sempre pastori, per scrivere: guardi i conti Leopardi e Manzoni, il nobile Alighieri, etc.) Peccato.

  37. roberto buffagni scrive:

    preciso: “farsi pastore” non vuol dire “farsi coglione”, ma assumere il pdv di “chi non sa”, come il pastore errante etc. Lo fa Manzoni, lo fa Leopardi, lo fa Dante (il volgare). Chi assume il pdv di chi sa tutto, tipo Arba e Busi, da un canto ti fa un piacere perché le enciclopedie e i cataloghi delle mostre li legge lui e te li scodella liofilizzati, dall’altro ti lascia il tempo che trova.

  38. Dinamo scrive:

    Anche io preferisco chi prende il punto di vista di chi sa (e possiede, anche in termini di vocabolario) meno, specie se in termini culturali, laddove per “cultura” non si può che intendere il peggio della conoscenza istituzionalizzata (nelle forme, nei contenuti e nella diffusione direi).
    Di certo, poi, io su Busi parto da presupposti diversi dai suoi, essendo un autore che non mi ha mai impressionato né tantomeno particolarmente interessato. Vuoi perché ho sempre cercato scrittori di spirito, come dire, più minoritario, vuoi perché la sua pomposità (per me di fonte dannunziana) e la ricerca dell’effetto a tutti i costi coi suoi esiti quasi sempre smodati e sproporzionati, vuoi anche perché lo trovo un pensatore banale.
    Nella sua analisi, trovo un tantino presuntuosetto il paragrafo psicanalitico sui motivi che avrebbero cambiato gli orizzonti letterari di Busi. Anche perché ho davvero difficoltà a vedere nello stile solipsistico (?) di Busi pertugi o scappatoie per far entrare altre voci diverse dalla sua. Dico, in sostanza, che Busi è sempre stato Busi. Non ha fatto parlare molti “altri” che non fosse lui, povero o signore… la sua difesa degli altri, semmai, è delegata al suo “senso civico-moralistico”, alla sua ispirazione di tono civile e al suo spirito di cittadino modello che non evade, non ruba, non s’immischia colla casta ecc…

  39. Antonio Coda scrive:

    Seppure in ritardo, ci tengo a ringraziare il tale che si firma come una marca di dentifricio per il brivido alle gengive che mi ha procurato quel suo definirmi “invasato” – di sciroppi a base di acqua e zucchero dovevano essere piene le drogherie anche ai tempi di Joyce e di Omero; ai tempi di Joyce dovevano chiamare invasati i suoi estimatori e uscirsene con didascalie sul giornalino di scuola del tipo: “Joyce! Mica è Omero, Joyce, ah!”, e ai tempi di Omero andavano strillonando per le strade frasi del tipo “Omero! Mica è Apollo, Omero, ah!”. Insomma, ce ne è dalla a alla zeta di gente che per riconoscere uno scrittore deve far passare come minimo qualche secolo dal suo avvenuto riconoscimento da parte di una critica letteraria che, di solito, ha le tempistiche di aggiornamento e gli interessi economico-politici di una religione millenarista. Non serve essere mica invasati per riconoscere i vasi che più che gorgogliare quello che gli viene sversato dentro non fanno. E se non sono vasi, sono bidet.

    Per Dinamo, al di là delle legittime divergenze di valutazione, ho una domanda: Busi certo pone un problema “traduzione”. In sincerità, non conosco la sua fortuna editoriale all’estero, ma immagino i problemi di ricezione, proprio perché quella di Busi non è una lingua standard (leggi: morta) comodamente trasportabile, come una salma in bara. Per fare il nome di altri due scrittori saldamente uniti al proprio linguaggio: Carroll e Jean Paul. Anche nel loro caso il problema non è mai stato della loro scrittura, ma degli strumenti nella disponibilità delle lingue riceventi tali da consentirne il passaggio senza che se ne perdesse il meglio. Strumenti che si sono dovuti inventare a bella posta, arricchendo di conseguenza la lingua stessa di arrivo. Anche Joyce, per ripetere un nome già fatto, i suoi bei problemucci con la traduzione li ha avuti, anzi: se li è proprio cercati.

    Infine: chi alla discussione aggiunge il nome di Dostoevskij – per farci poi le comparazioni che lo divertono, sia – aggiunge secondo me un punto di confronto che è estremamente presente in tutta la letteratura di Busi. A chi va di fretta suggerisco la lettura, in sequenza o in parallelo, de “Note invernali su impressioni estive” di Dostoevskij e “La camicia di Hanta” di Aldo Busi, giusto per farsi una idea del dialogo sotterraneo che avviene tra i due scrittori.

    Riguardo al mio ultimo commento, non ho che da ritrattare una cosa: “La macchia umana” di Roth è un bel romanzo, secondo me superiore al suo acclamato “Pastorale americana”, ma “L’amore è una budella gentile” di Busi, a una riflessione critica meno estemporanea, lo trovo superiore, e mica per gli occhi miosotide di eco proustiana che vi fanno capolino, ma per come il gioco della finzione letteraria nel libro di Busi non tocchi mai la faciloneria delle autoconfessioni e dello psicologismo spiegazionista del romanzo di Roth, Philip.

    Saluti!,
    Antonio Coda

  40. AeZ scrive:

    Discorsi che girano a vuoto.
    Un antonio che si morde la coda.

  41. Antonio Coda scrive:

    Suvvia AeZ, un grazie per l’attenzione che le ho dedicato poteva dirmelo. Ulteriore pubblicità non posso fargliene, non su questo thread almeno, e non è che possa dare io tutti i contenuti alle sue critiche vane. Spero abbia passato buone vacanze. Saluti a Lei e alla sua casa editrice!
    Coda

  42. Franco Pancotto scrive:

    Il 25 agosto scorso, Aldo Busi è intervenuto al “Festival dei Sensi” a Martina Franca (Taranto), dove non ha nemmeno pensato di parlare de “El especialista de Barcelona”, tantomene di “E baci” in uscita il 24 settembre nelle edicole con “Il Fatto Quotidiano”.
    Ha parlato di tutt’altro, a dimostrazione della sua integrità di persona, staccata da meccanismi triti e ritriti cui siamo sottoposti TUTTI dalla mattina alla sera, degna di un rispetto che va al di là di “adorazioni”; adepti; addirittura di devoti! come più volte insinuato.
    Sono molto interessato, comunque, al dibattito avviato da Antonio coda: Omero/Joyce/Busi, anche perché mi è terreno fertile, perché ho lanciato la prima pietra, senza nascondere la mano.

    Intanto, questo è il mio commento alla “serata” di Aldo Busi in oggetto: cordialmente, Franco Pancotto.

    Finalmente l’Italia ha ritrovato il suo intellettuale di punta al “Festval dei Sensi” di Martina Franca! Dalla morte, prima di Pierpaolo Pasolini e poi di Enrico Berlinguer, non si sentiva levarsi una voce così importante e autorevole – me lo si conceda – a difesa dei lavoratori: in particolare i lavoratori dell’ILVA di Taranto e delle loro famiglie e dei loro cari – perché no? dei loro conviventi, amanti, amici, amiche, figli propri e figli di altre storie – che il Potere tende sempre ad occultare.

    La serata è incominciata con la lettura di due episodi del Decamerone, che si trova in traduzione “da un italiano all’altro”, dello stesso Busi, per poi, come per osmosi, trasformarsi in un evento di autentica attualità, come quella del lavoro, il più grande problema dell’Italia di ieri, di oggi e di domani (n.d.r.).

    Il finale, poi, che praticamente vede e si “sente” Aldo Busi inneggiare alla Democrazia è stato strepitoso!

    “E’ questo che si vuole! Un cielo pulito – un cielo azzurro-cielo!

    La Democrazia!”

    E che diamine!

    Belle le foto:

    http://www.altriabusi.it/2013/08/27/il-nostro-cielo-deve-essere-la-democrazia-aldo-busi-ospite-al-festival-dei-sensi/

    a rappresentare una Puglia bellissima, dove ho il piacere di vivere, con quei trulli sullo sfondo, e con lo Scrittore che appare in gran forma: anch’io aspetto il video promesso.

    Sempre che non scoppi la Terza Guerra Mondiale!

    Franco Pancotto

  43. Franco Pancotto scrive:

    Vi prego di correggere il mio ultimo commento:

    – tantomene DIVENTA tanto meno (riga 2);

    – Antonio coda DIVENTA Antonio Coda (riga 7)

    Saluti alla Redazione.

    Franco Pancotto

  44. Franco Pancotto scrive:

    Spett.le Redazione,

    ho rivisitato il mio ultimo commento inviatoVi, apportando le dovute correzioni e aggiustamenti di tiro:

    Il 25 agosto scorso, Aldo Busi è intervenuto al “Festival dei Sensi” di Martina Franca (Taranto), dove non ha nemmeno pensato di parlare del suo nuovo romanzo “El especialista de Barcelona”, tanto meno di “E baci” in uscita il 24 settembre nelle edicole con “Il Fatto Quotidiano”.
    Ha parlato di tutt’altro, a dimostrazione della sua integrità di persona, staccata da meccanismi triti e ritriti cui siamo sottoposti TUTTI dalla mattina alla sera, degna di un rispetto che va al di là di adorazioni; adepti; addirittura di devoti; come più volte insinuato proprio qui su minima&moralia.
    Sono molto interessato, comunque, al dibattito avviato da Antonio Coda: Omero/Joyce/Busi, anche perché ho scagliato la prima pietra, senza nascondere la mano.

    Intanto, questo è il mio commento alla “serata” di Aldo Busi in oggetto:

    Finalmente l’Italia ha ritrovato il suo intellettuale di punta al “Festival dei Sensi” di Martina Franca!
    Dalla morte, prima di Pierpaolo Pasolini e poi di Enrico Berlinguer, non si sentiva levarsi una voce così importante e autorevole – me lo si conceda – a difesa dei lavoratori: in particolare i lavoratori dell’ILVA di Taranto e delle loro famiglie e dei loro cari – perché no? – dei loro conviventi, amanti, amici, amiche, figli propri e figli di altre storie – che il Potere tende sempre ad occultare.
    La serata è incominciata con la lettura di due novelle del Decamerone, che si trova in traduzione “da un italiano all’altro”, dello stesso Busi, per poi, come per osmosi, trasformarsi in un evento di autentica attualità, come quella del lavoro, il più grande problema dell’Italia di ieri, di oggi e di domani.
    Il finale, poi, che praticamente vede e si “sente” Aldo Busi inneggiare alla Democrazia è stato strepitoso!
    “E’ questo che si vuole! Un cielo pulito – un cielo azzurro-cielo! La Democrazia!”

    E che diamine!

    Belle le foto:

    http://www.altriabusi.it/2013/08/27/il-nostro-cielo-deve-essere-la-democrazia-aldo-busi-ospite-al-festival-dei-sensi/

    a rappresentare una Puglia bellissima, dove ho il piacere di vivere, con quei trulli sullo sfondo, e con lo Scrittore che appare in gran forma: anch’io aspetto il video promesso dalla redazione di Martina News,
    sempre che non scoppi la Terza Guerra Mondiale!

    Franco Pancotto

  45. Franco Pancotto scrive:

    A proposito di Alain Delon…

    Ho commentato le recenti dichiarazioni di Alain Delon via Twitter, il momento dopo averle lette sul sito dell’Ansa: inutile dire che sono rimasto esterrefatto! Le avrei commiserate se fossero venute da un avventore del Bar “Sport” di un qualunque paesino italiano, o da qualche vecchia cariatide del Great Old Party, che ancora siede – ne sono tante! – nel Parlamento degli Stati Uniti d’America: ma da un attore acclamato internazionalmente e quindi “uomo di mondo” – no!
    Neanche a Gérard Depardieu, sarebbe venuto in mente di esternare simili commenti omofobi – anche se da lui, ultimamente non mi avrebbero sorpreso – seppure in Francia – come tutti ormai sappiamo – c’è stato quello scatto di reni che spiana la strada a una convivenza civile tra tutti gli esseri umani, regolata da vere e proprie leggi, al di là del proprio orientamento sessuale, come sancito da TUTTE le Costituzioni occidentali, compresa – ahimè – quella italiana, in attesa però, che anche in Italia queste leggi vengano promulgate, incominciando da quella contro l’omofobia (“Hate Crime” in inglese – cioè: crimine per odio), dove è prevista una pesante aggravante come deterrente.
    Nel frattempo si spera nell’allineamento con l’Europa, almeno nell’ambito civico, perché in quello politico-istituzionale credo che la via sia troppo tortuosa, anche se lastricata di buone intenzioni.

    Cordialmente,

    Franco Pancotto

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  1. […] Pubblichiamo la recensione dell’ultimo romanzo di Aldo Busi, pubblicata sulla rivista “Lo Straniero” a firma di Nicola Lagioia e apparsa oggi, 8 agosto 2013,  sul blog minimaetmoralia.it. […]

  2. […] ha insufflato la sua forma per sempre”, oppure ti tocca mediare con la realtà come fa l’especialista de barcelona suo protagonista, non proprio personaggio […]



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