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Elio e le Storie Tese, la Canzone mononota e l’utopia del testo

Elio parte da un rovello, liricamente parodico: la ricerca della complessità. La voce che canta si lambicca il cervello cercando di orchestrare un’opera che sia virtuosa, che insegua melodie composite nel tentativo di ottenere una composizione rarissima. Il tono dà senso a un sentimento patetico, velleitario, che ogni artista soffre da sempre. Ma poi arriva immancabile, puntuale l’intuizione: la scoperta della semplicità. E così in poche battute si è ritmato l’excursus dello stereotipo dell’ispirazione. Allora, nel momento in cui scopre la semplicità, l’uovo di Colombo che tutti covano, ma pochi partoriscono, il narratore musicale gorgheggia compiacimento. Finalmente qualcuno sembra avere acchiappato la chimera della verità. La verità, nel luogo comune, è quella cosa che solo il candore può rivelare, il fantasma del re nudo che solo i bambini con i loro sguardi puri sono riusciti a svestire. La verità è essenziale, si raggiunge sottraendo, levando, scavando, semplificando. È là, c’è, esiste, aspetta, basta trovarla bruciando la tortuosità di quello che siamo. Ed Elio la stana.

Ma la Canzone mononota che ha una sola nota, nel suo svolgersi, in realtà, si mostra tutt’altro che lineare. Immediatamente dopo averla scoperta, l’unica nota, si rivela infatti un crogiuolo di complessità: intanto può cambiare il ritmo ed essere, a comando, più o meno veloce, che è come dire, parlando di un’opera letteraria, che un testo può disequilibrarsi mutando stile, passando, che so, da un ritmo compassato, a uno concitato, da brevi e assertive frasi tacitiane a infiniti periodi proustiani, senza soluzione di continuità (non c’era bisogno nemmeno di dirlo). Puoi cambiare l’atmosfera, ovvero – il paragone è sempre letterario – descrivere una tempesta o un cimitero preromantico da Sturm und Drang e subito dopo presentare due eterni adolescenti on the road alquanto ubriachi. Puoi, incredibile dictu, cambiare il cantante. E passare il testimone ad altri, nel mondo umanistico, comporta un’azione rivoluzionaria purtroppo, credo, mai attuata: sostituire in corso d’opera il protagonista. Ricordo un film in cui scompariva l’interprete primario, Strade perdute, ma nemmeno un romanzo nel quale il personaggio principale sia evaporato smarrendo il suo ruolo e affidando ad altri la direzione della trama: il romanzo è monoteista.

La canzone procede gloriosa con trasformazioni luminose. Puoi cambiare l’argomento (come se fosse il genere: si potrebbe lanciare un incipit da thriller e inseguire scattanti la carogna e la pagina dopo distendere i muscoli tematici e digredire filosoficamente perdendosi per pagine e pagine sul senso della fuga e dell’inseguimento). Puoi mutare la lingua (quanto sarebbe strepitoso librarsi verso altre lingue durante un racconto, sfumando di innumerevoli significazioni lati emotivi, profili sociali eccetera eccetera). Puoi prenderti una pausa (lasciare fogli in bianco densi di significato, come in parte fece Laurence Sterne).

Avanzando vengono intonate sempre più trionfalmente le potenzialità del testo (del testo tout court) e della musica, si intrecciano dialoghi intertestuali (yes, I can repeat sempre testo) con gli antesignani della Canzone mononota, con i tentativi falliti, come se fosse un ipercitazionismo postmoderno.

E infine puoi far finta che sia finita. La canzone si ferma e il pubblico applaude la sospensione. Ma non solo non è conclusa e quella pausa sembra essere la parodia dentro la quale sprofondano tutti i ridicoli finali aperti della storia della letteratura – non ha niente a che vedere nemmeno con i supersignificanti finali che appaiono nei film oltre i titoli di coda, squadernando definitivamente il senso ultimo dell’opera vista. No, nella Canzone mononota il falso finale è in modo supremo e terso inutile, senza senso, quel nonsense che risucchia nel baratro, nel vuoto, da dove provengono, tutti i sensi. Ma, nello stesso tempo, nel dispiegare tramite metamorfosi il relativismo dei significati e, soprattutto, delle strutture riflette l’unica, insaziabile umana soffertissima ricerca sulla complessità di cose che non hanno origine né fine.

Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino; il suo secondo romanzo, Mia figlia, don Chisciotte, è uscito a febbraio 2017 per NN editore.
Commenti
28 Commenti a “Elio e le Storie Tese, la Canzone mononota e l’utopia del testo”
  1. bidé scrive:

    La canzone mononota è più che altro un’idea, magari anche interessante, ma si ferma allo stadio dell’idea e non è nulla più. Nel momento in cui gli Elii hanno avuto la trovata di creare una canzone basata su un’unica nota (trovata che potrebbe essere anche uscita per caso, non di chissà quale genialità, suvvia) essa era praticamente già scritta. Dubito che ci abbiano messo più di un pomeriggio per comporla, arrangiarla e scrivere il testo.
    A questo si aggiunga che il tono è quello fastidiosamente pedagogico degli ultimi anni (ormai tanti, invero) degli Elio e le Storie Tese, che la trasforma da boutade magari anche carina a stornello francamente insopportabile.

  2. KillingPenelope scrive:

    Pensare che la canzone mononota sia semplice da scrivere e arrangiare mi pare un pensiero un pò sempliciotto. La canzone in realtà a me pare molto complessa. Loro la eseguono così bene che a noi pare semplice. Ma non è forse il fine ultimo di ogni artista?

  3. ilGot scrive:

    Potreste spiegare tutte le citazioni presenti? Sì, ok tintarella di lune e Chopin il preludio la Goccia, la samba su una nota sola di Jobin trovata.. ma Rossibi e Bob Dylan? E chi altro dimenticai?
    Complimenti per gli arrangiamenti orchestrali, a proposito di averla scritta in un pomeriggio…

  4. fafner scrive:

    La proprietà intellettuale dell’invenzione su una nota sola spetta ad Alban Berg: la si trova nel Wozzeck (sopra un Si, mentre gli Elii la fanno sopra un Do).
    Il punto è che dagli Elii ci si aspettava qualcosa di più di un artificio, neanche molto riuscito. Liberi gli interpreti di trovare nella canzone un’arguta satira della melopoieutica sanremese. Ma a me sono sembrati la satira di se stessi e della loro maniera.

  5. Eva scrive:

    Geniale. Non ho altre parole per definirla. La canzone non è semplicemente il frutto di una ricerca tecnica evidentissima negli arrangiamenti, ma è un’elegantissima protesta che parte dalla forma (la ripetizione ossessiva di una sola nota, intrecciata a una serie di arrangiamenti mai scontati) e non dalla parola. E quella pausa, quel finto finale: un ironico silenzio che è, da solo, un calcio a tutte le convenzioni e le abitudini di un popolo anestetizzato. Forse, Elio e le storie tese hanno buttato giù questa canzone in un pomeriggio, oppure in un secolo, non mi interessa: quello che conta è ciò che ne è uscito fuori: una canzone finalmente allegra e non mortifera quanto quelle che negli ultimi anni spopolano sulle scene dell’Ariston (nella prima serata, uno dei momenti più elettrizzanti per me è stato il coro dell’Armata rossa!), eppure seria nella sua ricerca e nei suoi arrangiamenti.
    Eva

  6. matteo scrive:

    @ilGot: di rossini pensavo al finale del gugliemo tell
    di dylan ho sentito ipotizzare http://it.wikipedia.org/wiki/Subterranean_Homesick_Blues
    anche se non è strettamente mononota

  7. vallib scrive:

    per rossini si fa riferimento a Adieux à la vie, e Dylan nella fase nasale…si trova sul comunicato
    http://elioelestorietese.it/news/eelst-a-sanremo-il-comunicato-ufficiale/

  8. Dr.sideshow scrive:

    Dylan nella “fase nasale” penso si riferisca a pezzi come “It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding)”.

  9. Luca scrive:

    Bellissimo articolo, complimenti.

    Aggiungo un commento per dare un piccolo e umile contributo alla discussione: il romanzo dove la struttura convenzionale viene distrutta, le voci narranti mescolate, ridicolizzate, i protagonisti sedotti e abbandonati esiste ed è frutto della nostra letteratura contemporanea. Definirlo romanzo è forse riduttivo, ma non trovavo un genere migliore per catalogarlo: i “Canti del Caos” di Moresco.

  10. Dr.Sideshow scrive:

    Concordo con Luca, e rincaro: quando Garigliano scrive “nemmeno un romanzo nel quale il personaggio principale sia evaporato smarrendo il suo ruolo e affidando ad altri la direzione della trama” – si dimentica forse di Burroughs, Ballard, Queneau, i surrealisti, il teatro dell’assurdo e compagnia bella. Mandiargues in una sezione di “Marbre” fa addirittura scoprire al proprio personaggio i cadaveri dell’Autore e del Lettore (giusto per fare “evaporare” pure quei concetti!)…
    Comunque complimenti per l’esegesi del brano. Gli Elii, con una canzone a Sanremo, ci fanno discutere anche di queste cose. Chapeau.

  11. Maurizio1 scrive:

    Non capisco perché, nel recensire una canzone, la si compara ad opere letterarie invece di entrare nel dettaglio musicale: gli esempi pregressi di canzoni mononota, peraltro citati nella canzone stessa, la complessità di un brano che non è affatto semplice ma che, essendo magistralmente eseguito, ci appare tale, l’eclettismo musicale e le citazioni alla Frank Zappa, di cui la stessa è disseminata come peraltro spesso accade nella produzione di Elio e le Storie Tese. Insomma, la recensione è interessante ma non c’entra nulla con la musica: piuttosto da questa prende spunto per parlare d’altro.

  12. tom scrive:

    piu’ che una genialata mi sembra una cagata… scusate l’ottusa mia mente accecata…

  13. mio scrive:

    Che articolo de merda…

  14. Barbara scrive:

    Cari bidè e tom è una canzone solo apparentemente stupida in realtà è difficilissima sia nella creazione che nell’esecuzione. Innanzitutto, le citazioni che fa sono il frutto di una (o più se l’hanno scritta insieme) mente colta (e non so gli altri, ma Elio è diplomato al conservatorio in flauto traverso). Eseguirla non ne parliamo (soprattutto per il batterista) e poi sono talmente bravi che riescono a fare anche i cretini (nel senso migliore del termine, perchè bisogna anche saper fare i cretini) mentre suonano. Sono dei fottutissimi geni. La canzone sicuramente non è di quelle che si cantano e si ricantano per il resto della vita, e dopo alcuni ascolti poi stanca (soprattutto è una canzone che va anche “vista” oltre che ascoltata, perchè la performance degli “Elii le dà forza”….però è GENIALE!

  15. bidé scrive:

    Io non ho mai messo in discussione l’abilità tecnica degli Elii, che ritengo fenomenale. Sia detto per inciso, sono un loro grande fan, almeno fino a “Eat the Phikis” (compreso), ma questa è veramente solo pura idea, quel che ne scaturisce, molto semplicemente, non è una bella canzone. Le citazioni non sono frutto di chissà quale genialata, sono abbastanza conosciute e riconosciute, e vengono ostentate in maniera davvero fastidiosa, ed in fondo la canzone è solo quello: “Guardate quante ne sappiamo”. L’interruzione della canzone, che nell’articolo viene definita come “modo supremo e terso inutile, senza senso, quel nonsense che risucchia nel baratro, nel vuoto, da dove provengono, tutti i sensi. Ma, nello stesso tempo, nel dispiegare tramite metamorfosi il relativismo dei significati e, soprattutto, delle strutture riflette l’unica, insaziabile umana soffertissima ricerca sulla complessità di cose che non hanno origine né fine” è in realtà una cosetta che può impressionare giusto il pubblico di San Remo, ma che è stata fatta più o meno da chiunque in passato (Zappa, Beefheart, Barrett, i King Crimson, fino ai Big Black, agli Einsturzende Neubauten, agli Slint, più recentemente i QOTSA, i Fiery Furnaces, Dan Deacon, gli Xiu Xiu, ma ci sono decine di altri esempi), e conferirle un valore letterario è semplicemente ridicolo.
    Si potrebbe poi entrare nel merito di cosa sia il nonsense, tutt’altro che il semplice fermarsi in mezzo alla canzone e tutt’altro che la metareferenzialità di un testo che spiega se stesso citandone i precedenti. Il nonsense vive sulla mancanza o la sospensione della logica, cosa che non avviene nel testo della canzone di Elio. La terminologia è importante, se si vuole fare un lavoro critico.

  16. Bojo scrive:

    mi sa che qualcuno ha davvero una bella botta…

  17. marco m scrive:

    se proprio vogliamo fare paragoni letterari, a me è venuto in mente “due allegri indiani” di j. rodolfo wilcock.

  18. bah, fa senso interloquire con bidè (ma con gli pseudonimi in genere), però voglio confermare lo stesso la mia attenzione per la terminologia. nel momento in cui si fa finta di finire una canzone e la si sospende, allora la logica, relativamente al contesto nel quale si sta facendo ciò, salta. se molti altri hanno simulato la conclusione di una canzone vorrà dire che si tratta di un tipo di nonsense diffuso, ma non che non sia nonsense.

  19. addioluganobella scrive:

    In realtà bidé non ha torto quando sostiene che la sospensione dell’esecuzione di un pezzo o la sua metareferenzialità non sono fenomeni ascrivibili al nonsense.
    Certo è che il concetto di nonsense non è facilmente definibile.
    Partirei da un presupposto che a a che fare con il fruitore: chi si trova dinanzi a un nonsense non si spiega quanto sta accadendo e non sa reagirvi.
    L’ascoltatore de ‘La canzone mononota’ sa che il brano prosegue anche dopo la sospensione e la sua risata (ammesso che sia effettivamente divertito) è consapevole, non spiazzata. Credo se mai che la canzone degli Elii sia umoristica o, tutt’al più, sarcastica. Geniale o sciocca non saprei.
    Penso infatti che il pezzo, a prescindere che piaccia o meno, andrebbe considerato nel contesto in cui è stato eseguito. A Sanremo – evento che tradizionalmente rappresenta un’italianissima forma di autismo culturale – acquisisce una funzionale e interessante carica “sovversiva”. Fuori di lì ne resta depotenziato e diventa un prodotto come tanti.

  20. sergio garufi scrive:

    complimenti, mi è piaciuto sia l’articolo che la canzone.

  21. zavvo93 scrive:

    anche io potrei fare una canzone facendo pernacchie e dire che ha un senso…fa schifo.!!!!

  22. Fhabbio scrive:

    Ma ragazzi, siamo seri, gli elii non pensavano minimamente a tutte queste speculazioni filosofiche mentre componevano LA CANZONE MONONOTA…
    Sono andati lì solo per prendere in giro tutti i cantanti che hanno partecipato (e ci sono veramente riusciti con questo grande trionfo!), solo per farci ridere! MA QUALE RELATIVISMO DEI SIGNIFICATI? La canzone mononota è un gioco! Un gioco musicale con il quale elio e le storie tese hanno voluto divertirsi e divertirci…
    non c’è bisogno di decriptarne il significato più profondo o arcano…
    ciò non toglie però il merito per l’autentico coraggio di portare la canzone mononota al festival della canzone italiana…
    e infine per quanto il motivetto possa risultare poco gradito ai più, secondo me è un trionfo di tecnica e originalità (sebbene la canzone mononota abbia avuto i suoi antesignani eheh!!)!

  23. LINO scrive:

    ….geniali, si sono dei geni… ma smettetela di drogarvi cazzo!!!
    Come si possono scrivere tante cazzate…
    Probabilmente per voi i Pink Floyd sono solo dei cazzoni!!

  24. LINO scrive:

    .ah dimenticavo, pensate che sfiga che per poco ” gli Elii” non ci potranno
    rappresentare all’Eurofestival..!! che sfiga però…

  25. Fabrizii scrive:

    Quanta ignoranza dal punto di vista musicale ormai c`é in giro é disarmante….. Ascoltate le mezze calzette di maria e x pippor. C`é poco da dire su questa canzone…… Arte pura, dall`incredibile arrangiamento all`impressionante esibizione. Suonare quel brano live non é per niente facile, e suonarlo con quella tranquillità addirittura giocando é davvero ASSURDO! EELST mostri.

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