eliopagliarani

Elio Pagliarani, la poesia che agisce

(Fonte immagine: Dino Ignani.)

di Maria Lo Conti

Sono gli anni Sessanta e in via Vittorio Veneto, a Roma, una libreria Einaudi ospita un evento – forse la presentazione della ristampa dei Novissimi o forse un incontro sul Gruppo 63 – che si trasforma subito in una singolare baldoria. C’è un’atmosfera scalmanata e rissosa, tutti attaccano tutti, il pubblico schiamazza, il gruppo di giovani autori invece di presentarsi compostamente inveisce contro l’anemica inerzia della letteratura italiana. La situazione si fa sempre più tesa finché a un tratto uno degli autori si alza, si avvicina a una delle pareti su cui erano esposte le gigantografie di alcune poesie e comincia a leggere ad alta voce – una voce roca e imponente – Oggetti e argomenti per una disperazione, e nella sala cala finalmente il silenzio.

Leggo questo aneddoto raccontato da Franco Cordelli qualche anno fa (e riportato da Andrea Cortellessa nel suo bellissimo articolo in occasione della morte del poeta) e penso che non esista esempio più rappresentativo della poesia di Pagliarani, una poesia che agisce, anche fisicamente, sul lettore, che non ristagna sulla pagina ma vive una dimensione di perenne movimento.

Pagliarani amava il teatro e per molti anni fu critico teatrale per “Paese Sera”. Aveva un senso spiccato del ritmo e della musicalità del verso, sapeva come si muove la parola sulla scena. Quando leggeva in pubblico le sue poesie ne assecondava il procedere col corpo, teneva il tempo col piede, scandiva l’andamento dei versi con ampi gesti della mano. Non era una posa: l’azione è un elemento imprescindibile delle sue poesie. Leggere silenziosamente certi suoi componimenti è uno sforzo vano, la voce spinge per uscire, per portare fuori dalla pagina le parole di Carla, Praték, Nandi. Pagliarani era capace di costruire dei veri e propri «personaggi linguistici», come li definisce Fausto Curi, animati da una lingua che agisce in loro dialetticamente e ne determina i gesti, rendendo vera azione l’azione linguistica e i personaggi drammatizzazione teatrale.

Abituati come siamo alla lirica tutta riflessione e rimescolio interiore sembra impossibile concepire l’idea di una poesia che scalpiti con tanto vigore. Eppure non esiste, probabilmente, una poesia più viva e concreta di quella di Pagliarani, immersa nella realtà fino al midollo, che non vira mai verso alcuno slancio metafisico, perché «lo spirito umano ha più bisogno / di piombo, che di ali». E Pagliarani sapeva benissimo che la realtà si presenta all’uomo in tutta la sua glaciale indifferenza e scevra di consolazioni a buon prezzo. Siamo qui adesso e non serve a niente anelare all’infinito, sciogliere i lacci che ci tengono fermi al suolo. La poesia è una cosa spietata, schiude verità e nessuna verità può essere prossima alla consolazione.

Non serve neppure rassegnarsi, bisogna cavare fuori la forza della resistenza e la rassegnazione trasformarla in prepotenza («rassegnazione al peggio non è rassegnazione è prepotenza / se hai la coscienza di figurarlo il peggio»), decidere di proseguire nonostante. Anche questo è azione: opposizione alla vita che trascina. Un’opposizione che non sia solo formale o programmatica, ma che si risolva in azione concreta, perché quell’opposizione «agisca da opposizione e abbia i suoi testimoni».

L’azione della poesia si realizza infatti pienamente in una dimensione sociale. La scommessa del linguaggio poetico era di mantenere la lingua viva ed efficace per tutti, sottrarla al logorio e alla pratica meccanica e sorpassata del bel canto. Ciò che distingue l’uomo dalle bestie è la parola – lo ricorda anche Pagliarani nel già citato componimento Oggetti e argomenti per una disperazione – ed è attraverso l’esercizio della parola che l’uomo scommette sulla validità della propria opera, coltivando la fiducia disperata (segretamente priva di speranza) che un giorno la storia ne ricompensi gli sforzi e che il modello di sé che lascia al mondo sia in grado di sopravvivere nella memoria di chi rimane: «ci vuole orgoglio: credere / che il proprio lavoro la pena non se stessi ma il proprio modello sia utile / agli altri; fiducia: che la storia / paghi il sabato».

Dopotutto era con la lingua che Pagliarani sperimentava – come fanno instancabili i poeti – rivoltando la pagina per adattarla al racconto, allungando e scalando i versi, allargando le maglie del linguaggio perché rompesse i suoi confini e fosse capace di contenere qualsiasi cosa: principi di fisica, concetti filosofici, teorie economiche. Non esisteva niente di impoetico, ecco qual era la novità. Temi fino a quel momento banditi dall’affare tutto sentimentale e struggente della poesia erano divenuti di colpo oggetto poetico. A conciliarli senza attrito è la passione, una passione «non opposta a cultura o ideologia», scrive Umberto Eco, «ma passione ideologica».

Passione è presupposto dell’azione, e Pagliarani riconosceva nel poeta «l’ottusa pazienza dell’artigiano senza committente», il cui mestiere è faticoso e apparentemente privo di finalità. Ma l’assenza del committente chiarisce anche la motivazione che spinge il poeta alla scrittura, un’esigenza che viene dall’interno, dalla necessità di mettere alla prova la poesia e il materiale verbale che la compone, per arrivare, fuori, a provocare una qualche violenza vivificatrice sulla «struttura».

Esiste, tra le tante, una ragione precisa che spinge a fare poesia: l’instancabile desiderio di penetrare la realtà nelle sue contraddizioni, di essere per la realtà uno specchio, anche deformante se necessario, e mostrarne il riflesso.

Elio Pagliarani è morto a Roma un anno fa. Non il suo orgoglio, non la sua fiducia, la sua scommessa perdura, perché «in ogni modo è vero che qualcuno / scommette di non morire».

Aggiungi un commento