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Elisa Sighicelli, la potenza di una tempesta mai accaduta

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di Leonardo Merlini

“Tutto sarà com’è ora, solo un po’ diverso. Nulla era cambiato, ma man mano che l’occhio lo guardava da più vicino, quello che di norma sembrava l’unico mondo possibile diventava un mondo tra tanti, e il suo significato instabile, collocabile ovunque, anche se solo per un attimo”.

Non è, ovviamente, indispensabile amare Ben Lerner alla follia per avvicinarsi al lavoro di Elisa Sighicelli, però avere somatizzato alcuni passaggi del suo straordinario romanzo Nel mondo a venire, da cui è tratta la citazione, aiuta. Perché ci offre quel taglio nel velo apparente dell’unicità del reale – un taglio che somiglia a quello di Lucio Fontana, con la differenza che grazie a Lerner si può anche guardare al di là dello squarcio – che è forse il primo passo realmente necessario per lasciare che le fotografie di Sighicelli si prendano lo spazio che meritano.

Uno spazio che è estetico, certamente, ma che si riveste di molto altro, in virtù di un lavoro concettuale forte, fondativo della sua pratica, che l’undestatement dell’artista riesce a camuffare, ma che poi, come accade con la prosa di Lerner e le sue intuizioni sul senso (provvisorio, sia chiaro) del presente, esplode con la chiarezza di una sorta di rivelazione. Che è la rivelazione dei livelli semantici, della stratificazione della mimesi, della costruzione di un artefatto che si pensa come tale, pur offrendosi infine, come è avvenuto con la mostra di Palazzo Madama a Torino e come avviene con quella napoletana del Museo Pignatelli, nella sua veste apparentemente più semplice: una fotografia di un luogo, che però interagisce, attraverso gli strumenti della pratica di Elisa, come per esempio la scelta del supporto su cui stampare le immagini, in maniera clamorosa con lo spazio che ospita i lavori, il quale, guarda caso, è anche il soggetto delle fotografie stesse.

In tal modo si accende la miccia concettuale, ma io direi anche semplicemente letteraria, che innesca il domino delle sensazioni dello spettatore. Tutto è come ora, non possiamo negarlo in nessun modo, ma tutto è anche, chiaramente e ipnoticamente, un po’ diverso.

La sensazione, attraversando le stanze dei palazzi, è che quello che Sighicelli ci racconta, restando fedele al suo iceberg di hemingwayana memoria, sia, per citare ancora Ben Lerner, “una tempesta che non è mai avvenuta”. Ma trattandosi di lavori che riguardano – e qui appare anche il fantasma sorridente di Roland Barthes – il grado zero della scrittura artistica, che insistono sugli elementi primari, ossia i segni, ci troviamo di fronte all’apparente contraddizione di poter affermare sia la tempesta (il cui segno è impresso indelebile nella frase di Lerner e nella scrittura delle mostre di Elisa) sia il suo non essere mai avvenuta (perché guardandoci intorno il mondo continua a sembrare lo stesso). Ma, ci perdoni monsieur Lapalisse, nel Grand Canyon che separa l’Essere dal Sembrare si gioca tutta la battaglia invisibile che è fuoco e alimento del lavoro artistico.

Però poi, ed è definitivamente giusto che sia così, quel solco aperto e pulsante si deve tradurre in una non retorica che, a suo modo, è esattamente la cifra (e qualcuno potrebbe anche dire il limite, ma io non sottoscriverò) del modo di essere artista , oltre che essere umano (usiamole le parole, ci sono), di Elisa Sighicelli. “Capite cosa intendo – scrive ancora Lerner in un altro punto indimenticabile del romanzo – se dico che l’aspetto più potente di quell’esperienza era il fatto che non era cambiato nulla? La bandiera sembra garrire al vento, ma sulla luna non c’è aria”. Non importa che lo scrittore americano stia parlando del suo protagonista e della sua migliore amica che fanno l’amore, l’immagine vale alla perfezione anche per altri contesti, compresa la fruizione consapevole di una mostra, soprattutto perché sull’intensità emotiva di entrambe le esperienze non si negozia. E un po’ di trasporto non fa mai male.

Nicholas Mirzoeff, nel saggio Come vedere il mondo, scrive che il punto non è tanto “ciò che ci passa davanti agli occhi”, quanto piuttosto “ciò che capiamo di quello che guardiamo. E la nostra comprensione del mondo dipende in buona misura da ciò che già sappiamo o pensiamo di sapere”. Analisi impeccabile, ma nel caso delle opere di Sighicelli qualcosa non torna, perché ciò che pensiamo di sapere, e quindi, per estensione, di vedere, è esattamente quello che non corrisponde alla grammatica della sua arte. Una finestra è una finestra, ma al tempo stesso non è una finestra. Una statua è una statua, ma al tempo stesso non lo è.

Per quanto possa infastidire i nemici del Relativismo – e Papa Ratzinger qui un po’ ci manca, il suo spessore era stimolante – di questo stiamo parlando, di questo (insieme ad altro, certo) parla l’arte contemporanea, così come lo fanno la letteratura, il cinema, il teatro. Sembra di stare dentro l’Amleto, sospesi tra la vera – ma tecnicamente finta – tragedia messa in scena dentro la scena e la finta – ma che tutti, almeno fino a quando non leggiamo René Girard, riteniamo vera – tragedia che abbiamo pagato il biglietto per andare a vedere. Nessuno muore sul serio, ma qualcuno, fingendo due volte, muore in modo più vero all’interno della finzione primaria (muore non facendo finta di morire, ma facendo finta di non morire!)  Interessante, non trovate?

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Elisa Sighicelli, ci ricorda un osservatore acuto come Gianluigi Ricuperati, usa la fotografia come materiale prima che come medium. Un materiale instabile, una finta certezza, una sorta di generica rassicurazione da brandire come uno spadino nel momento in cui ci si trova faccia a faccia con il Mostro della (supposta) Realtà, che, dall’alto della sua sicumera, sputa dalle orride narici il fuoco dell’Inevitabile.

Gillo Dorfles, nelle sue Oscillazioni del gusto, sottolineava “l’elemento di azzardo, di aleatorietà” strutturalmente presente nella fotografia: il punto è proprio quello. E la cosa che stupisce, ma ce ne rendiamo conto molto dopo, è la naturalezza mimetica con cui il lavoro di Sighicelli non si cura di questa alatorietà; anzi, essendone pienamente consapevole, il suo talento sta nell’occultare completamente l’azzardo, nel farlo scomparire dalla percezione dell’opera che ci troviamo di fronte, come se non fosse la materia prima su cui tutto è costruito. In uno dei tanti passi memorabili e misteriosi di 2666 di Roberto Bolaño un personaggio sostiene che i due ladroni siano stati esposti sul monte Calvario insieme a Gesù non per dare più forza alla Crocifissione, bensì “per occultarla”. Nello stesso modo, viene da pensare, Elisa Sighicelli usa la fotografia, con la sua aura di oggettività che ancora non è stata del tutto rimossa dal nostro inconscio culturale collettivo, come lo strumento perfetto per occultare la cosa che chiamiamo realtà, con in più la meravigliosa aggravante di farlo mentre apparentemente si limita a documentare nel modo più accurato e neutrale alcuni aspetti di un’architettura o di una statua.

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Quando Borges ci parla di Pierre Menard come del vero autore del Don Chisciotte, siamo ben consapevoli del fatto che la sua versione è esattamente identica a quella di Cervantes, peraltro venuta prima, ma ciò che viene occultato, salvo deflagrare clamorosamente più tardi, quando le emozioni del lettore vengono, dicevano i romantici inglesi, “recollected in tranquillity”, e ciò che ci appare inconfutabile, è solo la grandezza assoluta dello scrittore argentino. Scomparso nei suoi racconti mimeticamente apocrifi per potersi finalmente affermare. Per poter dire se stesso.

Chiudiamo questo resoconto, che ha deviato costantemente tentando di seguire la strada principale verso il lavoro di Elisa, andando a scomodare Guy Debord che nella proposizione 164 del suo La società dello spettacolo parla del mondo come di qualcosa che “possiede già il sogno di un tempo di cui non ha che da possedere la coscienza per viverlo realmente”. Nel piccolo (ma poi non così tanto piccolo) mondo dell’arte di Sighicelli accade proprio questo: si offre, attraverso i lavori, un’idea complessa di coscienza, che ha la forza poderosa, una volta che la si sente sulla propria pelle di osservatori, di darci la possibilità di un esperienza realmente reale.

Qualunque cosa questo aggettivo possa significare.

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Dal 29 maggio Elisa Sighicelli, nata a Torino nel 1969, presenta al Museo Pignatelli di Napoli la mostra “Storie di Pietròfori e Rasomanti”, curata da Denise Maria Pagano. L’esposizione partenopea è il secondo capitolo di una trilogia espositiva inaugurata a Palazzo Madama a Torino e che proseguirà al Castello di Rivoli, tutta dedicata alla riflessione sull’architettura come “quarta parete” della fotografia.

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