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Intervista a Ellen Forney

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Questa intervista è apparsa su Repubblica Sera.

Intorno ai trent’anni ha scoperto di soffrire di disturbo bipolare, ma non ne ha fatto un dramma, anzi. Ellen Forney, americana di Seattle, fumettista, ne è stata quasi contenta: anche lei, come tanti altri da Michelangelo a Van Gogh, era ufficialmente “un’artista pazza”. Ma non sapeva cosa la aspettava: l’ammettere di essere malata, l’affrontare cicli di depressione ed euforia, l’accettare e cercare una cura farmacologica in grado di stabilizzare il suo umore. Tanta sofferenza, tante difficoltà che, quando finalmente è riuscita a superarle, a controllarle grazie a una corretta terapia, ha raccontato in un graphic novel, Marbles. Mania, depressione, Michelangelo e me (Edizioni Bd, collana Psycho Pop), un lavoro autobiografico che colpisce, diverte e inquieta allo stesso tempo. E quando si arriva alla battuta finale, «sto bene», si tira un sospiro di sollievo.

Ellen, com’è stato raccontare il proprio disturbo bipolare in un fumetto?

È stato difficilissimo. All’inizio non avevo capito quanto sarebbe stata emotivamente e concretamente difficile la scrittura di questo libro. E anche se non volevo fosse un lavoro terapeutico, lo è diventato: ho affrontato alla radice una parte molto complessa e drammatica del mio passato, ed è stato faticoso, ma anche catartico. È stato come estrarre dal mio corpo una grossa scheggia. Fa male, ma sai che è la cosa giusta da fare perché solo quando la scheggia non è più conficcata puoi iniziare a guarire.

Che cosa è stato più difficile?

Credo dire al mondo che ero bipolare. Sono sempre stata piuttosto riservata rispetto al mio disturbo. Non ho nemmeno raccontato al mio editore Penguin di cosa parlasse Marbles finché non mi sono trovata nelle sue ultime fasi. Il pensiero di far diventare la cosa pubblica mi terrorizzava, ma sapevo anche che sarebbe stato importante raccontare una storia così, per me e per la possibilità di aiutare altre persone. Ho lavorato duro per rendere ogni cosa vera e onesta, per far dire al libro tutto quello che volevo dicesse, e ho dovuto starci dietro con forza e tenacia.

E come hanno reagito i suoi lettori?

In modi diversi. Penso che la vera speranza di chi scrive le proprie esperienze sia far pensare ad altri che non sono soli. Io però sono stata attenta a presentare questa storia come mia, personale, perché non viviamo le cose alla stessa maniera. Molti lettori mi hanno detto che si rivedono in Marbles, che li ha convinti a cercare aiuto o a rispettare la terapia. Altri si sono messi a usare alcune delle soluzioni che erano utili per me e che ho condiviso nel libro. Uno studente di una high school mi ha scritto che usa il mio fumetto come un manuale, e che ha trovato gli esercizi di respirazione yoga particolarmente utili. E soprattutto diversi lettori bipolari mi hanno detto che hanno regalato copie di Marbles alle loro famiglie, così che potessero capire meglio il loro disturbo. Penso però che la cosa più importante sia che poche persone sono in grado di dire pubblicamente, come me, di soffrire di una malattia mentale, e Marbles spero li aiuti a sentirsi meno isolati e soli.

Come è nata l’immagine della giostra per rappresentare le fasi del disturbo bipolare?

All’inizio stavo per disegnare un’altalena del parco giochi per rappresentare gli sbalzi d’umore, ma la metafora del pendolo non mi convinceva. Così ho iniziato a pensare cosa andasse su e giù in un’altra maniera, e alla fine ho individuato la giostra.

Il lettore ci sale con lei. Soffre, si commuove, ma ride anche, perché c’è molta ironia.

Lo humor, specialmente nero, è una prospettiva fondamentale che applico alle mie esperienze più difficili, nel lavoro come nella vita. Guardando qualcosa e riconoscendone le assurdità, se ne può ridere, ed è un modo per riuscire a controllare la situazione. Inoltre volevo offrire al lettore un modo per attraversare la mia storia. Chi vorrebbe leggerla se fosse tutta triste e seria? Io no di certo!

Le è mai venuto il dubbio che il fumetto non fosse la forma adatta per raccontarla?

No. Credo fermamente nella capacità dei fumetti di raccontare qualsiasi tipo di storia. Creano un rapporto intimo, comunicano con o senza parole, e questo loro potere visivo creava un tono e un “umore” perfetto per la mia storia, che è appunto sugli “umori”! Inoltre ho usato stili diversi per i diversi stati d’animo, cosa che non avrei saputo mai fare in un testo di sole parole.

In questo senso colpiscono i disegni che ha fatto durante la cura, ora parte di Marbles. Come è stato riguardarli e pensarli come “materiale” per il libro?

Disegnare nel mio sketchbook e nei miei diari è stato fondamentale per vedere, esternare ed esaminare cosa succedeva nella mia testa. Quello che chiamo “The depression sketchbook” è stato una delle fonti d’ispirazione per Marbles. Lo riguardavo, dopo aver raggiunto la stabilità, e trovavo che quei disegni erano ricchi, potenti. Arrivavano dalle mie profondità più disperate e si erano riversati sui fogli. Volevo condividerli ma non sapevo davvero come. Erano anche incongrui rispetto al resto del libro, ma pensavo che non sarei mai stata in grado di rifarli, cosa che tra l’altro mi auguro perché non vorrei mai ricadere in depressione. Erano una raffigurazione in presa diretta della mia condizione, e in fondo mi ha dato soddisfazione pubblicarli: li ho potuti archiviare, dando un peso viscerale ai capitoli che li ospitano, e presentandoli come “case study” di un artista bipolare!

Un tema molto presente in Marbles: cita molti artisti affetti dal disturbo.

Sono stati in parte una fonte d’ispirazione (mi dicevo: “guarda quanti pazzi artisti possono fare ottimi e terrificanti lavori!”), ma sapevo anche che non erano stati medicalizzati e in molti si erano suicidati. Alcuni dei miei scrittori preferiti, come William Styron e Kay Jamison, hanno scritto memoir sui loro disturbi dell’umore, ma in Marbles non potevo citarli tutti. Ad essere sinceri, la scelta è stata anche pragmatica, in base cioè ai problemi di copyright. Per esempio: volevo citare Georgia O’Keeffe, ma non potevo riprodurre nessun suo lavoro, così ne ho soltanto scritto e ho riempito una pagina con le cose simili a quelle che lei dipingeva.

Marbles è il suo volume d’esordio in Italia. Cosa pensa della nostra produzione a fumetti?

Milo Manara è molto famoso negli Stati Uniti, dove la cultura fumettistica europea ha molti ammiratori. E poi mio fratello vive a Vicenza, e suo figlio è un grande fan di Tex!

Alberto Sebastiani lavora al Dipartimento di Filologia Classica e Italinistica dell’Università di Bologna e collabora con la Repubblica. Di formazione linguistica e critico letteraria, si è occupato di molti autori del Novecento italiano (da critico militante anche di quelli ora in attività), e da sempre si muove in particolare in territori testuali di frontiera, dal fumetto alla letteratura di genere e alle cosiddette “nuove” scritture (dagli sms in tv e i blog alla famigerata twitteratura), e ora si pone molte domande su una tradizione da costruire, che riguarda proprio le cosiddette “nuove” scritture. Tra i suoi libri, ha curato Opere (con Stefano Costanzi e Emanuela Orlandini) e Lettere di Silvio D’Arzo (Mup), ed è autore di Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi (Manni).
Commenti
Un commento a “Intervista a Ellen Forney”
  1. domenico scrive:

    A proposito di disturbo bipolare e di come riuscire a raccontarlo, segnalo questo piccolo romanzo autobiografico di Carlo Castelli “Nervi d’acciaio. Toccata e fuga dal disturbo bipolare”, edito, qualche anno fa, da Stampa Alternativa. Partendo dagli esordi del disturbo, Castelli racconta la sua esistenza attraversata dai cicli, furiosi e incontrollabili, del disagio che, poi, attraverso un percorso di conoscenza e autoconsapevolezza, riesce via via a gestire. Una continua oscillazione fra alti e bassi, dove il corpo e la mente alternano periodi di frenesia, velocità, eccitazione a periodi di lentezza, stanchezza, quiete. Castelli sottolinea che ognuno affronta le sue fragilità in maniera unica e originale, che non esistono regole a cui attenersi. “Nervi d’acciaio” , “Marbles”, e tanti altri racconti simili, ci dicono che nonostante il disagio, nonostante le difficoltà, una persona, se ha la forza e la determinazione dalla sua, assieme al supporto degli altri, può affrontare la vita senza che la vita debba necessariamente sopraffarlo.

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