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Emanuele e Antigone – su “Emanuele nella battaglia” di Daniele Vicari

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I fatti, già dopo la prima sentenza di mezza estate, sono davvero semplici: una sera, un ragazzo di 20 anni muore, massacrato da un gruppo enorme di conterranei. Il ragazzo non ha fatto niente, ma davvero niente – se non dire a un tizio strafatto di piantarla di spintonarlo al bancone del club dove stanno. Dove stanno tutti.

Daniele Vicari di solito fa il regista: film di finzione (Velocità massima, L’orizzonte degli eventi, Il passato è una terra straniera), documentari (Il mio paese, La nave dolce), e opere che definire di ‘finzione’ fa sorridere amari (DiazSole cuore amore). Qui per la prima volta scrive e interpreta con le parole le immagini che gli fluttuano in testa da quando,un mattino del marzo 2017, ha collegato un diluvio di lanci d’agenzia alla figura di un ragazzo sveglio, gioviale, che veniva a caccia dalle sue parti: Emanuele Morganti.

È mattina presto quando Vicari si accorge che quella foto riprodotta su ogni sito rappresenta proprio lui: il giovane che accompagnava il padre silenzioso nei boschi dove è nato è il ragazzo di cui parla tutta Italia. Emanuele è stato ammazzato durante una serata in discoteca, di fronte a decine di persone. È successo ad Alatri, in Ciociaria, uno degli innumerevoli centri della provincia italiana che nei secoli hanno accumulato motivi di nobiltà e che oggi hanno contratto il virus d’una strana somiglianza, urbanistica ed etica – le rotatorie, i centri commerciali, i bar appena fuori il paese. I desideri delle persone.

La certezza che si tratti davvero di lui fa cortocircuito subito nell’autore di Emanuele nella battaglia. Per forza di cose, per una prossimità che sente verso la famiglia, Vicari si affaccia sull’oceano del sensazionalismo mediatico che si sta scatenando.Vede come tutti ne parlano e nessuno dice niente. Un rumore di fondo sale sempre più violento: trasmissioni, indagini fai-da-te, fiaccolate, e ancora notizie, depistaggi, protagonismi inaspettati, marce indietro, su un fatto di cronaca nera che si fa presto a far passare come “rissa tra balordi”. Tutti ne parlano, con una certezza nel cuore: Emanuele è vittima dell’infamia.Ma è anche vittima dell’indifferenza. Il primo è un termine della strada, un idioma condiviso per indicare chi sgarra in merito a codici non scritti – come ‘onore’, come ‘rispetto’, parole senza contenuto ma che tutti usano, perché topoi su cui l’accordo è massimo e pregiudiziale. Un accordo nell’immaginario. Eppure Emanuele – dicono i muri, i cartelli, i testimoni – è anche vittima dell’indifferenza. Infamia e indifferenza a braccetto – che strana coppia per definire un omicidio.

Forse tutto in questa storia fa cortocircuito. Nei primi giorni il diritto di cronaca viene esercitato a danno del diritto di lutto. La ricerca della verità si tramuta uno spettacolo abbagliante di servizi televisivi che usano tutti le stesse parole, che mostrano volti che si mettono in scena senza capire l’esito del gioco – che le luci si spegneranno tra pochissimo, durante la ripresa di una smorfia. Tutto è mediatico in questo delitto, rivela l’autore – che di solito usa quella tecnica, il cinema, che del medium della riproduzione seriale ha fatto un’arte. Tutto, spiega Vicari in uno dei passaggi più delicati del libro, tutto è mediatico già da prima: ogni antefatto, ogni vissuto, ogni sentenza parlata o scritta è già mediata da infinite immagini in cui i protagonisti e le comparse sono inserite in un circuito di proiezioni, di simulazioni d’eroismo, di narrazioni di violenza che ripetono da anni la conquista, l’appropriazione – di roba, di territorio, di parole-ovunque.

«Ci prendiamo tutto», sentiamo dire da anni nei mantra allucinati dell’accumulazione originaria all’altezza dell’immaginario. E lo ripetiamo. Come in «Uomini di rispetto», il film autoctono, senza capo né coda,e reperibile su YouTube, dove recitano alcuni indagati, che ripropone in Ciociaria un’epica da Romanzo criminale senza dire nulla se non squallore, tic machisti, l’ebbrezza come chiave del successo. Dove il ‘successo’ ha una semantica obbligata: «per i loro eroi sono contemplate soltanto due possibilità: il dominio o la morte».

Non è auto-narrazione, quella. È desiderio spostato, che però produce effetti. Perché c’è «una piaga che unisce e allo stesso tempo separa realtà e racconto», afferma l’autore parlando di quel film inconcepibile eppure realissimo – è sul tubo, quindi ha il massimo grado di presenza, il massimo di potenza, o no? È una verità che si scopre piano, ingoiando pagine che partono ritmate come una sceneggiatura e poi diventano confessione, indagine, autoanalisi, in questo libro dalla scrittura ora lieve, ora tragica, ora metafisica. Ci sono corse e inseguimenti. E poi digressioni che distendono un pensiero dopo aver affiancato voci, seguito orme (sentite, aspre, belle quelle sulla caccia e la montagna). E solo tardi, solo alla fine, si dipana di nuovo l’incubo della ricostruzione del delitto che dura più capitoli, tre, dedicati al “sabba della violenza” – e il terzo si chiama Lo spettacolo.

In una delle scene più forti e ambivalenti, Vicari si confronta con Melissa Morganti. Melissa è ovunque nel testo. Sorella di molto maggiore di Emanuele, di quel sorriso che era diventato uomo, non smette di porre domande, di cercare di capire. Di scavare nel torbido di una storia che ha visto rimestare e godere le facce che ora la fuggono. Melissa, nel libro, è una sorta di alter ego dell’autore nel tentativo di dare dignità a questa storia indicibile di cronaca nera. Come da tempo capita nell’Italia di Patrizia e Haidi, di Ilaria e Lucia e infinite altre sorelle e madri di ragazzi – tutti maschi ammazzati da altri maschi – anche Melissa è un’Antigone, è sorella sofferente e combattiva, che lotta perché non ha nulla da perdere se non ennesime lacrime.

Ecco, Melissa ancora conserva la coscienza della ‘piaga’, di quella ferita che separa eppure unisce realtà e racconto. E che troppe volte, all’altezza dei nostri tempi, non viene vista. E qui, quando Melissa si gira verso lo scrittore che è anche un regista, quel ridicolo «prendersi la Ciociaria» del film s’inverte in tragedia.

Se nell’Analisi del film che Vicari si concede gli elementi vengono smontati e restituiti alla loro pochezza, è la realtà reale a premere i bordi della rappresentazione. Il machismo esibito e farsesco, il capitalismo predatorio fondato sul nulla delle parole-caposaldo (rispetto, onore, comando, l’eccezione come unica regola in un’eterna finzione adolescenziale), la mimesi buffonesca di uno stile di vita da gangster replicata da protagonisti e speculatori, tutto questo, nella storia di quei venti minuti che hanno ammazzato come in un sabba il sorriso chiamato Emanuele, è diventato copia carbone del reale: «ammazzare, rubare, vendere droga, è parte integrante del loro mondo, basato su due pilastri universalmente accettati: la legge del più forte e la morale collettiva della mala». Violenza, dunque.

Vicari la violenza l’ha saputa ‘dirigere’ da regista, anche quando era violenza di Stato, la conosce nella finzione e nella realtà, nelle sue diramazioni, nelle sue forme. Ma ora, nel raccontare la fine casuale d’un ragazzo, il linciaggio che non è ordalia, non è giudizio divino, ma riproposizione di archetipi bellici, patriarcali, mediatici, Vicari vede l’affermazione di un mio contro un tuo, di uno spazio che non va toccato qualsiasi cosa vi accada. Stavolta ha scelto la scrittura, Vicari, ci affoga dentro con partecipazione toccante, ma sa prendere le distanze per tornare al respiro. Ed ecco i riferimenti e gli appelli a Zavattini, maestro di cinema che ad Alatri è stato in gioventù e che ha sceneggiato La ciociara di De Sica, o al De Santis che da queste parti diede lezioni di cinema sulle violenze le recenti, le più atroci – maschi soldati su donne (Non c’è pace tra gli ulivi) –, che ricorda la “terra delle ciocie” come terra di «secolare sofferenza».

Ma non è solo una ricostruzione, quella di Vicari. Non è un reportage narrativo. È un’immersione che non vuole cedere al fascino dell’acqua. Emanuele ucciso nell’indifferenza – dicono i giornali, gli striscioni e le scritte sui muri. Emanuele è morto di fronte a decine, aggredito, inseguito, colpito così tante volte che solo l’ebbrezza del ‘tutto mio’ e l’alterazione narcotica possono spiegare. Ma Emanuele fuori battaglia era differente – lo mostra Vicari affondando nel dolore altrui. Era circondato dagli affetti: il padre taciturno, poi gonfio di rabbia mai esplosa, la sorella che segue ogni traccia per capire, Gianmarco, l’amico che le ha prese e date per cercare di salvarlo. E la madre, che tiene fermo il punto che la giustizia, qualsiasi giustizia umana – diritto, vendetta, nuova ordalia –, non restituirà nulla, proprio nulla. E che, forse, solo il ricordo della dignità aggiungerà qualcosa.

Vicari ha fatto qualcosa in più che ‘ricordare’. Ha scelto la scrittura, un mezzo che ha sempre usato, anche se nascosto nel colore e nel calore delle immagini. Ha scelto uno stile, ha cercato una mediazione tra lo sconcerto del sé e la cronaca della realtà. Ha raccontato quello che ha sentito, ciò che ha visto, lo ha montato, ci è tornato su, ha rigirato la scena, ha fermato gli attori, li ha costretti a pensare.

Infine ha custodito con tenacia un nocciolo duro: la dignità differente del sorriso di Emanuele, fino a metterlo nel titolo, senza finzioni. Perché è un nome che pesa, Emanuele. Emanuele è il nome di chi nella lotta sa di avere ragione e non cede – insinua Vicari in un crescendo dove cerca di capirne le mosse in quei momenti. Ma c’è di più: Emanuele nella battaglia, propriamente, è un titolo biblico.

Nome dell’Antico Testamento, il “Dio è con noi” appena mascherato da secoli di uso comune, ‘Emanuele’ è un nome proprio ed è un nome di agone – non certo di agonia (quella durata ore e ore, raccontata a inizio libro). E alla fine mette i brividi, davvero, questo titolo. Perché si vede il senso invertito. E la domanda spuntare, urticare: davvero Dio è con Emanuele nella battaglia? Nella vicenda che detonò due anni fa nella primavera italiana, nelle pagine e nelle trasmissioni alla caccia di casi da far baluginare nell’universo mediatico, Dio brilla per l’assenza, almeno quel dio che il nome ‘Emanuele’ reca con sé dai tempi del profeta Isaia. Quel nome indica comunità e indica giustizia: dice la certezza che durante la battaglia la comunità sarà diretta con mano ferma, sarà tenuta coesa da una guida celeste, ma dire ‘celeste’ vuol dire ‘sicura’, vuol dire ‘giusta’.

Qui, suggerisce Vicari, un ragazzo di nome Emanuele è stato lasciato a terra durante una battaglia per dire “questo è mio”. Qui una comunità ha scoperto l’assenza del ‘noi’: quello stare insieme da giusti, che chi crede chiama ‘dio con noi’. Affaticata nel prendersi tutto, ha cancellato ‘Emanuele’. Ha voluto solo la battaglia. C’è tutta un’antropologia da riconoscere e contrastare in quel linciaggio che dura un’eternità.

Massimo Palma, romano, scrive, traduce e fa ricerca. Ha pubblicato Berlino Zoo Station (Cooper 2012), guida molto alternativa alla città di Berlino e Happy Diaz. La formazione musicale di una generazione che è stata ammazzata di botte (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Studioso del pensiero tedesco e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e di recente un saggio dal titolo Foto di gruppo con servo e signore (Castelvecchi 2017). Ha curato opere varie di Max Weber, Walter Benjamin e Georges Bataille. Il suo ultimo libro è Nico e le maree (Castelvecchi 2019).
Commenti
2 Commenti a “Emanuele e Antigone – su “Emanuele nella battaglia” di Daniele Vicari”
  1. Eugenia scrive:

    Molto bene. Leggerò senz’altro Il libro di Daniele Vicari su questo episodio sconvolgente.
    Sono colpita.
    E sono colpita anche dal fatto che lei , studioso di Walter Benjamin, Weil (fratello di Simon!), kojeve, Bataille…
    possa scrivere in una maniera così sgrammaticata e sconclusionata… qualcosa che, tuttavia, sembra sentire con passione.
    Grazie.
    Senza di lei, probabilmente, non sarei mai arrivata a pensarlo.
    Dico grazie per davvero.
    Lo stile e la grazia, dunque, non è più dato supporli insieme.
    … va bene.

    Cordiali saluti.

  2. laura scrive:

    Peccato, perché il libro sembra interessante, ma non si capisce niente.

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