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Roma. Quattro modi di morire in prosa 2: Emanuele Trevi

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Il secondo dei quattro pezzi su Roma è un articolo di Emanuele Trevi uscito su Accattone. Cronache romane. Qui la prima puntata della serie. (Immagine: una scena di Caro diario di Nanni Moretti)

Igor il Deficiente

di Emanuele Trevi

Dopo quasi quarant’anni che ci vivo e ci frugo e mi aggiro ed entro in case e ascolto chiacchiere e sfoglio guide, sono arrivato alla conclusione che il racconto più realistico su Roma non si trova né nelle poesie di Belli né nei film di Pasolini né nelle pagine di cronaca del “Messaggero”. Lo ha scritto, fregando tutti, un grande intellettuale francese, raffinato diarista e omosessuale, dotato di una conoscenza della città poco più che turistica. Uno che di Roma, insomma, era in diritto di non capire assolutamente nulla. Ma il colpo d’occhio, nei Sotterranei del Vaticano di André Gide, è quello giusto, non c’è discussione. Nella sua “farsa” (così la definiva), Gide ordisce i sottili e ramificati fili di un intrigo, ma questo intrigo, questo balletto di segreti, si svolge tutto intorno a una bugia, dunque a un nulla.

La notizia-truffa è geniale: mentre un finto papa benedice la folla dal solito balcone, e governa la Chiesa, il vero pontefice si trova rinchiuso nei sotterranei del Vaticano, aspettando il soccorso di un pugno di fedeli a conoscenza del terribile segreto. Tutte le faccende delle legioni di faccendieri che si aggirano notte e giorno, giorno e notte per questa città, sono fatte della stessa sostanza di quella che racconta Gide. Anche se comportano omicidi, esplosioni di tritolo, torture, ricatti, illeciti bancari, corruzioni e concussioni, gli intrighi, tutti gli intrighi, affondano sempre nel nulla le loro radici. Se potessimo seguirne a ritroso lo sviluppo, fino al punto della loro origine, ci troveremmo sempre di fronte a un arbitrio, a un atto di deliberata falsificazione, alla sostituzione di una cosa per l’altra.

Per un caso piu’ unico che raro, proprio mentre leggevo i Sotterranei del Vaticano ho conosciuto un tale che mi ha fatto pienamente apprezzare la sagacia di André Gide. Facevo l’obiettore di coscienza, in quel periodo, in un archivio all’ultimo piano di un tetro palazzone tra piazza Argentina e il Pantheon. In questo archivio, una serie di stanze polverose dai soffitti altissimi, si conservavano ritagli di giornale e dossier di vario tipo riguardanti i sistemi di difesa e gli armamenti dei paesi di tutto il mondo. Posso garantire che non c’era, in tutto quel materiale, nulla di segreto: e infatti, in genere l’archivio era occupato da tranquilli studenti di scienze politiche, o storia contemporanea. Li aiutavamo a compilare tesi di laurea sulla dottrina della “risposta flessibile”, sui piani di disarmo atomico, sulla storia dell’esercito israeliano. Alla fine degli anni Ottanta, il materiale su Saddam era già molto voluminoso.

A me di quel lavoro non importava nulla, e cercavo di far passare i mesi in qualche punto remoto del vecchio appartamento che ospitava l’archivio, fuggendo con la minima scusa. Impiegavo il tempo a leggere romanzi, uno dietro l’altro, perché avevo deciso che sarei diventato uno scrittore: e per questo motivo avevo comperato, su una bancarella davanti a San Luigi dei Francesi, quel libro di Gide dal titolo così allettante, I sotterranei del Vaticano. Ma tra tutti i frequentatori dell’archivio, quello che aveva il potere di scovarmi ovunque, anche se mi rinchiudevo nel cesso, era il russo, Igor il Terribile, così lo chiamavamo, un tipo dalla faccia gialla, baffi spioventi, calvo a parte due scopettoni unti intorno alle orecchie, i denti storti e giallastri, vestito sempre con un osceno completino del colore di quello dei controllori sull’autobus. Aveva sempre pronto, nel taschino della giacca, un biglietto da visita nel quale si definiva ingegnere, e consulente scientifico presso l’ambasciata sovietica di Roma.

Igor frequentava regolarmente l’archivio, ma non leggeva mai una riga. Per la forma, certe volte ci chiedeva delle fotocopie, da libri e cartelle di ritagli scelti evidentemente a caso. Ma il suo scopo, era un altro: rompere il cazzo a noi che lavoravamo lì. Tenacemente, e mellifluamente. Con l’aria di uno che credeva fermamente di saperci fare, qualunque cosa avesse in mente di fare. Faceva domande di tutti i tipi: hai la ragazza, quanto ti danno, sei comunista, in che quartiere abiti. Ti offriva una sigaretta, e mentre la prendevi, ti lasciava in mano il pacchetto pieno, ammiccando con quello che nella sua mente doveva essere un sorrisetto di complicità, ma agli occhi degli altri risultava una smorfia da coglione veramente pietosa. Di sigarette, ne prometteva stecche intere. E bottiglie di vodka, caviale. Se senti qualcosa poi la racconti a me, ripeteva instancabilmente. Ma che cazzo dobbiamo sentire, gli rispondevamo noi, che cazzo cerchi.

La mancanza di rispetto non lo turbava affatto. Perché aveva la sensazione, il mentecatto, di scivolare all’interno di qualche forma di complicità virile. E si rafforzava nell’assurda convinzione di saperci fare, con il suo lavoro. Qualunque fosse, questo lavoro. Di sicuro ingegnere ero più io di lui. Lui cercava informazioni, da fornire a qualcuno che a sua volta… Orecchiava, tentava di corrompere. Tra tutti gli obiettori, aveva individuato in me un possibile punto debole, una gola profonda. E mentre restavamo soli in corridoio, all’orario di chiusura, appoggiati agli enormi classificatori di alluminio grigio, sotto la luce giallastra del neon, io cercavo di spiegargli che lì, in quell’archivio, non c’era proprio nulla da orecchiare, di interessante per lui. E anche che a me, quell’attività di orecchiare e ammiccare e carpire mezze informazioni da trasformare in chissà cosa, faceva assolutamente schifo.

Erano gli ultimi mesi del mondo di Yalta. Io odiavo quella gente: i loro capi mafiosi, e le minuscole pedine come Igor il Deficiente. Ma lui, era così stupido, goffo, incapace, che alla fine, in capo a qualche settimana, mi stava simpatico. Affluirono nel mio zainetto stecche di Camel, confezioni di caviale, scatole di deliziosi molluschi affumicati. Igor spesso mi riaccompagnava a casa dal lavoro, con una macchina targata Corpo Diplomatico. Io mi facevo lasciare sempre allo stesso punto, non volevo che vedesse il mio portone, ma era una precauzione del tutto inutile. Igor mi raccontava un mare di bugie sulla sua vita e soprattutto sul numero di donne che si era scopato a Mosca, durante l’università. Solo una volta, parlando di un suo fratello grande morto in Afghanistan, la sua voce si è effettivamente incrinata, e girandomi ho visto quei suoi occhi tondi e sporgenti inumiditi dalla commozione.

Povero Igor, che voleva diventare un James Bond dell’est, e se ne stava a parlare con me, che non sapevo nemmeno il nome del ministro degli esteri, nel traffico di via Nomentana. Che cazzo stai facendo della tua vita, gli ho detto un giorno che mi aveva urtato i nervi, cosa vuoi, cosa cerchi. Lui mi ha accarezzato la coscia, arrivato al semaforo dove di solito scendevo dalla macchina. Noi siamo fratelli, mi ha detto, con un tono di voce che mi ha stupito ancora prima delle parole. Un tono serio, ancestrale, tolstojano. Io cerco dei fratelli. Mi sono messo a ridere, aprendo la portiera, e l’ho salutato con il solito vaffanculo che lui credeva cameratesco. Di lì a poco, mi accorciarono il tempo del servizio civile, e Igor non l’ho più visto. Pochi mesi dopo, a Berlino, la fine del Muro si è portata dietro, nel suo crollo, tutta la merda di quel Mondo di Ieri che già oggi i ragazzini fanno fatica a immaginare. Forse Igor se ne è tornato a Minsk, da dove veniva, se ricordo bene. Quello che è sicuro, è che Roma è ancora piena di faccende, faccendieri, fili di intrighi abortiti, cacciatori di menzogne come lui. Soldati e sacerdoti di quel nulla che da sempre sostiene la città, quel nulla che sta dietro la maschera di ogni segreto.

Commenti
7 Commenti a “Roma. Quattro modi di morire in prosa 2: Emanuele Trevi”
  1. liborio c. scrive:

    questa serie romana cominciata ieri mi sembra tra le cose migliori mai apparse su mm, bellissima

  2. Da Ingegnere e da ex-obiettore in una biblioteca, non posso non apprezzare i riferimenti, e il racconto in sé.

  3. Lucia De Santis scrive:

    Siiigh! Accattone… :-)
    The way we were

    (Quanno a Roma erevamo quattro gatti, e dormivamo co le porte aperte… Circa, tipo!)

  4. Marco scrive:

    Ah ah sì, anche io ho fatto l’obiettore in un archivio storico proprio dalle parti del Pantheon e in effetti di personaggi ne giravano.
    Bella serie, questa romana. Peccato che sia solo di 4 parti! :)

  5. che bella iniziativa cercare di spiegare l’inspiegabile attraverso le parole degli scrittori.
    Si dovrebbe estenderla ad altre città: Venezia ad esempio, tra le altre.

  6. Alessia scrive:

    Un po’ di tempo fa lessi un racconto molto bello di Elena Stancanelli su Roma
    a partire dal film di Nico d’Alessandria, L’imperatore di Roma. Non ricordo dove.
    Il film, bellissimo, è un mix micidiale (e commovente) di disperazione, epicità, sarcasmo, tenerezza, disillusione,
    e con una canzone a fare da basso
    che è già un manifesto: We can’t imagine

  7. Nicola Lagioia scrive:

    Cara Alessia, non a caso Elena Stancanelli chiuderà questa nostra prima serie su Roma.

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