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Da Dickinson a Dylan, e viceversa

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Sei nuove date italiane per il Never Ending Tour di Bob Dylan che dal 2 all’8 novembre sarà a Milano, Roma e Padova. Prima di allora Svezia, Norvegia, Danimarca, Germania, Svizzera e Olanda. E prima ancora l’America. La primavera scorsa ad Amherst, Massachusetts, per esempio, dove sono stati azzerati i sei gradi di separazione tra lui ed Emily Dickinson. Amherst dov’è nata, cresciuta e morta Dickinson e che per una notte ha ospitato una delle infinite tappe del tour di Dylan. Arrivo lì alle due del pomeriggio, ripartirò la mattina dopo, il tempo di visitare casa Dickinson e di vedere Dylan sul palco della Mullin Center Arena dentro il campus della University of Massachusetts.

Una vicinanza spazio-temporale utile a dire le zone d’ombra comuni a una poetessa che visse tutta la sua esistenza in un altro secolo, rinchiusa in una camera da letto a comporre versi e scegliere parole, e a un cantautore contemporaneo e vivente che dal giugno dell’88 è in tour con la sua band trasformando l’altrove in casa. Ovvero quell’interminabile infilata di tasselli mancanti a chiunque decidesse di ricomporre vita e opere dei due artisti. “L’abisso non ha biografi”, scrisse Emily Dickinson in una lettera, sfidando da viva i futuri studiosi che si sarebbero cimentati nell’impossibile impresa di raccontarla da morta. Lo stesso fa Bob Dylan quotidianamente, concedendosi e al tempo stesso negandosi, apparendo ad Amherst per la durata di un concerto, e poi scomparendo per riapparire altrove. Come un illusionista. Dickinson e Dylan, sfacciati e noncuranti dei posteri e della futura memoria, preoccupati soltanto dal presente, dal qui e ora, che può essere Amherst alle due del pomeriggio di un’assolata giornata di aprile.

casaemilydickinson

Con le sue case basse e gli alberi ben allineati, Amherst sembra una cittadina giocattolo la cui evoluzione si direbbe interrotta a un certo punto del Novecento. La casa museo di Emily Dickinson è al numero 280 di Main Street, cinque minuti a piedi dalla fermata del pullman che da New York mi ha portato qui, un quarto d’ora dall’Arena dove alle nove della sera suonerà Dylan. Allungo il passo e arrivo in tempo per una delle visite guidate della poetica dimora. La visita dura un’ora e mezzo e prevede un tour della casa di famiglia di Emily e dell’adiacente Evergreens, residenza del fratello Austin e di sua moglie Susan. La guida è un distinto signore sulla sessantina. Sulla camicia ha una targhetta con scritto il nome Alan e il cognome Dickinson. Uno dopo l’altro noi visitatori a turno gli chiederemo: parente? E lui risponderà: Sì, lontano. Parco in dettagli su di sé tanto quanto generoso in quelli sui propri avi. Alan Dickinson ha almeno una storia per ogni stanza di ognuna delle due case, ogni tanto legge qualche verso, ci parla dei progetti di restauro della casa museo, si dilunga felicemente sulle vicende editoriali della lontana antenata e sulla faida scatenata dalla relazione adulterina tra il fratello Austin e Mabel Loomis Todd, che mai in vita incontrò Emily e delle cui poesie diventò la prima editor (faida che è al centro della bella biografia di Lyndall Gordon Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson, Fazi Editore).

Noi ascoltiamo a orecchie tese e occhi spalancati, incantati dalla camera da letto di Emily Dickinson più che da ogni altra stanza. E mentre gli altri visitatori sostano con lo sguardo su mobili e suppellettili, io me ne sto lì in cerca il paesaggio. Su due delle quattro pareti della stanza si aprono quattro finestre grandissime. Il paesaggio è fatto di alberi e alberi e alberi. Se fermi lo sguardo per qualche minuto vedi anche gli scoiattoli. “L’interno della casa non è fotografabile”, dice la guida. E allora tiro fuori taccuino e penna e disegno lo spazio, la disposizione dei mobili, le linee di fuga e la prospettiva, tenendo come centro di tutto il tavolino minuscolo e la sedia sistemati nell’angolo più luminoso della stanza, il tavolino dove si presume Emily Dickinson abbia scritto le sue 1789 poesie (cento delle quali appena pubblicate da Einaudi nella raccolta curata da Silvia Bre Uno zero più ampio). Da lì alzava lo sguardo e osservava il mondo di fuori senza che il mondo di fuori osservasse lei. Vicina e inavvicinabile. Come Bob Dylan più tardi su un palcoscenico d’America.

concertobobdylan

Vedere Bob Dylan in una cittadina della provincia americana è un’esperienza lontanissima dai suoi concerti altrove nel mondo. L’Arena dove suona è gigantesca e pian piano si riempie di un pubblico che più che di appassionati di musica e di Dylan sembra fatto di devoti di una qualche chiesa o setta religiosa. Alcuni sono giovani, probabilmente studenti. Altri sono vecchissimi e più tardi muoveranno infaticabilmente la testa a tempo. Molti sono in coppia, abbracciati stretti nei momenti più sentimentali. Qualcuno s’è portato dietro tutta la famiglia, coprendo fino a tre generazioni. Tutti si alzano e si risiedono in massa e in sincrono a seconda che le canzoni siano lente o veloci, trasformando l’esibizione in qualcosa di più vicino a una messa che a un concerto rock. Ci sono un paio di uomini sulla quarantina che non paghi della sedia assegnata si dimenano ballando come degli esaltati in punti diversi dell’arena. C’è anche una coppia che a Spirit on the Water si alza in piedi e percorre a zigzag lo spazio danzando come fosse una quadriglia a una sagra di campagna. C’è soprattutto Dylan, immenso e piccolissimo su un palcoscenico che è a dieci file da me. Vicino e totalmente irraggiungibile. Quasi una divinità della cui esistenza gioisci senza poi poterci fare granché.

La guida e lo staff del museo, interrogati da me poche ore prima del concerto, non avevano alcuna idea che Bob Dylan avrebbe suonato lì quella sera. Nessuno di loro è andato a sentirlo. Gli studenti del campus incontrati poco prima del concerto mi hanno detto che sì, sono stati alla casa museo di Emily Dickinson, ma solo perché “non c’è molto altro da vedere qui ad Amherst”. “Ci portiamo i genitori e le famiglie quando vengono in visita”, mi dice una ragazza che ha comprato il biglietto per Dylan da mesi. E questa apparente scelta di campo – Dickinson o Dylan – più che una distanza costruisce uno steccato invisibile che dei due poeti tutela la dimensione condivisa e privata. Dentro lo steccato esistono insieme alle loro liriche praticando una libertà che altrove non verrebbe loro data. Dentro lo steccato scompaiono per creare. Che sia una stanza o un palcoscenico sempre diverso poco importa. Cambiano le modalità, il risultato è lo stesso.

Fuori dall’arena, a fine spettacolo, ragazzi distribuiscono un free press. In copertina c’è la scritta Dylan e la sua faccia disegnata. Dentro solo articoli che più che di musica parlano di religione. La portata mistica dell’arte di Dylan scompare per fare spazio a un inquietante fanatismo religioso. A una decina di minuti da lì c’è un piccolo cimitero dentro la città. Ci andrò la mattina dopo, prima di partire. Emily Dickinson è sepolta dentro un quadrato d’erba racchiuso da una pesante ringhiera di ferro. A destra ha la sorella Lavinia, a sinistra il padre Edward. Alle loro spalle un ginepro. Sopra la lapide di Emily, allineati come su uno scaffale nella stanza di un’adolescente, alcune monetine, due spillette, un tappo di sughero con scritta una poesia, un fermaglio per i capelli con un fiore di strass. Appesi alla ringhiera a pochi centimetri dalla lapide, una collana di perline e un bracciale di pietre colorate. Impreparata all’offerta frugo nella borsa e tiro fuori una penna. La poso per terra nello spazio vuoto, la zona d’ombra tra la ringhiera e la lapide.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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