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Emily Dickinson, il suo spazio poetico sulle buste di carta

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

Sono raccolte oggi in un bellissimo volume a colori le riproduzioni di alcune buste su cui Emily Dickinson, quando era a corto di altra carta, scriveva poesie. A firmare il libro insieme a Dickinson sono Marta Werner, accademica, docente di poesia, e l’artista Jen Bervin. Entrambe autrici di altri progetti sull’opera di Emily Dickinson, in qualche modo innamorate di poetessa e versi, le due americane hanno il merito di avere trovato una chiave che è al tempo stesso coltissima e diretta per raccontarne vastità e bellezza.

A sfilare una dopo l’altra nelle grandi pagine del libro sono cinquantadue buste di carta, alcune intere, fronte e retro, altre soltanto angoli strappati e ricoperti fitti di poesie in divenire. Sopra le buste lo spazio viene diviso dalla grafia irregolare di Dickinson in colonne, viene modificato in corsa assecondando il perimetro della forma triangolare, viene adattato, moltiplicato, espanso. Sono spazi composti e inventati che mostrano forma e natura della scrittura di Dickinson e fanno dei versi tramandati nelle diverse edizioni e traduzioni un’opera grafica capace di procurare nel lettore un grande struggimento interiore.

Il volume in oggetto si chiama Emily Dickinson: The Gorgeous Nothings (Christine Burgin / New Directions, a cura di Marta Werner e Jen Bervin, pagine 255, $ 39,95), ovvero i meravigliosi niente, a dire con quei “niente” tutto: sentimento, mondo, versi, spazio. La stessa Dickinson in una lettera aveva definito il niente “la forza che rinnova il Mondo”.

Emily Dickinson morì nel 1886 ad Amherst dove era nata nel 1830. Trascorse, per scelta, gran parte della sua vita nella sua camera da letto. In quei cinquantacinque anni scrisse circa 1800 poesie compiute, 2357 in bozza e almeno 1150 lettere e altra prosa. In tutto 3507 scritti che mai volle pubblicare in vita. Scrisse in una lettera all’amico Thomas Wentworth Higginson: “Se la fama mi appartenesse, non riuscirei a sfuggirle – in caso contrario il giorno più lungo mi sorpasserebbe mentre ne vado a caccia – e l’approvazione del mio Cane mi abbandonerebbe – dunque – preferisco la mia Condizione Scalza -“.

Gli originali dei suoi scritti sono conservati nell’Amherst College Library che di recente li ha digitalizzati rendendoli consultabili online. A guardarli oggi (tutti sullo schermo di un computer, una parte nel libro di Werner e Bervin) sembra quasi di sorvolare il mare. Emily Dickinson quando scriveva poesia dava un nuovo significato alle parole. Dice Bervin con giustezza nella bella prefazione al libro: “Quando noi diciamo piccolo, spesso vogliamo dire minore. Quando Dickinson dice piccolo, vuole dire tessuto, Atomi, la Stella del Nord”.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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