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Viaggio eminente nel tennis. Intervista a Matteo Codignola

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(fonte immagine)

Per chi ama il tennis, Vite brevi di tennisti eminenti è un libro pressoché obbligatorio. Ma, solo e rigorosamente, per tutti i motivi che non vi aspettate. Matteo Codignola, come la sua ironica sprezzatura lascia emergere nell’intervista, è alieno da facili nostalgie o entusiasmi iperbolici.

Non troverete l’epica del tennis anni ’70 o la celebrazione retorica di “quanto era bello il tennis di una volta”. Al contrario, l’autore, che apprezza il tennis contemporaneo, atleticamente frenetico, ci racconta le storie antecedenti all’era del professionismo.

Storie straordinarie, divertentissime eppure intrecciate ai crocevia più tragici della storia del Novecento, narrate in uno stile deliziosamente aristocratico eppure equilibrato, equidistante tral’incedere barocco dello Scriba Clerici e i funambolici calembour di Gianni Brera.

Tra la classe superiore di Gottfried Von Cramm e le imprese memorabili di Pancho Gonzales, tra il fascino anticonformista di Eleanor “Teach” Tennant e le proverbiali discussioni di Art Larsen con l’aquila reale immaginaria appollaiata sulla sua spalla, spicca il ritratto indimenticabile di Beppe Merlo che “più del suono drammatico del tennis (…) coltivava la sua assenza”.

Cogliendo l’occasione per ringraziare Codignola al nome del popolo italiano per averci donato, da editor Adelphi, quella meraviglia chiamata La versione di Barney, vi invito a gustarvi la nostra conversazione, in cui riesco a farmi redarguire da un grande ammiratore di Federer… per la mia eccessiva venerazione per Federer (la ritengo una medaglia alla devozione!).

Come nasce l’idea di fare un libro così peculiare?

Dalla voglia di farlo. Scrivo da anni di sport, e soprattutto di questo. Tempo fa ho curato quello che secondo me rimane il miglior libro sul tennis a oggi, Tennis appunto, di JohnMcPhee. E mi sono a lungo chiesto cosa si potesse fare di diverso, o come si potesse raccontare uno sport così complicato senza perdersi nei suoi tecnicismi, che sono noiosissimi persino per un fanatico. Come me.

A meno che tu non faccia come Gianni Clerici, dove si va quasi sul barocco…

Sì, ma rimane una questione complicata. Gianni è un intero genere letterario, ma è Gianni. Per gli altri il  punto – il problema, se vogliamo – è che quanto ripensi a una partita ti ritrovi in mano un pulviscolo di immagini frammentarie e incomprensibili. Sai, un match si rivolve in un punto, due, cioè in trenta secondi, anche meno. Su tre ore, o magari quattro. E anche quei secondi non sono facili da raccontare come, mettiamo, un gol, o un ko.

Soprattutto nel tennis contemporaneo.

Be’ sì, partite di una volta erano un pochino più lineari, più leggibili. C’erano i campioni e i gli avventizi – più o meno. Adesso il livello si è molto avvicinato.

L’anno scorso Ho intervistato Lendl e gli ho chiesto, servizi dal basso a parte, come avesse fatto a perdere la famosa partita con Chang a Parigi. Ivan è stato molto chiaro: “A quel livello le differenze tra i giocatori sono minime. Basta un errore impercettibile, che dalle tribune neanche si coglie, e chiunque può perdere con chiunque”. Era vero allora, figurati adesso.

Del resto, è anche il motivo per cui lui vinse in rimonta con McEnroe la celebre finale del Roland Garros ‘84, fu tutta una questione di testa.

Certo. Col tennis è sempre una questione di testa, veramente. Il problema aggiuntivo è che oggi nella testa dei giocatori non si entra più. Non sono persone, sono multinazionali, e il contatto più ravvicinato con loro è una domanda in conferenza stampa sulla partita del giorno, il funzionamento alternante dello slice, o il prossimo torneo.

Effettivamente, prima Nastase potevi incontrarlo la sera prima della finale degli Internazionali nei locali di Roma…

Anche le altre sere, se è per questo. E anche nelle prime ore del mattino. Nastase è stato a lungo uno dei personaggi che ho pensato di raccontare, quando avevo un testa un libro che avrebbe dovuto chiamarsi Tre forme di esistenza mancata, proprio come un grande classico della psichiatria. Non avevo ancora deciso che sezione intitolare a Nasty, andavano bene tutte e tre quelle del classico di cui sopra – Esaltazione fissata, Stramberia, Manierismo. Ma poi per caso un mio amico, Vincenzo Campo ha trovato, in un mercatino dell’usato la valigia di un collezionista. Era una vecchia valigia di cuoio, che conteneva buste di fotografie divise per argomenti: moda, ingegneria, cronaca, e così via. E tennis. Erano tutte foto d’agenzia degli anni ’50, perlopiù dedicate a momenti di vita quotidiana, o a partite qualsiasi, del Tour di allora. All’inizio  Vincenzo – che ha una piccola casa editrice, Henry Beyle – aveva pensato di farne qualcosa insieme, ma poi le cose sono andate diversamente.

Il libro è interessantissimo proprio perché entri in zone oscure anche per gli appassionati. Insomma, la storia di Borg e Vilas la si conosce…

Sì,in effetti riguarda un periodo oggi un po’ dimenticato, l’ultimo prima dell’avvento del professionismo. Il tennis ha cominciato a essere noto al grande pubblico negli anni ‘70, quello è stato il momento in cui è esploso a livello popolare – o, se vogliamo proprio dirlo, pop. E tutto il baccano degli anni Settanta ha un po’ oscurato il tennis di prima, che aveva avuto invece i suoi momenti, e soprattutto le sue grandi storie.

Forse dobbiamo ringraziare McEnroe, quando ha detto ai giudici di Wimbledon: “You guys are the pits of the world”.

Ringraziarlo, non so. Le sue celeberrime partacce erano divertenti all’inizio, ma poi sono degenerate, e negli ultimi anni ogni partita dopo tre o quattro game si spezzettava in una rissa a dir poco stucchevole. Ma le storie uscite dalla valigia di cui parlavamo risalgono a un’epoca precedente. E credo di averle scelte per due motivi: il primo è che sono appunto storie, cioè l’elemento mancante al tennis di oggi, tremendamente spettacolare, questo sì, ma per molti aspetti un po’ vuoto. Il secondo è che mi consentivano di studiare, per usare una parola un po’ grossa, come questo gioco – i suoi meccanismi mentali, ma anche il suo impianto visivo – persista, nella testa di chi l’ha giocato, anche molto a lungo. È molto curioso, e non succede a tutti gli sportivi.

Anche perché anche il coinvolgimento è diverso. Mentre magari un calciatore si può ricordare in una carriera IL rigore sbagliato, nel tennis ogni punto è protagonista assoluto, ogni partita consiste in 3 ore di “what if”…

Sì, perché come dicevo prima sport come il calcio o la boxe sono più legati a momenti singoli, più facili da ricordare. In quel flusso di momenti in cui il tennis consiste, isolare un singolo fotogramma è molto più difficile.

Non a caso, quando accade un evento come il famoso tie-break tra Borg e McEnroe nella finale di Wimbledon dell’80, diventa una partita nella partita, su cui addirittura si gira un film. Di tutte le altre partite, si ricorda forse il 5%.

Sì, anche di una partita che stai guardando, o hai appena visto. Al Laney, un grande cronista degli anni ‘30, lo diceva molto chiaramente: o guardi la partita da spettatore, o la guardi da tecnico. E nel secondo caso prendi nota di molto, ma non vedi più niente – neanche se gioca Federer.

In quel caso però è contemplazione estetica di un’incarnazione apollinea.

Adesso non esageriamo. Federer è un’ombra di quella cosa lì. Però un’ombra in movimento, che non si lascia catturare.

Cosa pensi le famose pagine di David Foster Wallace su Il Tennis come esperienza religiosa?

Che sono sopravvalutate. È un pezzo relativamente facile, soprattutto per un fenomeno come il suo autore. Per trovare lo – strepitoso – scrittore di tennis che DFW è sicuramente stato bisogna leggere le pagine sul tennis e il vento di Tornado Alley. Non tanti sono andati così vicini al cuore di questo gioco. Forse nessuno.

Quali libri sul tennis consiglieresti?

C’è una letteratura sterminata a riguardo, ma i libri memorabili sono pochi. Però ne sto leggendo uno niente, niente male. Lo ha scritto Julie Heldman, e s’intitola Driven: A Daughter’s Odyssey. Julie è stata una tennista di alto livello negli anni ‘60, ma il grande personaggio del libro è sua madre Gladys, direttrice del circuito femminile Virginia Slims negli anni ’70 e fondatrice, direttrice, autrice, correttrice di bozze della rivista World Tennis  – una donna molto ricca ed eccentrica, fuori misura, e con un caratteraccio d’inferno. Fin dove sono arrivato è un grandioso racconto di quell’ossessione – in questo caso, anche familiare – che il tennis tende a essere. Con due fenomenali protagoniste.

Cosa pensi di Open, la celebratissima autobiografia di Agassi, in realtà scritta (molto bene) dal Premio Pulitzer J. R. Moehringer?

Che c’è un limite alla quantità di balle che accetto di leggere in un’autobiografia. Mentre ne accetto un numero tendente a infinito – ovviamente – in un romanzo.

Sicuramente, un libro molto parziale.

Sì, ma c’è il trucco. Si presenta come un documento, in realtà è la non-so-quantesima reincarnazione del Grande Romanzo Americano, con tutti i suoi ingredienti: caduta, colpa, redenzione…

Il trionfo finale dell’Eroe..

Ovvio. Ma intendiamoci, è un grande libro, a suo modo. Solo, potrebbe parlare di curling, e sarebbe lo stesso. Il che per un cultore della materia – il tennis, non il curling – è un po’ una delusione.

Anche la biografia di McEnroe mi ha un po’ deluso, me l’aspettavo più scoppiettante.

In casi come il suo la realtà supera l’immaginazione, come si diceva negli strilli di una volta.

Tornando al libro, Ci sono storie che avresti voluto inserire ma poi a malincuore hai dovuto abbandonare?

Quella di Borotra, di cui avevo una foto con Maureen “Little Mo” Connolly. Ma per raccontare uno che giocava in espadrillas, cambiava colore di basco per segnalare al pubblico che la partita sarebbe cresciuta in intensità, e si scusava con le signore più vicine per gli errori troppo vistosi mi sarebbero servite altre cinquanta pagine. E uno a volte ha pietà del lettore.

Le foto sono state la traccia per ricostruire le storie che racconti. Alcune già le conoscevi?

Alcune sì, ma cercare quelle che le legava è stato un lavoro abbastanza lungo. Guidato dal caso, che è stato un grande aiuto. Se avessi deciso di scegliere in un archivio le più belle foto di tennis del Novecento, mettiamo, il libro non lo avrei mai scritto.

Domanda da correligionario: cosa faremo quando Roger Federer smetterà di giocare?

Guarderemo Tsitipas, o Shapovalov, o Auger-Alassime. E Kyrgios, naturalmente. Ma non so quanto ancora dovremo aspettare. Sono giocatori straordinari, ma quando si trovano davanti i tre mostri che sappiamo – persino l’attuale numero 1 – sembrano ragazzini dell’agonistica che giocano col maestro.

Cosa non ti piace in Djokovic, lo stile “robotico”?

Mi annoia a morte. Ma apprezzo il dramma umano. Qualsiasi titolo Nole metta in bacheca, qualsiasi impresa porti in fondo, non importa un accidente di niente a nessuno. Due complimenti, e subito ci si occupa del perché al suo posto sul podio non ci sia uno degli altri due. Uno, soprattutto. E parliamo di un giocatore spaventevole, eh?

Ricordo la risposta folle e vincente su un match point di Federer nella semifinale degli US Open del 2011.

Per disgrazia, anch’io.

Devi inventarti il famoso tweener che gli fece Federer agli US Open del 2009 che lo lasciò senza parole, devi fare un colpo che non vede!

Be’, devi togliergli il ritmo. Facile, no? Adesso vado in campo, e tolgo il ritmo a Djokovic. Lo sanno tutti cosa fare, solo che non ci riesce quasi nessuno. Tranne qualche stranissimo e intelligentissimo – artista del controtempo, come Simon.

A volte, si accosta la finale del Roland Garros vinta da Lendl su McEnroe dell’84 a Italia-Brasile 3-2 dei Mondiali di calcio del 1982, ovvero il momento che ha sancito la vittoria di un tennis pragmatico rispetto a uno stile più aggressivo e spettacolare. Poi, c’è la memorabile finale di Wimbledon 2008, vinta da Nadal su Federer…

Mah. Se leggi le cronache, la diatriba fra attacco e difesa, fra concretezza e spettacolo, andava molto di moda già negli anni Novanta. Dell’Ottocento.

…qual è secondo te la partita o forse il momento di passaggio cruciale nella storia del tennis?

Ce ne sono stati tanti, difficile scegliere. Dopo Lenglen e Tilden il tennis non è più stato lo stesso, ad esempio – è diventato, a pieno titolo, un grande spettacolo. Ma per rimanere più vicini a noi, il tennis di questi anni discende dritto dritto da Borg. Grandi difensori ce n’erano stati fin dall’inizio del gioco, non come lui. Cui comunque, come oggi a Nadal, la definizione di “difensore” sta molto stretta.  E, fuori dal campo, nessun tennista prima di lui aveva avuto un impatto cosi devastante sul costume, sulla moda – persino sul comune senso dell’erotismo.

Era bello come un dio, una figura esteticamente quasi cristica.

Sai come lo chiamavano, no? Orgasmborg.

Agassi è statol’anello mancante tra Borg e Nadal?

Agassi aveva soprattutto tempi di reazione – un anticipo – mai visto prima. Vicino a lui, Sampras sembrava il giocatore degli anni Cinquanta che poi, di fondo, era. Agassi giocava un tennis futuristico. Ma il suo vero erede non è Nadal, secondo me, è Zverev.

Ma cosa è rimasto, oggi del tennis “genio e sregolatezza” di uno come Nastase?

Non molto. In certi momenti Kyrgios sembra all’altezza di quella tradizione, ma il tennis è cambiato, e tollera pochissimo: se ti scappa un “perbacco” prendi un warning. Come dicevo prima, qualcosa ha perduto. E in quel qualcosa, come no, rientrano le gag surrealiste di Nasty, o anche solo (solo) la meravigliosa mimica di Panatta, che aveva trasformato il body languadìge in un aspetto, e non secondario, della tattica. Giocava anche con le sopracciglia.

Parlando di Panatta, ti faccio una domanda da un milione di dollari: saresti andato a giocare la Coppa Davis nel Cile di Pinochet del ’76?

Non lo so, in quelle situazioni ti ci devi trovare, è facile dire di sì o di no 43 anni dopo.

Lo stesso dilemma che ha diviso da un lato Roger Waters e Brian Eno e dall’altro Nick Cave sui concerti in Israele.

Lascerei perdere Israele, e soprattutto quel genere di polemiche. Ma se proprio chiediamo al tennis un esempio su come comportarsi in situazioni difficili, il migliore rimane sempre Gottfried Von Cramm. Un giorno Göring lo convocò al ministero, e nella speranza di avvicinarlo al regime gli strappò davanti gli occhi i documenti delle ipoteche su tenute e immobili di famiglia in mano alle banche ebraiche, dicendogli, barone, lei da questo momento è un uomo libero. E lui, senza fare come suo solito una piega: “Insomma, se capisco bene signor ministro, da oggi sono ancora più libero di non iscrivermi al vostro partito. Giusto?”.
Basta così, no?

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Il libro verrà presentato:

– Venerdì 5 aprile  alle ore 20 presso il Circolo Tennis Nuova Pineta 2018 (via Camuzzoni, 1) di Verona

– Domenica 7 Aprile alle 16.30 nel Salone Dugentesco di Vercelli

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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