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Emma Glass e “La carne”, uno dei romanzi più interessanti di quest’anno

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«Peach. Non scappare più. Ti amo Lincoln.»

Il male e la paura, non possiamo evitare di averci a che fare, di incontrarli, di sopportarli, di viverli. Scopriremo il male sotto la sua peggior manifestazione, saremo preda delle paure più profonde. Tenteremo di schivare, di proteggere noi e chi ci sta accanto, ma spesso falliremo. Arriverà quel male che ci seguirà passo passo, che si impossesserà di ogni centimetro di pelle, che prenderà casa nella nostra stessa carne. La paura poi ci toglierà il respiro, ci farà sentire in bilico, ci costringerà a guardarci le spalle, a tenere le luci accese, a cercare conforto e, allo stesso tempo, tacere. Assoceremo male e paura alla voglia di scappare e al buio, e non sapremo che fare. Prima o poi accadrà. Se saremo fortunati ne saremo soltanto sfiorati, ne verremo fuori, troveremo uno spiraglio, una via di fuga. Se saremo sfortunati e occupati dal male quello vero, che è fatto di cattiveria e presunzione, che è un’invasione, un accanimento, un inseguimento, soccomberemo, a meno che da qualche parte non troveremo la forza di attaccarlo a nostra volta.

«Siedo al sole, guardo il cielo e conto le nuvole. Una è un lupo. Due è un rospo. Tre è un albero. Quattro. Mi fanno male gli occhi a furia di fissare. Guardo in basso il terriccio grigio. Un’ombra impedisce al sole di brillarmi in faccia. Le sue dita sottili come rametti mi sfiorano la guancia. Odorano di sigarette e primavera. Mi riparo sotto il suo petto e seppellisco la faccia nel maglione marrone. Succhio la fragranza di lime e foglie bagnate. Alzo la testa e con le labbra sfioro il suo sorriso ligneo. Si crepa in un bacio.»

C’è una ragazza che si chiama Peach (nome non casuale), è vegetariana, è carina, ha un ragazzo, va al college, è moderatamente felice, ha una bella famiglia. Un giorno viene attaccata da un uomo salsiccia. Sì, salsiccia. Qualcosa oltre l’unto, oltre lo schifo, oltre la paura si deposita dentro di lei. La riempie. Peach ingrassa, Peach è piena di tagli, Peach prova a ricucirsi la vagina da sola. Perché l’uomo salsiccia è entrato da lì. Cosa è rimasto dentro il corpo di Peach? Cosa la trasforma al punto che in poco più di ventiquattro ore? La pancia che si allarga di cosa piena? Si tratta di angoscia o di un peso reale? L’uomo salsiccia manda lettere d’amore unte, appare alla finestra. L’uomo salsiccia è un vero stalker. Intanto i genitori di Peach sono felicie  si amano, il suo fratellino minore è buono e bello da sembrare di zucchero. Cosa fai con il tuo terrore quando non sai come nasconderlo?

«Vibro per la tensione e la stanchezza. Resto salda, silenziosa, e scruto. E poi vedo.»

Emma Glass è giovane ed è molto brava, questo è il suo primo romanzo; un’opera colma di saggezza e ingenuità, di fantasia e di maturità. Un libro che è fiaba, novella dell’orrore, è un cunto alla Basile, un vortice alla Welsh. È un libro dal ritmo e passo degno di certa poesia, dal coraggio dovuto all’uso dell’ironia e del grottesco, tanto caro a Saunders (citato in quarta di copertina del libro).

Glass in La carne (Il saggiatore 2018, trad. di Franca Cavagnoli) ci racconta – in maniera diversa da quella canonica – la lotta tra bene e il male, la difficoltà di trovare in mezzo all’atrocità la strada per la redenzione o per la salvezza. C’è salvezza quando la tua vita dipende totalmente dal male subito? Quando il tuo persecutore non ti molla un attimo e ti compare davanti alle finestre di casa, del college, del pub? E quando compare lascia grasso, lascia unto, lascia sporco che solo Peach vede. Un persecutore terribile e viscido, che Emma Glass sceglie di chiamare Lincoln, dando un nome che richiama nobiltà d’animo a chi è feccia.

«Sento il suo odore prima di vederlo. Un tanfo di carne di maiale marcia pervade l’aria umida e stagnante del vicolo. L’aria è densa di globuli d’unto.»

Lo stupro, lo stalking, la vittima e la preda; ma non solo questo. Glass non perde mai di vista il bene mentre cerca la via di scampo. C’è Lincoln ma c’è l’amato Glenn, ci sono i genitori che fanno sesso con la gioia dei ragazzini; c’è la voglia di una giovane donna di tenere tutto nascosto affinché passi, ma non passerà. Glass si domanda, e ce lo racconta, se una violenza può essere scacciata da un’altra violenza. E allora la nostra vegetariana partirà all’assalto dell’uomo salsiccia e lo ucciderà, lo farà a pezzi, deciderà di mangiarlo e di offrirlo come cibo prelibato in un grande barbecue tra familiari e amici, ma non basterà. Il peccato più grande per una vegetariana convinta: mangiare carne. La massima rivincita di una vittima: mangiare il proprio aggressore. Il grande incubo tra vuoto e pieno, e il pieno è il dolore, e il pieno è un peso che non si può spiegare. Tutto questo non sarà sufficiente. Glass scrive di Peach che si spolpa nell’ultimo tentativo di liberazione fino a rimanere osso, così come accade quando mangiamo una pesca.

«Prima di vedere il dottore voglio andare a nuotare. Fatti la doccia e lava davvero via ogni residua associazione colpa viscere sangue.»

La carne è uno dei libri più interessanti e belli letti quest’anno. In poco più di cento pagine Emma Glass racconta alcuni degli incubi maggiori dei nostri tempi in un modo che è la cosa più lontana dall’angoscia che si possa immaginare; come scrive Saunders: «Con il suo coraggio rinnova la fede nel potere della letteratura.»

Gianni Montieri è nato a Giugliano, provincia di Napoli nel 1971. Vive da molti anni a Milano. Ha pubblicato: Futuro semplice (Lietocolle, 2010) e Avremo cura (Zona, 2014). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani. Ha riscritto la fiaba Il pifferaio magico per il volume Di là dal bosco, Le voci della luna 2012. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, Cfr edizioni 2014. È stato redattore della rivista monografica Argo. Scrive di calcio su Il Napolista. Collabora con Rivista Undici e Doppiozero. È capo redattore del litblog Poetarum Silva.
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