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End Zone, la summa delle ossessioni di DeLillo

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Fonte immagine)

Il football americano e la minaccia della guerra nucleare raccontati da Don DeLillo in End Zone (Einaudi, pp. 256, euro 19.50) convoleranno a nozze molti anni dopo, sotto le miracolose sembianze di baseball e guerra fredda, narrati in Underworld. Dato però che End Zone (1972) – pur essendo il secondo romanzo di DeLillo – è arrivato in Italia solo ora, è molto probabile che i lettori percepiranno un paradossale effetto di déjà lu nel ritrovare alternati in queste pagine ancora uno sport di squadra e la paranoia di matrice politica.

Leggere End Zone dopo aver conosciuto gli altri grandi romanzi di DeLillo ha però il vantaggio di rivelare come i suoi assili attuali circolassero sin dall’origine della sua letteratura. Oltre allo sport e al pericolo atomico (orizzonte in cui si deve inscrivere anche Rumore bianco), in End Zone si sente già il rombo dei cieli e dei deserti che si affaccerà all’infinito nella sua narrativa; si ritrova la mania del linguaggio e del potere stregonesco delle parole che persisterà nei rovelli di tantissimi suoi personaggi («le parole non spiegano, non chiariscono, non esprimono. Sono analgesici», si legge qui); si respira poi la dietrologia legata alla politica americana che verrà celebrata definitivamente in Libra sull’omicidio Kennedy («È il mio stesso paese a farmi paura. Io ho paura degli Stati Uniti d’America. È ridicolo, non è vero?», si legge già qui); e ci sono le preghiere, i santi, il senso del sacro (non si finirà mai di interpretare DeLillo alla luce degli scritti di Ignazio di Loyola).

Ma ciò che forse impressiona di più davanti a queste pagine del 1972 è ascoltare quella sua stessa inalterabile voce che era già uno stile compiuto e riconoscibile, in ogni paragrafo: «L’aria si mantenne fresca e serena, le ragazze portavano calzettoni bianchi fino al ginocchio, ogni pomeriggio alla stessa ora un piccolo aereo rosso passava sopra il campi d’allenamento. Quelle giornate in Pennsylvania avevano qualcosa di estremamente asiatico».

Il protagonista di End Zone è Gary Harkness che, dopo essere passato per alcuni college, approda al Logos College e presto scende in campo per combattere un anno di football: «ci allenavamo nel caldo tremulo, aggrappati alla sola certezza che qui le cose erano semplici». Per riempire i buchi che lascia il football – «senza il football la mia vita non aveva senso» – si dedica a studiare volumi che raccontano la possibile catastrofe nucleare: «mi piaceva leggere della morte di decine di milioni di persone». Il football e la palla ovale sono motivo di innumerevoli elucubrazioni: «io rifiuto il parallelismo tra football e guerra – dice uno dei personaggi – la guerra è guerra. Non abbiamo bisogno di succedanei dal momento che abbiamo l’originale».

La strana vita di Gary Harkness ha delle zone oscure «per cinque mesi non feci nulla, dopodiché ricominciai a non fare nulla», oppure:  «quella volta rimasi chiuso in camera mia per sette settimane a rimescolare un mazzo di carte», è un’esistenza che si lega a quella di altri personaggi stralunati: come lo studente di colore Taft Robinson, velocissimo, e soprattutto Myna Corbett, ragazza coi capelli flosci, che si mangia le unghie e ha un’andatura a papera, perfettamente consapevole del suo corpo e forte della sua decisione di non essere bella. Parlando con Gary lei si descrive così: «dentro di me c’è una ragazza emotiva, sciatta e in sovrappeso. Io sono la stessa, Gary, dentro e fuori. È difficile essere belle. Si hanno degli obblighi nei confronti della gente».

La seconda parte del romanzo è quasi solo descrizione di una partita di football, i giocatori si piantano i caschi nel petto, inciampano uno nell’altro e alla fine vengono sepolti dai corpi degli avversari. La terza parte è più lirica, si gioca ancora, ma tra la neve fresca.

È questa responsabilità della bellezza incarnata in Myna ad aver probabilmente dettato la rotta in tutti questi anni a Don DeLillo: il dovere nei confronti dei lettori di accompagnarli annotando i diversi tipi di silenzi, di pensieri, di associazioni di idee («pensai a donne sotto la neve e sotto la pioggia, sulle montagne o nelle foreste, alla fine di lunghe gallerie immerse nella coraggiosa luce dei quadri di Rembrandt»).

DeLillo ha accettato di restituire i desideri nascosti nella cultura pop («lo spettatore ha bisogno di dettagli: impressioni, colori, statistiche, schemi, misteri, numeri, espressioni idiomatiche, simboli. Il football, più di altri sport, è in grado di soddisfare questi bisogni»). Ha accettato insomma il compito (e la responsabilità) di generare bellezza: «Mi stavo addentrando nella fase biblica del pomeriggio, l’apice della mia nuova semplicità. Una verità meno che eterna non poteva avere alcuna attrattiva. Mi stavo preparando a pensare alla notte, al deserto, a foreste dolenti, alla luna, alle stelle. Al vento dell’Ovest, alla bruma battesimale e all’intenso profumo di mirra della terra dopo il raccolto».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
2 Commenti a “End Zone, la summa delle ossessioni di DeLillo”
  1. Sabrina scrive:

    Complimenti per il blog!

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