Endimione, o dell’osservare dormienti

di Simone di Biasio

Nel maggio del 1819 Antonio Canova è a Roma, vive in via delle Colonnette e ha già scolpito opere destinate a renderlo immortale: “Amore e Psiche” e la “Maddalena penitente”, su tutte. Il Duca di Devonshire William Cavendish gli ordina una scultura, ma non predilige alcun soggetto specifico: piena libertà espressiva. La leggenda vuole che, nella sua casa studio, Canova amasse far entrare ospiti soprattutto al calar del sole, quando per accendere il bianco dei marmi bastava la fiammella di una candela, che anzi esaltava le linee, le forme, le curve, in quel contrasto di poca luce scolpita nel grande buio.

Forse per questo (tre anni prima della sua morte) Canova, il “nuovo Fidia” del neoclassicismo, decide di scolpire uno dei personaggi più nascosti della mitologia, e al contempo uno dei più amati. Si tratta di Endimione, il pastore sospeso tra le tenebre dell’amore di Selene e la luce del sentimento di lei, la Luna, che ama guardarlo dormire, anzi non esattamente: lo ama guardandolo dormire; lo addormenta, amandolo.

Sono diverse le versioni del mito, ma le più accreditate vogliono Endimione pastore dalla bellezza sconvolgente, e giovane per sempre per volontà di Selene che, innamoratasene perdutamente, chiede a Zeus di sprofondarlo in un sonno eterno che tenga intatta la grazia del suo amato. Ma Endimione chi è? Cosa rappresenta il suo essere dormiente? In Plinio il Vecchio diviene un astronomo, e qui risiede uno snodo importante nella vicenda dello sviluppo del mito. Endimione è certamente un pastore, come testimoniano la clamide su cui sovente riposa e il cane che veglia sul suo sonno. Ma Endimione è in primo luogo un osservatore. Osservare racchiude, etimologicamente, il senso del “servare”, del serbare, del custodire: l’osservatore è colui che, guardando, custodisce, tiene in cura, dunque studia. L’osservatore è uno studioso, lo studioso è un osservatore. E gli osservatori si stancano, gli studiosi si addormentano accanto ai libri o ai loro cannocchiali. Molti direbbero, oggi, che Endimione non fa un cazzo, si riposa spesso, è uno che non ha voglia di lavorare, sta lì a guardare ne/il vuoto. Solo così legge.

Chi avesse la fortuna e la curiosità di osservare da vicino l’Endimione dormiente di Antonio Canova in mostra a Palazzo Braschi a Roma, noterebbe le molte qualità della scultura. Il giovane non è esattamente in un sonno profondo, quanto piuttosto in un sonno piacevolissimo, pronto a risvegliarsi da un momento all’altro. Tiene il braccio destro dietro la nuca in una posa estremamente aggraziata, quasi femminea – forse non è un caso che qualche anno dopo, nel 1893, il pittore inglese John William Godward, ritragga Endimione come una donna. Nella scultura di Canova è difficile vedere in volto il bel pastore, focalizzare il suo viso attraverso un gioco che richiama già quello che altri canteranno due secoli dopo: l’impossibilità – e l’impassibilità – di scorgere il lato oscuro della luna, the dark side of moon, the dark side of the youth in questo caso. Guardiamo sempre la stessa porzione selenitica, guardiamo sempre la stessa porzione. Dobbiamo leggere tra le righe, in inglese è: reading between the lines, leggere tra le linee, tra le linee delle forme, percepire. Selene dunque dove sta? In Amore e Psiche i due amanti sono compresenti, stanno davanti a noi. Persino ne La danzatrice con le mani sui fianchi la fanciulla non è sola perché la danza, il passo, il ritmo sta nel suo piede, nel suo movimento, e nel moto che Canova voleva donare con un sistema che facesse ruotare la ballerina come quelle che vengon fuori dai carillon e una serie di specchi attorno: tutto perfettamente esaudito nella mostra romana “Canova. Eterna bellezza” in corso fino a marzo 2020.

Endimione è ritratto da solo, e Selene dobbiamo vederla noi, visualizzarla, dobbiamo leggerla nello sguardo che colpisce Endimione e ce lo rende a tratti impossibile da vedere (Mark Strand, Two De Chiricos: «The things our vision wills us to contain, / The life of objects, their unbearable weight»). Selene è dentro Endimione: peraltro una versione del mito vuole che i due amanti trovino la realizzazione del sentimento solo nel parallelo universo onirico, tanto che, unendosi, avrebbero generato 50 figlie. Selene è Endimione, lo sguardo sta dentro il marmo intagliato: dove finisce la vista quando dormiamo? Quale altre strade prende? «La mia osservazione è a occhio nudo / ma dovrei dire a orecchio nudo / perché è più l’orecchio che adopero / o forse tutti i sensi insieme».

Così scrive Claudio Damiani che ha appena pubblicato “Endimione” (Interno Poesia, 2019), un piccolo libro della dormienza, della dormizione, un libro in versi dell’osservazione, dell’osservanza nei confronti del vedere. Leggendo si è portati a credere sia il poeta a incarnare Endimione, ma proseguendo nell’opera il gioco di ruoli s’inverte, quasi non si riconosce più l’amante dall’amato. È il poeta che osserva il cielo notturno, ne legge i segni, come Endimione l’astronomo: «E quelli che stanno nelle stelle, nelle lontane stelle, / che cosa dicono, che cosa fanno? / Pensano anche loro quello che pensiamo noi, / che sono presi nella rete, come i pesci del mare, / che non resta loro che morire, dopo una breve vita / o l’hanno allungata la vita, e hanno moltiplicato i dolori / o l’hanno immunizzata da malattie od usura, / eternamente giovani, eternamente si annoiano, / vivono in continua guerra e continua angoscia». Damiani-Endimione ci sta dicendo che non ha paura di stare fermo, seduto e non fare un cazzo (insisto usando una parola da lui utilizzata in poesia), non fare niente, niente di particolare, se particolare non è osservare, vedere, se vedere non è osservare il particolare.

È il poeta che guarda, dormiente, l’amata, ne legge i gesti e il volto, venendo dunque a fondersi in Selene in questi versi ammantati di grazia: «Ti tengo la testa tra le mani / accarezzo le tue sopracciglia / il disegno delle tue palpebre / e sprofondo dentro il mistero, / poso le dita su una linea / percorrendo a velocità molto bassa / qualcosa che fu creato / a velocità inimmaginabile, / è come posare le dita / sulla lama di una sega elettrica». Questa metafora potente rimanda, in un certo senso, ad un’opera-zione esposta ancora all’ingresso della mostra di Canova a Palazzo Braschi. Un robot ha infatti scolpito “Amore e Psiche” dopo aver “imparato” la forma originale da una scansione 3d del gesso preparatorio canoviano esposto al Louvre di Parigi: un video mostra il Canova-robot al lavoro per 270 ore di fila a scolpire un blocco di marmo di Carrara di 10 tonnellate. In definitiva il robot intaglia meccanicamente uno sguardo, lo sguardo dell’artista. Molti lavori di Canova sono realizzati da artisti che lavoravano nella sua bottega, esecutori di cui oggi è rimasta alcuna traccia, se non nell’esecuzione dello sguardo, nella maestria dell’intaglio, nella regola da osservare.

Nel suo libro Damiani cita, inevitabilmente l’“Endimione” di Keats, che principia con questo verso immortale: «The thing of beauty is a joy forever». Quando Keats scrive e pubblica per la prima volta questo poemetto è il 1818, appena un anno prima della scultura di Canova: non sappiamo se quest’ultimo avesse letto il poeta, ma supponiamo non sia accaduto. E, verosimilmente, non fecero in tempo a conoscersi a Roma, nei pochi mesi in cui vissero sullo stesso suolo, a causa della malattia che causò la prematura morte di Keats. Ma sappiamo che il poeta conosceva le opere dello scultore di Possagno, tanto da lasciarsene ispirare per l’“Ode a Psiche”. Il 1818 è anche l’anno in cui Leopardi inizia a scrivere “L’Infinito” (sono in corso i festeggiamenti del bicentenario), la poesia dove risiede “il guardo”, lo sguardo “escluso”. La potenza è quello che non si vede, ma intravediamo, in quello che riusciamo a osservare pur senza vederlo, pur senza averlo, ma “sedendo e mirando”: mirare, che viene da “specchio”.

Leopardi scrisse trattati di astronomia: chi era anch’egli se non un Endimione, un guardatore nei suoi anni – parafrasandolo – di osservazione “matta e disperatissima”? Damiani, a distanza di 200 anni , confessa allora un desiderio: «Sì, ho cercato / ma adesso vorrei vagare / solo vagare / senza cercare». Il poeta non ha paura di non fare, di sedere e mirare, la cosa più difficile, quasi rivoluzionaria, che si possa attuare in questo tempo: osservare la contemplazione, contemplare l’osservazione. E leggere, leggere i segni, coglierli, raccoglierli. Il primo testo di “Endimione” di Damiani è, non a caso, una dedica all’infinito leopardiano, al concetto filosofico-matematico: «La mente la devi spingere, è questo quello / che devi fare, la devi spingere avanti / fino a coprire tutte le galassie / tutta la materia oscura e l’energia oscura, / devi spingerla e spingerla, sempre più lontano / fino all’ultimo atomo della totalità dell’essere, / non devi lasciare niente, neanche un atomo, ricordati, / anche le cose che non sappiamo, che non conosciamo / anche quelle che non ci immaginiamo, anche quelle devi metterle / (lo so che è strano, ma devi fare così) / ed ecco comincerai a sentire una forza, / un’energia che penetra nel tuo corpo / da dentro. (…)».

Damiani si abbandona allo sguardo, si fa Selene e Endimione, si fa luce riflessa e sonno. Il poeta sprofonda e così non muore. «Il sogno era così: / io avevo lasciato il mio cavallo in un punto / il fatto è che non mi ricordo se l’avevo legato / comunque l’avevo lasciato in un punto preciso, / era notte e c’erano le stelle / non mi ricordo cosa ero andato a fare / e ero tornato dopo una mezzora, non di più, / e il mio cavallo non c’era più. / L’aria era fina e c’era un odore / di gelsomino / io cercavo il mio cavallo e non lo trovavo, / lo chiamavo, andavo dappertutto / e niente, non lo trovavo, / non mi ricordo se l’avevo legato / e c’era un odore di gelsomino / e le stelle erano così nitide, e grandi, / io cercavo il mio cavallo / e non lo trovavo». Forse il cavallo è un barlume di comprensione, l’istante in cui quella cosa ci pareva averla afferrata, poi ci è sfuggita. Il poeta pastore osservatore sogna e sente: ricorda l’odore di gelsomino. Anche in sogno cerca e non trova, eppure osserva, è esaudita la sua volontà come lo fu per di Selene che, in fondo, non voleva altro che questo: «che bello per me stare non visto a guardarla / incantato in un canto, trasognato sognarla».

Quando guardiamo una persona che ci è accanto dormire, riposare, ci trasmette un senso di pace e non dobbiamo far nulla, siamo portati finalmente a star fermi, quantomeno per non destarla, ma ridestando in noi il desiderio di capire cosa pensa, cosa vede, cosa sogna: vorremmo leggere nella sua mente. Adesso è Endimione che guarda Selene: «eccomi qua, eroe pluridecorato, / vetrina di ferite». Il poeta pastore è entrato nel conoscere e si è ferito cogli specchi, coi riflessi, colle schegge minime e puntute che riceve chi sta fermo a guardare mentre gli altri muovono senza vedere. Non si sa chi guarda cosa. Non sappiamo se dal suo sonno Endimione ci guarda, ma sappiamo che è vivo. Il testo dedicato all’infinito, prima citato, si chiude con questi versi in cui Damiani riflette sull’energia avvertita “allungando” la mente, spingendola avanti, come uno sguardo che esonda dal corpo: Questo è lo strano, / che non viene da fuori, come ci si aspetterebbe, / ma viene da dentro / come se – capisco che ti puoi stupire – / l’intero universo fosse dentro di te / ma tu non ci pensare, lasciala venire / e spandersi per bene in tutto il tuo corpo, / e poi goditi la sorpresa / di essere sfuggito (lo so che è strano) alla morte».

Commenti
Un commento a “Endimione, o dell’osservare dormienti”
  1. Paolo Fiore scrive:

    Il rischio estremo dello Specchio.
    L’abbandono allo sguardo dell ” Luna “, di ogni luna è il rischio di offrirsi vulnerabili e nudi alla sospensione del tempo, laddove arbitro unico del tempo è la luna.
    E’ esperienza onirica di sonno e dunque di temporanea morte.
    Ma senza quella estrema capitolazione non c’è vero guardo e dunque neppure relazione.

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