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Entrare in uno spermercato tra cinquant’anni

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Pubblichiamo l’introduzione di Simone di Biasio al libro Ginecocrazia di Alessandro Dall’Oglio, uscito per Ensemble.

di Simone di Biasio

Nel 396 a. C., secondo lo storico Plutarco, i Galli erano giunti alle porte di Roma. L’episodio è arcinoto: tentando un assalto notturno, destarono le oche del Campidoglio, i cui fragorosi starnazzi risvegliarono l’ex-console Manlio, permettendogli così di dare l’allarme e allontanare il pericolo degli uomini capitanati da Brenno.

Sulla cittadella del Campidoglio fu allora edificato un tempio alla Dea Giunone, ritenuta responsabile della reazione salvifica degli animali, e alla sposa di Giove fu affibbiato l’appellativo di “ammonitrice”, cioè “colei che avverte”, da cui deriva il più noto “Giunone Moneta”, dal verbo “monéo” che significa, appunto, ammonire. Secondo altre fonti, l’appellativo di Moneta andrebbe posticipato al 272 a. C., legato alla premonizione divina di un flagello, nel corso della guerra contro Taranto, che si sarebbe abbattuto sulla popolazione e che la previsione della Dea salvò dall’impreparazione. Ad ogni modo vicino al tempio edificato in onore della Dea fu costruita anche la zecca dell’impero romano nel III secolo a. C., dove oggi sorge la Basilica di Santa Maria in Aracoeli, e da quel momento l’effigie di Giunone fu raffigurata sulle monete, ma soprattutto identificata con esse.

Ad monetam equivarrà a recarsi presso il tempio, e in qualche modo recarsi al tempio significherà anche andare incontro alla moneta: oggi, senza scadere in una inutile retorica anticapitalistica, moneta e divinità, finanza e religione continuano ad avere confini labili. L’episodio potrebbe infine dirci che la moneta ci ammonisce, il denaro ci avverte.

Ma c’è un ulteriore rimando dalle incredibili somiglianze, ed è con la mitologia greca: il mito di Danae, il cui nome si veste pure di un’assonanza con la parola “danaro”, ma la cui etimologia è ben più incerta. Scegliamo allora quella maggiormente suggestiva tra le ipotesi proposte: Danae deriverebbe da una parola ebraica che significa “colei che valuta”. Figlia di Acrisio, re di Argo, e di Euridice, Danae fu rinchiusa dal padre in una torre perché a quest’ultimo era stato predetto che un nipote lo avrebbe spodestato e ucciso. Zeus, però, innamorato della bella fanciulla, decise di trasformarsi in pioggia d’oro per poter fecondare Danae ed avere da lei un figlio.

Da questa unione “dorata” nacque dunque Perseo e il nonno Acrisio, venuto a conoscenza del concepimento, per sfuggire al suo mortifero destino decise di abbandonare in mare entrambi, madre e figlio, in una cassa di legno: ciò non basterà ad evitare però al sovrano che si compia comunque, un giorno, la profezia divina. Quanti simboli possiamo cogliere da questa storia? Lasciamoci guardare dalla Danae di Klimt, così tumida di libido, una principessa non più meretrice ma ardente di desiderio: l’artista viennese pone la figura femminile in un atteggiamento che somiglia più a un atto autoerotico che a un “passivo” accoglimento del volere divino, del seme del padre di tutti gli dei. Danae riprende possesso del proprio corpo, si automonetizza, s’indora, accoglie la pioggia d’oro che in lei fluisce, entra ed esce e rientra come aria come liquido come fremito.

In un recente pamphlet lo scrittore Walter Siti racconta le “evoluzioni” dell’economia dagli anni ’60/’70 ai giorni nostri: «Io che ho settant’anni, e provengo da quella che un tempo si chiamava la classe operaia, ricordo il piacere di pagare: una sensazione di trionfo, o almeno di soddisfazione profonda, le prime volte che potevo procurarmi, pagando con soldi guadagnati da me, qualche piccolo lusso»[1]. Poco più avanti, nello stesso saggio “Pagare o non pagare”, Siti scrive ancora qualcosa di utile alla nostra riflessione: «Pagare era una sottospecie del pregare, come quando in India si comprano le collane di fiori per Krishna o Ganesh. L’assoluto dell’ossessione è uno strumento che serve per tagliare il nodo scorsoio del sacro; così mi suggeriva la mia inerzia, scontenta della realtà e di quel compromesso che i miei amici si ostinavano a chiamare amore. La manciata di soldi era la garanzia che il rapporto tra me e i Corpi Pneumatici sarebbe rimasto per sempre asimmetrico: un rapporto ossessivo ed estatico da fedele a idolo, mai da persona a persona».

Da questi riferimenti, da queste citazioni perveniamo a una considerazione: la moneta ha sesso ed è copula. La moneta è femmina ed è anche riproduzione, famiglia, società: la religione s’insinua nella regolazione dei comportamenti più intimi che le donne di questo romanzo proveranno a sradicare e laicizzare. E la Dea Giunone cui abbiamo fatto cenno all’inizio di questo testicolo (intendetelo come piccolo testo, ve ne prego) era la protettrice dei parti, delle matrone, della famiglia più in generale.

Dev’essere stato fecondato da questi fatti – magari introiettati inconsciamente – anche Alessandro Dall’Oglio, che col suo “Ginecocrazia” non ha semplicemente vergato il suo primo romanzo, ma ha dato vita a un nuovo conio: la spermoneta. Me lo conceda questo neologismo, Alessandro, che è partito dall’idea distopica (o post-topica?) di un mondo neanche troppo lontano nel tempo per delineare l’idea di una società fondata sul liquido seminale e per immaginare il post-femminismo da un’altra prospettiva, nella quale le donne, una volta giunte al potere, lo gestiranno in maniera innovativa, ma soprattutto secondo altri valori:

Il loro programma di governo aveva centrato gli ambiziosi obiettivi proposti nell’ambito fiscale, nel deficit pubblico, nell’energia, nell’ambiente, persino nella gestione dei rifiuti e delle aree metropolitane. Queste ultime erano state snellite nel traffico e nei parcheggi ma soprattutto sembravano rinate sotto il profilo del decoro urbano. Il tipo di governo che ne derivò, pur non essendo un regime nel senso stretto del termine, si poteva definire comunque di tipo corporativo visto che per attuarlo scelsero solo candidate donne e una volta preso il potere divennero ancora più compatte nell’escludere gli uomini da tutti gli incarichi decisionali.

Invece gli uomini protagonisti del romanzo di Alessandro Dall’Oglio sono forse assimilabili alle oche, come erano oche quelle del Campidoglio che salvarono Roma dai Galli; ma qui sono animali morenti, castrati, (c)afoni, sviliti, avviliti, e non si svegliano di notte al sopraggiungere del “nemico”, perché quel nemico loro hanno contribuito a inferocirlo, a delinearlo nei tratti più agguerriti, motivati da anni di cattività. L’adozione di una moneta fondata sui flussi seminali non inganni: gli uomini non saranno affatto favoriti dall’esserne produttori, perché saranno le donne a stabilire i valori, creando così tabelle di valutazione stringenti che sortiranno l’effetto di escludere moltissimi “produttori” dal “mercato”: vogliamo chiamarlo “spermercato”? L’ho appena fatto. Lo scrittore di “Ginecocrazia”, che ha già all’attivo diverse pubblicazioni nel campo della poesia, si serve di una lingua che probabilmente non sarà quella utilizzata dai suoi protagonisti: è un italiano ancora non forgiato dalla nuova moneta, dai nuovi scambi, e noi sappiamo perfettamente il ruolo che ha avuto, che ha il commercio nella colonizzazione linguistica dei popoli. Chi conosce Alessandro Dall’Oglio, non faticherà a rintracciare riflessioni e descrizioni analitiche, ambienti e figure tra i suoi protagonisti, nell’ambientazione del suo racconto; chi non lo conoscesse, ne otterrebbe una rappresentazione di una porzione di Roma profondamente mutata nel suo profilo umano e paesaggistico, con ben tre Colossei e persino la riscoperta di certi luoghi ammantati di grazia o riportati ai migliori splendori dal governo femminile.

Nel frattempo Adam si stava innamorando sempre di più della città, ogni volta che ne percorreva le strade per cercare un posto di lavoro, perché qui aveva trovato quel luogo dove la bellezza era un sostantivo permanentemente declinato al maiuscolo. Era davvero la città ideale? Come se si fosse realizzato appieno il volere del suo intimo architetto? Di certo era un luogo di rimandi e di contrasti, nativo e ultimo, iniziale e definitivo, etereo e ponderoso.

Tornando alle questioni centrali del racconto, Dall’Oglio sembra avere ripreso quelli che Fromm, nel suo “Psicanalisi della società contemporanea”, chiamava “caratteri mercantili” e che egli identificava con quanto l’uomo stava diventando, ovvero una persona che «si basa sull’esperienza di se stesso come di una merce, e del proprio valore non già come un “valore d’uso”, bensì come un “valore” di scambio. […] Il suo valore dipende dal suo successo, dipende dalla sua vendibilità, dipende dall’approvazione degli altri»[2]: più precisamente e contestualmente, dall’approvazione delle altre. E queste altre, nel romanzo di Dall’Oglio, non hanno la possibilità di produrre materialmente tale moneta, eppure ne hanno in pugno il conio, il desiderio, il possesso. Come il capo di una grande azienda che non assurge più a padrone delle merci, bensì a padrone dei produttori di quelle merci che da solo non sarebbe mai più in grado di forgiare.

«Lascio qui il mio solito campione. Posso lasciarlo a te?». Disse Adam nei confronti di lei.

«Non sono qui per ricevere questi campioni. Specialmente dagli uomini. Non ti hanno detto che sei un inferiore? Tutti gli uomini lo sono. Non ce l’ho con te, è un dato di fatto, da quando diversi anni fa iniziò a ridursi costantemente la fertilità maschile». Rispose Anya col suo tono di voce che sembrava essere arrogante, ma probabilmente celava solamente un carattere molto deciso. E poi proseguì: «Perché pensi che sia stato introdotto il nuovo regime di scambio basato sullo sperma? Ovviamente perché quello di qualità è sempre più raro, come dovrebbe essere una moneta.

La natura fluida del denaro richiama certamente le abusate categorie baumaniane della liquidità, della società liquida, dei rapporti liquidi – un aggettivo rimasto incollato al suo teorizzatore come sperma, e che come tale però continua a produrre figli, a generare valore. Proprio lui, Bauman, ha proposto anche un’altra visione del mondo, una retro-visione, una “Retrotopia” come recita il titolo del suo saggio, che trasforma allora questo romanzo non tanto in una distopia, quanto piuttosto in una “post-topia”, in un luogo che verrà, un motivo che ricorrerà. Come post- è anche la verità di questi nostri tempi: il racconto di Dall’Oglio è, allora, una fake news, ma no, spingiamoci oltre, siamo in una fuck news, una notizia, un aggiornamento che vorremmo mandare al diavolo, o forse una informazione che vorremmo fecondare: mi torna in mente McLuhan che spiega, in “Understanding media”, che «L’uomo è l’organo sessuale delle macchine». In questo immaginifico spermercato prodotto dalla mente dello scrittore il denaro non è fonte di eiaculazione, è eiaculazione, non è già più lubrificante degli scambi, quanto gli scambi lubrificante del denaro. Non sono scomparsi i contraccettivi, ma la produzione è inarrestabile: l’onanismo del capitalismo è appena nella sua fase aurorale e questo tentativo di raccontarlo è fertilizzante su un terreno che abbiamo appena comprato scambiandolo col nostro sterile seme.

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[1] W. Siti, Pagare o non pagare, Nottetempo, Roma, 2018, pp. 10-11

[2] E. Fromm, Psicoanalisi della società contemporanea, Edizioni di Comunità CDE, Milano, 1981, pp. 22-23

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