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Eravamo dei grandissimi. Intervista a Clemens Meyer

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ai Piero

La Repubblica Democratica Tedesca non esiste più. I ragazzi non hanno più una storia sulla quale costruirsi e ballano furenti sulle macerie dello Stato. La misura e lo stile di Clemens Meyer, lo scrittore tedesco più in essere della generazione post 1989, si colgono anche dallo sguardo e dalla fermezza pacata dell’eloquio.

Sotto il tono controllato della sua voce scorre un torrente di emozioni come nel romanzo d’esordio Als wir träumten (Quando sognavamo), che è appena stato pubblicato in Italia da Keller col titolo Eravamo dei grandissimi (608 pagine, traduzione curata da Roberta Gado e Riccardo Cravero, 19 euro). Il linguaggio non straripa mai, è chiaro, si muove sotto la superficie senza essere necessariamente esplicito e in molti passaggi commuove.

Lui, ragazzo del 1977, aveva ventidue anni quando lo ha cominciato a scrivere senza alcuna esperienza precedente in materia. Per due anni e mezzo dopo la scuola, diplomatosi nel 1996, ha scelto di fare l’operaio in cantieri edili. Ha smesso a causa di un infortunio alla schiena. Il padre, che disponeva di un’immensa libreria a casa, gli ha trasmesso la passione per la letteratura. Meyer, tatuato sulla maggior parte del corpo, poi è riuscito ad accedere al German Literature Institute di Lipsia, presentando alcuni scritti.

Apparso in Germania nel 2006, il libro continua a essere tradotto, l’anno scorso con successo nell’edizione francese. La traduttrice Roberta Gado, che ha diviso il lavoro con Cravero, lo definisce un classico contemporaneo. Meyer una volta ha detto: «Non sarei quello che sono, se non fossi cresciuto come un figlio della strada, usando un’espressione un po’ melodrammatica. Lì è dove ho appreso la cifra stilistica della mia scrittura. I miei amici giù al pub mi riconoscevano come un racconta storie».

Il prologo di Eravamo dei grandissimi dà il ritmo, il segno e l’impronta della sua prosa letteraria. I bambini giocano con la Storia, cercano piuttosto di sopravviverle con l’immaginazione: «So una filastrocca. La canticchio tra me e me quando la testa comincia a giocarmi strani scherzi. Credo che la cantassimo da bambini saltellando da un rettangolo di gesso all’altro, ma può essere che me la sia inventata o l’abbia soltanto sognata. Certe volte la recito in silenzio, solo muovendo le labbra, altre mi metto a canticchiarla e nemmeno me ne accorgo perché mi ballano in testa i ricordi, no, non dei ricordi qualsiasi, ma quelli dopo la magnifica caduta del Muro, degli anni in cui siamo, come dire? Venuti in contatto».

La violenza propria di un terremoto politico e sociale, così necessariamente presente nel testo, non riesce tuttavia a uccidere la dimensione del sogno, l’unico argine alla sconfitta. Dopo la Svolta del 1989 Daniel, Mark, Paul e Rico, un gruppo di amici indissolubile, cresciuti come “pionieri” nella Germania dell’Est scorrazzano a Lipsia: furti di auto, risse, alcol; hanno una rabbia senza controllo. L’unico rifugio in un mondo ormai del tutto estraneo appare il monolocale di una signora anziana con la quale maneggiano il peso della solitudine. Che cosa resta dei sogni e delle illusioni amplificate dal miraggio dell’Ovest così distante?

L’azione si svolge alla periferia di Lipsia, in un contesto architettonico paleoindustriale, nell’est della città stessa che l’autore fa rivivere con la letteratura. La frammentarietà dei personaggi si rispecchia nella frammentarietà della struttura del romanzo, una serie di capitoli non in ordine cronologico ben connessi dalla tensione e bravura nel montaggio. Le avventure di questi cinque ragazzi, generazione 1976, si alternano tra scene dell’infanzia, quando frequentavano la scuola elementare, fino al raggiungimento della maggiore età. Crolla il regno dell’infanzia, essi si frantumano con la Svolta, assorbiti nel vortice degli ultimi colpi di coda del socialismo e di una libertà fittizia incondizionata di cui non sanno cosa farsene.

Meyer fa i conti con la violenza psichica e fisica deflagrata nella terra di nessuno, a cavallo della riunificazione e poi nel vuoto di senso post Ottantanove. Tutto viene narrato dal punto di vista di questi giovani ed è un coro di voci prive, non intrise di sentimentalismo e ideologia. I bambini non sono prigionieri della consapevolezza di quel che vivono, non sono anestetizzati e ciò assicura la potenza del lavoro, che contiene ampi tratti autobiografici di Meyer. Dalla periferia giungono al cuore della Storia, che però non comprendono, se non molti anni più tardi, pagando le conseguenze sulla propria pelle.

Meyer, il suo romanzo sembra esprimere l’urgenza di ricomporre mediante la scrittura la tensione tra l’Io e il Noi.

«Sì, senz’altro anche se almeno all’inizio avviene a livello inconscio. Creo una storia, poi però mentre la scrivo mi accorgo che non appartiene solo a me. Racconto una storia che riguarda dei processi e dunque tutta la società. L’energia e il furore dei personaggi, che la buona letteratura riesce a codificare e tradurre, trasformano il materiale in qualcosa di molto più interessante di uno studio sociologico. Non volevo però narrare la storia di una generazione perduta. Divento sospettoso quando le persone parlano del noi, in fondo moriamo da soli. I personaggi sono individualisti, un po’ come me, e vanno controcorrente».

Lei non può rinunciare alla concretezza dell’esperienza, verrebbe meno questo libro che ci solleva dalla morale. In che modo ha costruito l’equilibrio tra osservazione e immaginazione?

«È una miscela abbastanza difficile da scandagliare e identificare anche per sé stessi. Certamente mi muovo da un’idea, da un nocciolo della storia che deve essere solido. In questo caso consiste nell’amicizia di cinque ragazzi che si sviluppa negli anni prima e dopo la riunificazione tedesca. A partire da qui compongo e invento altri personaggi secondari e storie parallele. La materia prima è tratta dalla società in cui vivo e che conosco».

Quanto si affida alla memoria?

«È quasi tutto un lavoro fondato integralmente sulla memoria. Nei miei due romanzi più importanti l’ho utilizzata in modo diverso. Nell’ultimo ho svolto molto lavoro di ricerca, raccogliendo  memorialistica: articoli di giornali, libri, riviste, appunti. E da questa grande massa di ricordi scritti,  materiale di archivio ho elaborato la storia. Mentre nel caso di Eravamo dei grandissimi ho focalizzato il lavoro sui ricordi che avevo nella mia testa senza ricerche particolari, perché era proprio un periodo vissuto in prima persona. Poi mescolo gli elementi della realtà con l’invenzione, soprattutto con elementi surreali per ottenere l’effetto di far muovere i personaggi, che disconoscono un mondo ormai estraneo, in un sottobosco parallelo della realtà».

Il tempo della grande Storia come si tiene insieme a quello dell’infanzia e dell’adolescenza?

«È questo il segreto del libro: riuscire ad agganciare la storia con la lettera maiuscola, gli eventi di un cambiamento epocale, quali la caduta del sistema socialista e del blocco occidentale, insieme a un altro periodo, appositamente scelto, di svolta cruciale e di mutazione per l’esistenza individuale qual è la pubertà. C’è il cambiamento proiettato verso l’età adulta, in cui però senti che la terra sotto ai tuoi piedi è sconquassata da una scossa tellurica, che ancora oggi non ha assestato la Germania, e la storia della tua infanzia sparisce. Mi interessava proprio la prospettiva di questi due cambiamenti montati insieme, il che cosa accade quando si sgretola completamente il tuo passato. Il terzo elemento è stato la necessità di mostrare gli accadimenti con gli occhi di chi, come me, era ancora giovane».

La pellicola As we were dreaming, che si ispira al romanzo ed è stata in concorso nella scorsa edizione della Berlinale, indugia sulla violenza calcando sulla tenerezza del legame che unisce la banda di amici. Ha apprezzato la trasposizione cinematografica?

«Non ho contribuito tecnicamente alla stesura della sceneggiatura. Conoscevo e mi fidavo del regista Andreas Dresen, ed ero contento che il cinema procurasse nuovi lettori. Ho svolto una funzione di consulente, mi interpellavano quando avevano dubbi. Durante le riprese stavo scrivendo il romanzo Im Stein e non avevo molto tempo a disposizione. Le considero due cose proprio diverse, un po’ come la traduzione. È una traduzione in un altro linguaggio artistico che utilizza mezzi differenti. Ci sono delle scene in cui trovo che lo spirito del libro sia molto ben colto, in altre meno però riesco a vederlo con neutralità, con un certo distacco. Anche se il film non dovesse piacermi ha importanza relativa, perché il libro continua a esistere con la propria indipendenza».

Nel romanzo c’è qualcosa di cinematografico, fa pensare per esempio a Rocco e i suoi fratelli.

«Amo i film di Luchino Visconti. Mi ha ispirato in ragione del suo epos. Nella pellicola non si tratta di amici ma di fratelli, tuttavia si vede lo sgretolamento dei loro rapporti, il tradimento quando un fratello violenta la fidanzata dell’altro e anche qui è una storia raccontata attraverso tanti anni. Si presenta un contesto sociale marginale, dove questa gente cerca lavoro e insegue i propri sogni. Ecco, mi sono ispirato al film nella ricerca della modalità narrativa di queste grandi storie di epos, combinando le emozioni con il distacco necessario».

La Repubblica Democratica Tedesca è stata narrata essenzialmente come uno Stato marcio, antieconomico, arretrato e dittatoriale. Perché la connessione sentimentale con quell’epoca è invece tenuta ancora viva?

«Lo Stato dell’ex Germania dell’Est è durato quarant’anni. In un tempo così relativamente lungo si intrecciano tantissime storie di vita, che la popolazione non può cancellare. In un paese dittatoriale, o appunto marcio, non si smette di vivere. La RDT è stata una parte essenziale della vita di milioni di persone, a prescindere dall’atteggiamento che avevano nei confronti della politica. Alcuni non sono riusciti a trovare un equilibrio, altri si sono adeguati o hanno ignorato i temi cruciali però sicuramente è un nodo complesso che non si è sciolto. A Est si sognava. È importante non presentare la storia da un unico punto di vista, ce ne sono diversi. Pensiamo per esempio alla produzione letteraria, nata nell’ambiente della RDT, che tutt’oggi conserva il proprio valore».

Che cosa rappresentano il sentimento dell’Ostalgie, la nostalgia dell’Est, e il culto dell’oggettistica della quotidianità?

«Sostanzialmente sono dei relitti che ricordano un tempo, quello dell’infanzia, che vista la questione generazionale è un po’ come la madeleine di Proust. Risvegliano un ricordo. È evidente che nel caso della RDT siccome è scomparso tutto, l’architettura, la politica quanto le abitudini, ciò che resta sono frammenti ai quali ci si attacca pur nella felicità che molte cose siano cambiate. Il fenomeno commerciale dell’Ostalgie personalmente invece non mi interessa affatto».

Colpiva un sondaggio ampio, pubblicato in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro, secondo il quale meno del 40% degli abitanti a est erano soddisfatti degli effetti della riunificazione. Lamentavano soprattutto il venir meno del valore della solidarietà. Nelle recenti elezioni regionali, proprio nel collegio elettorale di Merkel, i populisti dell’Afd hanno superato la Cdu con un’erosione significativa dei voti della Spd e un crollo della Linke. Perché non sono stati sufficienti i due miliardi di euro confluiti dall’ovest all’est per la ricostruzione?

«Questo sentimento varia in base al contesto geografico a cui ci si riferisce. Nei nuclei urbani soprattutto a Lipsia, in parte anche a Dresda, non è più così, invece nella zona provinciale l’insoddisfazione risulta dominante. Dipende molto dalla situazione economica finanziaria attuale regionale. È certo che i cittadini dell’est non hanno mai visto la necessità di mostrare gratitudine o peggio riverenza. La posizione è chiara: il Muro l’hanno fatto cadere loro con l’esigenza di cambiamento. Non è stato l’ovest ad abbatterlo. In ogni modo è altrettanto sicuro che non sono soddisfatti di come poi siano andate le cose; permane quella sensazione di essere trattati come cittadini di seconda categoria. Non basta che la Cancelliera sia Angela Merkel, figlia di una provincia, il Meclemburgo Pomerania Anteriore, tra le più povere a est. Ci vorranno ancora molti anni, cinquanta probabilmente, affinché questi eventi non siano più tema, oggetto di discussione. Quelli della mia generazione da anziani forse ne saranno usciti».

Palast Theatre è forse il capitolo più bello e struggente del libro. A Lipsia quasi tutti frequentavano e amavano quel cinema, poi bruciato dopo la riunificazione. Dall’insegna crolla la L e diventa Paast Theatre, cinema del passato. A Daniel non resta che l’immaginazione per salvare dall’eroina l’amico Mark.

«Questa sala cinematografica esisteva veramente, oggi è stata distrutta. È stato uno degli ultimi capitoli del libro che ho scritto, avevo almeno già 400 pagine che mi hanno dato la forza. Sapevo che sarebbe stato un capitolo importante da affrontare. Mark è l’amico a cui è dedicato il libro. Questo capitolo è costruito con un passaggio continuo tra presente e passato, tra loro bambini al cinema e poi ragazzi nello stesso luogo a fronteggiare la questione della dipendenza dall’eroina. Ho impiegato molto tempo a trovare il tono giusto per l’argomento. La tragicità del fatto è che questa scena rappresenta l’ultimo tentativo. Daniel per l’ultima volta prova a convincere Mark a tornare in ospedale e lo fa con uno strumento particolare che è la forza dell’immaginazione, richiamando i ricordi e sperando che questo lo aiuti. A prescindere dalla ambientazione c’è questa amicizia, la solidarietà che sopravvive al crollo di un’infanzia chiamata RDT».

Che cosa sognavano i ragazzi?

«Sognavamo una nuova società e con essa una vita nuova. Sognavi una società senza classi, ma anche un’amicizia che durasse all’infinito o l’amore che tutti aspettavano. È un miscuglio tra sogni piccoli e grandissimi. Non mi interessano tanto i fatti storiografici, quanto gli sguardi di questi bambini con ricordi diversi rispetto a quelli dei propri genitori, nonostante la realtà sia stata la stessa».

Nella Repubblica Democratica Tedesca l’abuso di alcol era conclamato. L’arrivo devastante delle sostanze stupefacenti in seguito alla riunificazione quale vuoto ha colmato?

«Sì, sul fronte dell’alcolismo in grande stile non si temeva molta concorrenza. Non era così diffusa però la prostituzione ed era inesistente il mercato della droga. Il fenomeno d’importazione della tossicodipendenza ha preso il sopravvento a causa dell’inesperienza, della scarsa conoscenza antecedente al 1989. Molti volevano provare, come quando si instilla e induce al consumo di un prodotto nuovo. La polizia era del tutto impreparata. In poco tempo ci siamo trovati inermi davanti a un problema fatale. La droga è l’elemento determinante per lo sgretolamento del gruppo di amici».

Il Muro in realtà a Lipsia non era una realtà fisica, Berlino abbastanza lontana. Che cosa significa tuttora però per voi quell’immagine?

«Ne sentivamo parlare da bambini. Una volta andai a vederlo, ma non era per me un punto di riferimento, ciononostante è rimasto un elemento per almeno 25 anni. A ogni modo non è stato il primo muro della storia, è un simbolo del fatto che all’uomo piace costruire un confine difensivo intorno a sé; lo fecero già i romani con il limes e si continuerà a erigerli. Oggi per le migrazioni, seppure siano incontenibili, ma in fondo le motivazioni sono le stesse di sempre. Anche allora c’era la paura del selvaggio, dell’estraneo. Il problema consiste nello spostamento del confine del benessere sempre più tecnologizzato».

Lei utilizza un telefono mobile, che al primo sguardo definiremmo obsoleto, privo di connessione Internet. E si limita alla posta elettronica. Perché?

«È come se oggi spegnessimo i ricordi. Nessuno fa affidamento alla propria memoria, navighi semplicemente in internet e guardi lì che cosa è successo. Quando ho scritto il romanzo non avevo la Rete a casa, per me non esisteva ed è stato un vantaggio prezioso. Per me stesso cerco di creare un contro movimento: quello di limitare l’utilizzo di Internet, dunque ho scelto di utilizzare un cellulare che non è uno smartphone. Penso che ci sia posto per 17 sms e basta. È come se mi rifiutassi, perché non c’è proprio più posto per i sogni e per le leggende».

Commenti
3 Commenti a “Eravamo dei grandissimi. Intervista a Clemens Meyer”
  1. Mayer BRAVISSIMO !! scrive:

    Bravissimo MAYER!!!speriamo in più giovani come LLui!!!

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