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Eravamo e non siamo più. Sopralluoghi per un documentario sul bacino del Lago Chad

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di Angelo Loy

(in calce le traduzioni da T.S. Eliot)

Where is the Life we have lost in living?
Where is the wisdom we have lost in knowledge?
Where is the knowledge we have lost in information?
(T. S. Eliot, cori da: “The Rock”, 1934)

… e allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità.
(Amitav Ghosh, “La Grande Cecità”, Neri Pozza, 2017)

25 maggio

Una partenza con la testa piena di letture (e il corpo prosciugato dalla frenesia e dalla routine) che compiono orbite ellittiche intorno all’argomento: più o meno attinenti, indicando a volte falsi tracciati, altre funzionando in senso evocativo. Alcune orbite sono più emotivamente vicine al tema, altre tendono a disperdersi in uno spazio fuori controllo e apocalittico.

Amitav Ghosh (in La Grande Cecità) mi spiega quanto sia difficile avvicinare il racconto ai temi del cambiamento climatico:

Così oggi, proprio quando si è capito che il surriscaldamento globale è in ogni senso un problema collettivo, l’umanità si trova alle mercé di una cultura dominante che ha estromesso l’idea di collettività dalla politica, dall’economia e anche dalla letteratura.

O ancora,

Inutile negare che la crisi climatica sia anche una crisi della cultura, e pertanto dell’immaginazione.

Quanto dunque manca in noi, al Nord, un sentire collettivo così pervasivo invece in buona parte della letteratura subsahariana, penso ad esempio ai romanzi di Chinua Achebe, Ben Okri, Ahmadou Kourouma, Ngugi wa Thiong’o, Mia Couto…

E se il film documentario è racconto, il discorso vale anche per me, scatenando una serie di sfide e interrogativi.

Se l’immaginazione è in crisi, andiamo a cercare in orbite adeguate: The Waste Land (La terra desolata), di T.S. Eliot, descrive quella che più si avvicina al centro emotivo del tema. Tanto che inizialmente avevo immaginato di scegliere alcuni passi significativi e di trasformarli in capitoli del film: Siccità, Paura, Morte, Cecità (la nostra, rispetto al surriscaldamento globale).

What are the roots that clutch, what branches grow
Out of this stony rubbish? Son of man,
You cannot say, or guess, for you know only
A heap of broken images, where the sun beats,
And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
And the dry stone no sound of water.
(T.E. Eliot, The Waste Land, 19-24)

Certo decisamente funereo. Non trovavo traccia della vitalità dei transumanti o della loro capacità di adattarsi ai capricci del clima. Eppure, ecco ogni pochi versi, altre illuminazioni poetiche.

(…) I was neither
Living nor dead, and I knew nothing,
Looking into the heart of light, the silence.
(T.E. Eliot, The Waste Land, 39-41)

Come primo tentativo avevo pensato di fare delle riprese da un drone.  Uno sguardo dall’alto, ma non orientato verso la linea dell’orizzonte (incredibili aridi paesaggi del Sahel, un grande lago in mezzo al deserto…), bensì a piombo, uno sguardo claustrofobico  e un po’ astratto rallentato su dettagli in movimento. Su queste immagini sarebbero apparsi i versi di Eliot, per esempio:

The river’s tent is broken: the last fingers of leaf
Clutch and sink into the wet bank. The wind
Crosses the brown land, unheard. The nymphs are departed.
(T.E. Eliot, The Waste Land, 172-174)

Il problema non si pone, almeno per questa prima missione, perché mi è stato vivamente sconsigliato di portare il drone. Diciamo che il COOPI, l’organizzazione che ha accettato di farmi visitare i suoi progetti e che si occupa della logistica (e della mia sicurezza), me lo ha vietato. La situazione in Chad è militarizzata, in alcune zone c’è il coprifuoco e se provi a fare riprese a N’Djamena finisci nei guai o peggio.

Nel 2015, per contrastare le azioni del gruppo terroristico, è stato costituito il raggruppamento militare multilaterale Multinational Joint Task Force (MTJT), composto principalmente da Nigeria, Niger, Chad e Camerun, e lanciata la campagna Rawan Kada (danza del coccodrillo) con sede operativa a N’Djamena. Da quel momento il Chad è diventato la nuova frontiera di Boko Haram.

Il primo attacco nella porzione del bacino che appartiene al Chad è avvenuto il 10 ottobre del 2015: nella cittadina lacustre di Baga Sola (dove tra qualche giorno incontrerò quattro rifugiati Fulbe nigeriani), la figlia di un notabile locale si è fatta esplodere insieme ad altri quattro attentatori durante il mercato del sabato, uccidendo 41 persone. Nello stesso periodo Boko Haram ha attaccato tre obiettivi militari e il principale mercato di N’Djamena (dove comprerò tre paia di mutande e dei pantaloncini). Un affronto particolarmente grave perché la città è considerata il principale snodo militare di questa zona del Sahel (Esercito nazionale del Chad, MTJF, forze transalpine e americane). Da qui partono i Mirages francesi dell’operazione Barkhane, per bombardare le postazioni di Al Qaeda in Mali, Chad e Niger (loro, i militari francesi, li osserverò sguazzare di domenica nella piscina dell’Hilton).

Le attività di controterrorismo anglo-francesi sono parte di un’agenda dal più profondo interesse strategico, soprattutto energetico: quella che oggi alcuni definiscono politica della “scialuppa armata” (“the politics of the armed life boat”, Christian Parenti in Tropic of Chaos).

Il progetto è il mantenimento dello status quo. E il cambiamento climatico potrebbe facilitarne la realizzazione fornendo un alibi per una sempre maggiore intromissione militare in ogni ambito. 

(Chaturvedi, S. and T. Doyle, Climate Terror: a Critical Geopolitics of Climate Change, 2015)

Quindi, l’amore per le immagini mi porta a non fare alcune considerazioni banali: arrivare all’aeroporto di N’Djamena con un drone nello zaino vuol dire con ogni probabilità essere arrestati. In ogni caso il mio è un sopralluogo, ci sarà occasione di capire meglio.

We think of the key, each in his prison
(T.E. Eliot, The Waste Land, 413)

L’orbita Eliot incontra quella di Amitav Ghosh nel sottolineare la nostra “Grande Cecità” (che è appunto il titolo del libro di Ghosh) rispetto all’evidenza del cambiamento climatico. L’orbita Eliot è lontana storicamente dal tema ma ci aiuta a ricordare che tipo di sviluppo abbiamo scelto, e quali le sue violente conseguenze; quali devastazioni, quali diseguaglianze segnano il passo, quali ingiustizie perpetrato.

Da questa nobile orbita letteraria, se ne distacca una vicina e ben definita, scientifica, quella dell’economia del petrolio, un sistema perfetto per sottrarre ai lavoratori qualsiasi controllo sull’estrazione delle risorse energetiche (sulla quale invece potevano far sentire la loro voce ai tempi del carbone); il petrolio, causa principale dell’effetto serra, oltre che di guerre e altri orrori. Quest’orbita riverbera in orbite successive, a perdita d’occhio, l’economia dei consumi, il capitale, il neoliberismo, e infine la finanza globale. Guarda caso, dalle discussioni con gli autisti di taxi ai nutriti pamphlet degli studiosi, ormai è sempre lì che si va a parare. Ma è interessante come l’orbita della finanza globale entri in risonanza con il centro del nostro discorso: poteri finanziari e cambiamenti climatici sono entrambi fenomeni transfrontalieri. Mostri che le politiche nazionali possono affrontare solo con armi spuntate.

But at my back in a cold blast I hear
The rattle of the bones, and chuckle spread from ear to ear.
(T.E. Eliot, The Waste Land, 186-187)

Ma quanto lontano ci sta portando quest’orbita? Io vado sul Lago Chad, tra i pastori! Pare siano in aumento i furti di bestiame, l’arrivo delle armi dalla Libia, gli scontri tra nomadi e tra pastori e agricoltori. Aumentano i campi profughi e il Lago si prosciuga. A causa dell’aumento delle temperature nel Sahel e del cambiamento nel regime delle precipitazioni, il lago si è ridotto del 95% nel corso degli ultimi vent’anni. E in questo caos climatico, Boko Haram passa la frontiera tra Nigeria e Chad, recluta il malcontento, terrorizza e conquista le isole. Ora non si può più nemmeno andare a pesca…La risposta degli Stati è principalmente militare, creando terrore e devastazione a sua volta. I civili si armano e si indeboliscono le strutture sociali. Profughi a milioni. Ma in che orbita siamo? Christian Parenti, studioso americano allievo di David Harvey, la chiama “tropico del caos”. Cambiamenti climatici, terrorismo e militarizzazione tracciano una linea rossa che parte dall’Africa Orientale (le lotte tra pastori Turkana e Pokot nel nord del Kenya), passa attraverso il legame tra cambiamento climatico, coltivazione dell’oppio e talebani in Afghanistan, la perenne instabilità del Kashmir, le inondazioni del Bangladesh… “All’interno di questo sistema di conflitti, il cambiamento climatico comincia ad agire come un acceleratore, come fosse benzina sul fuoco”. Un catalizzatore, pare, anche per le primavere arabe.

Rimanendo in Africa, il cambiamento climatico spinge i pastori Fulani verso il sud della Nigeria creando sanguinosi conflitti con i contadini (tra gennaio e aprile di quest’anno i fulani hanno ucciso 217 civili, rispetto alle 78 vittime di Boko Haram nello stesso periodo), e intorno al Lago Chad i nomadi Peul vengono inondati dalle armi provenienti dalla Libia implosa e le usano per far fronte alla riduzione dei pascoli.

Quindi, tra i pastori Peul posso rimanere in una discreta orbita minore, emblematica, parte della galassia che ho tentato di descrivere. In questa dimensione locale, potrei provare a seguire i passi di una narrazione collettiva come insegna Chinua Achebe. Potrei raccontare la vita della “sentinella”, il giovane pastore incaricato di precedere la mandria e i suoi compagni per cercare il posto adatto al prossimo pascolo. Si, ma così è sempre stato, nei millenni. E allora, cosa sta cambiando? Forse i pascoli sono contesi da molte mandrie, le pozze d’acqua sovraffollate, le vie della transumanza interrotte o proibite dalle nuove regole di sicurezza…?

Mobile pastoralism adapts to climate variability and has done so for millennia, allowing pastoralists to transform seeming ‘wastelands’ into productive assets.
(Pastoralism and Climate Change, Nassef, M., et al., 2009. Overseas Development Institute)

Ritorna la Terra Desolata di Eliot (“wasteland”) che però i pastori nomadi riescono a trasformare in risorsa…

Seguendo l’orbita degli studi su queste comunità leggiamo delle loro straordinarie capacità adattative. I nomadi del Sahel sono i più equipaggiati nell’affrontare le calamità e l’imprevedibilità del clima. Le politiche per renderli stanziali si sono rivelate fallimentari; per non parlare di quelle emergenziali degli aiuti alimentari che hanno creato masse di gente sradicata in attesa della sua razione. La sedentarietà, come le monocolture, non riesce a rispondere alle variabili di un clima impazzito. Dovrebbe essere una lezione per tutti.

I pastori nomadi sono come le api: se cominciano a sparire significa che qualcosa di molto grave sta succedendo. I woodabe (pastori nomadi Peul di questa regione) hanno strategie sofisticate nell’affrontare la variabilità del clima e dell’ambiente, preparando e addirittura addestrando i loro animali, individualmente e come mandria, al mantenimento della risorsa.

What is that sound high in the air
Murmur of maternal lamentation
Who are those hooded hordes swarming
Over endless plains, stumbling in cracked earth
Ringed by the flat horizon only
(T.E. Eliot, The Waste Land, 366-370)

Bene, sono arrivato a Charles de Gaulle. Fra poco attraverserò di nuovo il Mediterraneo, poi il Sahara. In ogni caso, per noi italiani, prima di attraversare il gran deserto bisogna quasi sempre rendere omaggio alle grandi capitali europee, rese magnifiche anche grazie all’univoco trasferimento di risorse e manodopera dal Sud al Nord. O tutt’al più si fa scalo nella capitale di qualche sedicente economia africana emergente (N’Djamena, come molte capitali africane, è raggiungibile con un volo Ethiopian Airways con scalo ad Addis Abeba).

È sempre bene ricordarsi da dove si è partiti. Le mie orbite si sono sviluppate a partire da un reportage del giornalista del New Yorker (Ben Taub) che lo scrittore Edoardo Albinati gentilmente mi passò e che io lessi come fosse oro colato. Ben Taub raccontava come intorno al Lago Chad ci fosse una delle crisi umanitarie più gravi (e misconosciute) del pianeta. Una crisi di cui la storia coloniale della regione, il terrorismo e il cambiamento climatico sono cause e concause.

E già, perché anche il passato coloniale di queste regioni ha pieno diritto alla sua orbita. Un lago che un tempo era al centro dei territori di un fiorente impero (un regno tra i più grandi e importanti dell’Africa fino all’800) e che oggi è diviso in quattro stati, grazie alle decisioni prese dalle potenze occidentali in quel famoso congresso del ‘800 e più precisamente smembrato da inglesi, francesi e tedeschi, nel 1901 dopo averne sconfitto l’emiro.

Una generale agitazione del personale Air France ha impedito alla mia valigia di raggiungere il Chad. Rimango tre ore all’aeroporto prima di riuscire a fare il reclamo. All’uscita non trovo l’autista che sarebbe dovuto venirmi a prendere. Il telefono non funziona. Che faccio alle undici di sera all’aeroporto deserto di N’Djamena? Un angelo (e non sarà l’unico) vestito da poliziotto mi chiede il motivo di quell’espressione desolata. Il COOPI? Lo conosce, è disposto ad accompagnarmi. Per scrupolo entro nel parcheggio dell’aeroporto e chiedo se mai avessero visto una macchina del COOPI. Ed ecco dal nulla apparire Frederick…

26 maggio

N’Djamena è una capitale proporzionata agli unici due nastri bagagli del suo aeroporto in miniatura. L’energia elettrica (da fonti rigorosamente non rinnovabili) è razionata. Al mercato i commercianti di abbigliamento sembrano rifornirsi tutti dallo stesso grossista, un ragazzo passa con un vassoio pieno di mele verdi che profumano di Trentino ma vengono dal Camerun, le donne vendono carote enormi, melanzane, pomodori: di produzione locale ci sono arachidi e cocomeri… i tessuti sono d’importazione: in Chad non esiste settore secondario.

I viali sono ampi, ci sono poche macchine, qualche moto e molti incidenti.

Nell’Indice degli Stati più “fragili” del Fund for Peace, il Chad (aspettativa di vita: 39 anni; il 15% dei neonati muore prima di aver compiuto un anno) viene subito dopo la Somalia, la Repubblica Centro Africana e il Congo. Insicurezza alimentare, tasso esplosivo d’incremento demografico, epidemie, corruzione. Milioni di profughi. Alcuni considerano il bacino come fonte di una futura onda migratoria verso l’Europa sulle antiche rotte commerciali che un tempo univano il bacino all’Egitto e alla Libia, passando dalle oasi del Kaouar (nord est del Niger) e del Fezzan (Libia).

Ho appuntamento con Yaya, il responsabile per la sicurezza del COOPI. Arriva con due ore di ritardo: pare che tra ieri notte e stamattina gli siano capitati una serie di imprevisti, il figlio gli ha fatto cadere il cellulare in acqua, l’auto non partiva, una notte insonne accanto alla madre febbricitante. Ricordano le scuse a cascata con cui  John Belushi cerca di farsi perdonare dalla furente fidanzata ne i Blues Brothers.

Fa caldo, è Ramadan, e credo che l’ultima cosa che vorrebbe fare Yaya è quella che sta facendo ora: istruzioni per la sicurezza degli espatriati. La prima cosa che affronta è il “dress code”, e credo lo faccia perché mi sono presentato in ciabatte e un paio di mutandoni cinesi a strisce colorate, tipo clown estivo, comprati appunto al mercato, con l’idea di servirmene 3 in 1, mutanda, short, pigiama. Sfinito dall’argomento abbigliamento, Yaya sembra sul punto di addormentarsi ad ogni frase: sul comportamento da seguire in caso di evacuazione, attentato terroristico, assalto di banditi, epidemia di ebola, estorsione, rapimento…

Per poter osservare i militari francesi da vicino prendo una camera al terzo piano dell’Hilton di N’Djamena, con affaccio sulla lussuosissima e movimentata piscina. L’albergo è una grande fortezza color sabbia sulle sponde del fiume Chari. Il sistema fluviale Chari-Logoni è il principale fornitore d’acqua del lago e in questo periodo i due fiumi sono particolarmente in secca. L’inquadratura dal terrazzino della stanza è composta da diversi “piani”: il primo è un prato mantenuto verdissimo da un’armata di infaticabili irrigatori automatici; oltre al prato gruppi di maschi bianchi, rasati, tatuati e muscolosi giocano e schiamazzano in piscina. Oltre la recinzione con le telecamere a circuito chiuso scorre il Chari. Il fiume taglia una terra secca dello stesso colore dell’albergo. Sulla sottile striscia d’acqua residua naviga una piroga di pescatori e più lontano una mandria si abbevera sulle sponde.

Essendo il cavalletto rimasto in qualche deposito aereoportuale, cerco di costruirne uno impilando sedie e tavolini che trovo nella 318. Ma non mi accorgo che quello del terrazzino è coperto da una lastra di vetro temperato. Come lo sollevo, la lastra cade creando un tappeto di schegge in tutta la stanza. Le raccolgo aiutandomi con l’invito “Hilton” al Brunch della Giornata della Mamma, infilo tutto nella sacchetta “Hilton” del bucato e mi pare di aver sistemato tutto buttando il sacchetto nel cestino dell’immondizia “Hilton” delle toilettes del ristorante.

At the violet hour
(T.E. Eliot, The Waste Land, 215)

La sera, Lucia del COOPI, mi invita a un sabato sera da espatriati. Tutti giovani: questo non è un paese per vecchi. Le agenzie delle Nazioni Unite, e a seguire tutte le Ong, tendono a evitare di mandare in Chad personale con famiglia a seguito. I giovani (tutti europei sotto ai trenta, Laura ne ha 23) occupano posizioni di grande responsabilità. Un posto per farsi le ossa, e per ritrovarsi il fine settimana a mangiare spiedini di manzo al Va et Vien o a una cena a tema gastronomico da Patrick; da un punto di vista occidentale, una città di ragazzi.

A fine nottata tiro un po’ di conclusioni. 1: ho bevuto e fumato troppo. 2: le persone che ho incontrato sono preparate, appassionate, gentili e accoglienti: consapevoli del fatto che al momento, se non arriva la rivoluzione, si possono solo mettere pezze, e che qualcuno queste pezze le mette male, facendo più danni che altro.

A fine serata Patrick, il padrone di casa, mi saluta dicendomi: “Ah, i cambiamenti climatici…Vedrai, sono tutti più contenti, gli agricoltori hanno più terra a disposizione, i pescatori pescano più facilmente: il cambiamento climatico preoccupa solo noi occidentali”.

Il discorso di Patrick fa parte di quell’orbita con cui non vorrei avere a che fare: si avvicina all’idea della politica della scialuppa armata, dove i forti approfittano dei cambiamenti climatici per portare avanti la propria agenda.

Al ritorno, sbircio per curiosità nella discoteca dell’Hilton. E’ quasi vuota. Una decina di prostitute un po’ attempate siedono annoiatissime come fossero in una sala d’attesa. Un bianco tarchiato in ciabatte e pantaloncini agita il bacino intorno a una nera altissima, forse un trans. Sugli schermi televisivi trasmettono una partita di palla a mano. Le luci sono troppo forti, il soffitto troppo alto, i capelli delle donne troppo lisci. Ogni tanto una spruzzata di fumo artificiale avvolge il bianco e la nera, ma senza mistero…

Quando chiedo alla reception la mia chiave, la gentilissima concierge mi guarda con aria ammiccante… “ah, mmmh, 318…”. Ho paura che abbiano scoperto quello che ho combinato al vetro temperato.

30 maggio

Yaya non ha potuto ancora ritirare al Ministero il permesso per le riprese. E’ pronto, dicono, ma manca una firma. Decido di partire comunque per il lago; Lucia mi manderà l’attrezzatura con un cargo appena firmano l’autorizzazione. Viceversa, mi avrebbero bloccato all’aeroporto.

Bol è preferibile raggiungerla dall’aria, troppo frequenti sono state le imboscate lungo lo strada. Il volo è dalla 745 Air Services per conto del Programma Alimentare Mondiale (WFP): 12 posti, massimo 15kg di bagaglio. Ne ho circa 13 tra materiale del COOPI, il computer e un paio d’etti di franchi CFC che serviranno a Bol per pagare il personale. Si tratterà dunque di continuare a vivere in assenza di bagaglio, un buon esercizio di nomadismo per ragionare sull’essenziale.

Ieri sono riuscito finalmente a mettere il naso fuori grazie a Elsa, una congolese d’acciaio che si occupa di progetti per la protezione dei minori. Mi porta a SOS Village d’Enfants, una specie di comprensorio stile Casal Palocco, dove madri che hanno perso i figli, vedove o donne sole si occupano ciascuna di 10 bambini orfani, accompagnandoli fino alla maturità. Ogni nucleo familiare vive in una villetta, c’è una scuola e un ottimo centro sanitario che anche Elsa frequenta alla bisogna. Prati verdi, gazebo e campo di pallacanestro. Rispetto alla povertà di N’Djamena sembra un miraggio. I bambini sono tutti sorridenti, mi presentano tre gemelle. Si tratta di una formula inventata da un austriaco, soldato della Wehrmacht nella campagna di Russia, che subito dopo la guerra decise di dedicare la vita ad alleviare le sofferenze degli orfani, e delle madri che avevano perso i figli.

Nel quartiere Gassie, alla periferia orientale di N’Djamena, M.me Séphora si occupa anche lei di bambini vulnerabili ma senza il bisogno di un’idea austriaca. Quando aveva il suo negozio di sartoria ne trovava sempre che dormivano sotto la veranda dell’ingresso. Séphora è cresciuta lei stessa orfana e a un certo punto ha preso la decisione. Il centro di accoglienza Dieu Bénit si mantiene con le donazioni che Séphora riesce a ottenere con la dolcezza e la determinazione del suo carattere. Sul cortile del centro si affacciano i piccoli uffici del personale, i dormitori dei bambini e le aule della materna e dell’asilo. Uno degli operatori sociali si presenta: “Je suis Jean, animateur”. Col mio pessimo francese gli dico che il suo ampio sorriso e la sua sgargiante camicia colorata si addicono perfettamente al suo ruolo. Peccato che solo più tardi scopro che “animateur” non significa “animatore” ma, appunto, operatore sociale.

Le aule del centro sono costruite su un terreno troppo argilloso e grandi crepe si stanno aprendo sulle pareti. M.me Séphora passa le dita sulle fenditure: “Ahi, ahi, alle prossime piogge viene giù tutto”, dice. Nel cortile i bambini giocano con un colibrì e un passero al guinzaglio. Sulle stuoie le ragazze grandi intrecciano i capelli di quelle piccole. In particolare a tre bambine sui tre, quattro anni che con i loro due fratellini sono state intercettate dalla polizia alla frontiera con la Repubblica Centro Africana (decenni di guerra civile, diamanti, uranio, 28 gruppi armati, 600 mila sfollati). I genitori, per salvarle dalle violenze, le avevano affidate a uno studente che avrebbe dovuto portarle con sé in Senegal, oltre 5000 chilometri di viaggio attraverso cinque stati. Tra cui il nord della Nigeria in mano a Boko Haram, reclutatore di bambini soldato. Almeno così ha dichiarato il ragazzo quando è stato interrogato dalla polizia: Elsa non è convinta, i bambini “in cammino” vengono spesso venduti, e in Chad è in aumento il traffico di organi.

Lascio Elsa diretta al carcere minorile di N’Djamena dove l’aspettano 50 ragazzini rinchiusi in 15 metri quadri.

After the agony in stony places
The shouting and the crying
Prison and palace and reverberation
(T.S Eliot, The Waste Land, 324-326)

Passando per il quartiere Ndjari, 8eme Arrondissement (!), incontriamo un piccolo slum. Elsa dice che potrebbe interessarmi, si tratta di sfollati che hanno dovuto lasciare la provincia perché il loro villaggio è stato distrutto da un’inondazione. La gente non ci credeva e si stava organizzando per cacciarli ma il sultano in persona è andato a verificare, e ha ordinato che fossero lasciati in pace. Alluvioni e inondazioni sono in aumento in tutto il mondo; in Africa l’ultimo evento estremo riportato dalla stampa è quello che ha distrutto la zona intorno alla cittadina keniota di Madunguni, piogge torrenziali e persistenti arrivate subito dopo un periodo di estrema siccità: 100 morti, 260 mila sfollati.

Fear death by water
(T.S. Eliot, The Waste Land, 55)

I tre passeggeri del Cessna targato WFP per Bol si sono addormentati subito dopo il decollo. L’aria è lattiginosa e il sole si specchia sugli ultimi tetti di lamiera di N’Djamena. Sulla nostra sinistra il Chari devia verso ovest e sparisce alla vista. Appaiono distese di sabbia, interrotte ogni tanto dai recinti irregolari dei pastori o il letto di torrenti in secca. Il bacino del lago arriva dopo circa venti minuti di volo; prima con specchi d’acqua dispersi a macchia di leopardo poi, più avanti, distese di acqua più ampie e isole. Più che un lago sembra piuttosto ciò che ne rimane. Potrebbe essere sempre stato così, un lago che pulsa nell’alternanza delle stagioni, anche se più tardi il marabutto dell’insediamento di sfollati Koulkine 1 dice che il prosciugamento del lago è sotto ai loro occhi e che la situazione dei Boudouma è drammatica: l’affollamento di mandrie rende l’acqua pericolosamente infetta, le zone irrigue per l’agricoltura diminuiscono, la profondità del bacino si riduce e le specie pregiate per la pesca spariscono. In poche frasi il marabutto rende l’affermazione di Patrick una sagace stupida battuta di chi vuol essere più intelligente e provocatorio degli altri. Non è vero, a quanto pare, che i cambiamenti climatici in questa zona preoccupano solo gli occidentali.

Anche a Bol, città principale del bacino, negli uffici delle organizzazioni umanitarie siedono giovani espatriati occidentali: COOPI, Unicef, WFP, Humanité et Inclusion, Care, UNCHR, … I Medici Senza Frontiere stanno sbaraccando, considerando al momento finita l’emergenza sanitaria.

Il mio secondo angelo qui si chiama Makaila che appunto in arabo chadiano significa “angelo”. Makaila è operatore comunitario per COOPI. Su piste di sabbia, tra vacche morte e cammelli enigmatici, arriviamo a Koulkine 1. Solo nella regione di Bol gli sfollati sono circa 25 mila. La gente di Koulkine 1 è composta di Boudouma delle isole che scappano da Boko Haram: pescatori in rimessaggio. Lawan Mbokoy, il marabutto, è altissimo, le cicatrici delle scarnificazioni rituali gli scendono lungo le guance e il centro esatto del naso; indossa un ndjallaba bianco e un kufi (copricapo) decorato di giallo oro, mette parecchia soggezione. Mi dice che Roma è una città antichissima e che è citata nel Corano. Dunque, cerco di darmi un contegno anch’io.

Accanto a lui siede un anziano da cui non riesco a distogliere lo sguardo. Mi piacerebbe fosse lui a raccontare – semmai un giorno mi dovesse arrivare l’attrezzatura – quando da bambino gli insegnavano a nuotare e lo dovevano legare a un palo, tanto profondo era il lago.

La potenza e il miracolo poetico di questa enorme massa d’acqua in mezzo al deserto, di questo maestoso regalo e premio per chi vive in condizioni estreme, si riflette nel portamento regale di questa gente. E mi viene anche in mente che se si ha la certezza che possa esistere un posto del genere, si ha anche la forza di immaginare luoghi altrettanto miracolosi al di là del Mediterraneo.

Sotto la veranda del marabutto, al fresco delle canne e della paglia intrecciata, i Boudouma sembrano tutti principi in esilio. Prima sconfitti e divisi dalle potenze bianche e ora massacrati o reclutati da un esercito di africani sanguinari e disperati, al soldo di ambiziosi politici nigeriani e di qualche Trust saudita con sede a Londra.

Makaila, che invece è un Kanembou, gente di terraferma, è piccolo e scattante. Dice scherzosamente di essere il presidente dell’associazione dei celibi di Bol; oltre che come “animateur” lavora alla radio comunitaria, che trasmette in diretta in quattro lingue tra le 18 e le 21 in tutta la regione del lago. La stazione radiofonica è composta da due stanze, una “sala” tecnica e una per lo speaker, minuscole e senza aria condizionata, anzi riscaldate ulteriormente dai macchinari di trasmissione. Si parla, interagendo al telefono con gli ascoltatori, di diritti dei minori, di AIDS, di ambiente, o di Tramadol. Il “tradol”, come lo chiamano, è un farmaco oppioide che è stato usato sui pazienti traumatizzati dagli attacchi di Boko Haram. Ne devono essere arrivati dei vagoni perché si è creato fin da subito un mercato clandestino e parecchi hanno cominciato ad abusarne e a diventarne dipendenti. Ora il farmaco è nelle mani di trafficanti che lo importano dall’India per farlo arrivare Lagos e da lì lo distribuiscono alle milizie di Boko Haram. Quello che avanza arriva a Bol.

Ora Makaila siede al centro della stuoia e tiene banco. I principi Boudouma lo ascoltano, intervengono, e in generale si divertono un mondo. Mi dice che con loro fa teatro. Oggi voleva suscitare le loro reazioni sulla condizione della donna durante il Ramadan, quando i maschi non fanno davvero niente e le donne, oltre a digiunare, devono svolgere i ruoli domestici, forse anche più pesanti del solito, visto che i loro uomini arrivano al tramonto nervosissimi e con una fame e una sete belluina. Makaila li provoca: il Corano non centra, dice il marabutto, è la tradizione, è così da sempre…

1 giugno

Lezione di matematica: aula temporanea sull’isola di Iga, sette studenti, tutti maschi.

Il maestro, scelto e spedito qui dal ministero dell’istruzione, non parla boudouma. Gli alunni non parlano né arabo chadiano né francese.

Il maestro – dopo un’operazione laboriosa di cancellazione eseguita (chissà perché) con del polistirolo espanso – scrive alla lavagna alcune sottrazioni:

26-18=
12-9=
22-13=

Si alza Maek (8 anni), e scrive il risultato:

26-18=3
12-9=2
22-13=2

Il maestro fa rimbalzare nervosamente il gessetto sul palmo della mano.

Dopo un lungo silenzio, Makaila si alza e sottovoce consiglia al maestro di evitare le sottrazioni col riporto. Il maestro scrive,

8-5=
6-3=
5-2=

Si alza Yessin, e scrive:

8-5=1
6-3=1
5-2=2

Makaila allora prende la parola e spiega ai bambini, in boudouma, che cosa vogliano dire i segni + e -. Ora i bambini hanno capito.

Dei 24 alunni che frequentavano la scuola sono rimasti solo questi sette stoici ragazzini. Dopo circa un’ora si presentano due ragazze. Probabilmente qualcuno è andato a chiamarle per fare “numero”, per non preoccupare troppo gli operatori del COOPI.

Siamo arrivati sull’isola di Iga in piroga, io e sei operatori, con i giubbotti di salvataggio arancioni. Ciascuno di loro ha cercato di alleviare le sofferenze pedagogiche del povero maestro. Povero davvero, visto che gli stipendi, quando il governo li paga, sono bassissimi. In più a lui l’hanno mandato a insegnare a Iga, un’isola che ogni mattina deve raggiungere con una piroga a remi facendosi largo tra masse di terra ed erbe galleggianti, dove insegna a studenti che parlano una lingua che lui non conosce.

Dopo avergli fatto firmare alcune carte, gli operatori si infilano i giubbotti ed escono. Li guardo allontanarsi tra le acacie e mi arriva un’immagine da altrove: un gruppo di africani con il salvagente arancione che camminano sulla sabbia…

L’altr’anno al mercato di Iga, si sono fatti esplodere in tre, uccidendo 32 persone; la quarta, una ragazza, non ha premuto il pulsante. E’ stata riportata recentemente nel suo villaggio natale con entrambe le gambe amputate.

3 giugno, domenica, 4 del pomeriggio

Quarantadue gradi. Non c’è elettricità. Ho un ventilatore con una batteria di back up che resiste a bassi giri per qualche ora. Di notte è una salvezza, ma capita che verso le quattro del mattino si esaurisca la carica. Una sveglia inesorabile.

Stamattina hanno caricato un pick up di banchi scolastici di legno chiaro, sono riusciti a impilarne 24. L’auto ha attraversato in equilibrio precario dune e piste tra le acacie. I bambini del villaggio di Katchikitchiri (in kanembou: “sabbie tranquille”) l’hanno accolta correndole dietro ancor prima che entrasse e hanno cominciato entusiasti a scaricare i banchi e a disporli nell’aula in muratura appena costruita. Ora aspettano il maestro, speriamo parli la loro lingua.

L.L. (ha chiesto gentilmente di non fare il suo nome) è esperto di operazioni di polizia transfrontaliera, ha lavorato nella “logistica” in Afghanistan e in Bosnia. Mi chiede se conosco il generale Vincenzo Coppola. Mento, dico di averlo sentito nominare. L.L. comunque è più propenso a parlare che a dubitare della sincerità altrui. Da qualche anno lavora alla base di Bol di SECUTCHAD, un progetto di appoggio alla formazione delle forze di sicurezza chadiane. Un budget di circa 10 milioni di euro su tre anni raccolti da una ONG svizzera e destinati a mettere in sicurezza le frontiere occidentali del Chad. Quattrini della Comunità Europea, rendicontati come cooperazione allo sviluppo: un “aiutiamoli a casa loro” in regime di polizia. Infatti non c’è sviluppo senza sicurezza, dice, mostrandomi sulla carta tutte le zone dove hanno costruito gendarmerie, creato unità nautiche, formato unità nomadi di poliziotti che seguono i transumanti a cavallo di dromedari. Dice che in Chad sono dovuti partire da zero, i poliziotti non hanno armi in dotazione, non esistono commissariati, veicoli. Il prefetto di Bol va in giro su una vecchia ambulanza presa in prestito dall’ospedale, che ora non ne ha più nessuna. La situazione non cambia nei paesi confinanti: che sia la Nigeria, il Niger, il Camerun, o il Chad, le politiche dei rispettivi governi centrali hanno lasciato le regioni del bacino lontane da qualsiasi idea di sviluppo, e per questo, sostiene L.L., quando si parla di terrorismo bisogna stare attenti, le violenze si accompagnano con lo stato di abbandono, si costituiscono improvvisati gruppi armati che approfittano del terrore seminato da Boko Haram. Gli chiedo se lo posso intervistare in video. Mi dice no. Gli chiedo se mi può dare qualche documento informativo di SECUTHCAD: Classificato, mi dice, impossibile. Al contrario, mi stampa un noiosissimo documento dell’ORSTOM (l’Ufficio coloniale francese per la ricerca scientifica e tecnica d’oltremare) del 1962, battuto a macchina, in cui vengono riportate le caratteristiche idrologiche del lago. L’unico dato che mi salta agli occhi è l’intervallo di estensione tra la stagione secca e quella umida. Nel 1962 questa passava dai 15 mila km2 della stagione secca ai 25 mila km2 nella stagione delle piogge (l’equivalente della Sardegna). Oggi i dati idrologici riportano un intervallo tra i 1500 e i 2500km2 (la provincia di Chieti).

L.L. mi vuole dare un’idea più precisa. Mi mostra le immagini satellitari del 1962, del 1973, del 2004, del 2017. Una riduzione del 95%, un lago che si secca, i campi di sfollati che si riempiono. Un problema dice, ci saranno profughi climatici, a milioni. Non lo dice solo lui ma anche la Banca Mondiale: “Internal Climate migrants are rapidly becoming the human face of climate change in Africa” (“i migranti interni per cause climatiche stanno diventando velocemente il volto umano dei cambiamenti climatici”, Groundswell: Preparing for Internal Climate Migration, The World Bank 2018).

L.L. gestisce sul campo questo patrimonio milionario raccolto dalla COGINTA (COGINTA Ong, Riforma della Polizia e Sicurezza Comunitaria) insieme a Didier, l’ingegnere. Didier chiama ironicamente L.L. “maschio dominante”; in effetti quanto militarmente prestante e sicuro di sé è il mio interlocutore tanto l’ingegnere è piccolo e dimesso. Ha una strana capigliatura di ciuffi nerissimi disordinatamente innestati su una chioma bianco giallastra, fatto che inizialmente mi aveva fatto pensare a un parrucchino. Didier ha alle spalle quarant’anni di Africa, dall’ex Zaire al Sud Sudan. Lui e L.L. condividono da tre anni un appartamento all’interno della base del SECUTCHAD; nel frattempo Didier ha progettato e realizzato circa 30 tra gendarmerie e basi operative delle forze speciali. Quasi tutte lungo il fiume Chari, confine con il Camerun, qualcuna sulle isole del lago. La prima cosa che faccio, dice Didier, è un “training” psicologico ai manovali chadiani, bisogna da subito entrare nella loro mentalità e a partire da lì cominciare a pretendere. Se entri col piede giusto ti lavorano anche 15 ore al giorno.

L.L. mi offre gentilmente una visita guidata alla base in costruzione della polizia nautica di Bol. La base è situata all’ingresso del canale che dalle acque aperte del lago (la “”No Man’s Land”, come la chiama L.L.) porta all’ingresso della città. Un nuovissimo battello di alluminio a fondo piatto, radar, e motore Yamaha da 115 cavalli, è ormeggiato a un pontile mobile. L’aria vespertina trasporta una brezza che rinfresca, un pescatore ritorna in piroga, stormi di grandi oche migranti (Plectropterus gambensis) vanno a dormire. È tutto verdissimo.

Questa è una regione dove di continuo si alternano inferno e paradiso: a un bacino in secca, segnato dalle palme morte e da nuvole di calore e polvere bianca accecante, segue la meraviglia dell’acqua. Fuoco e acqua, dolcezza e terrore, Boudouma e Boko Haram, e a presidiare questi confini, operazioni di polizia transfrontaliera.

Continuando lungo il pendio della solitudine, se la strana coppia L.L. e Didier condivide casa e ufficio, Sean è l’unico rimasto nella base in dismissione dei Medici Senza Frontiere. E’ arrivato otto mesi fa che erano in tredici ma via via se ne sono andati tutti. Il Chad non è più una priorità per MSF. Almeno, sicuramente non più come i tre anni passati, anni di emergenza profughi, epidemie e vittime di Boko Haram, pur tuttavia…

Sean è originario di San Francisco ma una volta chiusa la baracca raggiungerà suo fratello in Alaska. Lo capisco. Praticamente, Sean si sta occupando di un grande “garage sale”, ed è buffo che sia proprio un americano a farlo: barba lunga, coda di cavallo e camicia hippy.

Le procedure di sicurezza di MSF sono molto rigorose: non si può andare in giro a piedi, in auto si possono fare solo determinati percorsi e rientrare non dopo le 17, il mercoledì non si può passare davanti al mercato di Bol, dove nel 2015 un attentato suicida ha ucciso 42 persone. In sostanza, sono otto mesi che Sean non lascia la base. Il mio orizzonte, dice, sono queste antenne e il cielo.

La logica di dismissione di una grande base di MSF come quella di Bol consiste nel lasciare il più possibile sul campo: prima le istituzioni, in particolare gli ospedali. All’ospedale di Bol (unico nell’intera regione: due medici, marito e moglie, per 160 mila abitanti), MSF lascia medicinali, apparecchiature da sala operatoria, ecografi portatili, generatori, filtri dell’acqua, estintori, rubinetteria, guarnizioni, raccordi… Per il resto, il lascito prevede una donazione alle ONG presenti nella zona. Queste possono raccattare quello che vogliono, dai duecento rotoli di carta igienica, alla lavatrice, i divani, gli estintori, le taniche del gasolio, un tapis roulant.

I due medici dell’ospedale di Bol sono la dottoressa Achta Madallah e suo marito, il dottor Koulmini Sam. Vengono entrambi dal sud del Chad e si sono conosciuti quando erano compagni di università. Si sono trasferiti a Bol con i loro due figli poco dopo la specializzazione. A quanto mi dicono le regioni a sud di N’Djamena, quelle in cui il clima è più benevolo, sono anche le più progredite. In alcune zone ci sono strade asfaltate e tutti gli indici di sviluppo sono più alti; qui siamo ai margini, dice Achta, le condizioni igienico sanitarie sono ai livelli più bassi del mondo. E siamo a Bol, la città principale della regione, continua, immaginiamoci che cosa succede nelle isole.

Arriva un carretto trainato da un asino. Sul carretto è stato improvvisato un baldacchino e sotto al baldacchino c’è una donna sdraiata, immobile. Arrivano una decina di ragazzi, tutti con indosso un djallaba color sabbia (è l’ora della preghiera), la sollevano e la trasportano al reparto “urgences”. Il carretto se ne va. Koulmini Sam mi dice che la scorsa settimana hanno operato due ragazzi per una perforazione intestinale dovuta alla febbre tifoide e che nel reparto di pediatria hanno trovato tre casi positivi di lebbra (…): anche malattie che si pensavano scomparse, continua, trovano qui il modo di tornare sulla scena. Prima o poi, lui e la moglie se ne andranno, prima o poi decideranno di fare domanda per luoghi dove riusciranno a dormire la notte e dove avranno almeno un giorno di riposo a settimana. Ma se andiamo via noi, dice Achta, siamo sicuri che manderanno qualcuno a sostituirci?

5 giugno

Nguelea è un piccolo e ordinato villaggio di case di argilla e canne a circa metà strada tra Bol e Baga Sola. “Nguele” è un legno duro che si usa per fare le porte. “Nguelea” vuol dire dunque il luogo dove si trova l’Nguele. Andiamo a rendere omaggio allo “chef du canton”, una specie di presidente della provincia. Siamo fortunati, stava per partire per Baga Sola ma ha entrambe le macchine rotte (…). Youssouf  Mamadou Affono ci riceve nella veranda del suo castello d’argilla. E’ vestito con un accecante e sofisticato ndjallaba bianco panna e un turbante dello stesso colore; inforca un paio di occhialetti alla Trotsky e si siede elegantemente su un piccolo trono appoggiando il bastone di legno lucido in grembo. Mentre gli metto il radio microfono sento un profumo di spezie e di pulito. Per terra, sul tappeto, si sistemano una decina di bambini. Mensieur Affono parla perfettamente russo avendo passato cinque anni in Ucraina al tempo in cui Idriss Déby, presidente del Chad al suo quinto mandato (e al netto di un colpo di stato), era amico dei Russi. All’inizio dell’intervista si presenta dicendo i suoi nomi e le sue varie cariche. I bambini applaudono ad ogni pausa. Nguelea è una comunità di contadini Kanembou, dice, anche qui le acque si ritirano e le zone umide adatte all’agricoltura (i polder) si riducono di anno in anno.

Nonostante questo, più tardi, un gruppo di uomini mi mostrerà con orgoglio quello che sono riusciti a tirar fuori dalla terra secca grazie al loro sistema irriguo; qualche peperoncino, cetrioli, zucche e melanzane. Mensieur Affono sintetizza: la riduzione del bacino del lago, l’arrivo di Boko Haram, l’accoglienza degli sfollati, hanno ridotto la comunità in miseria.

6 giugno

Something which we knew must be a dawn –
A different darkness, flowed above the clouds,
And dead ahead we saw, where sky and sea shoud meet,
A line, a white line, a long wite line,
A wall, a barrier, towards which we drove.
(T.S. Eliot, The Waste Land, 74 – 78, della prima stesura)

“Baga Sola” invece significa “tamarindo” (Sola) sulla “sponda” (Baga). Negli anni ’60 Baga Sola era un’isola stagionale dove si fermavano a rifornirsi le grandi piroghe a vela (Kekeye) che trasportavano prodotti agricoli e bestiame verso i porti lacustri della Nigeria (come il porto di Baga Kawa, in Nigeria, che significa “sponda con la roccia”). Ma oggi di acqua a Baga Sola nemmeno l’ombra; in gran quantità invece le ONG e le agenzie delle Nazioni Unite. Baga Sola è stato il primo obiettivo di Boko Haram in territorio chadiano. Il 19 ottobre 2015, due ragazze e tre ragazzi si sono fatti esplodere rispettivamente al mercato del pesce e nel centro di sfollati di Kousseri, alla periferia della cittadina.

La sede dell’UNHCR è una fortezza di qualche ettaro, muri altissimi, torrette di guardia, filo spinato, ecc.: l’alto commissariato gestisce il campo di Dar Es Salam (“luogo di pace”). Da Roma avevo cercato un accesso al campo tramite il personale UNHCR. La prima persona che ho raggiunto al telefono mi ha messo in contatto con un’altra e quest’altra, gentilissima, mi ha a sua volta inoltrato l’email di due responsabili nigerini dell’UNHCR che a loro volta si sarebbero dovuti interessare di farmi avere un contatto in territorio chadiano. La cosa si era arenata in Niger. Una volta a N’Djamena, attraverso una serie di rimpalli, sembrava fossi prossimo ad avere una specie di autorizzazione o quantomeno delle informazioni sulle procedure di accesso. Ma tra il personale in partenza, tra chi non conosceva il territorio e chi stava tornando ma non aveva tempo, alla fine ho mollato. Stamattina ero partito con l’idea di visitare il campo di sfollati di Dar Naim (“luogo di ricchezze”), alla periferia nord di Baga Sola, dove il COOPI fornisce aiuti. E invece dopo due ore di macchina entriamo candidamente nell’ingresso principale di Dar Es Salam. Nemmeno un controllo all’ingresso. Non c’è problema, puoi filmare, dice Makaila. Ecco, appunto, prendo nota della procedura per la prossima volta. Immagino anche che il personale UNHCR abbia le stesse regole di sicurezza di Sean: se ne staranno blindati e climatizzati a gestire una mastodontica burocrazia di aiuti umanitari.

Arrivano quattro rifugiati Fulbe nigeriani. Con l’aiuto del COOPI hanno installato dei pannelli solari sul tetto di una centralina elettrica. I pannelli alimentano una cinquantina di prese sdraiate sul pavimento con le quali la gente del campo può ricaricare i cellulari, pagando l’equivalente di 10 centesimi ai Fulbe. La gente porge il cellulare, riceve un numero seriale su un bigliettino plastificato, e con quel numero d’ordine ritirerà in seguito il cellulare carico. Anche i Fulbe, come le migliaia di rifugiati di Dar Es Salam, scappano dalle violenze di Boko Haram. I loro volti sono un misto particolare di durezza, rabbia e rassegnazione: “Eravamo agricoltori e non abbiamo più la terra, eravamo allevatori e non lo siamo più, eravamo commercianti e non abbiamo più niente da vendere”. L’unica cosa che facciamo è aspettare la distribuzione del cibo a fine mese; portavamo le capre da vendere al mercato di Ngubua ma non abbiamo più capre, arrivano sfollati in massa e non c’è più legna da ardere, niente terra da coltivare. Dunque restiamo qui, e aspettiamo. La paura è sempre con noi, anche quando dormiamo. I pannelli solari ci aiutano perché possiamo attaccare la televisione e guardare le notizie. Prima dovevamo aspettare che qualcuno ce le portasse da N’Djamena”. Abbiamo bisogno di distrazioni…

Ed ecco, di nuovo:

(…) I was neither
Living nor dead, and I knew nothing,
Looking into the heart of light, the silence.
(T.E. Eliot, The Waste Land, 39-41)

Quelli che vengono a ricaricare il telefono sono per lo più ragazzi: maglietta, jeans, ciabatte, annoiatissimi, malnutriti e la testa macchiata da quelle che sembrano le croste della scabbia. Impossibile capire l’estensione del campo, non assomiglia affatto agli agglomerati di tende bianche a cui ci hanno abituati. Qui ci sono capanne improvvisate, alcune hanno il tetto marcato UNHCR, altre sono fatte interamente di canne e foglie di canna intrecciate. Sono disperse nel calore e nella sabbia senza una geografica comprensibile, diluite. A occhio e croce, per i ragazzi in ricarica che ho sotto gli occhi, provare ad attraversarlo questo deserto, potrebbe essere un’alternativa migliore di quella (nessuna) che hanno qui.

Finito di incassare i proventi del loro impianto a energia rinnovabile, i quattro fulbe spariscono nel nulla da cui sono venuti. Mi viene in mente la frase che chiude il bellissimo libro dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (Uomini sotto il sole, 1963):

Perché non avete bussato alle pareti della cisterna? Perché non avete picchiato sulle pareti della cisterna? Perché? Perché? Perché?.

Seina Boukar, il pilota di rally che ci ha portato a Baga Sola senza mai insabbiarci, ha saputo della mia visita al SECUTCHAD. Mi chiede di intercedere per lui presso L.L. Da luglio infatti i progetti del COOPI finiscono quasi tutti contemporaneamente e ancora non possono fare una previsione e un programma di assunzioni. Seina rischia di rimanere senza lavoro: chiamo.

L.L., sempre gentilissimo, mi dice che mi farà sapere domani. Immagino che se lo assumono il nostro pilota ha fatto bingo.

8 giugno

Ngomiromdoumou, Ngomirom Kili, Ngalamia. Queste le tre isole nel lago aperto, la destinazione di oggi. Seguo Thomà, l’ingegnere che deve andare a controllare lo stato delle scuole mobili nelle isole più remote. Partiamo su una piroga motorizzata di 12 metri, a fondo piatto, sulla quale vengono caricati i materiali per le latrine, mobili anche loro. Nella logica dell’emergenza umanitaria tutto deve essere mobile, e quindi, alla fine, deperibile. I soldi per le scuole in muratura riguardano altre linee di finanziamento, probabilmente, mi dico, più difficili da ottenere. Intanto i vertici di USAID portano la discussione al paradosso e si chiedono se sia lecito o meno costruire scuole in muratura sulle isole di un arcipelago considerato dall’UNESCO patrimonio naturale dell’umanità. Non si fa nel Grand Canyon, né accanto al Taj Mahal, per quale motivo si dovrebbe fare qui …?

Andiamo avanti così, tutto temporaneo, meglio di niente.

Le isole sono state e continuano ad essere un obiettivo facile per Boko Haram; il lavoro di SECUTCHAD è ancora agli inizi e metterle in sicurezza sembra comunque impossibile. Navighiamo per tre ore tra piccole, medie e grandi isole, in stretti canali o nelle acque aperte. Tra papiri e altre erbe acquatiche. Vediamo passare piroghe di pescatori, commercianti di legno, famiglie con capre, mandrie di mucche Kouri con le grandi corna che attraversano a nuoto i bracci di lago tra un’isola e l’altra. Le sponde sono verdi e ombreggiate, accoglienti. Ma quando scendiamo per raggiungere i villaggi, situati (per motivi di sicurezza) sempre all’interno, ecco di nuovo il deserto spietato.

Guardando la carta, il tragitto che abbiamo percorso è niente rispetto a quello necessario per raggiungere le isole più remote.

I sat upon the shore
Fishing, with the arid plain behind me
Shall I at least set my lands in order?
(T.S Eliot, The Waste Land, 423-425)

Nei villaggi non c’è traccia di plastica; nei nostri parchi segno di grande civiltà, in questo caso prova della sua estrema lontananza. Tra le canne che delimitano i cortili si intravedono le capanne. L’ingresso dei cortili è protetto da tronchi di palma poggiati su ciocchi a forma di Y. Immagino per tener lontano le mucche scheletriche che pascolano sulle sponde del lago.

A Ngomirom Kili la gente ha provato a resistere a un attacco di Boko Haram. Per ritorsione, gli aggressori hanno sgozzato decine di persone. Il capo villaggio arriva con un ndjallaba lacero e lo sguardo vitreo, entra in una delle aule temporanee e guarda distrattamente la lavagna appoggiata al tendone. Un tempo, dice all’ingegnere, le variazioni del livello del lago ci permettevano di coltivare qualcosa; guarda, ora è tutto secco. Oltre alla scuola bisogna che ci portiate da mangiare.

Quello che rimane della zona umida in cui coltivavano gli abitanti di Ngomirom Kili è adesso invaso dagli arbusti scomposti della Calotropis, l’ultima pianta in ordine di apparizione prima del nulla.

Le ninfe, qui, se ne sono andate da tempo:

The river’s tent is broken: the last fingers of leaf
Clutch and sink into the wet bank. The wind
Crosses the brown land, unheard. The nymphs are departed.
(T.S Eliot, The Waste Land, 172-174)

Che siano agricoltori Kanembou, pescatori Boudouma, pastori Fulbe o nomadi Peul, tutti i miei interlocutori hanno collegato direttamente il prosciugamento del lago all’arrivo di Boko Haram, e,  più in generale, le difficoltà di sopravvivenza all’aumento dei conflitti tra comunità più o meno vicine. Il marabutto del campo di sfollati Koulkine 1 raccontava di quando i diversi villaggi delle isole organizzavano i tornei di lotta tradizionale; si lottava, si festeggiava e si condividevano i grandi pesci del lago, il famelico lolo o il leggendario gigà, così grandi che se li caricavi su un asino la testa e la coda toccavano per terra (probabilmente il tiger fish e l’enorme Heterobranchus). Erano rituali necessari al mantenimento della serenità nell’arcipelago. Oggi sui bassi fondali vivono solo piccole e spinose tilapie, koui (un pesce simile alla sardina) o pesci gatto che stanno nel palmo di una mano, non c’è niente da condividere e quindi da festeggiare.

Quello che vediamo, o che “fa notizia”, è dunque solo la punta dell’iceberg. Il grosso è un proliferare di piccoli e medi conflitti, di “quiete catastrofi”, che avvengono in lembi di terra remoti e che, ogni tanto, come una palla di neve che rotola, si trasformano in tragedie, orchestrate da una mano che sa come gestirli e dirigerli.  Quando sono andato a validare l’autorizzazione per le riprese all’ufficio provinciale di Bol, il responsabile alla sicurezza mi disse: “Boko Haram in Chad non esiste”. Oggi, dopo 14 giorni, non ho più tante ragioni per rimanere stupito da questa affermazione. Esiste solo il fatto incontrovertibile che il lago si sta prosciugando, portandosi via le prospettive (e spesso la vita) di centinaia di migliaia di persone.

E allora, mentre da una parte le agenzie delle Nazioni Unite e, sotto di loro, le organizzazioni non governative, intervengono (attraverso un esercito di giovanissimi espatriati) per evitare il disastro, dall’altra vengono stanziati milioni di euro per mettere in sicurezza le frontiere. Il governo centrale del Chad dà il benvenuto ai nuovi piani di aiuti umanitari mentre altrove si riuniscono complicatissime commissioni multilaterali per stabilire linee guida e quote nazionali di emissioni di gas serra. Qual’è la “visione”? Qual è l’idea? Ce n’è una?

Mentre aspettiamo il capo dell’accampamento dei nomadi Peul, una delle mogli sistema una stuoia intrecciata davanti alla capanna, ci porta dell’acqua per lavarci e ci fa accomodare. Mahamad Abachar arriva di lì a poco a cavallo e tutto allegro si profonde in una serie di entusiastici e squillanti saluti di benvenuto. Poca erba, poco latte – dice. Poca profondità, acqua troppo calda, molte malattie per le vacche. Poca acqua, pochi pascoli e più alto il rischio di raid di Boko Haram o chi per loro. Mahamad ha dovuto rinunciare alla sua natura nomade; a Bol lui e la sua gente si sentono più protetti ma ho l’impressione che quei sorrisi ostentati nascondano un pizzico di disagio.

Una mucca sta morendo; le hanno costruito una tettoia di paglia per renderle meno penosa l’agonia. Un maschio con le corna lunghissime siede poco lontano a vegliarla. Il resto del pascolo è con i bambini sulle rive del lago, oltre le dune. Mahamad dice che tra poco li raggiungerà; le vacche brucano immerse per metà nell’acqua sui blocchi di terra ed erba galleggiante e c’è il rischio che una volta terminato non riescano a risalire sulla terra ferma, e che affoghino.

Makaila mi consiglia di girare la telecamera, sta arrivando un vecchio a cavallo. Il vecchio e Mohamad si salutano: non è bello discutere con il capo, dice il vecchio, ma ho bisogno di 5000 franchi (circa 3 euro). Non c’è problema, risponde Mahamad. Poi non ti disturbo più, continua il vecchio, vedo che hai una visita importante… Hai visto come filma? Alla gente piace filmare i cavalli, soprattutto se, come il mio, sono elegantemente equipaggiati.

Sulle rive del lago, i bambini controllano nove vacche che sembrano galleggiare in un prato; una bambina, la più grande, intreccia foglie di canna. Niente a che vedere con le centinaia e centinaia di capi di bestiame Kouri o zebù che transumano dalle regioni di Kanem o di Barh El Gazel verso il grande lago.  O, come mi racconta Makaila, di quelle dei nomadi arabi che dal Wadai, a est, attraversano il Sahel e scendono verso la Repubblica Centro Africana, sfilando anche 1000 chilometri lungo il confine col Sudan. O ancora, quelle dei nomadi più estremi, i Toubou, i nomadi neri, che dalle pendici del Tibesti portano i loro dromedari nelle regioni del Sahel appena più ospitali. Mi sembra di essere appena agli inizi.

And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not own
And where you are is where you are not.
(T. S. Eliot, East Coker, 1940)

Ringraziamento.
Il terzo angelo di questa storia si chiama Elisabetta, responsabile logistica del COOPI a Bol, che ha reso la mia permanenza “possibile”, non facendomi mai sentire di troppo e mantenendo il sorriso nella solitudine e nella fatica di condizioni di lavoro estreme.

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Traduzioni da T.S. Eliot

Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perduto nella conoscenza?
Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?
(cori da “La Rocca”, 14-16, 1934, a cura di roberto sanesi, mondadori, 1971)

Che sono le radici che si avvinghiano, che rami crescono
Da queste pietrose rovine? Figlio dell’uomo,
tu non puoi dirlo né indovinarlo, perché conosci soltanto
un mucchio di immagini frante, dove il sole batte,
e l’albero morto non dà riparo, né grillo sollievo,
e l’arida pietra non dà suono di acqua.
(Alessandro Serpieri, BUR, 1985)

(…) non ero
né vivo né morto, e non sapevo nulla,
guardando dentro il cuore della luce, il silenzio.

La tenda del fiume è rotta; le ultime dita delle foglie
S’avvinghiano e affondano nell’umida sponda. Il vento
Attraversa la terra bruna, inudito. Le ninfe sono partite.

Noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione

Ma alle mie spalle in una fredda folata io sento
Lo scricchiolare delle ossa, e un ghigno teso da orecchio a orecchio

Cos’è quel suono alto nell’aria
Mormorio di materna lamentazione
Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano
Su pianure sconfinate, incespicando nella terra screpolata
Circondata dal piatto orizzonte soltanto

Dopo l’agonia in luoghi pietrosi
Le grida e i pianti
Prigione e palazzo ed eco

Temi la morte per acqua

Qualcosa che sapevamo dover essere un’alba
Una tenebra differente fluiva sopra le nuvole,
e dritto davanti vedemmo, dove cielo e terra dovrebbero incontrarsi,
una linea, una linea bianca,
un muro, una barriera, verso cui procedevamo.

(…) Non ero
Né vivo né morto, e non sapevo nulla,
guardando dentro il cuore della luce, il silenzio.

Io sedetti sulla riva
A pescare, con l’arida pianura dietro di me
Riuscirò almeno a mettere ordine nelle mie terre?

La tenda del fiume è rotta; le ultime dita delle foglie
S’avvinghiano e affondano nell’umida sponda. Il vento
Attraversa la terra bruna, inudito. Le ninfe sono partite.

E quello che non sai è l’unica cosa che conosci
E quello che hai è ciò che non possiedi
E il posto in cui stai è il luogo in cui non sei

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