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Erling Kagge: Camminare è un gesto sovverisivo

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo. Photo by Tatiana Diakova on Unsplash

di Benedetta Marietti

«Finché non ho avuto una famiglia, non mi sono mai chiesto perché fosse così importante camminare. Invece le mie tre figlie volevano una spiegazione: perché bisogna muoverci su due gambe se si fa prima in macchina? Ho impiegato un anno e mezzo a scrivere questo libro e metà della mia vita a camminare per poter rispondere a questa domanda». Così ci racconta Erling Kagge, esploratore norvegese e primo uomo negli anni Novanta a raggiungere a piedi e senza supporto i “tre poli”: il Polo Nord, il Polo Sud e la cima dell’Everest. Ma anche primo uomo a percorrere il sottosuolo di New York passando per i suoi tunnel fognari, ferroviari e della metropolitana: dal Bronx via Manhattan, Brooklyn e il Queens fino all’oceano Atlantico, un viaggio a piedi nelle viscere urbane.

Dopo aver elogiato il silenzio in un best seller dal titolo omonimo, ora Kagge all’importanza dello spostarsi a piedi in un mondo sempre più frenetico e convulso dedica un libro, in uscita in questi giorni per i tipi di Einaudi Stile Libero (Camminare. Un gesto sovversivo, pp. 144, euro 13, trad. di Sara Culeddu). Per Kagge non è necessario scalare a piedi le montagne più alte del mondo o raggiungere i poli, chiunque può sottrarsi alla tirannia della velocità, anche in città, e trasformare una semplice esperienza in un’avventura magica e indimenticabile. Basta volerlo.

Ma tra i tanti giri a piedi qual è stato il suo preferito? «La mia camminata preferita è sempre quella che farò. Potrebbe essere una passeggiata nei boschi questo pomeriggio o tornare a casa a piedi dall’ufficio domani». Perché camminare – sostiene Kagge – fa bene, al corpo e allo spirito. Chi cammina vive più a lungo e ha una memoria migliore. E soprattutto camminare sviluppa il pensiero: «Le gambe arrivano a pensare prima che lo faccia il nostro cervello perciò è possibile trovare risposte a domande che non sapevamo nemmeno di porci». Come del resto scriveva il grande drammaturgo austriaco Thomas Bernhard nel 1971 in Camminare, un racconto riproposto di recente da Adelphi (pp. 124, euro 13, trad. di Giovanna Agabio): «Nulla è più istruttivo del veder camminare uno che pensa, così come nulla è più istruttivo del veder pensare uno che cammina».

Camminare dà un senso di libertà e dilata ogni attimo: è un’azione lenta e anarchica, soprattutto quando ci si perde e si prende la strada sbagliata. È d’accordo anche Sylvain Tesson, lo scrittore e viaggiatore francese che dopo aver girato il mondo in bicicletta, aver passato sei mesi in una capanna siberiana, sulla sponda del lago Bajkal, in sola compagnia di libri, sigari e vodka, e aver ripercorso la Ritirata dalla Russia di Napoleone a bordo di un sidecar, ha deciso di attraversare la Francia a piedi da sud a nord prendendo solo strade sbagliate: i«sentieri neri, quelli più nascosti, bordati da siepi, tra i rovi del sottobosco, sulle piste tracciate dai solchi delle ruote tra due villaggi abbandonati» (Sentieri neri, Sellerio, pp. 154, euro 15, trad. di Roberta Ferrara, dal 23 aprile). Per Tesson camminare equivale a una cura, è la chiave del suo recupero: «Mia madre era morta piantandoci in asso. Io, ubriaco fradicio, m’ero rotto la testa cadendo da un tetto». Significa ritemprare il fisico e chiudere i conti con il proprio destino, fuggendo da una società globalizzata e ultraconnessa che ha idolatrato la velocità. Dal 24 agosto all’8 novembre 2015 si spinge nella Francia rurale lungo un itinerario tortuoso che lo porta da Mercantour, al confine italo-francese, attraverso la Provenza, il Massiccio Centrale, la Turenna, Mont Saint-Michel per arrivare infine sulle spiagge della Normandia. A fargli da guida le mappe dell’IGN, l’Institut Géographique National, che lo conducono alla scoperta di terre incolte e maggesi e costituiscono «il lasciapassare dei sogni». E se per Erling Kagge, «ogni camminata è stata diversa dalle altre, ma guardandomi indietro posso individuare un tratto comune: il silenzio interiore. Il camminare e il silenzio sono collegati. Il silenzio è astratto, il camminare concreto», anche Tesson ambisce al silenzio: «i sentieri neri fornivano delle vie di fuga: erano luoghi dimenticati dove regnava il silenzio e non si incontrava mai nessuno».

Al camminare e al silenzio ha dedicato un libro anche Nan Shepherd, poetessa e scrittrice, che ha percorso migliaia di chilometri nel corso della sua lunga vita (nacque nel 1893 e morì nel 1981) sull’altopiano dei Cairngorm, la catena montuosa aspra e inospitale delle Highland, nella Scozia nord-orientale. Per lei i Cairngorm, le cui pendici sorgono non lontano dal villaggio di West Cults, dove abitava, erano il cuore della sua terra. Vi andava in ogni stagione, da sola o in compagnia di compagni escursionisti. Come tutti gli amanti della montagna, soffriva di mal d’altitudine se rimaneva troppo a lungo al livello del mare. Quelle esplorazioni a piedi sono state magistralmente raccontate in La montagna vivente (Ponte alle Grazie, in collaborazione con il CAI, pp.176, euro 14, trad. di Carlo Capararo, in uscita il 26 aprile), un capolavoro di scrittura naturalistica composto negli anni della Seconda guerra mondiale e rimasto inedito in Italia fino a oggi. In questo libro (che verrà presentato il 29 aprile al Trento Film Festival), Shepherd, che si autodefinisce «scrutatrice di anfratti», non pone la sua attenzione sulla conquista della vetta bensì, prima di Kagge (che scriverà: «È difficile che si ottenga qualcosa di buono focalizzandosi troppo sulla meta») e prima di Tesson, sulle deviazioni, i sentieri sbagliati, il girovagare senza meta, «semplicemente per stare con la montagna». Shepherd osserva la natura nei dettagli, con una capacità di descrizione che sconfina nel misticismo. Come sostiene Robert MacFarlane, grande saggista e camminatore inglese, nella bella introduzione al libro: «Shepherd guarda sempre dentro il paesaggio dei Cairngorm. Va in montagna non alla ricerca di spazi all’aria aperta ma di vasti interni, di profondi recessi. Ad affascinarla sono i paesaggi nascosti: gli avvallamenti e le spettacolari voragini. Per Shepherd c’è un movimento continuo tra i paesaggi esterni del mondo e i paesaggi interni dello spirito».

È in questa unione tra esterno e interno che per Kagge, Tesson e Shepherd – e per tutti gli altri scrittori camminatori – risiede il senso del camminare. Dice Kagge che «camminare ci ha reso possibile diventare quello che siamo e, se smetteremo di farlo, smetteremo anche di essere noi stessi».

Del resto, «la storia del camminare è la storia di ciascuno di noi», come puntualizza la scrittrice e critica americana Rebecca Solnit nel suoleggendario Storia del camminare, uscito in Italia nel 2002 per Bruno Mondadori, andato presto esaurito e ora di prossima ripubblicazione per Ponte alle Grazie (pp. 418, euro, 19, trad. di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini). E continua: «Camminare è una delle costellazioni del cielo stellato della cultura umana, una costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia e il mondo aperto». Le fa eco Erling Kagge, rispondendo così implicitamente alla domanda delle sue figlie: «Camminare significa vedere sé stessi, amare la terra e lasciare che il corpo si muova al ritmo dell’anima».

Commenti
4 Commenti a “Erling Kagge: Camminare è un gesto sovverisivo”
  1. ho letto la recensione , positiva , del libro su un quotidiano nazionale e mi ha intrigato . Tra l’altro a me piace camminare , sia in città che in campagna o montagna. Penso che comprerò il libro.

  2. Aggiungo che ho letto il libro di Kagge sul “Silenzio” e mi è piaciuto molto.

  3. Anna Maria scrive:

    Amavo camminare e amerei farlo ancora se non fosse per un’amica non cercata, la sclerosi multipla, che abita in me. Non ho ancora letto il libro, ma, dall’anteprima offerta al lettore, sento che si tratta di un libro affascinante. Lo leggerò quanto prima.
    P. S.
    La SM non mi ha ancora vinto e credo non mi vincerà.

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  1. […] poi, sempre come atto leggero, c’è un articolo che parla di un libro che parla di camminare. E dice che camminare è un modo di «trovare risposte a domande che non sapevamo […]



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