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Quando ero ancora immortale – un testo di Christoph Ransmayr

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Pubblichiamo un testo inedito in Italia di Christoph Ransmayr, tra i finalisti quest’anno al premio Bottari Lattes Grinzane nella sezione Il Germoglio. La cerimonia di premiazione si terrà domani al Castello di Grinzane Cavour.

di Christoph Ransmayr

Quando ero ancora immortale e la morte era solo un enigma che riguardava gli altri, ma mai me o i miei fratelli, le mie sorelle, i miei genitori e nessun altro dei miei cari, ma sempre e solo gli altri: vicini di casa, contadini, artigiani del mio paese, che giacevano all’interno delle loro bare con le mani intrecciate, avvolte nei rosari e con uno strano viso cereo, posizionati su un catafalco della cappella del cimitero … Il coro della chiesa cantava ogni volta Più presso a te, Signor, prima che le figure di cera venissero portate alle loro tombe all’ombra della chiesa, in fosse argillose che mi sembravano tunnel o cunicoli verso la via degli abissi del cielo o di quelli dell’inferno…

Quando ero ancora immortale e passavo le mie giornate di bambino analfabeta assorto in giochi fantastici, lontani da tutti gli orari e ordinamenti scolastici e le cui regole solo io potevo conoscere, talvolta anche i pasti diventavano un gioco. Allora sedevo di fronte ad un piatto di porcellana dal bordo dorato e scheggiato, colmo di una zuppa di colore chiaro. Col cucchiaio pescavo i pezzetti della pastina che in un vortice si muovevano intrisi di brodo: graziose lettere di pasta della grandezza di un pisello o di un ribes, che poi ordinavo lungo il bordo del piatto formando colonne semicircolari dai significati più svariati.

Una volta la mia preda quasi smaltata dal grasso della zuppa era diventata una carovana di animali, pronta per salire sull’Arca di Noè. Infatti, anche se lungi dal riuscire a leggere, avevo appreso dai racconti di una domestica, che ogni venerdì, armata di sapone e spazzola, puliva in ginocchio i pavimenti di legno dell’appartamento insieme a mia madre, che il mondo, anche il nostro paese, tutti i paesi, erano stati ripuliti di tutti gli essere umani tramite un’enorme alluvione voluta dalla furia di un Dio onnipotente e che era stato risparmiato solo un uomo di nome Noè. Solo questo Noè aveva creduto ad un monito arrivatogli dal cielo e, senza indugio, aveva costruito un’arca, con la quale riuscì a salvare da quell’apocalisse se stesso e sua moglie e una coppia di animali innocenti di ogni razza.

Per pranzo, a tavola, a cui sedeva sempre anche il figlio invisibile di questo Dio, che controllava tutti i mari e le correnti – Gesù, benedici tutti noi e i doni, che stiamo per ricevere dalla Tua grazia –,  ricordando i racconti del Diluvio Universale della domestica, la O pescata dalla zuppa di lettere poteva diventare una tartaruga o una carpa, la S un serpente, un’anguilla, una lucertola, la W una farfalla e la B un gatto in agguato. Invece un’altra volta quest’alfabeto schierato a battaglia brillava come un esercito di cavalieri in armature di grasso luccicante oppure come un’orda di indiani a caccia, il cui capo tribù, una Q, indossava un pugnale insanguinato nella cintura. Altre volte trasformavo la mia pastina in una schiera di elfi sulla costa del bordo dorato, diretti verso un mare che agitavo con le mie cucchiaiate, pronti ad affrontare la guerra contro i cerchi di grasso che si infrangevano come fossero meduse.

Mia madre, una donna affettuosa, che conosceva favole e canti di secoli fa e che, dopo dolorose delusioni,  cercava la felicità che mancava alla sua vita unicamente nell’educazione dei suoi quattro figli, tollerava, anzi stimolava tutte queste trasformazioni, a patto che non si violasse una legge fondamentale: a prescindere da qualsiasi magia la zuppa non doveva raffreddarsi.  Ogni spesa grande che portava a casa una volta al mese dalla bottega del paese conteneva una nuova confezione in cellofan frusciante piena di letterine, tra le quali a volte vedevo entusiasta anche le larve delle farfalline, inermi vermicelli ciechi, che nel mezzo di innumerevoli lettere non ancora cotte attendevano la loro trasformazione in esseri alati liberi dalla forza di gravità. Per molto tempo mia madre mi lasciò la libertà di rendere quest’alfabeto commestibile e galleggiante un insieme di simboli di tutto ciò che mi passava per la testa in quel momento: una W poteva essere interpretata sia come farfalla svolazzante, sia come un alieno armato di pungiglione dalle profondità del cielo stellato.

Solo a poco a poco e pastina dopo pastina, iniziò a svelarmi come fosse un prezioso segreto riservato solo a pochissimi eletti, sì proprio svelarmi che una O non era solamente una tartaruga e una S un serpente, ma che ogni lettera pescata in quel mare dorato aveva anche un significato, che subito mi sembrava molto modesto, ma che poi andava ben oltre la magia simbolica: era ovvio che tutti quelli che disponevano di una chiave per comprendere questo mistero, non avrebbero solo schierato le letterine pescate con il cucchiaio e depositate sul bordo di porcellana per creare delle colonne di cavalieri o eserciti di elfi, ma parole, nomi e addirittura intere frasi! E quindi tutto ciò che vedevano su questa terra, ciò che sentivano, pensavano o volevano scrivere nella lista dei desideri per Gesù Bambino che avrebbe portato i doni di Natale o per la zia che regalava i cioccolatini, poteva essere trasformato in lingua, in scrittura. Un’unica parola composta da lettere di pastina o d’inchiostro permetteva di portare i pensieri più segreti della propria scrittura non solo oltre i piatti di zuppa e i tavoli da cucina, oltre le montagne, i mari e i continenti, bensì di erigersi al di sopra del tempo e continuare ad essere letto per anni e secoli anche dopo essere tornati privi di voce.

Naturalmente rimasi molto deluso quando di fronte al mio piatto di zuppa appresi che la scrittura non era composta da un unico ma da innumerevoli alfabeti, dei quali ne avrei addirittura scoperti alcuni sullo scaffale dei libri di mio padre (greco e cirillico), come ad esempio le avventure di Ulisse nella versione originale di Omero e gli eroi di Dostoevskij, Gogol, Turgenev o Tolstoj nella loro versione russa che avrebbero invano dovuto attendere (almeno in lingua originale) molto tempo.

Ma sulla mia spiaggia di porcellana almeno appresi a leggere e scrivere nella mia lingua madre: ordinavo le lettere pescate in quell’oceano di zuppa formando sempre nuove parole; provavo uno strano piacere di potere al pensiero che ciò che in alcuni libri di favole era rappresentato come un deserto d’acqua o come qualcosa che durante le tempeste s’innalzava creando scroscianti montagne d’acqua e faceva persino sembrare le isole più grandi e i continenti del frastagliato mondo della biblioteca del paese come zattere, ora, grazie alla scoperta del segreto della scrittura, potessi trasformarlo con quattro lettere di pastina nella parola MARE. Ciò che s’infrangeva sulle coste del mondo reale, era in grado di portare intere flotte navali ed ospitare iceberg e spumeggianti banchi di balene, delfini e pesci volanti e tuttavia, sia che si parlasse o scrivesse di questo regno marino, lo si esprimeva solo con una breve parola di quattro lettere che poteva trovare posto su un’unghia di un dito … E per la magia di questa metamorfosi bastavano solo quelle forze che possedeva ogni persona e che nella sua mente non aspettavano altro se non di essere utilizzate per esprimere il mondo e tutto ciò che non era ancora stato detto.

Ogni qual volta disponessi le lettere sul bordo del piatto formando una frase come NON HO FAME, mia madre, la mia prima maestra, diceva che avevo realizzato un esempio a dimostrazione che l’invenzione più importante dell’umanità non erano state la ruota, la polvere da sparo o il missile, ma la scrittura.

Il fatto che nella parola mare non si potesse annegare, nella parola abisso non si potesse cadere e nella parola ghiaccio non si potesse congelare, donava un tocco strano di tranquillità  alla magia del trasformare qualcosa in lingua, come se con i libri e le altre scritture, rispetto ad ogni altra magia che rendeva invulnerabili e invisibili, ci si potesse armare e preparare meglio ad uscire dalle viscere delle favole e dei racconti per entrare in questo nostro fragoroso e incessante mondo, in cui poter cacciare, amare, costruire città, o fare la guerra. Infatti le parole (e anche questo l’ho appreso sulla spiaggia di porcellana), le parole erano come le persone che parlavano, scrivevano o leggevano: non erano solo buone. Potevano essere come Lucifero,  il Portatore di Luce, che dal cielo era sprofondato nell’oscurità trasformandosi da angelo in Satana.

Più rimanevo seduto e lasciavo talvolta raffreddare la zuppa mentre giocavo pescando la pastina, più i confini del regno della lingua si allontanavano in tutte le direzioni celesti e facevano sembrare sconfinato ciò che era invece raggiungibile con una sola manciata di lettere.

Quando venni a sapere che esisteva una lingua, il greco, in cui il mio nome significava Portatore di Cristo, non ero orgoglioso, bensì preoccupato che anche questo nome, come nel caso di Lucifero, si trasformasse ben presto nel suo contrario e che un giorno potesse significare Portatore del Diavolo, laddove un essere infernale dagli occhi ardenti e lingua penzolante si sarebbe posizionato sulle mie spalle. Ma mia madre disse: dipende da te. Con un cucchiaio di lettere hai in mano la tua vita, il mondo.

Quando mia madre morì, nemmeno a sessant’anni, in una calda giornata d’agosto, esile e fragile tra quegli enormi cuscini, segnata dalle sofferenze e metastasi di una malattia accanita, ed io al suo letto cercavo disperato le parole con cui avrei voluto creare un ponte con la giàlontana, improvvisamente aprì gli occhi, alzò lentamente la mano esausta e posò l’indice sulle sue labbra bianche senza proferire parola: Silenzio. Silenzio. Non parlare. Stai tranquillo. E richiudendo gli occhi, lasciò quel segno sulla bocca, come se nel suo ultimo sogno volesse tornare alla nostra spiaggia di porcellana ricordando al suo studente infatuato dal vortice di lettere che, nonostante tutto lo splendore e la sofisticheria della magia del trasformare qualcosa in lingua e scrittura, ciò che restava, orrido e incomprensibile, perso negli abissi di uno spazio senza confini – era il silenzio.

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Copyright Christoph Ransmayr
Traduzione di Lorenzo Brugo

Photo by Patrick Tomasso on Unsplash

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