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Eros, Thanatos e iOS: il viaggio di Rossari nel cuore della notte

(Foto: Gemma Evans)

Due uomini si incontrano su una corriera, di notte, in un esausto paese tropicale senza nome, mentre sono diretti verso un vulcano da cui si può godere la vista di un’alba struggente, un autentico miracolo della natura, o almeno così promettono le guide turistiche locali. Uno dei due, il più giovane, è in viaggio con la sua ragazza, l’altro – più maturo – è un derelitto all’ultimo stadio, barba incolta, occhiali scuri, viso segnato, un corpo che trasuda alcol e il volto deturpato da una grossa voglia livida che si espande dalla tempia al naso.
L’uomo, un esiliato, perseguitato dai rimorsi, dagli amori perduti, da una vita dissipata nell’alcolismo e in altre forme di dipendenza, inizia a raccontare la sua storia: un unico, lungo, dolcissimo, penoso, ardente sproloquio che riguarda l’amore, la morte, la poesia, la politica, le trappole di questa epoca sciagurata, in poche parole, la vita al tempo presente.
Nel cuore della notte, di Marco Rossari (Einaudi), parla di questo.

Come il console Firmin di Sotto il vulcano, l’opera di Malcom Lowry che fa da nume tutelare a questo romanzo (non a caso tornato da poco in libreria per Feltrinelli in una nuova traduzione firmata dallo stesso Rossari), il protagonista di questo racconto incarna lo sfacelo morale di una stagione. A seguito di un lutto atroce, l’uomo ha perduto Anna, il suo amore, il suo primo amore, la donna con cui aveva creduto di sfuggire alla propria vocazione autodistruttiva. Si è così rifugiato nella rete, dove ha preso a rimorchiare compulsivamente anime solitarie come lui per incontri di sesso occasionale, precipitando in un vortice sempre più incontrollato di abbandono e desolazione.

Ma la vita gli ha riservato una seconda possibilità. Anna torna da lui, ma nel frattempo è diventata una giornalista di successo e sta scalando rapidamente posizioni nel nascente Partito del No (come sosteneva Emily Dickinson, No è la parola più selvaggia che affidiamo al linguaggio) fondato dall’istrionico Vittorio Torchio, una neanche troppo velata allusione al movimento di Grillo.
Insieme ad Anna è tornata anche l’ispirazione, che gli consente di scrivere delle nuove poesie e di pubblicarle per un piccolo ma dignitoso editore. Sono poesie che affrontano principalmente il tema dell’amore, del sesso, del corpo, del desiderio, che pongono al centro la stessa Anna.
Ma il neo-puritanesimo di facciata che guida il Partito del No non perdona Anna, rea di incarnare il ruolo di musa per quello che, secondo loro, più che un poeta, non è che un grottesco erotomane, un pornografo da barzelletta.
E così tutto crolla sotto i colpi dello squadrismo della rete. Anna diventa una delle tante vittime di quella triviale ondata tellurica che nel web di oggi, in poche ore, è capace di distruggere persone, reputazioni e carriere.

In questa storia che affronta alcuni temi urgenti del presente, come le gogne mediatiche, il vampirismo politico, il pilatesco puritanesimo che assolve e condanna senza appello, Rossari infila di traverso, come una coltellata, una domanda spiazzante e anacronistica, e forse per questo assolutamente doverosa: che posto ha la poesia in questo tempo osceno?

Inizia definendo la poesia stessa, e lo fa richiamando un’immagine, l’unica esistente, che ritrae Emily Dickinson. Un dagherrotipo in cui appare un mazzo di fiori sfocato. Il motivo della sfocatura è il tempo di esposizione che allora era richiesto per incidere la lastra fotografica. Bisognava restare immobili davanti all’obiettivo, tuttavia – scrive Rossari – “Emily Dickinson in quel momento ha fatto oscillare il mazzo di fiori che aveva in mano e il mazzo di fiori è venuto sfocato. ‘Quella’ era la poesia”. Dunque niente di salvifico, come si sente spesso a proposito della poesia, (“Hai presente quelli che dicono: la poesia mi ha salvato la vita? Ecco, a me l’ha rovinata”), ma piuttosto un errore, una svista, il tremore di un momento che restituisce la bellezza più sfuggente e taciuta del creato.

Marco Rossari si rifà a un’epica discendenza letteraria di matrice nord-americana: quella che comprende autori come Hubert Selby Jr, John O’Brien, Andre Dubus II, e che ha messo in scena disgraziati ma indimenticabili antieroi da bar. Una rarità nel panorama editoriale italiano. Perciò questa storia non poteva che essere raccontata su una corriera impantanata nel traffico eterno, sedimentato, decomposto, di una terra innominabile assalita dall’afa e dalla miseria, ossia quanto di più lontano dai giornali online, dalle interfacce dei social network, dal mondo del web in cui si consumano le nostre giornate. Un compito arduo, e tuttavia in questo caso riuscito: reggere sulla pagina il doppio registro, raccontare la vita che passa nel web con gli strumenti della letteratura odierna – un’impresa che riesce ancora di rado agli autori contemporanei – e al contempo planare in territori esotici che sembrano appartenere più al romanzo d’avventura ottocentesco. Articoli online, commenti, haters, chat, “morte, sesso, silicio, circuiti, umori: Eros, Thanatos e iOS”, quadri affollatissimi del presente, nuovi luoghi narrativi che si compenetrano con il più antico di tutti, il racconto orale, il flusso di coscienza, il tormento inarrestabile di un uomo all’ultimo grado della costernazione.

Tolstoj diceva che “per vivere con onore bisogna struggersi, battersi, sbagliare e ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente”. I personaggi di Rossari riescono a fare a meno dell’onore, lasciando intatto tutto il resto.

È nato a Roma quando c’erano gli anni di piombo. Ha pubblicato monografie su Caravaggio e su Van Gogh, il saggio sulla povertà 10 modi per imparare a essere poveri ma felici (Laurana, 2012) e i romanzi La misura del danno (Fernandel, 2013) e Anni luce (add editore, 2018).
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