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Esercizi d’immaginazione con Giulio Milani

Pubblichiamo un’intervista di Pierfrancesco Matarazzo a Giulio Milani, editore di Transeuropa.

di Pierfrancesco Matarazzo

Quando si parla di librerie online, il pensiero corre a nomi come ISB o Amazon. Certo, sono fra i più noti e utilizzati, ma nell’intricata foresta dell’e-commerce librario italiano, è spuntato da un paio d’anni qualcosa di “strano”, che potrebbe essere, addirittura, qualcosa di nuovo e perché no, di utile, per i lettori stavolta.

Parliamo di ISBF (Internet Slow Book Farm), una libreria specializzata nell’editoria della ricerca e di proposta nata nell’orbita dei tanti progetti Transeuropa, che ha un occhio di riguardo per la piccola e media editoria di qualità. Qualità, parola abusata eppure spesso dimenticata all’atto pratico dagli editori, quando decidono, tutti insieme, di pubblicare circa 60.000 libri all’anno, intasando la memoria, sempre più sotto pressione, dei lettori italiani con uno tsunami di autori che cercano l’occasione e sorprendentemente ancora la visibilità in un mondo fatto sempre più di piccoli numeri.

Pochi, sempre meno, i lettori forti (ossia chi legge almeno un libro al mese), e in diminuzione i lettori occasionali, nonostante una corsa continua al best seller di genere da parte dei grandi marchi, capace “magicamente” di generare nuovi lettori. Un settore in crisi, quello dell’editoria, con dati sconfortanti sulle vendite nel primo trimestre del 2012. Non c’è mercato, i clienti si stanno autodistruggendo (delusi da prodotti così generalisti e trasversali da diventare invisibili), con il governo e la politica girati a fissare ben altri e altrettanto sconfortanti panorami. E allora perché tutti questi scrittori? Perché tanto desiderio di esprimersi con la parola scritta, se non si è disposti ad ascoltare l’espressione altrui neanche in forme più immediate e corali, come la parola? E perché l’esigenza di creare nuove vetrine di questo bisogno?

Giriamo subito queste prime domande a Giulio Milani, direttore responsabile di Transeuropa edizioni, nonché direttore e creatore del progetto ISBF.

Tutta questa offerta non rischia di confondere a tal punto il lettore da distruggere la bibliodiversità di cui gli editori si ergono a difensori?

Dice bene quanto pone in premessa: l’iperproduzione è uno dei problemi con cui l’editoria deve fare i conti. La causa di questa iperproduzione non sta tanto (o non sta solo) nella presenza di moltissimi scriventi – d’altra parte questa è l’epoca della comunicazione di massa – quanto nella struttura dei modi della distribuzione su cui si plasmano anche i modi della produzione: la grande distribuzione organizzata (GDO) prevede di raggiungere il maggior numero di punti vendita per vendere il maggior numero di esemplari dello stesso prodotto al minor prezzo. Questo impianto “ecumenico”, ovviamente, si paga in termini di qualità: il prodotto dovrà omologarsi secondo lo standard del più vendibile, che corrisponde alla sequela del più venduto. La GDO da questo punto di vista chiede all’editore di produrre il libro che vende, che ha funzionato, determinando un’omologazione epigonale della produzione.

Se poi si pensa che nel nostro paese i maggiori gruppi distributivi e i maggiori gruppi editoriali spesse volte coincidono, costituendo un oligopolio di concentrazioni verticali e orizzontali che rappresenta il 91% dell’offerta libraria, si comprende come mai lo spazio per la produzione indipendente, per la produzione non omologata, per la produzione di ricerca, così come quello delle librerie indipendenti, sia ormai ridotto a numeri da riserva indiana.

Se la situazione non dovesse modificarsi, è facile prevedere la pressoché totale scomparsa della piccola e media editoria di qualità, così come delle librerie indipendenti, dentro un processo (conflittuale) di unificazione dei grossi gruppi editoriali e distributivi allo scopo di difendersi dai giganti dell’editoria – cartacea e oggi anche digitale – emergenti a livello internazionale (Amazon e Google in testa).

Lei ha più volte insistito sul tema della qualità, percorrendo strade inconsuete nell’attuale panorama editoriale, come quella della decrescita. “Meno titoli ma di maggiore qualità”. Può essere una soluzione economicamente sostenibile? In molti ritengono che il rischio sarebbe elevatissimo per l’editore, soprattutto per quelli di dimensioni ridotte, strozzati dalle logiche della distribuzione. È davvero così? Perché allora anche i grandi editori sembrano puntare sulla quantità?

Gli editori di dimensioni ridotte dovrebbero proprio ragionare, magari insieme alle librerie indipendenti e in modo coordinato, sulla possibilità di uscire dal circuito della GDO libraria. Ne guadagnerebbero tutti in termini di qualità della produzione, di diminuzione dell’esposizione debitoria e del rischio d’impresa, in termini di libertà di ricerca e forse perfino in termini di visibilità. Che senso ha, infatti, insistere nel voler occupare spazi sempre più ridotti, spazi sempre più presidiati dagli oligopoli, spazi che portano il piccolo editore al di là dei propri limiti e dunque della propria autenticità?

Sopra ho spiegato quali sono i motivi che portano i grandi gruppi editoriali e distributivi del nostro paese (che poi sono quattro: Mondadori, RCS, Gruppo Gems e Feltrinelli) a puntare sulla quantità: è una questione di struttura, difficile da riformare. Si possono pensare a dei correttivi, come ha provato a fare la legge Levi sulla limitazione degli sconti, ma se la struttura è quella che ho indicato ritengo difficile che possa prodursi un cambiamento effettivo. Penso che le maggiori novità si produrranno in conseguenza del cambiamento della struttura distributiva determinata dall’avvento degli ebook, una rivoluzione capace “sulla carta” di mettere in crisi l’intero settore editoriale per come lo conosciamo. Da questo punto di vista perfino i giganti dell’editoria italiana mi appaiono come dei nani da giardino un po’ obsoleti. Mentre si aprono qui nuove possibilità anche per i piccoli editori pionieri del digitale.

 ISBF ha fatto da tramite a un accordo fra alcuni marchi editoriali indipendenti (minimum fax, Keller, Laurana, solo per citarne alcuni) e le librerie Coop, per proporre ai lettori titoli con un “bollino qualità” assegnato da ISBF, basandosi sulle classifiche Dedalus/Pordenonelegge. Ci spiega come funzionerà questa assegnazione e quali i reali vantaggi per il lettore?

Tutto ha avuto inizio con le Classifiche di qualità ideate dai critici Alberto Casadei, Andrea Cortellessa e Guido Mazzoni. Prima 200, poi 400 “grandi lettori” – scelti tra poeti, scrittori, editor, giornaalisti, critici – stabiliscono ogni due tre mesi la classifica delle migliori novità tra poesia, romanzo, saggistica e altre scritture, secondo un criterio di qualità “pattizia”, ovvero determinato sulla base di quanto emerge dalle votazioni del “gruppo di pari”, allo stesso modo in cui in America si attribuiscono gli Oscar del cinema. È una pratica perfettibile, ma mi appare senz’altro migliore di quella dettata dalla vendita del maggior numero di pezzi.

Grazie alle segnalazioni delle Classifiche e in seguito a quelle della rubrica Scaffali nascosti di Andrea Gentile su Nazione indiana, dal 2010 abbiamo raccolto nella vetrina virtuale del farm market di ISBF una selezione di editori via via crescente, aggiungendo come criterio quello di non praticare l’editoria a pagamento (specie nell’ambito della narrativa).

Nel 2011 ho contattato il responsabile delle Librerie Coop Fabrizio Lombardo, l’unico che abbia proposto i libri delle Classifiche nelle librerie di catena del gruppo Coop, ed è nato il progetto dello scaffale della bibliodiversità. Abbiamo selezionato una quindicina di editori, con cui ci siamo coordinati per individuare i primi titoli della proposta.

Si tratta di un circuito promozionale che vedrà la collocazizone di questi titoli alle casse e in vetrina, oltre a un “bollino” di segnalazione all’interno degli scaffali della libreria. Per me è un primo passo verso la creazione di circuito capace di aumentare la visibilità, la longevità e la redditività di libri di cui normalmente ignoriamo perfino l’esistenza.

In una sua recente intervista ha introdotto il concetto di “bioeditoria”, partendo dalla costituzione di un sistema di garanzia partecipativa, costituito da editori, lettori e esperti del settore per la promozione delle buone pratiche editoriali. Si comincia forse ad avvertire l’esigenza di un rinnovamento in editoria come sta avvenendo in politica? Avremo degli esiti migliori?

Siamo in anni difficili, anni di crisi, ma proprio in questi periodi si possono sperimentare e alle volte consolidare strumenti, strutture, pratiche alternative. La tecnologia ci mette alla prova, da una parte ci aiuta e dall’altra ci sottopone nuovi problemi. In questo senso non sono né ottimista né pessimista: penso che il bene e il male cresceranno in modo proporzionato, come sempre.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Può anticiparci qualcosa?

Sto lavorando a un progetto molto ambizioso: aprire una scuola libertaria dove iscrivere le mie bambine.

E ora una domanda da lettore. Si sbilancia e ci dice qual è stato il libro che ha amato di più nel 2011 (non fra quelli pubblicati da Transeuropa) e di quale genere letterario pensa si senta maggiormente la necessita oggi?

Il libro che ho amato di più è Chronic city di Jonathan Lethem, edito dal Saggiatore e tradotto in modo superbo da Gianni Pannofino. Un vero capolavoro nascosto. Appartiene a un genere letterario ibrido, che chiamerei “apocalittico”. A metà tra Philip Dick e Heidegger, tra letteratura americana pop e letteratura europea di stampo esistenzialista. Questo è un genere che mi piacerebbe venisse più frequentato anche dai nostri romanzieri. Che io sappia, in Italia ci ritrovo Laura Pugno e Giorgio Vasta.

Transeuropa è fra le poche case editrici che ha investito sulla poesia. Mi fa piacere ricordare l’ultima raccolta di Franco Arminio o gli inediti di Faulkner che attendo con curiosità. Come si riesce a acquisire lettori in questo settore?

Acquistare lettori in questo settore è molto difficile, forse impossibile. Pare proprio che la poesia da noi abbia un mercato ridottissimo, diciamo pressoché inesistente. Noi cerchiamo di puntare sulla selezione degli autori, svolta egregiamente dal comitato allargato della nostra collana Nuova Poetica, un comitato attraversato da due tendenze opposte, una più classicista e una più sperimentale. E per gli stranieri fa la differenza anche il valore di chi traduce. Comunque è vero che andiamo avanti con le pubblicazioni in spirito di mecenatismo: c’è dietro tanto lavoro benevolo da parte di tutti.

La ringrazio per il tempo dedicato ai nostri lettori e le faccio i nostri in bocca al lupo, di qualità, s’intende.

Pierfrancesco Matarazzo è scrittore, lettore e osservatore curioso delle ossessioni dell’uomo contemporaneo. Si ferma spesso ad ascoltare persone sconosciute che parlano fra loro. Avete presente lo strano personaggio con il taccuino seduto al tavolo vicino al vostro?

Cura diverse rubriche, interviste e articoli per lit-blog e riviste letterarie come Sul Romanzo, Flanerì, minima&moralia e Orlandoesplorazioni.
Ha creato imago2.0, blog per generatori di immaginazione, inventori di storie e lettori onnivori.
È autore di opere di poesia e narrativa: la raccolta di racconti Il Corpo, da cui è stato realizzato un adattamento teatrale, e il romanzo La certezza del dubbio.

Commenti
Un commento a “Esercizi d’immaginazione con Giulio Milani”
  1. davide calzolari scrive:

    ..so che non bisognerebbe sempre criticare tutto,però in italia,a livello culturale,c’è un problema:quello di voler sempre fare tutto!

    e giu poesia,giu ebook,giu considerazione globali,etc,etc

    non so,un consiglio semplice:e fare libri,possibilmente romanzi,con una marcia in piu ,no eh?perchè come consiglio è semplice ma metterlo in pratica è tutt’ altro che semplice

    e parliamoci chiaro,oltre al borsello vuoto di tanti italiani,se la gente entra poco in libreria ,la causa è anche la “fraktion” molto bassa di libri belli belli usciti sopratutto in italiano,nel corso degli anni,la gente che legge ,una qualche memoria,la ha

    non solo si devon cercare nuovi talenti,ma a quelli”medi”o “vecchi” di talenti,o simil tali,sarebbe anche il caso di dire che far sempre roba cervellotica ed anodina tirandosela da maitre a penser,non agevola le vendite,da qui a dire di copiare danielle steele ce ne corre,ovviamente

    parlo degli autori,di alcuni almeno,non degli editori,che poveracci,della passione ne hanno,ma credo abbiano poco il polso del mercato,non di quello popolare,ma proprio di quello medio e alto

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