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Esorcismi. Intervista a Federica Di Giacomo, regista di “Liberami”

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di Orazio Labbate

Liberami, docufilm della regista Federica Di Giacomo, è stato premiato come migliore pellicola nella sezione Orizzonti, alla 73^ mostra del cinema di Venezia; tratta della questione esorcistica in Sicilia, documentata con riprese dal vivo.

L’opera segue le vicende del famoso esorcista palermitano Padre Cataldo, e dei suoi esorcizzati, nonché del suo gruppo di fedeli. La pellicola fa del Male una grande domanda umana che raccoglie due vie interpretative: nasce da un disagio spirituale enfatizzato, oppure proviene da qualcosa di soprannaturale? Liberami pare partorito da uno dei romanzi di Flannery O’Connor, e sembra, inoltre, ricordare quella sacralità del dubbio fideistico che descrive W. Peter. Blatty ne L’esorcista.

Qual è l’esigenza che ti ha portato a realizzare Liberami?

L’esigenza è basata sul confronto con un rito che ha difficoltà di rappresentazione; l’esorcismo, infatti, non era mai stato rappresentato da un documentario che diventasse racconto. La mia allora è stata una sfida di rappresentazione. L’obiettivo era quello di provare a trasformare simboli – l’esorcismo contiene “entità” come Gesù, Satana ecc – in qualcosa di raccontabile nei suoi lati più umani.

Quali difficoltà hai affrontato perché potessi penetrare nei luoghi del film e riprendere posseduti e fedeli?

L’assenso alla riprese è avvenuto nella rispettosa congiunzione di intenti diversi. Da una parte, i sacerdoti volevano far conoscere quello che fanno, e così cercare d’uscire dallo stereotipo; raggiungere, dunque, il supporto della comunità, mostrare le sofferenze del rito. Dall’altra, la difficoltà riguardava i fedeli che hanno accettato di farsi riprendere poiché significava penetrare in un loro percorso di ricerca, in una loro causa di sofferenza. Significava però, in questo modo, aiutarli. Il nostro proposito era allora quello di rappresentare tutto questo. Gli intenti – tra le diverse parti – si univano in modo trasparente, ognuno  riconosciuto per quello che era.

Il tempo delle riprese?

Circa tre anni. Inizio 2013, fino a febbraio 2016. Anche quando non disponevo della troupe mi recavo da sola nei luoghi. Ero solo io, in quei casi, la base filmante.

A proposito del rito esorcistico, affrontarlo prevede, secondo me, una coscienzosa trilateralità interpretativa di studio, di tre elementi: scientifico, religioso (soprannaturale), e antropologico,  Quali dei tre ha più ispirato il tuo lavoro? E durante l’atto delle riprese quale hai più scorto?

La mia è innanzitutto un’indagine cinematografica. Questi tre elementi fanno parte della nostra cultura; nel momento in cui assisti a un rito del genere e ti trovi prossimo a queste manifestazioni essi scorrono per forza nella tua mente. Ci sono momenti in cui la tua esperienza di essere umano ti fa ricordare molti aspetti della religione cattolica, ti fa riscoprire aspetti della religiosità, ti fa rispettare i credenti. C’è però anche un aspetto razionale-cartesiano che influisce e ti conduce a cercare le cause. La ragione antropologica ti porta ad allargare la visione verso la cultura. Tutto ciò è funzionale alla regia cinematografica, alla visione cinematografica che ti spinge a conferire più enfasi a certi momenti che ad altri. Anche l’inquadatura in modo inconscio riflette soprattutto quello che tu vuoi trasmettere grazie alle percezioni di quel tempo.  Per esempio, quando ho condotto il direttore della fotografia all’interno della chiesa, per lui era estremamente spontaneo muoversi verso la persona posseduta. È come portare un bambino in un parco giochi. Una persona che fa questo lavoro è attratta dal fenomeno esorcistico, dall’adrenalina che esso sprigiona.

Io ho avuto il compito di tenere la troupe un po’ più distante senza però far diventare loro troppo distanti. Lì, l’equilibrio da mantenere, era molto labile. È una cosa che scegli con la pancia; la scelta di sapere il momento in cui l’ironia doveva venire da loro e non da noi. Il momento in cui la sofferenza poteva diventare fotografia. Questi elementi convergono in un mio modo di raccontare:  nella tragedia c’è sempre la commedia.

Che cosa può rappresentare Padre Cataldo (una sorta di protagonista della pellicola, n.d.r)? Oltre a essere un esorcista, è soprattutto una sorta di padre spirituale…

Rappresenta soprattutto la grande capacità dell’essere umano di appassionarsi a qualcosa, e dedicarsi completamente a qualcuno. Quello che mi ha più impressionato è stata la sua infinita disponibilità. All’interno del suo dogma, a 77 anni, si dedica ancora, senza risparmiarsi, agli altri. Questo suo lato umano mi ha fatto avvicinare a lui; questa sua capacità di accoglienza lo rendeva un personaggio cinematografico perfetto perché incarnava il “prete di trincea” con le sue armi, con le sue convinzioni, con la sua formazione (cresciuto e nato in convento). Padre Cataldo ha sviluppato una forte capacità di accoglienza psicologica nei confronti dei fedeli. La sua passione gli dà uno scopo di vita che lo allontana dalla stessa depressione; è un personaggio umano che rappresenta una capacità umana che non ha a che fare con la questione religiosa.

Aggiungo, la ritualità che ho raccontato diventa una cosa domestica durante le riprese; in qualche modo viene profanata. Una persona come Padre Cataldo però comprendeva questo contesto umano – domestico – fino a vederne i limiti, non perché non credeva nel rito, ma perché lo contestualizzava. Era troppo facile trovare un prete che non ci credeva e buttarla tutta sulla demistificazione, sull’essenza stessa dell’esorcismo, sarebbe stata la via meno interessante. Il film dunque rispecchia quelle molte persone che vogliono crederci e che in qualche modo vogliono essere aiutate.

Qual è l’obiettivo di Liberami? Cosa vuole lasciare allo spettatore nel momento in cui dovrà – perché fa ciò con grande letteratura cinematografica – porsi questioni a pellicola ultimata?

Spero che non ci sia nessuna morale. Non sopporto la morale. Mi auguro che dal film emerga soprattutto la comprensione della capacità dell’essere umano di rendere tutto umano. Qualsiasi cosa viene ricomposta in un ordine umano, dentro una sua logica sensata: questa per me è una morale. Chiunque riesca a passare attraverso mondi lontani dal proprio mondo può trovare una propria strategia di sopravvivenza che gli serve per andare avanti. La mia è una visione umanistica della faccenda.

Credi che l’atto esorcistico serva, in effetti, a liberare un essere umano dalla possessione demoniaca?

Credo che nelle culture in cui il disagio viene associato alla possessione demoniaca – in certe culture il disagio è legato a Satana, in altre a diversi Demoni – l’atto esorcistico abbia effetto. E’ chiaro che ciò funziona in un tipo di rito in cui c’è un’Autorità religiosa che fronteggia il protagonista di questa possessione. In questo senso, il rito, è molto antropologico; appartiene alla pratica psicologica, ma anche a quella psicoanalitica. Appartiene a tante forme di cure. Per esempio, nel momento in cui l’antagonista è Satana è necessaria l’autorità del prete del rito corrispondente… In definitiva, l’atto esorcistico dipende dal contesto, dal dolore, e dalla cultura.

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