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Esordi con animali

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Pubblichiamo di seguito tre recensioni scritte da Giorgio Vasta su tre libri di scrittori esordienti italiani usciti tra il 2014 e il 2015, romanzi che possiedono un tratto comune: l’umano è messo allo specchio della fenomenologia animale. I libri in questione sono Un giorno per disfare di Raffaele Riba (66thand2nd), Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (nottetempo) e Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunué). La prima recensione è inedita, le altre due sono uscite sul Venerdì. Nella foto, un’opera dell’artista californiana Crystal Morey (fonte immagine).

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In un passaggio di Mon Oncle d’Amérique Alain Resnais alterna le immagini di una crisi domestica tra marito e moglie con la stessa situazione riletta in chiave etologica: ci sono ancora il marito e la moglie ma al posto delle loro teste umane sono comparse quelle bianche di due topolini da laboratorio. Lo scontro è il medesimo ma il senso che ne discende è molto diverso. L’intenzione di Resnais – che basò il suo film sull’Elogio della fuga del biologo del comportamento Henri Laborit – non è di ridurre tout court l’umano alla dimensione animale, ma di evidenziarne l’inquietante ambigua prossimità.

Un giorno per disfare, romanzo d’esordio di Raffaele Riba (66thand2nd), nel muovere da un presupposto analogo sceglie di esplorare il groviglio in cui umano e animale si compenetrano. Fin da una delle prime scene in cui Matteo Danza, il dottorando in etologia protagonista del romanzo, si ritrova da bambino a ispezionare l’interno di una lucertola, comprendiamo che a ossessionarlo è e sarà sempre il proiettarsi delle vicende umane nello specchio opaco della vita animale.

Tutt’altro che manifestarsi in forme esibite, la sua ossessione appare mite e lenta, un basso continuo che si esprimerà platealmente in un’unica circostanza che Riba colloca all’inizio del libro e da cui si sviluppa l’intera narrazione: lasciata l’università e trovato lavoro come animatore presso Disneyland Paris, Matteo si sfila la testa da Pluto (cosicché, in modo simile e contrario a quanto accade in Resnais, dalla morfologia animale affiora l’umano), libera una mano dal guanto di peluche, si versa addosso la benzina e si dà fuoco. Al suo tentato suicidio assiste un giornalista di «Le Monde», Jacques Vian, che percependo Matteo come un enigma ne farà da quel momento il suo oggetto d’indagine. Attraverso i quaderni del ragazzo, Jacques – alle prese con il Parkinson che lo stringe d’assedio – ne ricostruisce l’itinerario, dalla famiglia d’origine agli studi ai legami sentimentali, o meglio a un progressivo dissolversi di ogni legame.

Nei quaderni sono presenti anche le pagine di un Breve aggiornamento sull’umanità, uno zibaldone al quale Matteo lavora da tempo e che già dal titolo suggerisce un’ulteriore prospettiva. Sembra infatti che aggiornare ciò che possiamo adesso intendere non semplicemente per umanità bensì per umano, comprenderne l’irriducibilità alle letture che fin qui le diverse tradizioni culturali hanno dato per buone, sia ciò che sta a cuore a diversi autori (pensiamo almeno a un altro romanzo italiano, pubblicato contemporaneamente a quello di Riba, Quando eravamo prede di Carlo D’Amicis, dove ancora una volta l’umano usa l’involucro bestiale per proteggersi e per nascondersi, ma forse, più precisamente, per confondersi, per far smarrire le proprie tracce, per riformularsi).

Ciò che di Un giorno per disfare colpisce è la capacità di Riba di far coincidere il suo ripensamento dell’umano con una malinconia definitiva. In questo romanzo ogni elemento, dallo stile concentratissimo alla forma delle scene, descrive in che modo ogni vita si costruisca (o meglio si disfi) attraverso mancanze e dispiaceri, trasformandosi in una sequenza di eventi che non sono accaduti, di amarezze trattenute e di nostalgie sempre più sospese e inconsapevoli. Nel corpo in fiamme di Matteo Danza brucia qualcosa di simile a un presentimento che, incapace di tradursi in azioni efficaci, si risolve poco a poco in rimpianto. In ciò che poteva essere e non è stato si condensa il mistero dell’umano. Di qualcosa, cioè, che per quanto venga aggiornato permane fisiologicamente indefinibile.

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Francesco Colloneve non è semplicemente un imbalsamatore di animali. La tassidermia – prevedendo tecniche, cura ed esattezza, nonché scrupoli etici ed estetici – è per lui una visione del mondo. La procedura è intrinsecamente definita: sottrarre il dentro, nucleo e midollo, così da preservare l’involucro impedendo che il tempo corrompa la materia. Altrettanto chiaro è l’obiettivo: far sembrare ciò che è morto ancora vivo; in altri termini i cosiddetti «preparati montati», siano essi una lepre, un corvo o addirittura una farfalla, devono assolvere a due funzioni fondamentali: «la recita del vivo e la figura del lutto».

Il protagonista-narratore di Il grande animale – l’esordio letterario di Gabriele Di Fronzo, appena edito da nottetempo – racconta se stesso e il proprio lavoro attraverso una voce al contempo storta e formulare, perturbante proprio in misura della sua meticolosità. Analogamente al Mr. Stevens di Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, il maggiordomo che intende lo stare al mondo, già a partire dal modo di esprimersi, come un rituale ipercodificato al quale è indispensabile attenersi, per Francesco Colloneve raccontare vuol dire conferire ordine alle cose e, una frase dopo l’altra, provare a tenere sotto controllo la bestia indocile della realtà. Fino alla morte del padre – un uomo dalle rabbie plateali che la malattia ha reso mitemente comico –, quando Francesco dovrà inventarsi una maniera, privatissima e coerente con le sue peculiarità, di dare forma al suo cordoglio.

Unico per immaginario narrativo e per il vigore nervoso della lingua, Il grande animale è la storia di un apprendistato, non metaforico ma radicalmente materiale, al lutto: il racconto di come in realtà, nonostante tutti i nostri tentativi di colmare la mancanza con un senso, il vuoto generato da una fine è l’unico luogo che ci è dato abitare.

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Dalle rovine – l’esordio letterario di Luciano Funetta, appena pubblicato da Tunué – rende chiaro fin dal titolo che un romanzo è soprattutto la fabbricazione di un punto di vista. Qualcosa tra la specola e il microscopio, uno strumento ottico calibrato che serve a inventare una particolare percezione delle cose.

Attraverso la storia di Rivera – non semplicemente un allevatore di serpenti ma qualcuno che ai rettili ha scelto di dedicare l’intera esistenza – e di una teoria di figure che poco per volta introducono il protagonista nel mondo perturbante della pornografia d’arte e degli snuff movie, Funetta fa del suo romanzo qualcosa di simile a una caduta, dunque a un’esperienza a cui non è possibile sottrarsi perché per certi personaggi il collasso non è un rischio o una scelta ma l’unico destino contemplabile.

A partire dalla città immaginaria di Fortezza, transitando per Barcellona e alludendo alle passate atrocità dell’Europa balcanica e dell’America Latina, e in un tempo che pur essendo quello che chiamiamo presente contiene al suo interno qualcosa di primordiale, Rivera – il santo che incanta il male e lo addomestica – compie un itinerario in cui, accuratamente abrasi i tradizionali punti di riferimento tramite cui ci orientiamo in una storia, l’«orrore» (quello che per il Kurtz di Cuore di tenebra è una forma di conoscenza) è riconosciuto come normale e necessario.

Mescolando umano e animale, solitudini e moltitudini, la messinscena del sesso e della morte, e usando come stella polare tanto i burattini di carne di Joel Peter Witkin quanto le creature mostruose e tenerissime di Freaks di Tod Browning (più volte evocato nel corso del romanzo), Funetta dà forma a una narrazione limpidamente minacciosa dove tutto procede verso una babele originaria: quel punto di non ritorno che a volte è l’oggetto più autentico del desiderio letterario.

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