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Esperimento americano. Intervista a Benjamin Markovits

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«La distanza geografica ha una sua potenza. Il ragazzino che giocava a combattere i dragoni insieme ai suoi amici ne aveva fatta di strada, più di ottomila chilometri. La prova era là fuori, bastava aprire la porta: case a schiera e pasticcerie economiche, charity shop e farmacie sulle strade principali. Pioggia tutto l’anno. Diverse decisioni ragionevoli mi avevano portato qui, e non soltanto decisioni ma anche molta fatica e persino un po’ di fortuna. I miei compagni di college, con qualche eccezione, sembravano essere sulla stessa barca. Lavoravano più di quanto volessero, guadagnavano meno, e vivevano dove non volevano vivere».

È l’attimo prima della bandiera bianca, nella vita di Greg Marnier detto Marny: storico, laureato a Yale con un dottorato a Oxford, vive in Inghilterra una vita senza guizzi che, fondamentalmente, lo deprime. Finché il suo vecchio amico Robert James gli propone di seguirlo in un affare: riqualificare alcuni quartieri di Detroit, ripopolarli in prima persona e, dalla base, promuovere un «modello Groupon di gentrificazione». È la premessa universale dei romanzi d’avventura: c’è la terraferma già avvistata, un pirata bello, ambiguo e carismatico a capitanare la nave e un eroe col soprannome da mozzo un po’ sfigato, che di grandioso ha solo la portata della propria noia.

Si chiama Esperimento americano (ma in originale aveva un altro titolo), lo ha pubblicato in Italia 66thand2nd con una traduzione di Gabriella Tonoli, ed è opera di Benjamin Markovits, scrittore americano-anglo-tedesco noto per una trilogia di romanzi su George Byron e per un bel memoir che sconfina nella finzione, Un gioco da grandi (sempre 66thand2nd, 2012). Questo suo ultimo libro accarezza la figura di Dan Gilbert come The master di Paul Thomas Anderson faceva con Rob Hubbard e più in generale si concentra, con garbo e acutezza, su ciò che significa casa nell’Occidente contemporaneo: quasi niente.

Ma la cosa curiosa è che resuscita un genere estinto, a cui nessuno tiene più e che l’autore stesso ha stranamente sottovalutato: il racconto dell’utopia, che riproposto nel 2017 diventa una cosa nuova, iperrealista, da remake depresso del XIX secolo: il (finto) reportage di un tentativo.

Il titolo italiano per il suo ultimo romanzo You Do not Have To Live Like This è Esperimento americano. Meno affascinante dell’originale, forse, eppure più problematico, soprattutto per un lettore europeo. Mi spiego: fa riferimento a una cosa enorme, rischiosissima, che è l’esperienza dell’utopia. Il racconto dell’ideazione prima e della realizzazione poi di un sogno politico, architettonico ed economico. Il che, banalmente, rimanda a una declinazione plurale del Sogno americano, lo zenit della capacità di aspirare – che su noi italiani ha avuto, culturalmente, una presa rivoluzionaria. Come si costruiscono, oggi, nell’immaginario di uno scrittore statunitense, i lineamenti di un’utopia? Quali aspetti della contemporaneità non si possono ignorare, e quali stanno perdendo la priorità?

È una domanda complessa… Tanto per cominciare ho suggerito di cambiare il titolo in italiano perché sembrava difficile restituire il senso dell’originale. Deriva da un discorso che Obama fa nel romanzo. Sta parlando delle persone che hanno abbandonato i loro vecchi lavori e le loro case per trasferirsi a Detroit e vivere nella start-up community di Robert James. Ma sembra riferirsi anche alle persone che già vivevano a Detroit, e che loro hanno rimpiazzato. E potrebbe valere anche per i membri  stessi dell’esperimento, una volta che si sono trasferiti a Detroit e l’esperimento ha cominciato ad andare storto. In altre parole, sembra riferirsi a tre cose semi-contraddittorie contemporaneamente, ed è per questo che mi è piaciuto. Ma non sapevo se una cosa del genere avesse un corrispettivo italiano, così abbiamo optato per il titolo più semplice, Esperimento americano, che però è anche un po’ complicato da decifrare, come hai detto tu. Io sono americano, ma ho trascorso circa un terzo della mia infanzia in Europa, soprattutto in Inghilterra e in Germania. E da quando ho lasciato l’università ho vissuto quasi sempre a Londra; cioè, per gran parte degli ultimi vent’anni. Queste esperienze mi hanno dato non solo una prospettiva diversa, forse un po’ più distaccata, sull’America, ma anche un’idea di come gli europei vedono l’America e gli americani: cosa gli piace, di noi, e cosa no, e cosa vogliono da noi, anche. Una volta, quando avevo sei anni, un ragazzino inglese mi disse: «Sei mezzo americano, mezzo inglese e mezzo tedesco». Più avanti, in una specie di scuola estiva nella città natale di mia madre, nel nord della Germania, uno dei miei compagni di classe mi definì «halb Ami, halbMensch», metà Americano, metà umano. Ovviamente l’America non è un’utopia, e ci sono cose dell’Inghilterra e della Germania che, quando stavo crescendo, in Texas, mi sono molto mancate. Ma c’era qualcos’altro che percepivo nello spazio intorno a me ad Austin, non solo in senso geografico ma culturale – ci sembrava una lunga strada verso l’ovunque, che ci permetteva di poter pensare o fare ciò che volevamo, senza preoccuparci troppo del gruppo a cui appartenevamo –, e questo significava molto per me, da bambino. Dopotutto la maggior parte delle persone sente nostalgia per la propria infanzia. Detto questo, penso che il mio romanzo dica tanto delle mie radici europee quanto di quelle americane. New Jamestown offre assistenza sanitaria gratuita, per esempio, che in Inghilterra è standard.

È proprio quello che speravo di sentire, e anticipa altre domande che vorrei farle. La prima fa riferimento al passaggio che citava, quello in cui Obama, guest star a un party di Robert James, parla agli invitati. Anche io sono rimasto affascinato dalla contraddittorietà di quel discorso. «L’esperimento americano», dice, «Non è ancora finito». L’impressione, nel leggere quel passaggio, è che Obama stia dicendo qualcosa che i presenti vogliono sentire, e lo sta dicendo in maniera come al solito efficace: eppure il contenuto del discorso è incredibilmente poco cauto. Intendo, mentre segui Obama che va a Detroit a incoraggiare un gruppo di bianchi, pur Democratici, che vuole ripopolare e riqualificare i quartieri della nera Detroit pensi «Io al posto suo sarei rimasto a Washington». Come se non sapesse di preciso a chi parlare, o credesse di poter parlare a tutti, alla gente in generale. Ecco, lei pensa che i Democratici americani, soprattutto i più esposti, siano davvero consci della diversità che corre tra le realtà sociali che rappresentano? So che non è un problema solo americano, sono anni che la sinistra italiana non ha idea di chi sia il suo interlocutore, ma mi è sembrato un punto cruciale per la sconfitta di Hillary un anno fa: a chi si rivolgeva?

Un’altra buona domanda. Inizierei col dire che Obama non è poi così incauto, nella scena a cui fai riferimento. Robert James è molto attento a includere vari gruppi nello schema di rigenerazione: il libro non parla molto di questo, ma ho cercato di chiarire che non sono solo bianchi, quelli che nel romanzo si trasferiscono a Detroit. Non so se hai mai visto il documentario Hands on Hard Body – anche non c’è ragione per cui avresti dovuto, probabilmente la distribuzione è stata ridottissima. Parla di una sfida  in un truck outlet nella provincia texana: chiunque riesca a tenere più a lungo le mani su un pick-up nuovo di zecca – senza appoggiarcisi o mollare la presa –lo vince. La competizione dura per giorni, ai concorrenti sono concesse delle pause per andare in bagno, ma la cosa va avanti abbastanza a lungo perché inizino a impazzire per la stanchezza. Partecipa un bel po’ di gente disperata, ma il ragazzo che alla fine vince sembra tranquillo, è in buona forma, la sua vita è ben organizzata, ha il respiro e la sicurezza necessari per perseverare –è un po’ triste come cosa, stai tifando per gli altri. E ho pensato che ci sono due tipi di persone che possono dare un’idea di Detroit:i borghesi frustrati che hanno l’agio e le riserve finanziarie o emotive per correre questo tipo di rischi, e gli immigrati, che si sono già lasciati tutto alle spalle. Ma non è proprio questo, che mi stavi domandando. Tu mi hai proprio chiesto se i Democratici sanno ancora a chi stanno parlando… Non credo di poter rispondere, adesso come nel romanzo, anche perché non è il mio ambito di competenza. Ma ho incluso nel libro la scena in cui Marny partecipa alla campagna elettorale di Obama nel New Hampshire: moveon.org manda un gruppo di Yalies a Claremont per discutere con i bianchi della classe operaia di provincia; una provincia decadente e perlopiù contadina. È un episodio ispirato a una cosa che ho fatto quando vivevo a Cambridge: sono andato con alcuni membri della mia famiglia a bussare alle porte. E hai ragione, la sensazione che ho avuto allora (e quella che ha Marny nel romanzo) era che il divario sociale ci rendesse impossibile convincere qualcuno di qualcosa.

Ecco, Marny. Lui rappresenta molto bene questo tipo di contraddizione americana a cui abbiamo accennato. È un intellettuale e, a modo suo, un uomo romantico. Sembra anche un Democratico convinto (all’inizio partecipa anche alla campagna di Hillary per le primarie del 2008), ma la prima cosa che fa, appena partito per Detroit, è comprare un fucile.

Sì, è una cosa con cui ho combattuto. Sono cresciuto in Texas, dove moltissima gente possiede delle pistole, anche se io non ne conoscevo personalmente. O almeno non ne ero consapevole. (Mio padre, che insegna giurisprudenza all’università, racconta di uno studente talmente arrabbiato con un libro di Habermas che lui gli aveva prestato, che se l’era portato in cortile e gli aveva sparato.) Il fatto è che quando sono andato a Detroit e ho parlato con quella gente, alcuni di loro ti davano da pensare che fosse ragionevole possedere una pistola. Sto parlando di artisti che ho incontrato in uno di quei magazzini-studio, il tipo di posto in cui vedrei bene il personaggio di Nolan. Ma è molto difficile separare il tuo senso del pericolo, in una città, dagli altri tuoi pregiudizi, e in tribunale Marny deve affrontare proprio questa cosa.

Da qualche giorno è uscito al cinema, anche in Italia, Detroit di Katryn Bigelow, che parla degli scontri del 1967 e in particolare del massacro nel Motel Algiers, in cui la polizia uccise tre persone. Non è un episodio particolarmente noto, almeno qui da noi, e Katryn Bigelow sostiene che sia stato quasi rimosso anche negli Stati Uniti, dove al posto dell’Algiers, poi demolito, non c’è nemmeno una targa commemorativa. Detroit rappresenta qualcosa di molto complesso per l’America, una specie di vaso di Pandora contenente tutte le sue criticità, da nascondere e dimenticare. Pensa che questa cosa sia stata raccontata adeguatamente, fino ad ora? E l’Europa ne ha percepito, altrettanto adeguatamente, la complessità?

Non ho visto il film, ma mi piacerebbe. Eugenides scrive delle rivolte a Detroit in Middlesex, e naturalmente ci sono altri contributi. Ma ogni generazione dimentica abbastanza rapidamente i problemi della generazione precedente, non credi? La gente ha già tanto a cui pensare anche senza preoccuparsi del passato, e il presente sembra cambiare molto velocemente. Ma il principale conflitto che i problemi di Detroit rappresentano è ancora una parte importante del presente dell’America: la sua storia razziale irrisolta, e le altre sue forme di disuguaglianza, che sono anche geografiche. Quasi nessuno dei posti in cui vivrei in America ha votato per Trump, compresa la mia città d’origine, Austin, in Texas. Ma anche questo mi sembra un problema: quando un paese si divide lungo linee troppo ovvie.

E l’Europa? Voglio dire, la conosce molto bene. Avrebbe potuto ambientarci il romanzo? E se sì, dove?

Forse dovrei chiedertelo io. C’è una città come Detroit, in Italia? Una città industriale una volta grandiosa, che ha avuto momenti difficili? Ho qualche esempio inglese. Recentemente, un collettivo di architetti ha vinto il Turner Prize (il più importante premio artistico britannico) per un progetto di riqualificazione e rigenerazione urbana a Toxteth, un quartiere di Liverpool.

Ricordo un’intervista in cui Jonathan Safran Foer diceva che gli Stati Uniti non sono un popolo umile. È una cosa molto affascinante, per noi italiani, che coi macigni del senso di colpa (non tanto storico, quanto individuale, religioso) e del senso d’inferiorità abbiamo costruito la porta d’ingresso per il nostro immaginario collettivo. Mi piacerebbe sapere se è d’accordo con lui. La questione non è poi così scontata, perché mi sembra che specialmente negli ultimi anni e soprattutto attraverso i film e i romanzi l’America stia usando l’arte come una specie di pratica espiatoria statale. Pensa che ci sia un conflitto interiore (da un lato la tracotanza, dall’altro la prostrazione) nel sentimento nazionale americano?

Non conosco paesi umili. Agli inglesi piace vantarsi della propria modestia, ma anche quella è una forma di autocelebrazione. La cosa che mi colpiva di più, quando ero bambino, in Texas, era quanto fosse lontano da qualsiasi altro luogo. Puoi guidare tutto il giorno e non lasciare mai lo stato. La mia famiglia si è spesso trasferita. Abbiamo vissuto in Inghilterra e in Germania, ma una volta era molto facile da americano NON pensare al resto del mondo. Non so se questa cosa sia cambiata. Probabilmente dipende da dove vivi.

Anche questo è un punto centrale: il posto in cui uno vive. Oltre a una certa antinomia tra immagine pubblica e idiosincrasie private, i suoi personaggi sembrano avere in comune fra loro la poca chiarezza delle intenzioni e la precarietà (emotiva, abitativa, lavorativa). Walter, un’altra figura molto efficace, sente che Marny vuole tornare dall’Inghilterra in America, «a casa», e gli risponde «Nessuno vive a casa». L’impressione è che la casa sia un po’ il totem dell’intero romanzo, e che la sua mancanza – intesa come spaesamento, ma anche come fallimento – costituisca la grande paura della generazione (o forse dell’epoca) che lei racconta.

Penso che il concetto di casa giochi un ruolo importante nella vita di tante persone, e non solo in quelle dei personaggi dei miei libri. Da quando sono laureato ho vissuto quasi sempre in Europa (con un intervallo a New York e uno a Boston). E parte di ciò che ti succede (e che qui succede a Marny) quando vivi all’estero, è questa idea, questo pensiero rivolto alla vita che avresti potuto condurre se non fossi andato via; alla vita che i tuoi vecchi amici stanno conducendo. Ovviamente a loro sono successe altre cose, e questo è quello che Walter sottolinea. Andavo a New York un paio di volte l’anno per rimettermi in pari. Era come uno di quei documentari sulla natura, in cui vedi crescere una pianta perché tutto è stato accelerato – lo scorrere dei mesi in una manciata di minuti. Quando vedi certa gente una volta all’anno, parli di cose di cui non parleresti se viveste nella stessa città. E una delle cose era questa qui: i miei amici, persone abbastanza privilegiate, che avevano frequentato Yale con buoni risultati, stavano vivendo più duramente di quanto si aspettassero – più duramente di quanto avessero vissuto i loro genitori, e questo è parte di ciò che Marny prova a raccontare.

In tutto il romanzo c’è una grande attenzione ai dettagli, alle descrizioni, ai personaggi. La gente che circonda Marny sembra il pezzo forte della storia, sebbene il focus principale (fin dalla sinossi) dovrebbe essere la dimensione pubblica dell’idea di Robert James: la gentrificazione, l’affare, l’utopia, il cambiamento pratico. Il risultato di questo interesse sulle vite private è estremamente positivo per il lettore, perché effetti e processi sembrano osservati da un microscopio: anzi, forse l’osservazione si annulla del tutto, ed è come se ne facessi parte, come se fossi a Detroit con tutti loro. Dentro al Monopoly di Robert James.

In parte volevo che ci fossero molti personaggi perché sono un realista, e la vita è davvero piena di persone, più di quanto qualsiasi libro possa suggerire. E mi sembrava importante, specialmente in un romanzo su una comunità sperimentale, mettere sulla scena un sacco di gente. Ma la storia, qui, non è la storia di Robert James, è la storia di Marny. Mi chiedevo, come si fa a prendere un figlio della classe media sano e intelligente, che va in buone scuole e prende buoni voti, e trasformarlo, alla fine del romanzo, in una specie di senzatetto che vaga per le strade di Detroit, senza ricorrere a uno dei soliti vizi (droghe, gioco d’azzardo, alcol)? In altre parole, come lo spingo fino a quel punto, lasciando però che sembri il risultato di una serie di decisioni ragionevoli? Un’altra domanda con cui volevo lasciare il lettore è questa: Marny, qui, in relazione a quel divario di cui parlavi prima, è il problema, la persona verso cui puntare il dito, o è la soluzione, l’unico personaggio che quel divario cerca di colmarlo?

È d’accordo con quanto sosteneva Raymond Williams, cioè che ogni distopia è l’utopia di qualcun altro e viceversa? Mi sembra calzante, soprattutto se si parla di gentrificazione: il sogno dei nuovi, l’incubo dei pur pochi residenti. In fin dei conti, ogni storia è una storia di classe?

Non sono sicuro che ci sia qualcuno che vuole veramente l’utopia. Come dice Marny, questo è il guaio di essere un pioniere, provi a sfuggire alla tua vecchia vita, quindi te ne allontani e ricominci. Ma tutto quello che finisci per fare è riprodurla, perché fondamentalmente è proprio quello che vuoi. C’è un problema letterario (un problema per lo scrittore, intendo) nel cercare di produrre un’utopia. Cosa dovresti far succedere? Voglio dire, è così diverso da ciò che accade in una non-utopia?

Ecco, a proposito. Per tutto il tempo ho pensato a un altro Robert, ovvero Robert Owen. A lui, ma anche a Etienne Cabet, a Jean-Baptiste Godin, ai fourieristi. Ho pensato, cioè, alla storia della sperimentazione utopica dell’800, quando ogni esperimento era connesso all’elaborazione di una nuova scienza sociale: New Lanark, New Harmony, Icaria… Esperimento Americano potrebbe essere la cronaca di una di queste storie, con cui ha molto in comune, eppure differisce in un aspetto fondamentale: non c’è nulla di improbabile, o vagamente ridicolo, nell’idea di Robert James. Il suo progetto viene avallato e incoraggiato, e sembra perfettamente in linea con la moderna«convinzione che la tecnologia e il capitalismo possano cancellare magicamente il passato e costruire un futuro più funzionale», come ha scritto Laura Miller sul Guardian. A un’utopia che si adatta così bene all’interno del sistema,cosa resta dell’utopia?

Mi chiedo se pensare troppo all’utopia non sia fuorviante. Quando stavo scrivendo il libro (e questo è vero ancora oggi, ne sono certo), si imponeva un’altra domanda: che si deve fare con le città come Detroit, Buffalo, Cleveland, etc., che economicamente potrebbero non funzionare più? Non si trattava tanto di utopie, quanto di salvare da un terribile declino alcune città con un passato e una cultura di rilievo. La Storia è anche la storia di posti con cui la gente ha perso le speranze, e Robert James, nel romanzo, tenta di trovare un modo plausibile per non arrendersi, con Detroit. In altre parole, la sua idea deve funzionare all’interno del sistema, perché altrimenti (pensa) non funzionerà affatto. Mi sembra un punto di vista ragionevole.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
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