1moore

Essere Alan Moore

1moore

In occasione della pubblicazione del volume Alan Moore. 5 interviste, che raccoglie conversazioni inedite o di raro reperimento in Italia, pubblichiamo l’introduzione al volume firmata dal nostro Adriano Ercolani. Il volume, a cura di smoky man, tra i massimi esperti mondiali dell’autore inglese, può essere ordinato qui

Non c’è bisogno di dover spiegare la sua incalcolabile influenza sull’immaginario collettivo, lodare il suo magistero narrativo o illustrare il suo fecondo interesse per le pieghe più inquietanti della storia umana e per gli abissi magnetici dell’occultismo e della conoscenza esoterica.

Ciò che è forse più interessante, nelle brevi note che hanno il compito lieto eppure arduo di presentare alcune sue interviste finora inedite al pubblico italiano, è indicare quelli che sono i punti d’interesse di questa pubblicazione.

Innanzitutto, è notevolmente rivelatrice la conversazione con George Khoury del 1999, in cui Moore dichiara la sua ammirazione per Jack Kirby: come il suo amato Dylan (artefice della rivoluzione e della dissacrazione della musica popolare americana) non perde occasione di esprimere la sua devozione per i giganti del folk americano, così colui che in Watchmen ha operato il capovolgimento di segno più illuminante della mitologia supereroistica (compiendo la stessa operazione culturale di Dylan, anche su Dylan stesso), fino a renderla una geniale chiave di interpretazione critica dell’intera società americana, riconosce il debito e l’influenza dell’autore americano.

Soprattutto, colpisce come Moore indichi tra le qualità distintive del “King of comics” la capacità di mantenere i miti vivi, la versatilità nel cambiare generi e il ricorso agli archetipi…tutte caratteristiche perfettamente riconoscibili nelle sue stesse opere.

L’intervista di Omar Martini del 2002 invece va a esplorare gli aspetti più oscuri e occulti, ma anche più specificamente originale, dell’autore inglese: l’immedesimazione con i propri personaggi (anche con i più demoniaci), la continua ricerca di una innovazione sempre possibile, la visione estesa alle quattro dimensioni, non solo nel senso di Einstein, ma anche nel senso mistico indiano di stati di coscienza. Questo accostamento non è peregrino proprio perché in questa conversazione Moore affronta il tema delle sincronicità e della connessione mistica del tutto, soprattutto riferendosi a From Hell: “Quell’opera cercava di mostrare alle persone la connessione delle cose, le forme cheesistono nella Storia, i collegamenti degli eventi… a volte coincidenze, a volte percorsi di conoscenza”.

Questa visione gnostica della Storia (che ritornerà in opere successive) consente a Moore di trasfigurare l’ambiente “monocromo” di Northampton  (come lo definisce all’inizio del documentario Mindscape) nel “centro dell’universo”, almeno delle sue narrazioni.

Bellissima e illuminante la riflessione sui rapporti tra passato e presente: “Questo è il modo di affrontare il passato, come qualcosa di vivo, sano,vitale, in continuo sviluppo, non lo si deve trattare come un mausoleo di ricordi morti, pronto aelargire prediche e a cui fare ritorno per creare dei feticci… è sbagliato. Il passato è ancora vivo enulla muore veramente. È questa specie di ricordo, questa energia che ci trasporta attraverso iltempo fino alle nostre vite. È una cosa viva… le persone che sono andate, gli edifici che sonoandati… non sono realmente andati. Continuano a esistere in una specie di spazio platonico.”.

Nel già citato documentario, Moore spiega come l’unico luogo in cui dèi e demoni esistono sia la mente umana: questa compresenza di storia e eternità (che verrà affrontata in un’intervista successiva nel libro) nelle sue storie rappresenta uno dei quid più affascinanti, mantenendo l’equilibrio tra il maniacale dettaglio enciclopedico nella ricostruzione filologicamente ossessiva delle epoche storiche e la trasfigurazione continua operata da un’immaginazione ardente. Equilibrio mantenuto, appunto, dallo sguardo d’insieme superiore offerto dalla visione archetipica.

Intelligente è Martini nel notare come, nel complesso gioco di antinomie di Moore, egli sia in grado di trarre poesia dalla scienza, unendo mondi apparentemente distanti: questo consente all’autore inglese di sottolineare ancora una volta le potenzialità uniche del fumetto come medium artistico.

L’intervista di smokey man e Antonio Solinas di dieci anni fa aveva come occasione la pubblicazione di Lost Girls: qui Moore affronta uno dei suoi temi cardine, ovvero il riscatto delle aree neglette della cultura, come la pornografia e la magia.

Questo connubio, di per sé già controverso, non può che indurci alla figura di Crowley, falso maestro di cui Moore subisce la fascinazione pur essendo perfettamente consapevole dei suoi limiti, e alla deformazione da egli operata del messaggio del vero santo patrono di Moore (e di tutti i ricercatori non dogmatici), ovvero William Blake.

Come disse lo studioso Daniele Capuano, William Blake è “il più grande poeta gnostico dell’Occidente” (riferendoci al termine Gnosi nel senso originario di “conoscenza superiore”) e Moore sembra averne riconosciuto compiutamente la grandezza e lo spessore profetico. L’intervista è particolarmente interessante poiché Moore affronta un tema tuttora al centro del dibattito estetico, ovvero i confini tra etica ed estetica. E lo fa da par suo, con argomentazioni intelligenti quanto provocatorie.

Blake ritorna fin dal titolo come principale ispirazione di Jerusalem, opera di rara ambizione e difficoltà, oggetto dell’intervista di Raphael Sassaki della fine del 2016: tornano i temi della trasfigurazione e della visione del Tempo come un eterno presente.

Il titolo non è casuale: l’omonimo componimento poetico di Blake del 1804, divenuto poi con la musica di Hubert Parry nel 1916 una sorta di inno nazionale inglese ufficioso, è uno dei classici della poesia mistica di tutti i tempi e profetizza l’avvento apocalittico della Gerusalemme Celeste, ricostruita sugli “oscuri mulini satanici” della Londra devastata dalla miseria all’inizio della Rivoluzione Industriale.

L’intera opera di Moore è un’interminabile, a tratti delirante, variazione sul tema blakeano, che molto deve a livello di invenzione stilistica al Joyce più ardito.

L’ultima intervista, la più recente, del 2017, realizzata da Koom Kankesanè quella più strettamente filosofica. In essa Alan Moore riflette sul motto alchemico per antonomasia, solve et coagula. Esattamente ciò che lui fa con la storia (e le storie), disperdendo l’attenzione nei meandri più inquietanti delle vicende umane per poi concentrarla sull’essenza sottile che tutto lega in un’unità invisibile (come rivelato dalle etimologie di “religione” e “yoga”).

Il legame tra scrittura e incantamento è da lui perfettamente sancito in Mindscape: “L’arte come la magia è la scienza di manipolare i simboli, parole e immagini per ottenere dei mutamenti della coscienza.”

Lo scrittore è dunque il sostituto moderno dello sciamano. Alan Moore, in questo senso, è la perfetta incarnazione della sua poetica.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
Commenti
5 Commenti a “Essere Alan Moore”
  1. Elena Grammann scrive:

    “la deformazione da egli operata” è un fiore di stile mica male.
    E anche sul significato del verbo indurre mi sembra che Ercolani non abbia le idee molto chiare. Ma capisco che fra sciamani ci si intenda benissimo senza bisogno di un linguaggio condiviso.

  2. Adriano Ercolani scrive:

    Sappia che per me è delizioso immaginare quanto tempo lei passi a cercare con il lanternino errori o eventuali cadute di stile nei miei articoli. Tra tutti i miei lettori, lei è la filologa più devota e attenta. Non credo, sinceramente, di meritare l’attenzione disinteressata di una maestra della letteratura. Purtroppo, non ho il tempo di poterle restituire il favore, confidando, comunque, nell’impeccabile nitore dei suoi scritti. Purtroppo, non posso nemmeno offrirle un ruolo da editor per i libri che mi hanno commissionato: sarebbe un onore, ma ho già la fortuna di essere seguito da uno dei migliori scrittori della mia generazione. Sarebbe indegno, d’altro canto, offrire a una maestra di stile un compito da correttrice di nozze. Quindi, se non le risponderò d’ora in poi, mi perdoni, è perché sarò impegnato a creare nuovo materiale, così da poterle consentire di utilizzare proficuamente il suo tempo libero nella sua occupazione prediletta. Le prometto che ne avrà sempre di più, su molte più testate, quindi compri pure un set di penne rosse. Continui pure, è molto appagante per me sapere di esserle di conforto nel crudele scorrere del tempo. Se lei trova davvero soddisfazione in questo, mi riservo di disseminare nei miei pezzi sviste continue (ancora di più!). Sarà il regalo alla mia più devota ammiratrice. Sarà il nostro piccolo segreto, Elena. E nel mio silenzio futuro la prego di leggere solo un grato compiacimento. La saluto ora, persone meno attente di lei insistono nel richiedermi articoli, interventi, conferenze o nell’offrirmi incarichi in varie attività culturali. Benché celebri e stimate, queste persone non posseggono la sua profonda conoscenza. Ma io so che c’è lei, vigile, pronta a farmi scontare il mio peccato: il godere ingiustamente di un’inspiegabile stima, nonostante le mie evidenti e imbarazzanti lacune. E questo suo impegno costante, mi creda, alleggerisce la mia coscienza da uno schiacciante senso di colpa. Grazie di tutto.

  3. adriano ercolani scrive:

    P. S.
    Correttrice di nozze non è un refuso.

  4. Elena Grammann scrive:

    Grazie a lei, ma, veramente, io non mi rivolgevo a lei e non mi aspettavo nemmeno una risposta (che risposta si poteva mai dare…). Quindi tranquillo, anche in futuro, non si lasci distrarre per me dalle sudate carte.
    Auguri per le nozze, o anche per le cozze, come crede. Celebra uno sciamano o più prosaicamente un sindaco?

  5. Axel Shut scrive:

    tante letture iniziatiche per arrivare a rispondere “Lei non sa chi sono io”

Aggiungi un commento