Essere antifascisti in Italia nel 2011

Essere antifascisti nel 2011, ossia essere fedeli a quel dettato costituzionale che fonda la nostra comunità sociale, vuol dire probabilmente aver imparato a conoscere l’evoluzione dell’ideologia fascista rispetto al Ventennio, poter riconoscerne una sintomatologia diffusa anche nel discorso pubblico, aver trovato i modi di combattere quest’ideologia. Se da un punto di vista strettamente politico il fascismo per fortuna è un fenomeno minoritario in Italia (nonostante esistano varie realtà che vi s’ispirano implicitamente e esplicitamente: da Casa Pound a Forza Nuova a Destra Sociale…), il fascismo da un punto di vista culturale è un fenomeno molto più plastico e esteso. Prova ne sia la reazione dei media al caso della strage di Firenze, storificizzata da Wu Ming qui e analizzata politicamente da Jumpingshark qui.

Una delle cose che più è risaltata, in questi giorni successivi alla strage di Firenze, è stato il colpevole silenzio di coloro che hanno un ruolo di rilievo nella destra culturale italiana. Silenzio non solo nello stigmatizzare l’evento, quanto nel fare i conti con il contesto nel quale Gianluca Casseri è cresciuto. Che cosa ha da dire l’editorialista del Giornale, Marcello Veneziani, per esempio? O soprattutto cosa ha da dire Gianfranco De Turris, vice-caporedattore della redazione culturale della Rai, curatore di varie opere di Gianluca Casseri tra cui I protocolli del savio di Alessandria, libro che tenta di screditare l’utilizzo romanzesco della vicenda dei Protocolli dei Savi di Sion da parte di Umberto Eco?

La vicenda tutta italiana del legame perverso tra fantasy e destra neofascista è stata ricostruita qualche anno fa in un libretto di Paolo Pecere e Lucio Del Corso uscito per minimum fax. Qui di seguito volevamo riportarne un brano.

Gianfranco de Turris, scrittore e giornalista Rai (nonché curatore delle opere di Julius Evola) spesso citato come autorità in materia di letteratura fantasy, ha accennato in più di un’occasione a un fenomeno che è, a ben vedere, tipicamente italiano: la relazione tra la letteratura fantasy e la destra, anche estrema. Ecco quello che dichiara in proposito in un’intervista relativamente recente:

La narrativa di Tolkien e la “heroic fantasy” era per così dire più connaturale all’animus del ragazzo di Destra, al suo modo di vivere e di sentire, alla sua mitologia personale e collettiva. Nel mondo immaginario descritto in quei romanzi, negli eroi e nelle eroine, nei loro modi di essere e di vivere, si speculavano innumerevoli fantasie ideali sorte dall’humus ideale e politico in cui si erano formati personalmente e collettivamente. Non lo si può negare. Ed ecco perché i Campi Hobbit si chiamarono così, ed ecco perché la Nuova Destra pose molta attenzione prima a Tolkien e poi alla “fantasy” più in generale. Il “significato” di questo interesse nella Destra, che si è estrinsecato da un lato in una produzione narrativa ed in un approfondimento critico di questa narrativa, ma anche in alcuni tentativi comunitari da un altro, è per me importantissimo, anche se a qualcuno potrà sembrare eccessivo ed esagerato; nei momenti più tragici degli “anni di piombo”, nei momenti più deprimenti degli “anni di latta”, nei momenti più scoraggianti degli “anni di fango”, il ritrovarsi di parecchi giovani di Destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante, nell’attivismo del piccolo cabotaggio delle sezioni e delle federazioni. Invece di disperdersi, invece di annullarsi, invece di chiudersi in se stessi, sono sopravvissuti alla mediocrità, al conformismo, alla massificazione, al politicamente corretto.

Si tratta di dichiarazioni emblematiche, anche solo da un punto di vista linguistico, in cui viene ben sintetizzata la vicenda tolkieniana nella sua duplicità di fenomeno politico e critico-letterario.
Prima ancora di riflettere sulla natura del legame letteratura fantasy-destra, è opportuno cercare di delineare la storia delle vicende che sono alla base di questo apparentamento. La penetrazione di elementi, simboli, persino espressioni tolkieniane nel linguaggio politico delle destre italiane comincia attraverso la musica. Il 6 dicembre 1976, al Teatro delle Muse a Roma, si esibisce, di fronte a un pubblico tanto folto da non entrare nella sala destinata al concerto, la Compagnia dell’Anello, un gruppo destinato ad avere un certo seguito tra i membri più giovani del partito neofascista di Giorgio Almirante e attivo ancora oggi (anche se con una formazione diversa rispetto agli anni Settanta), al punto che una sua canzone, “Il domani appartiene a noi”, è considerata oggi come “l’inno di Azione Giovani”. The Fellowship of the Ring, in italiano La Compagnia dell’Anello, è il titolo della prima parte del Signore degli Anelli: la citazione è dunque evidente. Il complesso – in un primo momento con il nome di Gruppo Padovano di Protesta Nazionale – circolava sin dall’autunno del 1974, quando aveva cominciato la sua attività concertistica nei locali del Fronte della Gioventù di Padova. Al di là del nome assunto, tuttavia, di tolkieniano la banda ben poco. Soprattutto nella sua prima fase, la produzione musicale della Compagnia si riduce essenzialmente a una serie di stornelli o ballate folk per voce e chitarra di contenuto politico, scritte soprattutto per fornire ai militanti più giovani un corpus di canzoni con cui sostituire o integrare i “classici” del fascismo (come “Faccetta nera”, per intenderci): tra le prime canzoni composte dal gruppo figurano hit dal titolo eloquente quali “La foiba di San Giuliano”, “Storia di una SS” o “La ballata del nero” (destinate a decenni di ininterrotta fruizione underground negli ambienti di destra), per i quali sarebbe difficile trovare punti d’aggancio con elfi, hobbit o Terre di Mezzo di sorta. L’ispirazione tolkieniana si riduce, dunque, a poco più di un pretesto, a un simbolo alternativo a quelli ereditati direttamente dal fascismo, su cui far leva per attirare nuovo consenso. [Exempli gratia riportiamo il testo di due strofe e del ritornello: «E signor giudice tu hai la toga / ma non ti sembra una brutta roba, / una brutta roba di incastrare / chi ha solo il torto di pensare / (rit.:) E tu ti ammanti di democrazia / e vai cianciando di libertà, / e tu ti ammanti di democrazia / e vai cianciando di libertà. / Libertà, libertà / in quanto che comandate voi; /democrazia, democrazia / è cosa vostra non è mia…» «Signor brigadiere mi sono difeso, erano in quattro e mi hanno offeso, signor brigadiere mi sono difeso erano in quattro e mi hanno offeso, signor brigadiere mi sono difeso: ero da solo, ma uno l’ho steso»].
Questo attivismo musicale muove i suoi primi passi in un momento in cui la lettura del Signore degli Anelli viene stimolata in tutti i modi. Riviste di estrema destra come «L’Italiano» o «Idea» dedicano al romanzo recensioni entusiastiche (si vedano ad esempio gli articoli scritti da due nomi illustri, come il già menzionato Gianfranco de Turris e il medievista Franco Cardini), che contribuiscono a fornire l’immagine di una Bibbia per camerati vecchi e nuovi. Marco Tarchi, voce estremamente influente tra i giovani missini dell’epoca (ancor più popolare nell’area, a suo tempo, di un politico destinato a una carriera ben altrimenti brillante, Gianfranco Fini), invita a immergersi nell’universo letterario del Signore degli Anelli sia su «Diorama letterario» che sulla «Voce della Fogna». I luoghi in cui si diffondeva la stampa militante di destra, come la libreria Europa di Roma, vendono centinaia e centinaia di copie del libro. Si sviluppa, insomma, una fitta rete di attività culturali accomunate da un richiamo almeno esteriore all’opera di Tolkien, funzionale a veicolare il messaggio ideologico e i valori politici del movimento anche al di fuori dell’ambiente cui normalmente si riferisce e rompere l’isolamento culturale in cui era rimasto per trent’anni. È proprio il successo delle iniziative intraprese sotto l’egida del professore di Oxford – non certo enorme in termini numerici assoluti, ma pur sempre significativo per un’area culturale minoritaria nel corso di tutto il periodo in questione – a contribuire a fare del Signore degli Anelli un serbatoio fondamentale cui attingere in cerca di iconografie o slogan accattivanti.
Un esempio per tutti: sempre nel 1976, il Movimento Sociale decide di fondare una rivista per rilanciare la propria concezione della donna e mostrare come essa sia ormai affrancata dagli stereotipi mussoliniani (madre integerrima e buona massaia che cura i suoi balilla, o, all’estremo opposto, donna-oggetto da bordello), e al tempo stesso non legata nemmeno alle idee femministe. Il titolo prescelto per la testata è «Eowyn», dal nome di un personaggio femminile minore del Signore degli Anelli (in originale, Éowyn), che secondo i redattori rappresenta il modello perfetto di un modo nuovo di vivere la femminilità. Per comprendere i meccanismi dell’operazione, vale la pena confrontare il personaggio di Tolkien con il modo in cui viene trasfigurato da destra. Nel libro, Éowyn è una nipote un po’sfortunata di Théoden, il re dei Rohirrim (un popolo che passa il suo tempo ad allevare cavalli enormi e semi-intelligenti e addestrarsi nella nobile arte del combattimento contro gli orchi: molto fieri, ma un po’decaduti, come spesso accade nel Signore degli Anelli). Avendo perduto il padre da piccola, Éowyn vive, in un primo momento, rinchiusa nella reggia ad accudire lo zio – vecchio, quasi infermo e vittima dell’influenza perniciosa di un consigliere traditore, almeno prima dell’arrivo dei nostri eroi – e per di più si innamora senza essere ricambiata di Aragorn, uno dei personaggi principali del libro, che però è già promesso all’elfaArwen. In seguito, a Éowyn toccherà di partecipare alla grande guerra contro il Male, imbracciare la spada, affrontare, nel corso di una battaglia campale, uno dei terribili Nazgûl (gli Spettri dell’Anello forieri di morte e devastazione), riportando così una ferita quasi mortale ma contribuendo alla sua distruzione in maniera determinante, e finalmente essere prescelta come sposa, dopo un corteggiamento fatto di silenzi e passeggiate nei boschi al tramonto, da Faramir, uno dei figli del Sovrintendente della Rocca di Gondor (il quale casualmente era stato curato proprio nella stanza accanto alla sua). Da un punto di vista squisitamente fisico, il look del personaggio nasce da una sorta di mix tra certe eroine dei poemi epici quattro-cinquecenteschi, in particolare Clorinda della Gerusalemme liberata di Tasso, e le algide bellezze preraffaellite del tardo Ottocento. Ecco come viene presentata dallo scrittore: «La trovò bella» – il soggetto è Aragorn –, «bella e fredda, come una mattina di pallida primavera, e non ancora maturata in donna»;14 e ancora, quando ormai la ragazza da “infermiera” del re matura sino ad assurgere al ruolo di donna-guerriero: «Éowyn si ergeva sola in cima alle scale, avanti alle porte della casa; teneva la spada dritta innanzi a sé, e le mani poggiate sull’elsa. Portava addosso la cotta di maglia e scintillava come argento al sole».
Sulla rilettura di destra la componente guerresca esercita un suo fascino: «Eowyn è una donna cui non pesa il ferro della spada, Eowyn è tutte noi, donne che combattiamo questa società», si legge nella prima pagina del numero 4 della rivista (giugno 1977). Ma la spada resta un proclama: attraverso il ricorso a iconografie e simboli tratti dalla fantasy tolkieniana e da una sorta di astorico medioevo in cui coesistono celti, druidi e cavalieri, si cerca piuttosto di trasmettere un’immagine della donna “tranquillizzante”, cosa tanto più significativa se si pensa alle forti tensioni innescate nella società dal movimento femminista. Copertine e illustrazioni ammiccano così a un “tipo” femminile che si concretizza in una galleria di donne di gusto vagamente liberty, con gli occhi fissi nel vuoto, i tratti del volto stereotipatamente affusolati e delicati e le lunghe chiome bionde scompigliate dal vento: fatine, elfe, donne in tuniche finto-vichingheggianti, persino pastorelle. Per caratterizzare la lontananza cronologica, abbonda ovviamente il ricorso a diademi e monili di gusto medievale (a volte viene dottamente riesumato persino il torques, il collare celtico) e in particolare a un oggetto destinato a diventare mezzo di agnizione fondamentale per ogni buon camerata, la croce celtica. Ma non mancano elementi attinti a tradizioni completamente diverse: nelle illustrazioni di «Eowyn» il medioevo celtico si unisce inaspettatamente a simboli ispirati a dottrine orientali, come il tao, preludendo così a una fusione di sistemi mitici e simbolici diversi, assai caratteristica della cultura della destra italiana e che, com’era inevitabile, ha finito con l’influire pesantemente sulle modalità di ricezione del Signore degli Anelli. L’esempio migliore è la donna-druido dipinta sulla copertina del numero 1 della nuova serie della rivista (datata 1980): ha lunghe trecce e lo sguardo assente; indossa una sorta di tunica bianca, con un vistoso torques al collo; con la mano destra regge un falchetto e con la sinistra due lunghe lance; alle sue spalle, una vegetazione lussureggiante, e in primo piano, in particolare, delle piante di vischio. Subito dietro, viene dipinto uno splendido tao con la dicitura “complementarietà, non uguaglianza”. Molto più rare sono le donne in pantaloni e solo in un paio di occasioni si sceglie di raffigurare un’immagine di femminilità più aggressiva: sulla copertina di un fascicolo del 1979 campeggia un’illustrazione dei fratelli Hildebrandt in cui una Éowyn trasformata in valchiria bionda fronteggia il Nazgûl; ancor più sorprendente è una foto posta alla fine del numero di marzo-aprile 1978, in cui si può vedere una donna che spara con un kalashnikov e sotto la didascalia “miliziane falangiste in addestramento militare a nord di Beirut”.
Questo melting pot di simboli mitologici e letterari viene impiegato per illustrare testi che trattano per lo più, in chiave ultra-conservatrice, problemi di costume (alcuni argomenti: parolacce e femminilità; crisi del pudore; ruolo della donna nella coppia; donne e droghe), sessualità (con frequenti moniti ad astenersi dalla contraccezione), lavoro femminile (per ribadire spesso che il fatto che le donne lavorino come gli uomini non necessariamente è un elemento di libertà), aborto (con attacchi continui alla legislazione in materia, allora appena varata). In alcuni casi il legame è particolarmente labile, ma ugualmente rivelatore. In un articolo dal titolo “L’educazione la pedagogia il gioco”, firmato da Giuseppe Del Ninno, si offrono consigli pedagogici ai genitori e viene sostenuta l’importanza di un’educazione «neo-pagana», in cui il bambino sia abituato a riappropriarsi «della natura, della festa, della vittoria nel gioco e nello sport»; un’educazione, insomma, «ad una presenza eroica, per ritrovare il filo di un’identità di stirpe da troppo tempo smarrita». A illustrazione di questo concetto educativo vengono scelte tre immagini: un Sigfrido a colori pastello che uccide il drago Fafner; il primo piano di un’elsa di spada conficcata nel suolo su uno sfondo di draghi e demoni; infine una scena tolkieniana, e cioè l’arrivo della compagnia dell’anello a Lórien, il reame degli elfi (un’illustrazione degli Hildebrandt). Il Signore degli Anelli viene così esplicitamente equiparato a una saga nordica. In altre occasioni, i riferimenti a Tolkien restano sospesi nel vuoto: ad esempio, ogni tanto viene pubblicata una foto a tutta pagina con il volto dello scrittore e l’immancabile “radici profonde non gelano”, quasi a suggerire un’affinità elettiva privilegiata o una comunanza d’intenti non meglio specificata.
Insomma: in una rivista come «Eowyn» l’universo narrativo tolkieniano è in primo luogo repertorio di simboli di comodo, utili per catturare l’attenzione del lettore. Nelle rare occasioni in cui l’attenzione si focalizza più propriamente sulle qualità letterarie dei romanzi e sul loro contenuto, viene privilegiata una lettura essenzialmente in chiave “eroica”. Non a caso, in una sorta di introduzione all’universo del Signore degli Anelli apparsa sul numero della rivista, l’amore dei militanti per Tolkien viene spiegato in questi termini: i suoi personaggi «ci ricordano il coraggio, la dignità, la fierezza e la forza d’animo di quanti, uomini e donne, combattono al nostro fianco…»  Tutto questo armamentario iconografico e simbolico confluisce nella più significativa manifestazione cui abbia dato vita la destra giovanile a partire dal secondo dopoguerra, e cioè i Campi Hobbit. È proprio a partire da questi eventi che il binomio Tolkien-destra comincerà ad apparire a molti inscindibile.

Commenti
3 Commenti a “Essere antifascisti in Italia nel 2011”
  1. El_Pinta scrive:

    Interessante l’estratto pubblicato.
    Vi segnalo, senza pedanteria ma per correttezza, due refusi: lo storify segnalato in apertura non è a cura di Wu Ming ma di @thiswas (Fabio Avallone) e il post linkato è di jumpinshark senza la g…
    Il testo in ogni caso pone una questione molto stringente e cioè come sia stato possibile che in Italia certe letture critiche abbiano potuto godere di una legittimazione culturale a dispetto delle enormi carenze metodologiche che dimostrano di avere.
    Quella dell’appropriazione di un intellettuale così importante per il ‘900 come Tolkien è una questione di politica della cultura che andrebbe approfondita

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  1. […] definito le vittime col termine spregiativo, e antiquato, di “vu’ cumprà” (se ne parla qui ). Quanto è grave un errore del genere, dovuto senz’altro anche alla fretta e compiuto, si […]



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