Essere maschi

di Christian Raimo

Vorrei dare qualche consiglio per i regali di Natale alla famiglia o agli amici di Bruno Vespa, dopo aver letto Il cuore e la spada. È eloquente che il suo libro-panettone, che campeggia a mucchi nei bookstore, dedicato alla storia dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia tra pubblico e privato, faccia una precisa scelta di campo: le donne per Vespa non esistono. Ossia esistono come compagne, come mogli, come amanti; ma non come personaggi politici, non come portatrici di idee. Esiste Elisabetta Tulliani, Claretta Petacci, Eleonora Moro, a cui sono dedicate varie pagine. Non esistono Rosy Bindi, Emma Bonino, Anna Kuliscioff, Nilde Iotti: citate appena.
Il primo consiglio che quindi vorrei dargli è quasi scontato, ed è Il secolo breve di Eric Hobsbawn. Proprio all’inizio di quello che forse è il più celebre libro di storia del Novecento, Hobsbawn riconosce che la trasformazione più importante che ha avuto luogo nel secolo appena passato è la rivoluzione femminile: una rivoluzione magari inavvertita perché si è svolta in un lungo processo, ma certo difficile da non riconoscere nemmeno oggi. Se Vespa ci è riuscito, forse ha qualche deficit nella sua biblioteca personale che potrebbe essere colmato.
Ma questo consiglio potrebbe rivelarsi utile anche per altri lettori che non sono Bruno Vespa. È interessante notare un elemento significativo nelle classifiche della saggistica italiana (ma non solo) degli ultimi anni: sono praticamente scomparsi dai primi posti nelle vendite i libri di teoria, i testi universitari, i saggi veri e propri; sostituiti da libri di divulgazione, da libri di pseudo-varia, da raccolte di articoli giornalistici. Nella settimana che va dal 15 al 21 novembre, per fare un esempio campione, nei primi venticinque posti, non c’è un solo titolo straniero, c’è solo un titolo scritto da una donna, e praticamente non c’è un solo libro che abbia un profilo accademico tout-court. Ai linguisti si sono sostituiti Zagrebelski e Carofiglio; ai professori di letteratura Citati e Augias; agli storici Aprile, Bruno Guerri, Pansa, Gramellini, Vespa… Attraverso i loro libri possiamo conoscere la figura di Garibaldi, le questioni della lingua italiana, la vita di Leopardi: sono testi più o meno affascinanti, discutibili, autorevoli, ma sono scritti con il brio e lo zelo di gente che di mestiere fa altro. Non potrebbe essere auspicabile che i dibattiti sulla storia, sulla lingua, sulla letteratura, insomma la nostra formazione culturale ricominciasse ad avvenire anche per esempio a partire da testi di studiosi di professione?
Passiamo al secondo consiglio, per Vespa e per chi vuole, ed è anche questa non è una novità, ma un libro del 2009: Essere maschi di Stefano Ciccone, uscito un po’ in sordina per una lodevole, storica casa editrice torinese, Rosenberg & Sellier. Mentre intorno a noi vediamo apparire nuove figure sociali (padri separati che creano associazioni per aver riconosciuti pari diritti nella tutela dei minori, gruppi di autocoscienza maschile che si formano in tutta Italia, padri che con sempre maggiore frequenza chiedono un congedo parentale alla nascita dei figli, un’embrionale ma costante diffusione dei men’s studies in tutta Italia…), c’è qualcuno come Ciccone e il suo collettivo maschileplurale che pone in modo molto intelligente e autocritico la priorità di una “questione maschile” all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana. In un paese come il nostro anche qui non proprio all’avanguardia negli studi di genere – dove il femminismo è considerato una reliquia culturale se non un passatempo per sessantenni livorose e nostalgiche, dove intellettuali come Judith Butler o Luce Irigaray o Julia Kristeva sono trattate se va bene come figure di nicchia, dove insomma l’elaborazione del lutto della società patriarcale non sembra essere ancora cominciata – Ciccone sostiene invece che per gli uomini è finalmente venuto il tempo di riflettere su se stessi, di mettersi in crisi, di raccontarsi. Ci sono stati recentemente i libri di Elisabetta Ruspini (Mascolinità all’italiana, 2007 e Uomini e corpi, 2009), Raffaele Mantegazza (Per fare un uomo, 2008) di Gianni Biondillo, (Nel nome del padre, 2009), di Duccio Demetrio (L’interiorità maschile, 2010); ma il libro di Ciccone è sicuramente il libro di riferimento per i men’s studies in Italia. Perché? Perché raccoglie un enorme materiale empirico da cui partire: quello ricavato dai gruppi di autocoscienza di maschile plurale, da letture incrociate, e dalle esperienze estere. Perché si confronta con le varie impasse della elaborazione politica italiana degli ultimi trent’anni, prendendo il la da quella che viene chiamata la “vendetta patriarcale”, ossia l’idea che alla crisi del modello di un maschio forte, di una famiglia mono-reddito, si risponda in pratica e anche in teoria con un recupero di questo modello sotto mentite spoglie (è il lavoro che fanno vari pensatori di area cattolica soprattutto come Claudio Risè e il suo sito Maschi Selvatici, ma anche i gruppi di terapia dell’omosessualità come il Narth di Joseph Nicolosi). Perché propone una diversa lettura della riflessione sul corpo maschile: portandoci a comprendere quanto sia importante un percorso di autocoscienza che parta da un corpo debole, un corpo sofferente, da un corpo limitato, da un corpo impotente. Perché comincia a colmare un vuoto enorme che il femminismo italiano ha sempre provato a riempire in un modo un po’ goffo, abbozzando una solitaria riflessione sul genere in vece di quei maschi renitenti a farla (le idee dei modelli maschili che si ricavano dai libri di Rosi Braidotti o di Marina Terragni, viste dalla parte di chi quei modelli dovrebbe averli a riferimento, sono quanto meno ingenue se non risibili). Mentre, per dire, per la prima volta nella nostra storia italiana, a capo della Confindustria e del più importante sindacato ci sono due donne, Essere maschi mette in luce in fondo un’evidenza che rappresenta molto più di tanti altri dati, il valore della crisi del nostro paese: la mancata autoriflessione sui modelli maschili e su quelli femminili ci ha portato ovviamente a un’assoluta incapacità di confronto di questi modelli. Ed è forse giunto il momento di cominciare questo processo, questo percorso dialettico, questa relazione, questa politica. Magari il Bruno Vespa del 2161 racconterà proprio questa storia nel trecentesimo anniversario dell’unità d’Italia.

Commenti
2 Commenti a “Essere maschi”
  1. Lorenza scrive:

    Consiglio anche a tutti di riflettere sul perché tra gli autori e collaboratori di minima et moralia ci sia una sola donna (una donna, sedici uomini).

  2. Mariateresa scrive:

    Caro Raimo,
    hai perfettamente ragione ma Vespa è solo una parte dell’insieme…. del resto che cosa ci si può aspettare da uno che ha più volte affermato in trasmissione, senza che Crepet lo abbia mai steso sul lettino per psicanalizzarlo a dovere, che la sua più grande paura, in Rai, è di salire in ascensore con una donna che poi, all’uscita, lo accusi di averla violentata tanto che lui, Bruno Vespa, signore in Rai siete avvertite, evita di andare da solo in ascensore con una o più donne…Questo delirio dell’insetto, come lo chiama Travaglio, sembrerebbe un’esternazione notturna da Marzullo, dove pure l’ha pronunciata, ma ritorna spesso nel Vespa pensiero, con gran sconcerto di tutte noi. Sì, siamo in tante ma non contiamo niente! E che dire del delirio che si scatena non appena una ragazzina viene uccisa? Ma i programmisti della Rai non pensano al rischio di emulazione? Chi ha rapito Yara a Brembate siamo sicuri che on sia stato suggestionato dal delitto di Avetrana? Non che non se ne debba parlare, per carità, ma spesso la vittima diventa fulcro di una morbosità inaccettabile!

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