se stessi

Essere se stessi

Questo articolo è uscito per la rivista Studio

Può essere molto istruttivo, soprattutto se si coltivano più o meno in segreto velleità letterarie, leggere Come diventare se stessi (minimum fax), la lunga intervista concessa da David Foster Wallace a David Lipsky nel 1996, originariamente commissionata, ma poi rifiutata, da Rolling Stone all’indomani dell’uscita di Infinite Jest, e che lo stesso giornalista ha poi deciso di far diventare un libro, sfruttando la diffusione dell’interesse, anche extra-letterario, per la vicenda Wallace dopo il suo suicidio.

Il libro dipinge un ritratto di DFW di un’intimità quasi imbarazzante, essendo il risultato trascritto di una frequentazione di alcuni giorni durante i quali l’intervistatore, con il registratore acceso, seguiva l’intervistato praticamente ovunque: alle presentazioni, in macchina, nelle tavole calde, in aereo, fino a casa sua. Il lettore ha così la possibilità di conoscere un inedito Wallace quotidiano, che parla di musica e di cinema, mangia cheeseburger e porta i cani a pisciare, stabilendo un livello di confidenza eccessivo con uno scrittore che non ha mai nascosto la sua difficoltà a esibirsi pubblicamente.

Ciononostante l’intervista è molto poco sorvegliata e la genuinità della discussione, che mostra senza filtri i lati deboli di entrambi, Lipsky e Wallace, finisce a tratti per essere irritante. Il peccato originale è da rintracciare nella biografia dell’intervistatore. Alla metà degli anni Novanta, David Lipsky ha già cavalcato un bel tratto della parabola letteraria, dalle speranze alle delusioni, passando per il giornalismo; dunque è lo scrittore che non ce l’ha fatta approdato alla corte dello scrittore che ce l’ha fatta, ovvero lo scrittore che ha appena pubblicato Infinite Jest, e che non solo viene riconosciuto pressoché da tutti come genio e innovatore, ma è autore di un libro sperimentale di più di mille pagine che si trova al quindicesimo posto della classifica dei più venduti in America; è incensato, idolatrato, richiesto in lungo e in largo; è la persona che tutti quelli che coltivano più o meno in segreto velleità letterarie vorrebbero essere. Da tutto l’armamentario di domande, postille, puntualizzazioni, è evidente che il coinvolgimento di Lispky è troppo forte (e lui è anche onesto nel confessarlo). Ed è altrettanto evidente che la sua intervista fiume sia indirizzata verso un unico scopo inconscio: fare del male a se stesso. Lo si evince dall’insistenza con cui chiede all’intervistato, con un misto di invidia e masochismo, cosa prova a essere sulla bocca di tutti, e dall’atteggiamento condiscendente e forzatamente simpatico con cui cerca – e lo fa per sua stessa ammissione, appunto – l’approvazione dell’intervistato.

La combinazione dei fattori fa girare continuamente il libro intorno al rapporto tra vanità e autenticità. DFW, che ha antenne troppo sensibili per non rendersi conto di chi si trova davanti, ha l’intelligenza di virare la conversazione, sempre un attimo prima di sbracare per la troppa adulazione, in una meta-intervista sullo statuto morale dell’essere intervistati. E infatti, le sue risposte più interessanti sono quelle in cui cerca di guardarsi dall’esterno – un flusso di coscienza su quali punti deboli mostra la sua autorappresentazione – e quelle in cui evidenzia lo straniamento generato dall’essere diviso tra il piacere inconfessabile di avere successo e la consapevolezza che il successo sia qualcosa di tossico per la scrittura e per se stesso – «È stata una sensazione di piacere intensa, probabilmente simile alla botta che ti dà il crack. [si riferisce a un articolo apparso sul WSJ] Capisci? Trenta secondi di piacere intenso, e poi ne vorresti ancora. Così che ovviamente, a meno che non sei un coglione, ti rendi conto che il vero problema è la parte di te che resta insoddisfatta» – e, infine, quelle in cui parla della difficoltà di sentirsi a proprio agio nel sistema dell’editoria, dalle feste ai rapporti con i cosiddetti intellettuali.

Dunque, nell’essere artisticamente qualcuno il problema diventa, come da titolo, restare se stessi. Riuscire a coniugare ambizioni, vanità e desiderio di riconoscimento con l’onestà e l’autenticità a cui bisognerebbe restare fedeli. Oppure, il fatto di essere un artista riconosciuto pubblicamente comporta di per sé un’impostura? Ci convinciamo e convinciamo gli altri di essere qualcosa soltanto per soddisfare la nostra fame di approvazione? Problemi non di poco conto che obliquamente erano stati affrontati dallo stesso Wallace nel fin troppe volte citato Caro Vecchio Neon – «Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro per piacere o per essere ammirato» – un racconto che, fuor di metafora, originava dal suicidio della voce narrante.

Negli stessi giorni in cui leggevo Lipsky-Wallace, ho completato la lettura di un altro libro-intervista, il dialogo di Catherine Grenier con Maurizio Cattelan, pubblicato da Rizzoli con il titolo Un salto nel vuoto. Da un certo punto di vista, e al di là del campo di applicazione, è difficile immaginare due personaggi più distanti di Cattelan e Wallace. L’uno di origini proletarie, semplificatore della comunicazione globale, provocatore persino troppo popular, sempre in bilico tra furbizia e genio, superficialità e pregnanza. L’altro di origini borghesi, super-complesso, tormentato, d’élite, profondo, persino troppo intelligente. Eppure entrambi, oltre a essere punte di diamante di un’epoca, hanno condiviso la strana ambiguità e il disagio di sentirsioutsider pur essendo perfettamente integrati all’interno di un sistema (editoriale o artistico) che li ha venerati e trasformati in idoli. Curioso, per esempio, che nel momento di massima ascesa – la pubblicazione di Infinite Jest, una retrospettiva al Guggenheim – sia Wallace sia Cattelan sentano l’esigenza di dire a chi li intervista e a se stessi che l’arte o la scrittura non possono essere tutto, smarcandosi da un destino che hanno sognato e per cui hanno lavorato con determinazione ferrea. «Ho sempre considerato il fatto di essere un artista come un mestiere, e niente mi impedisce di cambiare mestiere», dice Cattelan.

Non è tanto questione di understatement, quanto paura di perdere la propria autenticità. E infatti l’inseguimento dell’autenticità ideale è l’elemento che unisce i due libri nonostante siano caratterizzati da format diversi e opposti. Se Come diventare se stessipuò essere ascritto al genere dell’intervista voyeuristica, Un salto nel vuoto è in realtà un’intervista simulata, un’operazione costruita per dare a Cattelan l’immagine che effettivamente si merita, quella cioè di una persona preparata, intelligente, colta, intenzionata a restituire il senso ogni suo lavoro, cioè il contrario di un impostore. Resta il problema della vanità, che mentre nelle risposte di Wallace viene problematizzata fino all’autosfinimento, in Cattelan non si eleva dal sottotesto: Vi racconto come sono diventato io da che non ero nessunoVi dico come sono stato osteggiato e quali problemi ho avutoCe l’ho fatta perché sono sempre rimasto me stesso. Una narrazione che, senza nulla togliere all’intelligenza e al fascino dell’artista, resta troppo lineare, aproblematica e apparentemente inautentica, nonostante si sforzi di dimostrare il contrario.

Il confronto tra i due libri è molto interessante anche per misurare il valore del quoziente umano che emerge in superficie. L’intervista a Cattelan, nel raccontare quest’incredibile storia di emancipazione di un proletario italiano sembra sprigionare il massimo di umanità, eppure a conti fatti assume la veste inscalfibile, levigata e senza falle, di un curriculum vitae singolare e di prestigio. In Come diventare se stessi ci troviamo, invece, davanti a un testo senza pelle, spettatori di discussioni a cui assistiamo, per la distanza troppo ravvicinata, quasi con disagio, tipico rischio della scrittura fatta dagli scrittori in cerca di profondità, quando non accompagnata, come è il caso di Lipsky, da un rigoroso controllo tecnico ed emotivo.

Da un lato dunque, il sano pragmatismo di un self-made-artist che fa di tutto per non scoprirsi. Dall’altro l’apertura senza filtri, ma ultra-consapevole di un intellettuale dalle solide tradizioni familiari. Due opposte tecniche di rappresentazione dell’essere se stessi in un genere, quello della biografia, che fa dell’autenticità la propria ragion d’essere.

Cristiano de Majo è editor di Studio. Ha scritto per la Repubblica, IL, Internazionale. È autore di quattro libri, l’ultimo s’intitola Guarigione.
Aggiungi un commento