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Essere William Burroughs

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Questo pezzo è uscito su Linus, che ringraziamo.

Quello di Barry Miles non è il primo tentativo di raccontare una delle biografie più estreme della storia letteraria moderna. Il fuorilegge della letteratura (SugarCo, 1992) di Ted Morgan e un paio di altri libri non tradotti in italiano si sono concentrati su diversi periodi della picaresca esistenza dell’autore de Il pasto nudo.

Io sono Burroughs (Il Saggiatore, traduzione di Fabio Pedone) è la summa finale, quella che raccoglie e completa i lavori precedenti grazie, anche, alla prossimità dell’autore con il suo soggetto e con molti personaggi a lui vicini: Miles è stato attivo nel mondo della cultura underground inglese e americana fin dagli anni sessanta, ne ha scritto molto e ha avuto modo di scartabellare nell’archivio sterminato di Burroughs con l’intenzione di catalogarlo: da quel lavoro di scavo è riemerso il manoscritto di Queer.

Questo libro fornisce dunque un quadro esauriente nei limiti di quello che può essere l’arduo tentativo di “inquadrare” ed “esaurire” una personalità incredibilmente sfuggente e già in vita circonfusa di un’aura leggendaria. El hombre invisibile l’avevano ribattezzato i ragazzi spagnoli che Bill rimorchiava a Tangeri negli anni ’50, un soprannome che lo scrittore apprezzava.

Invisibile perché capace di immergersi mimeticamente nei bassifondi, ma anche di sfuggire a qualsiasi… giudizio? definizione? orizzonte morale? Pensate a un’azione abietta, una qualsiasi, e probabilmente la troverete tra le avventure qui narrate. Rubare ai senzatetto, sottrarre morfina agli ospedali, ricattare i genitori, sfruttare i messicani abusivi nelle coltivazioni del Texas, abbandonare il figlio. C’è tutto.

E uccidere la moglie (putativa), ovviamente, il più noto e tragico episodio dell’antivangelo di questo figlio dell’alta borghesia del Missouri, passato dalle scuole migliori alle peggiori azioni inseguendo i propri demoni in giro per il mondo, sostenuto ad libitum da un assegno famigliare bruciato in droghe varie (soprattutto sedativi ed eccitanti – ampiamente utilizzati anche per scrivere – i suoi rapporti con gli psichedelici sono stati al contrario sporadici e poco soddisfacenti, sebbene la spedizione ecuadoriana alla ricerca dello yagé/ayahuasca faccia parte della più consolidata mitologia burroughsiana), entrando e uscendo da cliniche private ma sopravvivendo a quasi tutti i suoi compagni di viaggio.

Miles è più agiografo che critico, il suo libro interpreta poco e narra molto, e se c’è un’intenzione è restituire, dietro la bohème tumefatta, il candore di Burroughs, quel suo essere una meravigliosa canaglia, un profeta amorale, l’anticonformista totale e definitivo non per ostentata deliberazione ma per pura e semplice necessità interiore, ossessiva, vitale.

Così ad esempio, secondo il suo migliore amico Allen Ginsberg, l’eroe della controcultura del secondo novecento era paradossalmente apolitico, e la sua battaglia contro il “controllo” (con correlate tecniche creative demistificanti tipo il cut-up) fatta propria da alternativi e antisistemici di ogni dove, era più il prodotto di elucubrazioni da fantascienza deviata che di una vera militanza o riflessione filosofico-politica.

La mitizzazione del personaggio è venuta quasi suo malgrado, per superfetazione. Era un genio proprio perché la sua mente era imprevedibilmente aliena (gli alieni sono state una delle sue tante fissazioni), alterata e pura, estranea per organizzazione interna o per tara genetica alla legalità e al normale avvicendarsi degli eventi.

E tendenzialmente solitaria, autocentrata, individualista. In un mondo parallelo avrebbe continuato a costruire per i fatti propri accumulatori orgonici, a sparare con armi di grosso calibro, a cercare efebi messicani, drogarsi e immaginare cospirazioni di extraterrestri a forma di insetti. Invece (per fortuna) è diventato il maestro degli artisti radicali, il padrino del punk, l’ultimo grande modernista del novecento. Insomma: Burroughs.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
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