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Est! Est! Est! (Ovest! Ovest! Ovest!)

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Il 19 giugno 1947 nasceva lo scrittore Salman Rushdie. In occasione del suo sessantottesimo compleanno pubblichiamo un omaggio-racconto-reportage scritto da Giordano Meacci originariamente per Lotto 49.

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Ricòrdati che è stato lui – e malgrado tutte le tue pretese anti-idolàtriche quasi te lo pensi così: Lui, con la maiuscola dedicata agli Assoluti della tua solipsistica, peristaltica vita di lettore fanfarone – ricòrdatelo; fai attenzione: è stato lui, a scriverlo; l’uomo che vedi estivo e assorto, il riso sornione degli occhi (di un nero luminoso: le scintille ironiche quasi rivolte al sé stesso compiaciuto nell’atto dei compiti prima ancora che alla folla caciarona e adorante) che passano da una copia all’altra, da una mano stretta all’altra – e intanto ti chiedi cosa debba essere stato, negli ultimi quindici anni, convivere con il fastidio omicida di una fatwah: te lo chiedi, di nuovo, convivendo tu, invece, con la banalità voyeuristica di quest’iterazione istintiva e immodificabile; vergognandoti anche, della pochezza sempliciotta delle tue considerazioni: quale forza ci sia stata in ogni gesto, in ogni risposta fisica di quest’uomo ai traslochi obbligati, alle minacce fondamentalmente ottuse e insopportabili di persone che non prevedono la musica; quanta grazia ci sia nelle sue – continuate – prese di posizione, ancora e ancora, contro la stupidità pericolosa di chi, come poi accade in tutte le chiese fedeli oltre ogni ragionevole dubbio― ed ecco che arriva il tuo turno, tu sei preso dalle divagazioni blande della vita postfatwiana di Salman Rushdie e non ti sei accorto, davvero non ti sei accorto – lo sguardo fisso su di lui, il flusso ebete del sangue sulle guance che te lo raggrumano in un’espressione che, vista da fuori, potrebbe realmente apparentarti a un qualche pronipote del Gassmann “e son contento” dell’ultimo capitolo dei Mostri ―― non ti sei accorto che Salman Rushdie ha il braccio teso verso di te e si aspetta – se lo aspetta lui, se lo aspettano i tre armadi a due ante che lo attorniano e che cominciano a insospettirsi, evidentemente, del tuo tempo sospeso nella baraonda (uno screzio infinitesimale di sopracciglio inarcato, un brivido sotto le fondine) – si aspetta che tu gli porga, gentilmente, la copia di Est, Ovest che hai appena comprato al volo nel gazebo saturo di libri di Salman Rushdie, appunto, alla fine di questa lettura estiva alla Basilica di Massenzio di Salman Rushdie, appunto, finché finalmente – uno scatto rubikiano della folla, un fruscìo ventoso della stoffa-da-gazebo, uno starnuto del tuo super-io frastornato dal deliquio amoroso – tu non ti rendi conto e gli dai la copia da firmare; e ti ricordi (ricòrdatelo, ricòrdatelo) di dirgli la frase che ti prepari da una vita, da quell’ultimo guizzo di pagine che ti hanno folgorato, tanto tempo fa, lasciandoti incandescente epperò ormai orfano di quelle pagine per sempre, prima che al nòvero si aggiungesse l’operaomnia – ripètitelo, evidentemente – di Mastro DFW, prima di qualsiasi sconcerto da iperbolela frase per Rushdie che ti sei preparato, nel tuo inglese performativo raffazzonato, più o meno dai tempi in cui è morto l’ayatollah Khomeini –finalmente raggiungendo il suo paradiso di urì, come ami dire e ripetere, pochissimo tempo dopo la ratifica della fatwah per i Versi Satanici – la frase che devi, davvero devi, dedicare a Salman Rushdie mentre lui ti sta dedicando la copia di Est, Ovest che hai appena comprato – il motivo per cui avrai, da qui in avanti, due copie di Est, Ovest di Salman Rushdie, appunto, di cui solo una firmataappunto – e gliela dedichi, così, alla fine, guardandolo firmare, la voce impostata dei filodrammatici d’occasione, “Ai dinc det Mìdnaitt Cìldren is de best novel ov de zecond alff ov de tuèntitt senturii…”. Non sei sicuro che lui abbia capito, quando ti ridà il libro e si gira, sorridente, verso un altro lettore.

Est, Ovest. Il motivo per cui – incredibilmente – non hai comprato al volo un’altra copia dei Figli della mezzanotte è (sei ancora nella tua fase iposciamanica e comunque feticistico-psicotica, nei confronti dei libri fondamentali della tua vita) che non puoi permetterti di far firmare un’altra copia dei Figli della mezzanotte in qualche modo tradendo la tua copia dei Figli della mezzanotte; e però non puoi trascinare la tua copia fino alla Basilica di Massenzio, da dove potrebbe ritornare intonsa della firma propiziatoria di Salman Rushdie, nel caso in cui Salman Rushdie decida di assecondare la volontà dei suoi armadi a due ante di turno ed èviti il bagno di folla grafofila che s’accalca prima, durante e dopo le letture: per questo ti trovavi sprovvisto di copie di libri di Salman Rushdie quando Salman Rushdie s’è fermato nei pressi del gazebo librario; e per questo ti sei precipitato contro la prima delle due file e poi verso la seconda delle due file, scientemente evitando I figli della mezzanotte e concentrandoti quindi sui racconti di Est, Ovest: ma questo quando decidi di non portare con te la tua copia dei Figli della mezzanotte ancora non lo sai e quando invece decidi di evitare graduatorie tra romanzi diversi dai Figli della mezzanotte e ti concentri su Est, Ovest invece lo sai. E sei soddisfatto della scelta; e della Bellezza di Est, Ovest. Quest’inclusione di mondi che sono la forma schematizzata e però improvvisata dal tempo delle short-stories di Salman Rushdie. Che è, evidentemente è, il geniale tratto di unione tra l’Occidente postremo di Joyce fino a Pynchon e la Riscrittura delle Mille e una notte; che è, evidentemente è – di là da qualsiasi inascoltabile detrattore degli ultimi giorni – la dimostrazione della Grandezza della Verità delle Storie viste come storie vs la Meschinità della Storia delle verità viste come Verità.

Un uomo non dovrebbe (intendendo con uomo l’iperonimo inerziale per ‘essere umano’) permettersi affermazioni finali elargite con la grandeur degli ubriaconi prima dell’ultimo goccio di Jack Daniel’s. Un uomo non dovrebbe (continuando a intendere iperonimicamente con uomo ‘essere umano’; e però affidando ai topos chandleriano, hammettiano o, meglio, archiegoodwiniano – con tanto di an-alcolosi “di fatto” ad alleggerire il barcollìo sintattico – il barbaglio emotivo e “di genere” di una qualche pesantezza sbiadita) – davvero non dovrebbe scendere a patti mai, con sé stesso, con le proprie piccolissime illusioni cercate (quando non portino danno a sé o agli altri, perlopiù), solo per indorarsi la pillola della delusione trovata. Mi riferisco a quando ci si convince ‘Che Dopotutto’ — con il retaggio insolubile dell’”è andata meglio”, “doveva andare”, “non poteva non andare” così. Non perché ci sia sempre qualcosa di svilente in sé (o di inappagante in sé) nell’accondiscendere, di fatto, alle successioni quotidiane della vita. Il problema – verrebbe da scrivere il problema, se l’esagerare in corsivi non avesse già da tempo trasformato la sottolineatura semantica in una preferibileinestinguibile partitura fondata sul ritmo – non sta,il problema, nell’inevitabile consapevolezza di doversi continuamente confrontare con lo squilibrio tra le nostre più infuocate aspettative di “quel che vorremmo accadesse” e il nevischio fangoso di “quel che realmente accade”. Il problema s’incantuccia, morbido e apparentemente non-pericoloso come uno yorkshire intontito dall’idrofobia, tra gli spigoli bui delle versioni plausibili da millantare a noi stessi. Il problema è non avere abbastanza coraggio, alle volte, da denunciare il peso specifico di una qualsiasi fortuita delusione al nostro io più vivo e vero e in attesa e pavlovianamente pronto a reagire alla notizia cercata con una scarica di adrenalina da sovrapposizione tra il possibile e l’avvenuto: una sorta di pieno del futuro lanciato a ritroso fino al vuoto sagomato del presente che lo aspetta. Così. Un uomo – per la precisione: chi scrive – non dovrebbe mai, allontanandosi da una qualsivoglia Basilica (mettiamo: la Basilica di Massenzio): non dovrebbe mai, allontanandosi con P dalla qualsivoglia-Basilica verso la Stazione T, lasciarsi andare, dopo aver saputo da M che non è possibile accodarsi alla cena che un qualsivoglia Comune (mettiamo: il Comune di Roma) ha preparato per onorare Salman Rushdie, che i posti sono tutti perfettamente, rigorosamente numerati e nominali per motivi di sicurezza, più o menonon dovrebbe lasciarsi mai andare, chi scrive, slittando sulla discesa fino a un qualsivoglia-Anfiteatro rovinoso (mettiamo: il Colosseo), parlando con P, del fatto che dopotutto va meglio cosìperché – chi scrive: e prevedendo un qualche discorso indiretto libero immediatamente successivo o una qualche finzione virgolettata – crede che le cose che accadono sono quelle che accadono, che i miti vanno (per non rischiare di coprirsi del ridicolo ingenuo e fastidioso dei fan senzasperanze) “vissuti affrontati con la giusta distanza emotiva”, che basta (ecco quello che si dice a P che s’è offerto, magnanimo, di accompagnare chi scrive alla Stazione T), basta aver detto in un inglese stentato a qualcuno che si considera dopotutto un proprio Dio privato quello che c’era da dire ed è meglio così. Ecco quello che si dice a P, dopo il colloquio con M, diretti in macchina verso la Stazione T. [Ed è chiaro che con M, P e Stazione T si vogliono tenere celate, in rigoroso rispetto della privacy, le identità di (M)arco Cassini, di Andrea (P)ulcrano e della (Stazione T)ermini].

 

Est! Est! Est! [Racconto Sicuramente Divagante] – «Oh, il Senso del Tempo che Tutti Voi, Maestri di Storie Future, accampate come scusa: come mònito affinché ci si affretti; e ci s’incàrdini in ogni inizio prima di cominciare a raccontare, già pronti a sbirciare da lontano la luce smerigliata della fine. Tutti Voi – Shahrazād incontrollate, madri illegittime di ogni Penelope al rammendo, Incantatori di Serpenti pronti a barattare la seconda vista con una qualche Cecità acuminata che Vi garantisca Rispetto Futuro, e Tutti i Nomi che s’incastrano orgogliosi tra le pietre di Chio e le menzogne di Argo – ‘la città’, non il cane alla Fine. Eccovi pronti: prestàteci orecchio nella speranza che Vi venga restituito. Se volete davvero ascoltare la storia mortale di Harivansh Kabir, nato quando ancora non si conoscevano né il rimedio miracoloso alla peste – ‘il tempo’, ‘la morte’; in realtà – né i giorni precisi di viaggio dalla Terra alla Luna; la vita lunghissima e affrettata di Harivansh Kabir, ultimo di otto figli di Ghanaseth Kabir, maestro d’armi di Yosepoth Bain’ Baarath, il Grande Legatore, Signore incontrastato della Porta d’Oriente.

Nacque, Harivansh Kabir, ultimo figlio di una nidiata invidiabile, già condannato a un tempo inesorabilmente, incredibilmente breve. Tanto che all’età di sette anni, iniziato ai soli primi rudimenti dello scrivere e del leggere dal Maestro di Yosepoth stesso, il lungimirante Raavehsh Tulqwoor, Ghanaseth fu costretto a guardare in faccia il presente dalle parole dure e pietose di Surawesh Boon’ Saator, il Primo Medico della Porta d’Oriente da tre generazioni.

“Tuo figlio già si conta i giorni”, quello che Surawesh disse a Ghanaseth. “Lui stesso si sente la morte vicina: e anche Raavehsh mi dice che impara ogni lezione, giorno a giorno, come se non ci fosse poi spazio e tempo per una lezione futura”.

“Impàra ad aspettare”, replicò Ghanaseth inviperito. “Non c’è figlio mio tra gli otto che non parteciperà al tuo funerale, Vecchio Impaziente Surawesh, e a quello di Raavehsh Tulqwoor, magari… Questo ti dico: e lo credo”, gridò Ghanaseth uscendo dalle stanze del Primo Medico.

E se è vero che la Morte, quasi avesse ascoltato la rabbia spaventata di Ghanaseth, venne a trovare quella notte stessa il Primo Medico della Porta d’Oriente sottoforma di mensola che cade sulla testa, spargendo pozioni e misture sul pavimento insanguinato e rosso dalle tempie di Surawesh: è anche vero che Ghanaseth, padre orgoglioso di una nidiata invidiabile di figlie e di figli, vedovo inconsolabile da quasi tre anni, non era uno stupido. E anche lui era persuaso della fragilità di suo figlio Harivansh.

“Harivansh”, gli disse infatti una sera, compiuti i giusti riti alla memoria del Primo Medico, la Corte di Yosepoth Bain’ Baarath in lutto (e in cerca, rapida, di un medico che lo sostituisse il prima possibile: l’Insidia del Male essendo in agguato dappertutto, in un filo di vento, in un brulichìo di polveri in volo).

“Harivansh, figlio mio… Voglio che tu ascolti questo giuramento che tuo padre ti fa… Non permetterò salti al Tempo, né pieghe innaturali della Corsa verso gli Anni che Seguono… Io ti giuro, figlio mio: e che questo si segni da sé come promessa e invocazione, che io non ti sopravvivrò, dovessi patteggiare con il Primo Principe dei Demoni, con un Gìnn Incattivito dalla Prigionia o con il Tempo stesso… Io, Harivansh, non ti sopravvivrò…”.

E fosse il flebile sbocciare del rosso sulle guance di Harivansh; fosse l’impeto di Ghanaseth insonne tra corridoi e sale del Palazzo di Yosepoth Bain’ Baarath, irritabile e preoccupato come un falcone a digiuno al limite del Deserto di Funah, fu proprio Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, a presentarsi a Ghanaseth nel cuore cupo della notte, nella Sala Viola dei Gigli.

“Tutto questo tempo a decorare di fiori le sale del Palazzo: e nessuna luce per far splendere il viola nelle notti d’inverno…”.

Quello che Ghanaseth vide, voltandosi di scatto al suono della voce – sensuale e derisoria a un tempo, un Amante Tradito che non ami già da anni l’Autrice del Tradimento – fu l’ombra di un uomo, sempre più definita a mano a mano che si avvicinava, al tremolìo delle due lampade della Sala, la luce fioca a far oscillare i Gigli dipinti: un uomo terribilmente bello: e però con una coda, lunghissima, nera e annodata come gomena di nave, corda da trascinatori di elefanti, eternamente frusciante sibili e schiocchi nel crepuscolo artificiale del Salone. “Troppe lampade aumenterebbero il rosso, trasformando in sangue il viola”, rispose Ghanaseth, contenendo lo stupore e quell’idea di paura che – volente o nolente, di là dai giuramenti al figlio – gli s’affacciarono nelle anticamere del cuore.

Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, gli arrivò a una spanna, più alto di Ghanaseth di trenta centimetri buoni, il colorito bruno e i lineamenti perfetti di un piccolo dio in attesa, il cordone pesante della coda a cucire arabeschi nella penombra.

“Hai fatto una promessa a tuo figlio, ho sentito”, disse la voce di Guzīl.

“Hai sentito bene”, replicò Ghanaseth senza chiedergli il nome.

“Càpita alle volte, nelle notti d’inverno, che il pensiero nero dei Gìnn si sciolga in arcobaleni sottili, in luci di spettacolo e in fuochi d’artificio, trasformando in teatro la finzione…”

“Dài, Gìnn, allora…”, spezzettò il discorso Ghanaseth mettendo il guinzaglio alla paura. “Svergógnami di banalità dicendomi che ‘questa è una di quelle notti’…”

Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, non sembrò indispettito dalle parole di Ghanaseth. Le salutò anzi con uno schiaffo della coda sulla parete.

“Bene, Ghanaseth Kabir, padre orgoglioso di Harivansh Kabir e dei suoi fratelli e delle sue sorelle… Sia come sia, come tu desideri… Lascia che ti proponga un patto…”.

E fu solo il tempo di ascoltare e di accettare, per Ghanaseth Kabir, la mano stretta e l’ago dell’unghia di Guzīl a solcargli di solletico un palmo, un rigo viola alla luce nuova dell’alba, il Primo Sole che allagò il Salone dei Gigli svaporando il rosso, lasciando Ghanaseth da solo, all’improvviso, la scomparsa fumosa di Guzīl a stordirlo tra il sonno e la veglia, mentre abbandonava di corsa la Sala Viola e s’affrettava alla camera da letto di Harivansh.

“Harivansh… Harivansh…”, svegliò suo figlio con la giusta dolcezza, perché non dovesse preoccuparsi del risveglio e dell’alba con un affanno precipitoso.

Harivansh… … Sta’ sereno, figlio mio… … stai sereno…”, gli accarezzava la fronte e intanto raccontava, veloce – lo scroscio ritroso di una cascata, il getto di una fontana in primavera – preda di una frenesia allucinata che gli accelerava i battiti del cuore.

“Ho patteggiato i miei desideri più certi… Due cose, mi ha detto ‘Guzīl… Due cose… il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo’… … Così mi ha detto di chiamarsi, mentre la stretta di mano tra noi fermava l’accordo… …”. Nel dormiveglia Harivansh ascolta suo padre come se quello che dice non fosse altro che un’aggiunta ai racconti della buonanotte: una favola del Miglior Risveglio che suo padre Ghanaseth ha preparato per lui. “… … Due cose… La prima, è che non sopravvivrò ai miei figli… Che non ti sopravvivrò – e questo tu devi saperlo… … La seconda, la seconda… È che Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, ti ha concesso in dono la lettura di cinquantamila volumi… … Sai quanti sono, Harivansh, figlio mio? Sono tutto il tempo che vuoi… Tutta la vita che vuoi avere… Tu, ha giurato Guzīl, non morirai senza prima aver letto cinquantamila volumi… Non hai obblighi… Lo sai cosa significa? Vuol dire che potresti vivere per sempre, solo volendolo, Figlio Mio…”

E fu su quelle lacrime di speranza gioiosa, piene della luce ambrata della felicità, che un rumore di lancia che scocca l’ultimo colpo trafisse l’aria e la schiena e il petto di Ghanaseth: la coda di Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, piantata nel centro del cuore di Ghanaseth, la punta guizzante affacciata allo squarcio del torace come la testa nera di un serpente: gli occhi di Ghanaseth pieni di meraviglia scura fissi negli occhi terrorizzati di Harivansh.

“Gli errori della fretta, Ghanaseth…” furono le ultime parole di Guzīl, il Saltimbanco, alla schiena insanguinata di Ghanaseth, “… non ti hanno fatto patteggiare il quando e il come… Il quando del riscatto è ora… Il come è decisione di tuo figlio Harivansh”. E scomparve, lasciando ad Harivansh un dono di vita e a Ghanaseth suo padre il premio affannato della prima morte.

Ed ora guardàte il prezzo di Ghanaseth e l’acquisto di Harivansh: guardàtelo, Harivansh, ora che sono passati pochi anni dalla morte di suo padre, ora che ha deciso come usare il suo regalo sospeso di eternità. Guardàtelo mentre, anche a dispetto dei consigli di Raavehsh Tulqwoor, il suo lungimirante Maestro – “basta leggere, Harivansh, basta… Così sarebbe faticoso anche per dieci persone insieme…” – guardàte Harivansh Kabir, unico possessore del Tempo di Cinquantamila Volumi, mentre si affretta, la smania di chi non ha altro modo, a leggere libri su libri, chiuso giorno e notte nella Biblioteca di Yosepoth Bain’ Baarath, il Grande Legatore, il Signore incontrastato della Porta d’Oriente. Eccolo, Harivansh Kabir, divorare volumi su volumi, insonne, disperato, una fine dietro l’altra sfogliata come una margherita provvisoria del Tempo, anche tre o quattro libri al giorno, ora che non ci sono neppure più i giorni, e tutto il Tempo è solo una pausa respirata tra un volume e l’altro, la smania affrettata di Harivansh Kabir di leggere e leggere per arrivare a vedere la fine».

Sul predellino del treno che ti porterà a casa (quella che ora è la casa dei Tuoi ma che in quel preciso istante del Tempo era di nuovo e ancora la casa dove abitavi). Davvero sul predellino – così indicando quella minima sporgenza tra pavimento del binario e piancito seghettato del treno delle ventitré, più o meno: il penultimo treno tra la tua vita di Roma e la casa dei Tuoi, in quel preciso istante del Tempo. Stai continuando a parlare con P (lui al treno, a salutarti; tu già sul treno – sul predellino, in attesa della partenza) continuando a ribadire l’importanza di quella serata, di quell’Assenza Gigante solo smorzata da un delirio linguistico che potrebbe anche rimanere così per sempre, nella memoria, ingigantendosi anno dopo anno di ricordi di facciata – un gesto ammiccante di Salman Rushdie, un sorriso compartecipato: ti stai già preparando al come racconterai a te stesso l’aneddoto tra una decina d’anni, rendendoti come sempre ancora più goffo di quanto tu non sia e al tempo stesso ammantando di epica e di temporalità memorabile la storia che preparerai, inevitabilmente, per sopravvivere da essere umano ai buchi organizzativi dell’esistenza spicciola. Quando, il cartello di testa che annuncia cinque minuti di ritardo, squilla il telefono. È M che ti chiama da una qualsivoglia-Terrazza (mettiamo: la Terrazza del Campidoglio) dicendoti che, in realtà, i controlli di sicurezza praticamente non ci sono e che, se vogliamo, P e io possiamo raggiungerli. Il tempo di scendere dal predellino, uno sbuffo del treno in movimento verso la casa dei Tuoi, ormai, e tu e P vi muovete – tu addirittura evitando qualsiasi ritrattazione sui miti e sugl’incontri proprio per evitare di dire tutto e il contrario di tutto nel margine di tempo minimo che va dalla Stazione T al Campidoglio. Solo un barlume per presagire a posteriori la beffa (evitata) di una partenza in orario che ti avrebbe precluso definitivamente, a quel punto, la possibilità di comportarti come un goofy, prima ancora che groupie letterario, arrivando in ritardo e (più o meno) non invitato alla cena con Salman Rushdie.

 

Ovest! Ovest! Ovest! [Secondo Racconto Divagante] – «Il sabato, la donna con le sporte della spesa arriva sempre a quest’ora. Minuto più, minuto meno. Sbuffa appoggiando le due buste di plastica a terra, cerca la chiave nella tasca del cappotto; poi apre, come se ogni volta la possibilità di entrare fosse una rivelazione. O la vincita insperata a un quiz televisivo cui non si aveva intenzione di partecipare. Luigi guarda l’ora in alto a destra sul quadrante e legge le due e un quarto. E intanto trascrive l’sms spingendo la biro fredda sul foglio, il taccuino che scivola dal metallo ghiacciato del tettuccio dell’Opel. “Sei tu che non hai proprio avuto voglia di—“.

“Buongiorno, dottor Valloni!”Luigi si gira alla voce di Ennio Bonifazi, l’avvocato del secondo piano. Ha la stessa vecchiaia che gli ha sempre visto: la solitudine gli ha confezionato intorno una sagoma opaca di bonomìa. Questa la parola che aveva usato, anni prima, con Cinzia, quando s’erano trovati alla fine di una riunione condominiale a sparlare dei vicini: per la prima volta in vita sua. E bonomìa s’era adeguata all’orma in movimento dell’avvocato Bonifazi, appiccicandoglisi addosso come una guaina protettiva. Un riparo dal freddo e dalla pietà di maniera.

“Buongiorno, avvocato…”.

“…”

“…”

“Sta aspettando Davide?”, gli chiede Ennio Bonifazi. Luigi si accorge del borsalino dell’avvocato: gli cala sulla fronte: sembra di una misura in più. “Sì, sto aspettando Davide…”. L’avvocato guarda l’orologio e serra le labbra. Un tentativo di complicità, pensa Luigi. Una manifestazione solidale di disappunto. “Sono le due e diciassette”, dice. Digitalizzando le colpe temporali di Cinzia.

“Da quando te ne sei andato di casa Davvide—“, si accorge, trascrivendo, dell’errore di ortografia di Cinzia. Pensa alla sua ritrosia sospetta nei confronti del t9, all’iterazione ticchettante di ogni battere di tasto per trovare la parola giusta.

“Papà!” lo distoglie dal compito la voce chiara di Davide, in corsa verso di lui nonostante gli attento! di sua madre, da un bordo all’altro della strada vuota. Luigi accoglie il figlio lasciandosi cadere il cellulare in tasca; getta sul sedile il taccuino. L’abbraccio che segue sembra una postilla alla trascrizione: con Davide che lo tormenta di baci rumorosi sul collo, mentre lui lo tiene in braccio, accorgendosi ogni volta del peso nuovo del figlio. Poi arriva il ciao che si scambiano da un lato all’altro della macchina. Lui alla portiera aperta del guidatore, Cinzia in piedi lontana un tettuccio di Opel, le risate di Davide a rimarcare la distanza.

“Torniamo domani sera. Alle dieci e mezza, più o meno…”.

“State attenti”, dice Cinzia inquadrando un arco immaginario tra il colletto della camicia di Luigi e il fanale posteriore destro, si scopre a pensare Luigi; come se leggesse uno dei CID nella cartellina nera. Cinzia è già arrivata al figlio, deposto dal padre sul marciapiede ancora carico di zainetto. “Mi raccomando, eh?” è la colonna sonora del saluto della madre a Davide.

“Allora ciao”, ripete a Luigi, alzandosi, mentre Davide scarta il padre, getta lo zainetto sul sedile posteriore e prende possesso del posto; sdraiandosi in lotta con un qualche mostro invisibile.

“Ciao”, ripete Luigi. Quasi gli sembra di avere imitato lo stesso tono dell’ex-moglie. Si chiede per l’ennesima volta se avrà mai il coraggio di regalarle il taccuino. I centosette sms, finora, che lei gli ha spedito: e che lui sta ricopiando, pazientemente. Da quando lui ha cambiato casa fino alla sera prima, “A che ora arrivi, domani?”. Il poscritto alla fine inevitabile del loro matrimonio che nessuna incapacità di memoria dovrebbe mai permettersi di inghiottire via.

“Ci vediamo domani sera, allora”. Non ha ancora imparato a guardarla in viso: ha sempre troppa paura di vedere proprio quello che si aspetta. Così lascia a Davide il compito di stampigliarsi la faccia sul finestrino, rantolando i saluti alla madre di un bambino-mostro. Far scattare la cintura di sicurezza e infilarsi il bloc-notes nella tasca è,più o meno, un movimento solo».

Ho visto cose, sulla Terrazza del Campidoglio, che certo vi potete immaginare. Ma poi ne ho viste anche altre: ed è di queste che va detto. Ho visto un intero banchetto stregato dalla bellezza ineludibile di Padma Lakshmi, guardata più o meno da tutti, uomini e donne, con gli stessi occhi adoranti rivolti da me esattamente alla sua sinistra: a suo marito Salman. Ho visto un intero banchetto – o almeno così ho creduto – guardarmi con disprezzo accorgendosi del fatto che ora che tutti erano rivolti a Salman, dopo essere stati stregati da Padma Lakshmi, io mi ero finalmente accorto dell’ineludibile bellezza di Padma Lakshmi, e quindi ero l’unico tra tutti i tavoli a rivolgere lo sguardo verso l’ineludibile bellezza sunnominata. Coprendomi ai miei occhi di ridicolo e trovandomi per ben due volte fuoritempo. Ho visto (immaginandomi da fuoriluogo) chi scrive e il suo sodale M progettare traiettorie di avvicinamento al tavolo di Salman Rushdie (e della ineludibile consorte). Trovandosi poi incagliati in quella che viene comunemente definita “Sindrome da Stallo Sovradimensionato”: un corrispettivo etilico della Teoria dei Giochi di John Forbes Nash, jr. però con il dimeno della sua componente allucinatoria digressiva. Ho visto la città di Roma trasformarsi in un’inquadratura di un film di Terry Gilliam, i gabbiani ridicoli sospesi in volo a mezz’altezza tra il cielo e il (ridicolo del)l’Altare della Patria, la Sicurezza a due ante di Rushdie attorniare il Tavolo dei Coniugi Rushdie (almeno allora) e di quelli che probabilmente erano amici, conoscenti, famigliari o Altro-comunque-legato alla privacy ineludibile degli allora coniugi Rushdie. Ho sentito chi scrive parlottare complottisticamente con il suo sodale M subito dopo un’illuminazione. “Certo che se siamo riusciti a entrare qui anche noi, non è che proprio si siano sprecati per garantire la sicurezza a Rushdie”. E, per un momento alcolico e lunghissimo, chi scrive è sicuro di aver visto un’onda scura di sospetto brillare negli occhi del suo sodale M, mentre li rivolgeva in panoramica su tutta la tavolata. Ma era solo tristezza da fineVino. Come si sarebbe scoperto poi. [È evidente che con sodale M si continua a garantire riservatezza al (sodale M)arco Cassini].

Dopo la cena, piazzati a cerchio sulla scesa verso Marc’Aurelio a cavallo, tra il sodale M in veste di traduttore compulsivo, Salman Rushdie, il suo editore e sua moglie: chi scrive è stato in grado, fortunosamente – e leggermente stordito da un qualche rosso altolaziale di estremo gradimento – di proseguire un discorso cominciato in un inglese stentato tre ore e mezza prima, più o meno. Ha potuto sapere da Salman Rushdie in persona l’arrivo prossimo – solo un dito indice puntato sui ritardi eventuali del suo editore, quando l’editore s’è allontanato ritornando per un momento al banchetto – del suo nuovo romanzo tradotto. (Quasi Salman Rushdie azzardasse – nel delirio egocentrico di chi scrive era già questa la prefigurazione – solo a partire dalla percezione di una semiafasìa ipocomunicativa, anche un’incapacità di lettura dell’inglese scritto).

E infine… … … Ma cos’è questa voce che s’accampa nel cielo di Roma come un mantra, come un sibilo, un verso di una canzone di Ormus Cama, l’ultima speranza per tutti i bambini della mezzanotte ormai in arrivo? “Ai dinc det Mìdnaitt Cìldren is de best novel ov de zecond alff ov de tuèntitt senturii…”. Alla fine della Festa, è una frase vera.

[E in aggiunta sfilacciata; considerando che il podio privato è condiviso da Mastro DFW – e che di là dal tempo, perché i conti tornino anche se in modo iperbolico o spiraliforme, IJ può essere considerato a tutt’oggi ‘de best novel ov de first alff ov de XXIth senturii’…] [Per dire]. [E senza in questo caso sciogliere gli acronimi; per non disturbare, evidentemente – chi scrive e lettori esclusi].

 

E, Ora (scritto rigorosamente dopo):

Io non credo in esaltazioni artistiche che non siano primariamente soggettive e totalizzanti, è chiaro. Dopotutto, l’arte è eloquente in sé. Certo, ci sono anche persone che non sono d’accordo con chi scrive: e questo è il bellodella vita dei giorni.

Io li capisco.

Dopotutto, basta affidarsi a quel che si legge in

Est, Ovest [dall’edizione Oscar Mondadori 1999 (1994; 1997) autografata da Salman Rushdie (peraltro identica, fatta eccezione per la firma di Salman Rushdie, appunto, all’edizione di Est, Ovest non autografata da Salman Rushdie), traduzione di Vincenzo Mantovani, p. 57] [dal racconto Yorick, per la precisione] ―

«[…] perché è vero che gli uomini provano lo stesso piacere nell’annientare sia la terra sopra la quale stanno mentre vivono sia la sostanza (la carta, cioè) sulla quale possono rimanere, resi immortali, una volta che questa stessa terra sia sopra la loro testa anziché sotto i loro piedi; e che l’inventario completo di queste strategie di distruzione riempirebbe più pagine di quante me ne sono concesse… […]». [Appunto.]

Giordano Meacci (Roma, 1971) ha pubblicato per Rizzoli Fuori i secondi e per minimum fax il reportage Improvviso il Novecento. Pasolini professore (2015) e la raccolta Tutto quello che posso (2005). Un suo racconto è incluso nell’antologia La qualità dell’aria, ripubblicata nel 2015. Il suo primo romanzo, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax), è stato finalista al Premio Strega 2016. Con Claudio Caligari e Francesca Serafini ha scritto Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari.
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  1. […] [Questo pezzo è stato ripreso anche da minima&moralia.] […]



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