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Estensione del dominio della sottomissione. Ovvero di Hegel, di bondage e sado-maso

Pubblichiamo un articolo di Marco Filoni, uscito su «Panorama», sul dibattito scatenato in America dal libro «Fifty Shades of Grey» di E.L. James.

E sia. Doveva succedere, del resto: tanto e tale il clamore legato al successo del libro Fifty Shades of Grey della finora sconosciuta (e oggi, buon per lei, milionaria) E.L. James, che non possiamo non parlarne. L’eco delle infinite discussioni intorno al suo best-seller è giunto sino a noi, tanto che la Mondadori manderà in libreria l’edizione italiana, il prossimo 19 giugno, con il titolo Cinquanta sfumature di Grigio.

Per chi si sia perso il dibattito, stiamo parlando del «romanzo post-pornografico», il libro erotico «che apre uno spaccato sui desideri nascosti delle mamme americane», il manifesto di una generazione di “femmine” finalmente coscienti e libere di ammettere ciò che vogliono. C’è addirittura chi ha scomodato De Sade – ma per carità, lasciamolo riposare in pace! – e chi ha invocato un capolavoro dell’emancipazione femminile. No, non è nulla di tutto ciò. È un libro che ha sbancato le classifiche americane, ha venduto migliaia e migliaia di copie prima in ebook, poi nella versione cartacea, di cui si aspettano i due sequel (è infatti il primo di una trilogia) e di cui sono già stati venduti, a quanto pare non proprio a buon prezzo, i diritti per l’adattamento cinematografico.

Per quanto riguarda ciò che è il libro, la definizione migliore l’ha data un ragazzino americano di dieci anni: «la lettura un po’ sporcacciona della mamma». E infatti mommy-porn è uno degli epiteti più utilizzati dalla stampa (probabilmente uno dei pochi usati a proposito). Trama semplice, quasi banale. Lui e lei, storia d’amore e passione. Con l’aggiunta di ciò che funziona sempre e fa vender bene: il sesso. Di più: il sesso non permesso, quello un po’ perverso che si avvale di frustini, cuoio e manette. Insomma, il BDSM, acronimo un po’ cool che mette insieme bondage, sottomissione e sadomasochismo. Ricetta perfetta. A dire il vero pure già sentita: ricordate il film Secretary, che una decina d’anni fa giocava proprio sulla stessa dinamica sadomaso (avvocato di successo e segretaria un po’ matta appena uscita da una clinica) e con un happy end finale?

Inutile entrare nel merito del romanzo – che regge bene e si fa leggere sino alla fine (basti ricordare, ma questo sarà lampante dopo poche righe, che non si sta leggendo Dostoevskij: detto questo, allora funziona). In breve, c’è un uomo in carriera, ricco e bello (il Grey del titolo e, fortunosa coincidenza, anche l’avvocato di Secretary si chiamava Grey), che seduce la giovane e vergine capitata per caso nelle sue grinfie (Anastasia, per la cronaca). Ma la seduzione passa appunto per una stanza dei piaceri che proprio piaceri non sembrano, almeno a lei (Anastasia la chiama la stanza rossa del dolore). Così la giovane viene iniziata alle pratiche forti della sottomissione: lui è un dominatore, ama asservire la propria donna e così, solo così, trae piacere. Fatto sta che l’indifesa e candida vergine arriva al patibolo e, colpo di scena, non fugge. O meglio, fino a un certo punto sta al gioco (senza svelare il finale, che i lettori italiani potranno scoprire da soli). Addirittura le piace esser sottomessa – e questo ha scatenato le fantasie di (femministe, post-femministe, protofemministe di risulta o meno) che vi hanno letto una sublime manifestazione dell’emancipazione femminile: come dire, esser sottomessa è una mia libertà, quindi il mio riscatto. Sarà.

Assomiglia tanto al riscatto del servo, messo in scena nella dialettica del Signore e del Servo che quel pover’uomo di Hegel affidava, nel 1807, alla sua Fenomenologia dello spirito. Qui il filosofo tedesco, in soldoni, ci diceva che c’è un Signore (in inglese master, lo stesso termine dell’uomo dominatore nelle pratiche sessuali di sottomissione) che è tale poiché ha rischiato la propria vita e per questo si eleva su di un Servo, il quale invece non ha lottato per la sua indipendenza per paura di morire. Il Servo lavora perciò per il suo Signore. Ma è proprio questo lavoro del Servo che tiene in vita il Signore: non può più farne a meno, senza di lui sarebbe spacciato. Quindi la subordinazione si rovescia. Il Signore diventa schiavo e il Servo diviene padrone. Le donne che pensano che il piacere che donano al loro “dominatore” in realtà le rende a loro volta dominatrici – perché, in fondo, è da esse stesse che dipende il piacere dell’uomo – ragionano con questa stessa dialettica. Ma questo ragionamento non basta a spiegare il fenomeno.

In definitiva il dibattito suscitato dal libro (che c’interessa più del libro stesso) può esser riassunto con le parole di Katie Roiphe, editorialista del settimanale Newsweek, che ha dedicato al fenomeno la storia di copertina di qualche settimana fa: «Nel momento in cui le donne sono in ascesa nei posti di lavoro, consumano ardentemente miriadi e disparate fantasie di sottomissione»; anzi, la commentatrice americana si spinge oltre: essere sottomessa è il “sogno” delle donne poiché tali fantasie offrono «un sollievo, una pausa, un’evasione dalla noia e dal duro lavoro dell’esser eguali» agli uomini. Ovviamente parole che hanno scatenato un inferno, fra “ben detto” e “sono solo stronzate”. Senza voler accogliere né l’una né l’altra posizione, proviamo a capire di cosa si parla.

Secondo il ragionamento espresso dal Newsweek e ribadito da molte altre voci, la donna ama esser sottomessa, lo vuole, è un suo desiderio. Ma sarebbe da aggiungere: “potrebbe” amarlo, “potrebbe” desiderarlo. Fatto salvo che qui si parla di fantasie, di proiezioni, ovvero di pratiche che magari si leggono volentieri perché restituiscono quel malizioso senso del “non si fa eppure lo faccio”, l’infrazione del divieto, la piccola e in fondo innocente perversione della nostra immaginazione. Eppure esiste un confine fra l’immaginare e il praticare queste “fantasie”. Inoltre viene messo in gioco l’argomento della scelta: proprio perché il voler essere sottomessa è una decisione, un atto del libero arbitrio, nel compierlala donna si libera dalle catene – le catene della tradizione che l’hanno imprigionata, per secoli, alla sottomissione involontaria all’uomo. Come dire: per secoli voi uomini mi avete tenuta relegata all’ambito domestico, asservita a vincoli sociali che mi hanno di fatto resa oppressa; ecco, ora io donna mi sono talmente emancipata da questa sovrastruttura che sono io stessa a scegliere, volontariamente, di esser sottomessa. Detta in altre parole: ci sono donne che desiderano essere sottomesse.

Entra così in gioco un’estensione del dominio della sottomissione: il desiderio. Tema quanto mai importate. Ben prima e meglio del pensiero (con buona pace di Cartesio e del suo Cogito ergo sum) è il desiderio che ha generato la coscienza che l’uomo moderno ha di sé. Così almeno ci ha detto la filosofia – sempre il buon vecchio Hegel, sempre la sua Fenomenologia dello spirito, ma stavolta faziosamente riletta negli anni Trenta del Novecento da quel genio che risponde al nome di Alexandre Kojève, filosofo francese di origini russe, maestro di desiderio (nonché dello psicanalista Jacques Lacan, che ha fatto del desiderio il suo pane quotidiano). Cerchiamo di capire. Secondo questi grandi pensatori la nostra autocoscienza, ovvero ciò che siamo agli occhi di noi stessi, si genera da ciò che desideriamo. E cosa desideriamo? Ciò che ci inquieta, un impulso che ci fa sperimentare la mancanza di cui soffriamo e che vogliamo colmare. Seguendo questa linea allora desiderare una cosa vuol dire volerla assimilare, e assimilarla significa interiorizzarla, perciò mutarla, negare la sua estraneità.

Ecco la dialettica del desiderio: si tratta di una dinamica annichilente, che si può soddisfare solo negando, quindi distruggendo, ciò che desideriamo. Ora, questa immagine di dissoluzione forse ben si addice alle pratiche di sottomissione che la donna, secondo alcuni, desidera. È una pratica di piacere e, sin quando rimane tale, può anche rispondere a queste attitudini. Ma il dominio e la sottomissione sono scivolosi. Possono diventare distruttivi, rivelarsi pericolosi se non gestiti in piena coscienza e consapevolezza. Se diventano irragionevoli allora si trasformano in pericolosi alibi della violenza. Del resto è un’anomalia: nel regno animale non esiste questo tipo di rapporto, la “femmina che si sottomette” è una specificità della “specie superiore” umana. Tanto che vien da chiedersi se, in fondo, non sia soltanto il retaggio di un condizionamento sociale durato secoli.

Insomma, il tam tam mediatico generato dal libro sia occasione per riflettere. La donna può esser dissoluta, amante del piacere, scoprirsi licenziosa e quindi pascersi dei principi di questo libro – perché questi incoraggeranno le passioni sinora dipinte come spauracchi da moralisti frigidi e stremati. E potrà, se vorrà, anche sottomettersi. Sarà libera di farlo. Ma non sarà libera nel farlo. La libertà d’esser servo di un padrone alimenta la dialettica del desiderio, ma non significa esser liberi. La libertà è irriducibile, è là dove c’è sottomissione non esiste libertà. Nessun dominio è compatibile col dirsi umani.

Marco Filoni è dottore di ricerca in Storia della filosofia. Fra i suoi libri più recenti Kojève mon ami (Aragno, 2013), Le philosophe du dimanche (Gallimard, 2010) e la cura dei volumi di Kojève, La nozione di autorità (Adelphi, 2011) e Identité et réalité dans le «Dictionnaire» de Pierre Bayle (Gallimard, 2010). Scrive per le pagine culturali di “Repubblica” e del “Venerdì di Repubblica”.
Commenti
28 Commenti a “Estensione del dominio della sottomissione. Ovvero di Hegel, di bondage e sado-maso”
  1. Giuditta scrive:

    Straordinario e potente, come sempre, Filoni nell’analizzare fenomeni, tendenze, idee e concetti. Da donna gli sono particolarmente grata per la forza e la profondità delle sue riflessioni e in particolare dell’invito conclusivo. Un terreno minato, forse ancora di più per un uomo, in cui è facile scivolare e cadere nell’equivoco, ma che invece Filoni attraversa con lucidità e acume togliendo il velo a falsi ideologismi e mostrando la nudità di certe posizioni.

  2. spleen scrive:

    È vero, una bella analisi. Ma il terreno rimane scivoloso nonostante tutto. Si potrebbe giocare con le parole e analizzare il senso di una delle ultime battute: «Sarà libera di farlo. Ma non sarà libera nel farlo.»
    Ma forse, è più interessante interrogarsi su questo: la libertà è davvero irruducibile? E, se così fosse, è mai possibile affiancare questo attributo ad uno qualsiasi dei comportamenti umani?

  3. Giordano Tedoldi scrive:

    Rivoglio Wittgenstein. Ora. Voglio che vada da Filoni e gli dica: “No spiegami sta cosa, libero di farlo ma non libero nel farlo. Ti prego, dai. No perché li hai lasciati tutti a bocca aperta senza dire nulla. Come fai, te l’ha insegnato Tony Binarelli?”

  4. Giordano Tedoldi scrive:

    Nanni Moretti discute con Marco Filoni en travesti.

    http://www.youtube.com/watch?v=YIJdgCFBCWw

  5. Andrea Sartori scrive:

    Concordo con Spleen: la libertà è davvero irriducibile, ovvero, è umana in quanto è irriducibile? O non è forse vero il contrario: la libertà, in quanto umana, è limitata, segnata da un’imperfezione, un difetto? Se ci atteniamo al personalismo di un Mounier, per esempio, la libertà umana è il gesto di una trascendenza assoluta, è l’ “impulso” che ci fa evadere dalla nosra finitezza e ci consegna a Dio. Ma il punto è: una tale libertà è davvero possibile? Proprio Hegel, mi pare, nell’analizzare lo spirito oggettivo e nella “Filosofia del dirittto”, ha messo in evidenza come un’idea così astratta di libertà, libera da vincoli sociali e condizionamenti, sia in fondo la proiezione di una soggettività ingenua, anti-storica, illusoriamente affrancata dai rapporti e dai limiti del mondo. Inoltre: pesiamo a quanto Isahia Berlin scriveva sulla libertà negativa e la libertà positiva. Nella misura in cui ci si prefigge degli scopi, si perseguono dei progetti, ovvero ci si avvale di una “libertà per”, e non solo di una “libertà da”, non occorre mitigare il carattere “irriducibile” della libertà? Parlare di irriducibilità della libertà mi fa venire in mente, più che una sfera dell’umano sottratta al dominio, quel passo della “Fenomenologia” relativo al Terrore rivoluzionario e a Robespierre: lì una libertà irriducibile e priva di vincoli, illimitata, finisce per capovolgersi in “furia del dileguare”, in violenza senza fine.

    AS.

  6. Giuditta scrive:

    Certamente Filoni spiegherà meglio di me la conclusione del suo articolo. Io da lettrice sollecitata dai commenti che ho inaugurato rispondo con grande semplicità, non avendo competenze e conoscenze filosofiche tali da permettere riflessioni sofisticate, che nell’espressione liberi di farlo, ma non nel farlo ritrovo tutta la forza polemica dell’articolo. Nella sottomissione non c’è mai libertà, neanche quando questa sottomissione si presenta come volontaria. E’ un velo, una demistificazione. In questo l’irriducibilità della libertà!

  7. Ivano Porpora scrive:

    La mia domanda, semplice e spero non sempliciotta, è questa. Noi stiamo analizzando una tendenza, qui, e non il libro. Lo dice l’autore stesso: “Inutile entrare nel merito del romanzo”.
    Ma, domanda mia: e se ci volessimo entrare? Cioè. Questo Fifty shades of grey sta solleticando diversi palati, a quanto pare. E, a quanto pare, diversi palati di genere (il mommy porn non è così diverso, se vogliamo, dall’adolescenzialismo di Moccia: si rivolge a un determinato settore, una nicchia che – come talvolta accade – si risveglia e si autoproclama Non-nicchia; si rivolge a quel settore e lo scuote da dentro). Ora, mia domanda: quali sono le caratteristiche intrinseche a FSOG perché lo scuota così forte? Perché quel romanzo fa così presa? Non parlatemi solo della tematica, perché, se vogliamo, nel cinema i corrispettivi di Moccia ci sono stati e hanno fatto riempire le sale. Parlo proprio di stile. Cos’ha lo stile della James che è riuscito dove, immagino, altri o altre han tentato?

  8. All About scrive:

    …ma perché Tedoldi mi mette sempre (intelligentemente) il buonumore? Perché? Perché? Senza nulla togliere al pezzo di Filoni. Però Tedoldi mi piace perchè è post-wittgensteinano. Cioè: pre pre. Se c’è un motivo non lo facciamo. Se c’è un motivo non vedo perché non dovremmo farlo.

  9. All About scrive:

    chiedo scusa! “se NON c’è un motivo non vedo perché non dovremmo farlo”.

  10. Marco Filoni scrive:

    @Giuditta: grazie mille!

  11. Marco Filoni scrive:

    @Teodoldi sono d’accordo con @all about: mi hai regalato grasse risate e te ne sono grato – del resto la filosofia, quella vera, è socratica, quindi ironica, perciò sentiremo omeriche risate (e solo così saremo salvi!)

  12. Marco Filoni scrive:

    @Spleen e @andrea sartori la questione è complessa, provo a dire la mia (sperando così di rispondere, almeno in parte). ho sempre pensato che la storia sia storia della libertà (filosofico-politica), del fare dell’individuo che si afferma sulle necessità storiche e naturali – e se ne affranca. credo sia una tesi vera – che marx riprende e traduce come storia della non-libertà (sociale), quindi catene e bisogni, ecc. ecc. ecco, pur non essendo marxista, credo di poter riconoscere qui tutta la grandezza filosofica di marx: aver capito (non spiegato) la sola cosa che solo un vero filosofo aveva da capire nel e del proprio tempo: come una libertà formalmente riconosciuta (dalla Rivoluzione francese) e filosoficamente compresa (nel sistema hegeliano) potesse e dovesse essere realizzata in universale. questo significa che abbiamo una scelta, che dobbiamo scegliere, ed è una decisione radicale alla libertà come senso della storia. da ciò dipende (da questa azione, da questa scelta) l’uso che l’uomo farà o non farà, nel regno della libertà, della sua stessa libertà (politica, civile, morale). scusate la pippa, in questo momento non mi viene di meglio !

  13. Giordano Tedoldi scrive:

    Filoni, tu che con quel cognome sei filosofo, mi spieghi perché non c’è uno, dico uno, che riesca a dire TEDOLDI alla prima botta? E’ più difficile per un filosofo scandire il mio cognome che per uno studioso di Kojève dire Teodoldi.
    Comunque, lieto che hai colto l’ironia. Senza ironia.

  14. Marco Filoni scrive:

    Giordano, è il sacro connaturato all’enunciazione del nome, teo- (doldi). ma viviamo in tempi secolarizzati e le tracce le porti te- (doldi).
    Comunque, scusa. Senza ironia.

  15. Marco Filoni scrive:

    @Ivano Porpora: non ho parlato del libro perché altri l’hanno fatto, ed egregiamente, non avrei perciò avuto nulla da aggiungere a quanto già detto. credo che con una piccola ricerca in rete si trovi qualcosa. fra tutti, il più intelligente e bello è stato l’intervento di Elena Stancanelli su un numero di D di Repubblica, credo un paio di settimane fa

  16. Ivano Porpora scrive:

    Dovrei averlo ancora in casa, da qualche parte. Mille grazie.

  17. Giordano Tedoldi scrive:

    Marco, scuse accettate. Contro i tempi secolarizzati non è che uno può far granché.

  18. Ho giusto comperato ieri su ibs Io odio John Updike, ci mettono cinque giorni a spedirlo.

  19. All About scrive:

    @gianmarcogriffi
    Hai fatto una cosa molto sensata / L’attesa sarà ricompensata.

  20. emma pretti scrive:

    L’articolo mi ha fatto tornare in mente 2 frasi di Seneca ” L’infelicità non consiste nel fare una cosa per ordine altrui ma nel farla contro la propria volontà ” e ancora “Chi accetta di buon grado un ordine sfugge all’aspetto più crudele della servitù “. Con tutta probabilità non hanno nulla a che fare con questo dibattito perché Seneca parlava di condizioni reali, qui si parla di fantasie ( gli uomini ne hanno un sacco di tutti i tipi ) – e le fantasie funzionano per il proprio piacere e come valvole di scarico solo se restano semplici fantasie. Tutto questo gran parlare sembra acceso da una sorta di moralismo che si attizza se le donne dimostrano certe, non codificate, fantasie.

  21. antonellaf scrive:

    Mi pare che la prossima uscita in Italia di Fifty Shades of Grey abbia offerto la succulenta occasione di andare a rovistare tra i desideri e gli slip delle donne. “inutile entrare nel merito del romanzo, che regge bene e si fa leggere fino alla fine” è affermazione un po’ troppo superficiale e sbrigativa, soprattutto tenuto conto del fatto che comparirà sul blog culturale di una casa editrice.
    Anche sulla dialettica del desiderio, sul bondage e sul sadomaso è stato scritto molto, sicuramente più che su questo romanzo e, in larga misura, sono stati e continuano a essere gli uomini a sindacare il desiderio delle donne. Questo articolo non è che l’ennesima riprova di quanto sia ancora molto forte la tentazione di affermare il proprio punto di vista in materia di desiderio e libertà sessuale femminile.

  22. Paolo1984 scrive:

    Sul libro non posso dire nulla. Sul sadomaso posso solo dire che personalmente non mi attira ma chi ne trae piacere ha tutto il diritto di farlo, su Secretary dico che l’ho visto ed è un bellissimo film

  23. zauberei scrive:

    L’analisi è interessante non so se plagiata o semplicemente proposta ignorando quando jessica benjamin l’aveva proposta -l’ ombra dell’altro traduzione italiana nel 2006 – con medesimi ingredienti: sottomissione, servo padrone, hegel etc etc. E’ psicoanalista, nasce come filosofa formata a francoforte, ed è intersoggettivista – il che ha implicazioni interessanti nel passaggio dalla rappresentazione dialettica dei rapporti di forza – soggetto/oggetto rappresentandoli come rapporti tra soggetti. Mi sembra che questa lettura soffra però di una mancata comprensione di come l’orizzonte postmoderno permei i rapporti condizionando – nel lusso di chi può farlo – e questo non è uguale per tutti come la cultura e i rapporti non sono gli stessi per tutti – i modi di stare nel sesso. In un momento in cui ci sono oggetti storici che possono essere usati per il sapore che evocano, c’è almeno il vantaggio di poterli lasciare quando si dimettono, usandoli psicologicamente per dinamiche psichiche che forniscono un equilibrio. Oggettivamente in una prospettiva femminista questo è un passo avanti, dal momento che questa libertà di usare l’immaginario, in corrispondenza di una libertà nelle scelte di vita era preclusa alle donne. E’ molto vecchio e trito quello che dico, mi rendo conto – ma non so, la mia impressione è che l’atmosfera mentale di questo articolo non sia molto oltre. Dopo l’emergere della cultura omosessuale, e la legittimazione sacrosanta di un modo di vivere la sessualità come acettabile, tante cose dovrebbero essere diversamente configurate e ragionate. E’ proprio l’analisi del nel, insomma che qui non mi convince. Oltre a certi toni, che mi hanno lasciata distante – sulle donne e il femminismo.

  24. valter binaghi scrive:

    Perchè ci si prende la briga di recensire sempre e comunque su riviste ad alta tiratura libri che a detta del recensore fanno cagare ma bisogna comunque parlarne?
    Mon Dieu, ma è costume, risponderà il dotto, e questa è una dissertazione con tanto di hegelismo di ritorno, non la capisci la differenza, paesano?
    Il paesano risponde: e perchè queste sottili analisi di costume si fanno sempre su libri Mondadori – Rizzoli – Spagnol?
    Visto che al Filoni piace discettare di sottomissione, la sua non è una bella genuflessione al big editore e al big lancio dell’anno proprio mentre sembra esibire la sua distanza critica?
    Di quanti bei libri editati in piccolo il giornalista omette di parlare, per dare spazio invece ad ambigui posizionamenti di questo genere?
    Detto questo, il libro sembra ricordare “Histoire d’O” e come quello meriterebbe il totale silenzio degli addetti ai lavori, in un paese non popolato da letterati affetti da paraculaggine cronica.
    Punizione per Filoni: rivedersi tre volte “L’Impero dei sensi” di Nagisa Oshima.

  25. Marco Filoni scrive:

    Ringrazio @emma pretti @antonellaf @zauberei e @valter binaghi per le loro critiche – dalle quali c’è sempre da imparare.

    @zauberei non conosco il testo della Benjamin: ho una certa conoscenza autonoma di chi ha generato quel filone psicanalitico in merito alle tematiche proposte, ovvero Kojève

    @valter binaghi grazie per la penitenza e la remissione dei peccati. amen

  26. Maurizio scrive:

    La vera gioia nella sottomissione non e’ nel chiedere, ma nel saper accettare il dono degli altri.

  27. nora scrive:

    Quello che non capisco è perchè si continuano a cercare parallelismi fra la vita quotidiana e il sesso. Cercare di trovare delle “giustificazioni” sui gusti sessuali di una persona mi sembra fuorviante, una donna è emancipata allora vuole essere sottomessa certo, e poi il femminismo addirittura, ma cosa c’entra? ognuno ha le proprie fantasie e in tutta la popolazione umana c’è anche a chi piace il sadomaso. Inoltre ci sono anche molti uomini che amano essere schiavi, pur non avendo vissuto in una posizione subalterna nei secoli dei secoli.
    Il sesso è un gioco e a letto purchè consenzienti si può fare tutto :-)

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